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Search results: "sublime simposio del potere"

Tag: Sublime Simposio Del Potere

[SSdP] Il destino e il filo degli eventi

– Vincenzo Marasco- Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo,… Continua a leggere

[SSdP] Giovani. L’adolescenza, la soglia e la morte nel fantasy

– Silvia Costantino – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De… Continua a leggere

[SSdP] Sullo sfondo. Poetica dell’Eden perduto nel fantastico

– Giovanni De Feo – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa,… Continua a leggere

[SSdP] Domestici, non addomesticabili. Anatomia dei folletti per principianti

– Francesca Matteoni – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni… Continua a leggere

[SSdP] Non sai niente, Jon Snow

– Sergio Vivaldi – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni… Continua a leggere

[SSdP] dall’inferno a Barad-dûr: l’Oscuro Signore

– Edoardo Rialti – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni… Continua a leggere

[SSdP] Contro la perfezione: il mito dell’antieroe

– Alfonso Zarbo – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni… Continua a leggere

[SSdP] Pussy Riot – L’eroina nel romanzo fantasy

– Matteo Strukul – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De… Continua a leggere

[SSdP] Le sentinelle siamo noi

– Francesco D’Isa – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni… Continua a leggere

[SSdP] Il gruppo degli eroi

– Vanni Santoni – Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De… Continua a leggere

[SSdP] Il bene maggiore per l’editoria

– Sergio Vivaldi – Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti… Continua a leggere

[SSdP] La bevanda amara della morte

– Edoardo Rialti – Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti… Continua a leggere

[SSdP] Perché voglio ancora essere una strega

– Silvia Costantino – Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti… Continua a leggere

[SSdP] Il Corvo presenta: il giorno in cui il Nano Sabbiolino divenne epica

– Francesca Matteoni – Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti… Continua a leggere

[SSdP] Nelle mani di Samvise Gamgee: del ritorno, e delle lacrime

– Vincenzo Marasco – Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti… Continua a leggere

[SSdP] Ciao, mi chiamo Francesco e ho letto libri fantasy dai nove ai quindici anni.

– Francesco D’Isa – Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti… Continua a leggere

[SSdP] Channel-fireball, dardi incantati da 1d6+1 e onde energetiche (della tartaruga).

– Vanni Santoni – Alcune riflessioni sulla transmedialità nel genere fantasy Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per… Continua a leggere

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[SSdP] Channel-fireball, dardi incantati da 1d6+1 e onde energetiche (della tartaruga).

Alcune riflessioni sulla transmedialità nel genere fantasy

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!

Quando mi è stato chiesto di organizzare il “Sublime Simposio del Potere” – al netto della boutade ruolistica del titolo una giornata di studi sulla letteratura fantastica – avevo preparato un piccolo intervento, che poi, vista la quantità e qualità di quelli degli altri intervenuti, ho poi deciso di omettere, limitandomi a coordinare l’incontro.

La giornata era nata come alternativa a una presentazione dei due Terra ignota: lo avevo già presentato molte volte a Firenze, così con i librai della TodoModo avevamo pensato che sarebbe stato più interessante, e proficuo, aprire al fantasy in generale, partendo dall’esperienza di questi romanzi – dalla loro genesi, dal lavoro teorico alla base sia della struttura che del metatesto, dalle riflessioni intorno a ciò che significa, oggi, scrivere un fantasy in italiano, dall’ottima ricezione che stavano avendo, ricezione che veniva a dimostrare che un pubblico “colto” per questo genere esisteva, un pubblico del tutto trasversale che, pur fruendo abitualmente di contenuti cosiddetti “alti” aveva interamente superato certi vetusti pregiudizi nei confronti del “genere” e della narrativa popolare, in generale, e del fantasy in particolare.

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Se tale pregiudizio era stato superato – da questo sarebbe partito il mio intervento, che qui cerco di ricostruire per sommi capi – era, più che per l’esistenza e persistenza di un canone della letteratura fantasy, per via della penetrazione a tutto campo del genere nell’immaginario di tutti, attraverso medium per lo più differenti dal libro. Io stesso, se a un certo punto della mia vita di scrittore avevo deciso di scrivere anche del fantasy, non era perché coltivavo chissà che passione per tale genere in letteratura – amavo Tolkien, come tutti, ma non mi spingevo molto più in là – ma perché avevo passato infiniti pomeriggi a giocare a giochi di ruolo fantasy come Dungeons&Dragons; a videogiochi fantasy come Ultima V, VI, VII; a coin-op fantasy come King of Dragons; a giochi di carte fantasy come Magic: The gathering; a leggere fumetti fantasy come Il mercenario di Segrelles, prima, e Berserk di Miura, poi; a guardare e guardare quei pochi film fantasy disponibili in epoca pre-digitale, adorando i capolavori Conan il barbaro di Milius e Excalibur di Boorman, ma anche apprezzando tutta quella onesta “seconda fascia” – LadyhawkeWillowLa storia fantasticaLabyrinthHighlander– che era pur sempre ciò che il convento passava; senza contare poi le grandi epiche giapponesi a cartoni animati, nessuna fantasy tout-court ma spesso afferenti al genere – Ken il guerrieroI cavalieri dello zodiaco, il primo Dragon ball… – e fumetti che sfioravano il fantasy e intanto andavano costruendo dal nulla il cosiddetto “urban fantasy”, come l’insuperato Sandman di Gaiman.

Il fantasy è infatti senz’altro il genere più transmediale, e mi riferisco a qualcosa che va ben oltre il fatto che oggi Harry PotterIl signore degli anelli o Il trono di spade sono veri e propri franchise che vanno dai libri ai film, dai videogiochi ai pupazzi, dai giochi di ruolo ai wargame al più variegato merchandising – il fatto è che il “canone fantasy”, se una tal cosa esiste, si organizza oggi intorno a una varieta di prodotti culturali, alcuni dei quali hanno impattato e definito l’estetica e le forme del fantasy come e più della letteratura. Ho citato i giochi, i fumetti, il cinema, i cartoni animati, i videogame, ma si può andare ancora oltre, mettere in campo addirittura l’illustrazione (qualcosa di analogo, ma forse anche su scala maggiore, a quello che è accaduto con il lavoro di Giger per Alien, poi saccheggiato in ogni dove, dagli zerg di Starcraft a Warhammer 40’000 a Mutant Chronicles).

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Si pensi a Frank Frazetta: padre di Conan e con esso dell’estetica epic fantasy come e più di Howard, ha definito un certo modo di guardare ai personaggi e agli scenari in cui si muovono: prima di lui, i vecchi romanzi di Conan il barbaro avevano in copertina un curioso ometto in mutande e mantello, non ipertrofico, con capelli corti e tratti  anglosassoni regolari, più parente di Flash Gordon che del cimmero che siamo abituati a conoscere. E così i grandi illustratori della TSR, Larry Elmore su tutti, i cui disegni sulle scatole di D&D guardavamo e riguardavamo. Né si tratta solo di una questione estetica. Se pensiamo, oggi, a un mago che lancia uno “spell”, è al mago di D&D che stiamo pensando; se pensiamo a uno scontro tra due guerrieri, lo immaginiamo con il livello di dettaglio e la coreografia che il cinema occidentale ha importato dall’oriente… Di fronte a tutto questo, il romanzo, con la versatilità e inclusività che si è guadagnato in epoca postmoderna, può tornare a essere punto di arrivo, più che di partenza, per simili ordini di suggestioni nell’ambito del genere fantasy, a patto di accettare di essere sì il medium più ampio, ma non necessariamente quello più rilevante.

Elfi-e-Folletti

Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Sergio Vivaldi.
Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo.

Fee_ Pascal Moguérou
Pascal Moguérou, Folletto

Su per le cime ventose,
o giù nelle forre di giunchi,
noi non osiamo cacciare
temiamo i piccoli omini;
minuscoli esseri buoni,
che tutti assieme se n’vanno;
verde la giacca, rosso il berretto,
e bianca la penna di gufo!

WILLIAM ALLINGHAM

Folate di vento: origini, nomi e apparenze

Folletto, follia, folata di vento, natura instabile e infine… spirito fanciullesco. E come il vento e la follia, non si possono davvero afferrare, incasellare e mettere a posto una volta per tutte, i folletti. Si può però cominciare da questo fallimento, spiegando che la difficoltà di classificare i folletti deriva dal loro vivere ovunque – non esiste popolo terrestre che non abbia il suo folletto, così come non esiste popolo che non pianga o tema i suoi morti prematuri o che riconosca negli eventi e nelle bizzarrie della natura un’intelligenza altra, con un proprio ordine morale per quanto capriccioso. Ipotizzando una rapida categorizzazione dei folletti questi si dividono in

1. spiriti della terra

2. esseri mutanti, residuali, ultima traccia di popoli scomparsi

3. numi tutelari della casa collegati al culto degli antenati

4. bambini morti o mai venuti al mondo

Le quattro categorie si mescolano l’una nell’altra, confondendo i tratti dei folletti selvaggi con quelli dei loro simili domestici. Così il Brownie scozzese, mite spirito della casa, può trasformarsi nello scontroso Boggart correndo via nelle brughiere. E chissà se Stevenson non ne trasse ispirazione, scrivendo del buon Dottor Jekyll e del suo irrefrenabile, amorale alter ego, Mr Hyde. Tenendo conto di queste diverse origini si può provare a tratteggiare la fisionomia del folletto. Di piccola statura, ma non minuscolo, alto poche decine di centimetri o come un infante; ha pelle verde oppure brunita dal sole; il viso solcato da rughe profonde oppure ingenuo e beffardo come quello di un ragazzino; arti spropositati e incongruenze fisiche, quali orecchie lunghe, naso eccessivamente camuso, bocca larga, ma anche assente, come in stranissimi folletti dei mulini, piedi caprini; nudo e peloso oppure coperto di stracci variopinti e immancabile berretto. A quest’aspetto di mendicante giullaresco si contrappone il Leprecauno irlandese, irascibile e vestito di tutto punto, uno dei pochi della sua specie ad avere una professione – è un ciabattino, ma sa aggiustare solo una scarpa per volta. Ha un tricorno, scarpe con tacco e fibbia, giacca di velluto e calze di lusso ed è proprio lui il guardiano della pentola d’oro che appare alla fine dell’arcobaleno.

claudine roland sabatier
Claudine e Roland Sabatier, Folletto acquatico

Ciò che accomuna tutti i folletti è l’emergere di caratteri contrastanti nelle loro persone: vecchissimi e imberbi, appassionati fino a perdere la ragione e custodi di segreti. Restando solo in Europa e provando a nominarne alcuni troviamo i pixie inglesi; gli spriggan della Cornovaglia; i trow delle Orkney e delle Shetland; i lutin francesi; il domovoj slavo; il nisse o tomte scandinavo; i kallikantzaroi greci, sinistramente legati al Natale; il coboldo germanico e in Italia da Nord a Sud, servan delle Alpi che badano ai pascoli, salvanelli veneti, baffardelli dispettosi della Garfagnana, munacielli campani, addobbati proprio come piccoli frati rubicondi, farfareddi siciliani. Pierre Dubois negli anni Novanta del secolo appena concluso ha compilato un’enciclopedia mondiale dei folletti, spaziando fino al Sud America e alle profondità oceaniche e accompagnato dalle illustrazioni di Claudine e Roland Sabatier, una mescolanza riuscita di tratti grotteschi e buffi, da cui possono spuntare, per lo sgomento dell’osservatore, lame, artigli, bocche dentate niente affatto incoraggianti.

Definiti spesso dalla domesticità, quali spiriti guardiani della casa o delle attività umane, lo sono altrettanto dalla morte: un’esistenza da folletto è infatti il destino dei bambini scomparsi prematuramente e ancora legati alla dimensione terrena. Per questo spesso si aggirano nelle case, pur restando ribelli e imperscrutabili, vagano nei luoghi che hanno conosciuto, ne divengono i protettori… oppure i persecutori degli umani che vi risiedono. La loro origine spiega anche l’antica saggezza dietro i volti infantili: mantengono infatti l’aspetto che avevano nel mondo umano, ma possono vivere per secoli. La fonte più ricca sul rapporto fra morte, bambini e spiriti-folletto è ancora The Nordic Dead Children Tradition, tesi di laurea del professore finlandese Juha Pentikäinen, pubblicata alla fine degli Anni Sessanta. Introvabile, la si può consultare nelle biblioteche: ho sperato molto, quando mi persi dentro questo libro nella British Library, che un qualche folletto bibliomane e di indole affabile, lo trasferisse magicamente nella mia borsa giù al guardaroba! E, per smentire chi pensa di relegare i folletti a un insignificante argomento folklorico, occorre ricordare che il folklore nasce quasi sempre dalle più profonde, insanabili angosce umane.
L’incomprensione, per non dire il rifiuto, provato davanti a bambini affetti da qualche forma di disabilità, trova voce nel mito del changeling, il folletto messo dalle fate mettono nella culla al posto dell’umano, che portano via per rinvigorire la loro stirpe crepuscolare. L’autismo, le disabilità, i problemi della sfera del linguaggio potevano essere interpretati ricorrendo a una formula brutale: “Gli assomiglia, ma non è figlio mio”. Dalla credenza ai fatti: non abbondano, eppure sono presenti nei documenti storici, casi di infanti affogati, abbandonati nel bosco a morire, nella speranza folle delle madri, dei padri, delle nonne di riavere il bambino originale, sicuramente rapito da creature ultramundane. A livello simbolico il bambino scambiato, mutato in folletto, mostra le ansie dei genitori, degli adulti davanti a quanto esula dalla cosiddetta norma, davanti soprattutto alla novità e la stranezza incarnate nell’ignaro che viene al mondo1.

Manifestazioni della natura o dei morti, delle turbolenze dell’infanzia o dell’adolescenza, di popoli raminghi nel sottobosco, i folletti sono quel qualcosa di meraviglioso e perduto che ricerchiamo, che ci sembra di aver intravisto un giorno, proprio lì, tra la luce fioca sul comodino e le ombre feroci proiettate sulle pareti, tra l’uscio di casa e il prurito dell’erba. A frotte o solitari, come avrebbe scritto William Butler Yeats, vestiti di verde o con cappucci rosso sangue, escono dagli enigmi del quotidiano, pura sostanza magica per chi crede che nulla è certo, che sui bordi dell’esistenza si annidano i corpi sgraziati, indomabili, danzanti delle nostre immaginazioni.

Trasformazioni letterarie: la romanticizzazione di Puck

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Arthur Rackham, Il mercato dei folletti

Katherine Briggs è un nome noto a chiunque si sia avventurato tra fate, spiriti silvani e folletti. La grande folklorista inglese è colei che ha trattato in maniera dettagliata e soprattutto mirata, di queste creature che dimorano sui confini, dove la luce è pallida e soffusa, ma non si arrende al buio, dove si incontrano capriccio e desiderio, fatalità e malinconia. Proprio ispirandosi alla malinconia e alla sua lunga fama nell’Inghilterra moderna, ha scritto The Anatomy of Puck, che parafrasa il capolavoro seicentesco di Robert Burton, The Anatomy of Melancholy. La somiglianza risiede proprio nella varietà degli aspetti della strana malattia – che a volte malattia non è, ma eccesso d’amore o d’immaginazione, solitudine dello studioso – che corrispondono alle molte variabili in forma e sostanza dei parenti del personaggio shakespeariano. Dall’animalesco Pan all’imprendibile Puck, da Puck fatto di sogno ad alcuni folletti di secoli recenti su cui mi interessa fermarmi, l’indole volubile dello spirito lascia emergere stati d’animo e languori tutti umani, che dalla sfera sociale si spostano in quella intima e personale. Penso a Trilby, il folletto d’Argail raccontato da Charles Nodier nei primi decenni dell’Ottocento, un vero e proprio eroe romantico innamorato di un’umana, padrona della casa dove dimora.
La domesticità del folletto si rinnova in un vincolo affatto diverso dai precedenti: non trasformazione di una vita trascorsa e conclusa o legame di sangue improvvisamente reciso con chi vi abita, ma un’ossessione che fa di Trilby un infelice cantastorie. È Trilby l’antenato del Munaciello di Napoli di Anna Maria Ortese, che si rifugia dentro un armadio e conduce, come tutti i munacielli, una vita dissennata quando non è impegnato a far dispetti in casa. È di fondo tuttavia uno spirito incompreso, più adolescente (sebbene chissà da quanti decenni), che creatura di un vicino altrove. Ma gli adolescenti non sono loro stessi una terra altra, inesplorabile, sebbene tutti l’attraversiamo?

Giovane e inquieta è anche una delle due protagoniste del poemetto di Christina Georgina Rossetti, The Goblin Market, Il mercato dei folletti, scritto nella primavera del 1859.

“Non dobbiamo guardare i folletti
Non dobbiamo comprare i loro frutti
Chissà su quale terreno nutrirono
Le loro avide radici fameliche?”
“Vieni e compra”, chiamano i folletti
Zoppicando giù per la valle.

Dice Laura alla sorella Lizzie, ma è poi lei stessa a cedere, comprare i frutti, mangiarne. Ed è noto: mangiare il cibo delle fate è come mangiare il cibo dei morti, esserne gradualmente consumati mentre si è vivi. Niente più la sazia, niente la rallegra: cade in una febbre fatale da cui solo il sacrificio e l’amore di Lizzie riescono infine a salvarla. I folletti sono qui piccoli demoni tentatori, una passione frenetica che non alimenta, ma divora.

Al principio del Novecento, grazie a Rudyard Kipling ricompare la nostra vecchia conoscenza shakespeariana nel libro Puck of Pook’s Hill (La collina di Puck), dove lo spirito ha dismesso i panni del servitore poco affidabile della corte fatata e perfino certe sue abitudini da monello. Ultimo rimasto della sua stirpe, giura sulla Quercia, il Frassino e il Biancospino, e dice di sé stesso di essere «la cosa più antica d’Inghilterra». C’è in questo nuovo Puck sia una chiaro sentimento del paesaggio e della terra, che quel mito della Vecchia Inghilterra, di un vagheggiato, tradizionale mondo rurale e armonico, mai davvero esistito, ma non per questo meno attraente, che costituisce uno dei capisaldi dei movimenti neopagani, nati a cavallo dei due secoli.

a collective of pixie froud
Brian Froud – A collective of Pixies

Seguendo lungo la deriva ecologista, chiudono la breve e non esaustiva carrellata sui folletti di Brian e Wendy Froud, coppia inglese di artisti, famosi per aver realizzato i disegni e i pupazzi di Labyrinth. Alla fine degli anni Settanta Brian Froud è autore insieme ad Alan Lee2del best-seller Faeries (Fate), opera che coniuga illustrazioni, stralci di folklore e racconti tradizionali su fate, folletti, spiriti celtici e inglesi, Froud ha poi proseguito la sua personale ricerca pubblicando molti libri, in progressivo avvicinamento all’universo fatato. Alcuni di questi, fra cui gli ultimi due, presentano sia i disegni di Brian che le straordinarie bambole di Wendy, ritratti tridimensionali di amici (o nemici) che si affacciano nella brughiera o da una credenza scricchiolante.

Un bambino non ancora incluso nell’ordine sociale o che ne è appena uscito. Una creatura di vento e cespuglio spinoso che beve il nostro latte, ma fugge la nostra vista. Non del tutto come noi eppure familiare, fuori dalla società eppure antichissimo. Le paure vengono prima di ogni legge, e su di essa continuano ad affacciarsi. Ma insieme alle paure anche l’irrequietezza, l’entusiasmo, la selvaticità, l’arte sublime del perdersi e ridefinire le parole “casa”, “appartenenza”.

Dai margini un folletto ci guarda. Manifestazioni della natura o dei morti, delle turbolenze dell’infanzia o dell’adolescenza, di popoli raminghi nel sottobosco, i folletti sono quel qualcosa di meraviglioso e perduto che ricerchiamo, che ci sembra di aver intravisto un giorno, proprio lì, tra la luce fioca sul comodino e le ombre feroci proiettate sulle pareti, tra l’uscio di casa e il prurito dell’erba. A frotte o solitari, come avrebbe scritto William Butler Yeats, vestiti di verde o con cappucci rosso sangue, escono dagli enigmi del quotidiano, pura sostanza magica per chi crede che nulla è certo, che sui bordi dell’esistenza si annidano i corpi sgraziati, indomabili, danzanti delle nostre immaginazioni.


1.Si vedano questi saggi al riguardo: Joyce Munro, “The Invisible Made Visible: The Fairy Changeling as a Folk Articulation of Failure to Thrive Infants and Children”. In Peter Narvaez (ed. ), The Good People: New Fairylore Essays. (New York and London: Garland Publishing, 1991), pp. 251-283; Susan Eberly, “Fairies and the Folklore of Disability.” Folklore Vol. 99, No.1, pp. 58-77. Per il punto di vista di un’autorità religiosa quale Lutero si veda qui.

2.Famosissime le illustrazioni di Lee per Il Signore degli Anelli.


Francesca Matteoni (1975) ha pubblicato numerosi libri di poesia tra cui Higgiugiuk la lappone nel  X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010); Acquabuia (Aragno 2014, premio Marazza). Ha all’attivo pubblicazioni accademiche in inglese e in italiano, tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il suo primo romanzo. Abita con vari gatti sulle colline pistoiesi. È redattrice di Nazione Indiana e gestisce il sito Fiabe. Il suo ripostiglio si trova qui.

[SSDP] PUSSY RIOT – L’EROINA NEL ROMANZO FANTASY

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Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Sergio Vivaldi.
Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo.

Inizierei il mio intervento riflettendo su quanto le origini di una pressoché infinita galleria di personaggi femminili del fantasy più recente (Katniss Everdeen di Suzanne Collins, Clary di Cassandra Clare, Celaena di Sarah J. Maas, Kelsea Glynn di Erika Johansen) siano inscindibilmente legate ad alcune delle figure della mitologia che più di tutte – a mio parere – hanno contribuito alla nascita di personaggi straordinari. Non potrei allora non ricordare anzitutto le Valchirie: le loro cavalcature erano i lupi (Valchiria+lupo=corvo) che si aggiravano fra i cadaveri dei guerrieri morti in battaglia. Esse erano le figlie di Wotan o Odino e sceglievano i più eroici tra i caduti per portarli nel Valhalla, dove diventavano einherjar. Così facendo, Odino avrebbe avuto un esercito di valorosi al suo fianco alla fine del mondo, durante i Ragnarök. Al loro fianco porrei le Banshee, le donne piangenti e urlanti del folclore irlandese, che vivevano vicino alle paludi o alle sorgenti. Rimanendo in questa tradizione europea, ricorderei alcune figure chiave di personaggi femminili di riferimento per le moderne eroine fantasy, al di là degli archetipi, voglio dire.

Cito allora Brunilde regina d’Islanda di cui Gunther re dei Burgundi, fratello di Crimilde, s’innamora nel Nibelungenlied. Per ottenere la sua mano; il re decide di chiedere aiuto al compagno d’armi Sigfrido, figlio di Siegmund e Sieglinde, eroe vincitore dei Nibelunghi, reso invulnerabile dal sangue del drago Fafnir. Questi, in cambio della mano di Crimilde, decide di aiutarlo. Brunilde, vergine guerriera dalla forza immensa, impone una duplice prova ai suoi pretendenti: la sposerà solo chi riuscirà a raggiungere d’un balzo un masso scagliato da lei lontano e riuscirà a vincerla in duello. Brunilde sa bene che è una sfida impossibile, e pregusta l’ennesima vittoria. Ma Sigfrido, reso invisibile grazie alla Tarnkappe rubata al nano Alberico, combatte al fianco di Gunther e batte Brunilde: la vittoria dei due uomini, insomma, è possibile solo con l’inganno.
E ancora, per rimanere nel Nibelungenlied, che dire di Crimilde e della sua sanguinaria vendetta protagonista dell’intera seconda parte della saga germanica? Colei che per vendicare la morte dell’amato non esita a chiudere la sala del trono, facendo appiccare il fuoco e così sterminando tutti i Burgundi?

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Ma, per non fermare la nostra indagine al mondo germanico, conviene anche guardare alle Amazzoni, di origine Caucasica secondo Eschilo, con la mammella mutilata per meglio (Virgilio stesso nell’Eneide immagina Pentesilea – una delle loro regine – con il seno compresso da una fascia dorata) tirare con l’arco. E ancora, come poter riassumere in poche parole una figura come quella di Clorinda, la guerriera della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, figlia di Senapo, re d’Etiopia e dunque Africana ma albina, uccisa da Tancredi in duello per errore? E non dimentichiamo Armida, Circe, Didone…

Dunque quali e quante sono le maghe e le guerriere, le streghe e le combattenti della nostra tradizione letteraria e più in generale di quella europea, e quanto il mito e il folklore hanno forgiato il fantasy ben prima che un professore inglese decidesse di scrivere una storia su uno hobbit? Lo dico senza arroganza o albagia, ma al solo scopo di richiamare l’attenzione su quella che è un’eredità di cui dobbiamo imparare a riappropriarci. Che dire di Giovanna D’Arco e delle sue visioni? O del mito sanguinario di Erszebeth Bathory, la contessa nera d’Ungheria? E dunque quanto il medioevo e la storia più nera delle terre dell’Est e in definitiva la Storia e il romanzo storico hanno saputo forgiare il materiale magmatico del fantasy? E non dovremmo ancora e forse pensare a quanta parte hanno avuto i “Penny Dreadful” e la Pulp Fiction nella formazione di alcuni personaggi? Proprio alla Storia pensa Robert E. Howard quando nel 1934 immagina il personaggio di Red Sonya of Rogatino per il racconto The Shadow of the Vulture,una guerriera turca dalla chioma rossa durante l’assedio di Solimano il Magnifico, che a sua volta diventa archetipo per la Red Sonya di Roy Thomas e Barry Windsor Smith.

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Insomma, esiste nella tradizione letteraria storica e fantastica un’incredibile schiera di personaggi femminili – noi ci siamo limitati a segnalarvene alcuni – e sono proprio loro la più grande ispirazione per i moderni e grandi personaggi femminili del fantasy, e ancor di più del Low Fantasy o dello Sword and Sorcery.

Per la prima volta ho scelto una donna come protagonista. Bella da mozzare il fiato, Monza Murcatto è un capitano di ventura, ed è diventata tale grazie ai propri meriti militari, ottenendo il successo in un mondo maschile per eccellenza. Tutto ciò l’ha resa spietata, paranoica, forte fisicamente e con uno humor caustico. Una fama sinistra le ha garantito l’ammirazione dei suoi, incutendo il terrore negli avversari. Dopo essere stata tradita e quasi uccisa, cercherà vendetta. Assolderà tagliagole, avvelenatori e mercenari ma sarà lei a uccidere con le proprie mani i suoi nemici.

Sono queste le parole con le quali un maestro contemporaneo del fantasy, Joe Abercrombie, ci racconta la protagonista di Best served cold, sottolineando quali e quante prospettive il personaggio femminile possa aprire in un genere come il fantasy: l’ossessione, la vendetta consumata fredda, la menzogna, la paranoia, il coraggio e la fragilità, lo humor caustico: quelle qualità che sono spesso prerogativa di un personaggio femminile proprio perché è più la donna – nella sua complessità – a presentare per l’autore la grande sfida di raccontare un personaggio complesso, sfaccettato, contraddittorio e perciò affascinante e così facendo profondamente noir e lirico.

Interessante poi sottolineare l’opinione di Licia Troisi – regina del fantasy italiano e capace di creare eroine memorabili come Nihal, Dubhe, Talitha e molte altre:

Quando ho cominciato a descrivere personaggi femminili forti, mi sono semplicemente ispirata a quelle che erano le mie figure di riferimento: mia madre, le donne che mi sono state vicino, la donna che volevo essere io… Avendo intorno delle donne forti per me era naturale descrivere donne che fossero fuori dagli schemi, autonome e libere di fare quello che volevano. Adesso sono diventata più consapevole del contesto in cui ci troviamo, quindi non si tratta più di una scelta ingenua. Quando creo un personaggio femminile sono contenta di farne uno al di fuori degli stereotipi classici della nostra società. Ho l’impressione che ci sia un modello di donna molto pervasivo: o la donna completamente dedita alla famiglia, che si annulla in essa, oppure la donna di malaffare che ha solo il suo corpo per riuscire ad emanciparsi. Siccome in mezzo ci sono miliardi di altre declinazioni del femminile secondo me è importante che qualcuno le possa presentare. La mia impressione è che nella letteratura ci sia questa volontà, e che in questo momento ci siano molte eroine femminili, come ad esempio Katniss Everdeen, che mi ha subito colpita molto come personaggio. Il problema è che la letteratura, almeno in Italia, ha una capacità di penetrazione tutto sommato limitata. I libri continuano purtroppo a parlare a persone che queste cose le sanno già.

Joe Abercrombie propone dunque l’eroina come nuova prospettiva letteraria per i personaggi fantasy, Licia Troisi vi vede anche un simbolo per sovvertire i cliché sulle donne proprio attraverso la letteratura. Oppure, ancora, l’eroina e il personaggio femminile consentono la rilettura della storia in una chiave completamente nuova, pensate a quel capolavoro che è La torcia di Marion Zimmer Bradley, che prende le mosse dalle visioni di Cassandra, la principessa troiana condannata dagli dèi a non essere mai creduta. Per bocca di lei, l’autrice fa rivivere gli eventi che portarono alla caduta di Troia, le gesta dei guerrieri, i riti e le leggende di un passato che ci parrà di conoscere per la prima volta. E per la prima volta vedremo, con i suoi occhi, ciò che a nessuno era dato di vedere.

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Ecuba che abbandona la sua formazione tra le amazzoni per sedere al fianco di Priamo come Regina di Troia; Clitemnestra sottomessa al marito, che si vede strappare la primogenita cui sperava di donare il dominio di Micene in nome di dèi per lei falsi; Elena, costretta al matrimonio con Menelao dal suo popolo, che ha seguito i comandi di Afrodite ed è fuggita a Troia al seguito dell’uomo che amava, invisa alle nuove parenti e alle usanze di Ilio, e diverrà involontaria causa della caduta della città; Andromaca, figlia dell’incontrastata regina di Colchide, che ha preferito darsi in sposa a Ettore per ottenere la protezione degli uomini che la madre tanto disprezzava. Ecco il ribaltamento della prospettiva, la fusione fra mito, epica e fantastico, un esempio mirabile, ecco il racconto della guerra di Ilio visto attraverso gli occhi di Cassandra: contesa tra la Dea e Apollo, che crebbe sotto l’ala della Madre di tutto e divenne sacerdotessa del Dio del Sole, e che fu da lui punita perché rifiutò di concederglisi con la privazione della Vista. Ma un dio non può privare un mortale di un dono che non è stato lui a concedergli, dunque la sua punizione si trasformò nella maledizione di Cassandra: predire e non essere mai creduta. Invisa ai suoi stessi familiari, persino allo stesso fratello gemello, perché continua latrice di cattive notizie, Cassandra si sposta di paese in paese alla ricerca di un luogo che l’accetti, e tuttavia sempre spinta dal suo fato a tornare a Troia, dove si compirà il suo destino.

Concluderei con un altro autore che stimo e che molto sta dando al genere fantastico italiano e non solo ed è, pensando a Ailis, la protagonista della trilogia di Terra ignota, Vanni Santoni:

La scelta di una protagonista femminile era naturale. L’eroe maschio è esploratissimo a tutti i livelli, mentre l’eroina donna è ancora un territorio relativamente vergine, certo ci sono dei capisaldi, penso a Battle angel Alita, a Kill bill, a Queste oscure materie, a Ghost in the shell, al recente Hunger Games, oltre che ovviamente alla prima, più diretta e più grande “madre” di Ailis, l’Alice di Carrol, ma c’è ancora molto spazio per declinare l’archetipo in nuove direzioni. C’entra poi il fatto che un mondo ancestrale al femminile – un mondo di dee – è, di fatto, “più ancestrale” di un mondo di dèi.

Radice ancestrale, avita, atavica, primigenia: è forse il fantastico in chiave femminile la culla prima della letteratura? Noi non lo sappiamo, ma quel che è certo è che proprio dalle posizioni che ripetono le proprie origini dalla fonte del grande fiume della letteratura popolare che il fantastico italiano deve ripartire.


Matteo Strukul (Padova, 1973) è scrittore e sceneggiatore di fumetti. Vive fra Padova, Berlino e la Transilvania. Ideatore e fondatore del movimento letterario Sugarpulp e direttore artistico dell’omonimo festival. Collabora con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica.
Ha pubblicato per Mondadori La giostra dei fiori spezzati (2014) e per Multiplayer I Cavalieri del Nord (2015). Scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per le edizioni e/o i tre romanzi della serie di Mila: La ballata di Mila (2011), Regina nera (2013) e Cucciolo d’uomo(2015). Nel 2016 è in uscita con un romanzo per Fanucci e nel 2017 con un altro su Giacomo Casanova per Mondadori.

Il Corvo presenta: il giorno in cui il Nano Sabbiolino divenne epica

di Francesca Matteoni

dite, amici, ed entrate

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Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!]

Sabbie eterne

“Fumetto dark”, riportavano le edizioni italiane dei primi albi del Sandman che acquistai, come se questo dovesse attrarre chissà quale torma di fumettari con borchie, anfibi e cappotti neri. Molto più efficaci erano invece le copertine di Dave McKean, collage sfumati di disegni e fotografie, maschere rovinate, in procinto di trasformarsi dentro resti di rami, foglie, strane ossature animali. Preconizzavano il regno in cui si sarebbe di lì a poco addentrato il lettore: la terra del sonno e del sogno, con il suo Signore, dispensatore di polvere incantata. Dunque c’erano stati il minaccioso uomo della sabbia di E.T.A Hoffman; il mirabolante Olé Chiudilocchio anderseniano e soprattutto da un misconosciuto libro di fiabe della buonanotte il Nano Sabbiolino in calzamaglia a righe e berretto, con ciuco e carro pieno di sacchi di sabbia per incubi o sogni dorati, a vegliare sui miei viaggi onirici. Ma è quest’ultima evoluzione del Signore dei Sogni, creato dallo scrittore Neil Gaiman, che ha segnato e accompagnato il mio immaginario notturno dai venti anni in poi.

Romantico – alto, molto magro, vestito di buio: Sogno porta al collo un rubino, dove custodisce parte della sua essenza, ha per elmo una maschera a gas, ereditata da un altro Sandman della DC Comics e un sacchetto di sabbia incantata. Il suo aspetto è tuttavia variabile, come lui stesso afferma, quando Marco Polo gli chiede se sia sempre così pallido: “Dipende da chi mi sta guardando (“Terre Soffici” in Favole e Riflessi”)” – quale popolo, quale immaginazione.

Vorrei qui provare a parlare di tre aspetti salienti dell’avventura rocambolesca di lettrice del Sandman: il rapporto tra il sogno e i sognatori; l’interazione con altre creature soprannaturali; la ridefinizione del tempo, il tutto contestualizzato in una vaga trama così riassumibile: Oneiros, Morfeo, Signore delle Forme, Plasmatore, è il terzo fratello nella famiglia degli Eterni, entità che esistono oltre le vicissitudini dei mortali e degli dei e incarnano le caratteristiche essenziali del vivente. Ovvero: Destino, Morte, Sogno, Distruzione, Disperazione e Desiderio, Delirio (Delizia).[1] Tornato al sogno dopo quasi un secolo di prigionia ad opera di un mago che voleva catturare Morte, ritrovandosi invece per le mani il fratello minore, intraprende il suo vero viaggio dell’esperienza o dell’eroe: attraverso diverse epoche e incontri Morfeo fa ammenda degli errori commessi, diventa sensibile alle vicende dell’animo umano, mette ordine nel regno, che è il regno di tutto il sognato e il sognabile e quindi è la storia di tutte le storie. Da uno stato di coercizione passa al potere che si muta in atto espiatorio e trasformazione di sé e si consegna all’epica. Dunque chiudiamo gli occhi: cominciamo.

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Compagni di sogni

Il viaggio mitico o fiabesco che sia è sempre un viaggio di rinascita, acquisizione di un’identità che renda all’eroe il suo ruolo nella società o, come in questo caso, nell’universo. Ma se questa peregrinazione si svolge nelle terre del sogno le cose si complicano – divino e umano si mescolano e i significati si fanno evanescenti. Perché sappiamo che non tutto ha un senso nel sogno o almeno non è un senso manifesto. A volte semplicemente nei sogni prendono voce le cose rimosse – una strada marginale, un pensiero nato da svegli e mai portato a termine.

Così nel regno onirico incontriamo luoghi stranianti e familiari che a loro modo completano o smantellano l’altra vita della veglia. C’è una biblioteca dove Lucien, il bibliotecario, cataloga e conosce a memoria tutti i libri scritti in sogno; c’è una Casa del Mistero e una Casa dei Segreti,[2] dove dimorano i biblici Caino e Abele uniti da pulsioni contrastanti, quali l’affetto fraterno e l’atto fratricida; vi sono terre che emergono dalla volontà di chi sogna, ma che in tutto metamorfici possono diventare a loro volta corpi e individui, che intraprendono il percorso inverso, andando fuori dal sogno verso il quotidiano degli umani. È il caso del Paradiso dei Marinai, posto ameno e confortevole, che prende le sembianze di Gilbert, un uomo di mezza età, grassoccio e gioviale, in giro per il mondo. A quest’ultimo, interrogato da Morfeo riguardo la sua fuga dal Regno, è affidata una verità sul legame tra il sogno e gli umani:

«Me ne sono andato perché ero curioso. E perché ero stanco. La vita umana possiede una sostanza che non avevo mai nemmeno sognato nel Sogno, Signore. Le piccole vittorie, le insignificanti sconfitte. Avevo le mie ragioni (Casa di Bambola)».

Il Sogno è un luogo imperfetto, non vi si può sostare troppo a lungo, non abbiamo abbastanza tempo o spazio per conoscere i significati delle sue visioni, possiamo tutt’al più trarne presagi e bizzarri amuleti. Ma questo dipende in larga misura dal fatto che sono le imperfezioni e le volubilità dei mortali a fare dei sogni ciò che sono. La natura di Morfeo non può che essere inquieta: nemmeno quando mostra indifferenza c’è un vero distacco dall’umano, perché ciò che lui dona, che plasma dalle sabbie, è intriso della precarietà del vivente. La natura dei sognatori è varia – sognano gli umani, gli animali (tra cui spiccano i gatti, ma anche le tartarughe), le divinità, spesso decadute, costrette all’incognito e a una condizione di perpetua nostalgia per un’età dell’oro vaga quanto irripetibile. Si addormentano tutti e la forza della visione è pari al sentimento di imminente risveglio, di ritorno a un io che è quasi un estraneo con la sua vita emersa, esposta alla società, quasi un residuo pallido di quanto esperito in sogno.

Nel panorama densissimo di individui, culture, vicende personali spiccano le figure femminili, che sembrano capaci più di altri di influenzare il Signore dei Sogni. Che siano amanti o amiche o perfino antagoniste, sono loro che destabilizzano il Sogno, ma al tempo stesso lo ricreano con il loro proprio mistero. Perché potere e immaginazione risiedono in chiunque sia in grado di sognare, abitando altrove, credendo intensamente a quella materia ambigua e stupefacente. Un breve elenco di questi personaggi potrebbe così comporsi: una ragazza che cade addormentata nei momenti più imprevisti, scatenando vortici devastanti nel mondo onirico e che è l’ignara nipoti di Desiderio, il più bello e infido degli Eterni; un gruppo di vicine d’appartamento alle prese con riti lunari e sanguinosi per camminare nel sogno verso qualcosa di letale che nell’infanzia vi si è fatto crescere; una strega dei tempi antichi, ultima della sua stirpe; una serie di divinità, demoni, creature ultramondane che sono sia frequentatrici del sogno che guardiane, dispensatrici della sorte, dei suoi capricci come della sua oscura giustizia, cui nemmeno Sogno può sottrarsi.

Fate e Parche

Un legame particolare è quello che Sogno ha con il Regno delle Fate, governato da Titania e dal suo sposo Oberon, come Shakespeare insegna. È proprio in un contesto shakespeariano che incontriamo la stirpe fatata per la prima volta. Alter ego umano di Sogno, il bardo inglese ottiene il dono del talento in cambio di due opere da dedicare rispettivamente alle fate (Sogno di una notte di mezza estate) e a Morfeo (La tempesta). Dono che è anche una maledizione: la condanna di Prospero, capace di far nascere mondi e tuttavia relegato dal suo stesso genio alla solitudine dello spirito. Tuttavia le creature raccontate da Shakespeare quali esseri umorali e dispettosi, riacquistano nel Sandman il loro portato folklorico di inquietudine, passionalità e incontrollabilità, a partire da Puck, folletto feroce e senza traccia di coscienza, capace di prendere gusto a qualsiasi misfatto al di là delle suo conseguenze.

Per loro natura le fate sono le più vicine a quel particolare ibrido di arcaica nostalgia, humour nero, presagio che domina tutto il sogno. Dalla Terra del Crepuscolo, della luce obliqua che crea miraggi e languore, all’infinito Castello del Sogno, tanto imprevedibile e vasto eppure racchiuso in un pugno di sabbia, il passo è breve. In entrambi i luoghi il viaggiatore è costantemente avvertito di non lasciare il Sentiero: un passo via dal tracciato e si diventa preda dei terribili scherzi dei folletti come dei mostri sepolti nella propria coscienza.

«Noi del Reame Fatato siamo di magia selvaggia. Non siamo creature di incantesimi e grimori. Noi siamo incantesimi e siamo scritti nei grimori», afferma Cluracan ambasciatore di Titania (La locanda alla fine dei mondi). Indomabili ed effimeri, sfuggenti a logiche umane o divine, fate e sogni ingarbugliano le vie, domandano soprattutto di aver fede nell’incontrollabile e di dubitare sempre dell’apparenza: nessun essere fatato si mostra per quello che è – la corte di Titania è bella e leggiadra, ma tolto il glamour è un popolo malinconico, smagrito, con la pelle verde, occhi sfuggenti e sproporzionate orecchie a punta. Ugualmente dei sogni ci rimane l’impressione di aver viaggiato in luoghi familiari e meravigliosi, che “qualcuno” dentro noi – una forma del nostro passato, un io fittizio -, conosce nel profondo, ma ci resta anche il sapore amaro di ciò che è irripetibile e illusorio.

Fate, fatato, fatale, Fato: il gioco allitterativo ci conduce dritto dritto alla triade femminile per eccellenza: trama, ordito e forbice delle vite. Ora strampalate sorelle dedite al rito del tè pomeridiano con biscotti della fortuna o topi crudi, a seconda dei gusti, ora invisibili e temibili vendicatrici di torti familiari, incontriamo Lachesi, Cloto, Atropo del mito greto nel lungo capitolo finale della saga, Le Eumenidi (ovvero le benevole, eufemismo che nasconde la furia), dove mettono in atto la fine di Sogno. Rappresentano un aspetto attivo e quotidiano, di ciò che sono Destino e Morte. In fondo alle scale di uno scantinato, dentro lo sgabuzzino delle scope, si rivelano dimostrando che l’imprevisto, il comunemente improbabile, il soprannaturale si agitano ovunque nel mondo della veglia, ma soprattutto in quei luoghi desolati cari a Swedenborg e a Yeats, siano essi naturali, urbani o domestici – colline, vicoli, angoli della casa. Hanno la consistenza di ombre resistenti e imperscrutabili. Leggiamo questo dialogo tra Atropo e Lachesi riguardo il destino:

Non è mai come lo vogliono, e se noi diamo loro ciò che credevano di volere restano ancora più insoddisfatti. ‘Non credevo sarebbe venuto così’, ‘Lo volevo come quello che avevo prima’… Non so perché ce ne preoccupiamo.

Ce ne preoccupiamo perché non abbiamo scelta. Perché è quello che siamo, sotto queste spoglie.

Quale altro sembiante in quale altra realtà parallela, possano assumere non ci è detto: l’intuizione e gli infiniti ribaltamenti del vero sono le uniche tracce che queste entità così umane e così aliene ci lasciano. Del resto chiunque intraprenda la lettura del Sandman dovrà accantonare l’idea di una trama definita in chiari antagonisti, aiutanti magici, riuscita finale; dovrà invece accettare che alcuni dei “fatti” restino un’eco misteriosa, epifanica per alcuni e del tutto irrelata per altri; che sogno, sognatore e sognato – ovvero i tre elementi chiave delle avventure – sono insieme luogo e tempo, sviluppo immaginario e vicenda concreta. Chi tiene un quaderno dei sogni sa che questi pezzi di mosaici diversi, il cui soggetto sfugge all’immediato riconoscimento, acquisiscono forza medianica una volta raccolti, formano un unico grande enigma da decifrare – e il tempo per farlo sarà tutta una vita. O, rovesciando la clessidra, tutta una morte da compiersi.

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Il tempo di una vita

Eccoci all’ultima chiave, non risolutiva, del Sogno: il tempo, il confronto della morte con l’eterno, tra la memoria, quale residuo e sorgente, e la capacità di escogitare nuovi modi di stare al mondo.

Gli Eterni sono tutti manifestazioni del tempo, inteso come la dimensione più intima delle esperienze e non come il loro trascorrere: Delirio che fu Delizia è la frattura, talvolta insanabile, tra le illusioni della prima giovinezza, sia di un singolo che dell’intero genere umano, e il saccheggio del divenire parte della società, dell’evolversi al conforme, all’accettabile; Disperazione e Desiderio sono le due forze che sprofondano nell’ossessione, nel tempo irrespirabile di chi vaga solo in se stesso, straniero al più vasto cronotopo di cui siamo solo un frammento. Ma certo Desiderio è anche l’incanto dell’occhio, la fragilità del cuore, l’azzardo che smuove i destini. Distruzione esplica la ciclicità delle epoche, il crollare dell’una nell’altra e ha, malgrado il nome, il piglio dell’ottimista, di chi è in grado di guardare le cose da fuori senza sentirsi sempre il primo attore. Destino, il più opposto a Desiderio, è l’ineludibilità dei fenomeni fisici, che si scrivono nel suo libro e dentro i suoi occhi ciechi; Sogno è la sapienza segreta che non vi è un solo tempo. Che perfino i vivi e i morti non sono separati, come non lo sono gli spettri dai corpi, le fantasie dai calcoli, le notti dai giorni. E poi c’è Morte che è semplicemente se stessa. A lei viene spesso dato il compito di consolatrice di Morfeo, quale saggia e gentile darkettona che giunge in un battito d’ali a consegnare le esistenze al loro ultimo significato.

Accanto agli Eterni c’è un’etica tutta particolare, intrinseca al tempo, che Morfeo imparerà a sostituire alla legge statica di responsabilità verso il suo regno: il cambiamento e ciò che comporta. Cambiare è guardare da un’altra prospettiva la sostanza in cui siamo immersi, sospesa tra un morire, che prima o poi arriverà, e un nascere di cui siamo già dimentichi. Nel Sandman cambiare o comporta una riformulazione del concetto di mortalità. Gaiman la illustra nel volume Vite brevi, e vite brevi sono tutte le esistenze al di là della loro durata, anche se si tratta a volte di individui che ricordano le tigri dai denti a sciabola, o di pochissimi altri che erano vivi prima che la terra acquisisse il suo stato solido. Perché non muoiono come gli altri? E perché la brevità quale beffarda, paradossale qualificazione? Ognuno, spiega Morte, ha esattamente il tempo che deve avere: una vita intera. E per quanto sembri lunga il congedo è sempre una strana sorpresa.

Due esistenze lunghissime, delle quali una sarà infine interrotta, si configurano quali poli opposti del lungo apprendistato di Sogno, del suo progressivo umanizzarsi, farsi compassionevole oltre che immaginifico. Il primo è un comune mortale, Hob Gadling, che Sogno e Morte conoscono nel 1389 in una taverna londinese. Lo ascoltano mentre spiega che morire è solo un’abitudine e come ogni abitudine può essere dismessa. Sogno, divertito, chiede a Morte di assecondarlo: Hob morirà solo quando lo vorrà. Da allora, ogni cento anni Sogno e Hob, Bob o Robert che sia, si danno appuntamento in quello stesso luogo. L’uomo attraversa fasi alterne, dal successo e la ricchezza alla povertà e la rovina eppure ad ogni incontro la sua voglia di vivere non viene meno. È forse questo inesauribile entusiasmo che gli permette di vedere a fondo nell’anima di Morfeo: quando questi si ripresenta nel 1889 Gadling lo scopre, dicendogli che non è affatto la curiosità per le sue avventure a portarlo lì, ma il bisogno di un amico. Sogno è cambiato. Le tribolazioni umane non gli sono più indifferenti, la solitudine necessaria del suo ruolo si è incrinata come uno specchio che non dà più una sola immagine, ma una miriade di riflessi, spezzati e storti che una volta erano l’uno e ora sono molte ferite, strane possibilità di sviluppo o smarrimento. Qualcuno dirà che lo specchio si è rotto. Altri che la sua luce si moltiplica all’infinito. Permette di vedere attraverso la consapevolezza del proprio punto fragile l’esistenza dell’altro.

La seconda vita breve tocca Morfeo da vicino: si tratta del figlio, nient’altro che l’oracolo Orfeo, la cui testa, viva è quanto resta dello smembramento effettuato dalla Furie nell’epoca del mito. Per orgoglio e ira, ferito dall’ostinazione del figlio a voler inseguire l’ombra di Euridice nell’Ade, Morfeo gli aveva negato la morte: ora torna nell’isola greca dove la testa è custodita, per compiere un gesto di pietà. I secoli trascorsi hanno mutato l’anima del Sogno, e il sangue di Orfeo gli cola dalle braccia trasformandosi in semplici e indolori fiori rossi che cadono a terra. Compassione e insieme delitto familiare, è questo a scatenare le Eumenidi e a far morire il Sogno, nella forma in cui lo conosciamo. La vita non è la sua lunghezza, ma ciò che ne facciamo, la volontà che impieghiamo per apprezzare la trama delle Parche. Per questo l’eternità è un dono per Gadling, un martirio per Orfeo. Mentre Sogno accetta di finire, si consegna a un nuovo, più docile Signore dei Sogni, albino e vestito di bianco laddove il nostro eroe era scuro e notturno. Un sé diverso, se non migliore. Dopo aver sognato l’universo ed esserlo stato si può sparire in qualcosa d’altro, liberi da colpe o doveri: sognarsi, forse, senza pensiero dentro la fine.

Dalla locanda

Ho scoperto e letto il Sandman durante uno dei periodi più difficili della mia vita a conclusione della mia adolescenza. Mentre in fumetteria acquistavo prima i fumetti singoli, poi i volumi, i miei cari e miei coetanei si uccidevano o morivano in incidenti; i miei amori erano tristi, contrastati, dannati, ma senza alcun romanticismo; osservavo l’abiezione, l’abbrutimento delle tossicodipendenze, la paura o vigliaccheria della maggioranza in cui forse pure io ero inclusa; esperivo lo stigma di una strana diversità che pure rivendicavo con orgoglio. Poi ho accettato che bisogna accogliere i cambiamenti, perfino quelli brutali, se non si vuole tradire se stessi. In tutto questo, viaggiando per l’Europa, rifugiandomi nella soffitta della mia vecchia casa, le storie del Sandman sono state davvero una luce di speranza. Nonostante tutto avevo ancora i sogni. Nei sogni niente era mai perduto.

Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d’ombra che sopravvivranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio (“Sogno di una notte di mezza estate” in Le terre del sogno).

Quindi compongo queste sabbie mobili di parole dalla locanda alla fine dei mondi. È qui che creature provenienti da ere e reami diversi arrivano per caso, colti da strani fenomeni meteorologici, come quella volta che ci fu un’anomala tempesta di neve, conseguenza dei funerali del Sogno. Mentre scrivo, nelle altre stanze vegliano e raccontano storie. Sono storie banali, esagerate, dolorose, felici, zuccherose, comiche, sboccate, enigmatiche. Ad ogni racconto gli ospiti si avvicinano l’uno all’altro, toccano la pura magia delle cose quando smettiamo di guardarle per vederle. Quando ci fermiamo e ascoltiamo tutti i mondi avverabili dentro di noi. Diveniamo il Sogno. Che è solo l’altra strada nel bosco, l’altra faccia del Reale – quello splendere segreto prima che si levi il vento a soffiarci la sabbia via dall’occhio.


[1] Nell’originale inglese la parentela viene esplicata dalla prima lettera dei loro nomi, la “D” del divino e del demoniaco: Destiny, Death, Dream, Destruction i gemelli Despair e Desire, Delirium che fu Delice.

[2] Che ritroviamo in The Dreaming, altra serie a fumetti nata da una costola del Sandman.

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