Da confine a frontiera. “Sui Confini”, di Marco Truzzi e Ivano di Maria

– Lorenzo Lazzerini –
Fotografie di Ivano di Maria gentilmente concesse da Exorma

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Questo viaggio potrebbe cominciare dalla frontiera dimenticata di Tarvisio, dall’enclave spagnola di Melilla o dall’insospettabile Basilea. In qualunque terra di confine c’è una linea di demarcazione (se fisica o immaginaria dipende da caso a caso), ma soprattutto ci sono persone, vite e storie che lo scrittore Marco Truzzi e il fotografo Ivano Di Maria hanno incontrato nel loro percorso. Sui Confini (Exorma Edizioni, 2017) nasce dall’idea di documentare le frontiere dismesse d’Europa e finisce con il racconto di una realtà che brulica di vita e che porta a interrogarci sul futuro dell’Unione Europea per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi. Un reportage narrativo che si trasforma in cronaca attuale, perché i confini attraversati da Truzzi dal 2014 al 2016 sono diventati anche casa dei migranti in fuga da conflitti e povertà. Non la descrizione di un progetto, ma una narrazione in prima persona, che comincia da un’idea nata nel 2013, come racconta l’autore.

Alla barriera di Tarvisio, al confine con la Slovenia, abbiamo trovato un’immagine di abbandono che rappresentava la base del nostro progetto: documentare i confini dismessi dopo la caduta del Muro di Berlino. Invece nella seconda tappa del nostro viaggio, a Melilla, un’enclave spagnola in territorio marocchino, abbiamo spostato completamente obiettivo.

Il recinto di filo spinato nell’estremo lembo meridionale d’Europa ha portato Truzzi a ragionare sull’apertura di nuovi confini, anziché sulla riattivazione dei vecchi. Anche perché su quei confini arrivano migliaia di persone, principalmente dall’Africa subsahariana e dal Sudan del Sud, ma con l’esplosione della crisi siriana altre migliaia di profughi hanno raggiunto questi luoghi di frontiera.

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Il libro cerca proprio di ragionare sulle definizioni di confine e frontiera. «Per confine intendiamo qualcosa che chiude, mentre per frontiera un’opportunità che si apre e dà una prospettiva – dice Truzzi -. Questi nuovi confini come la sospensione unilaterale di Schengen adottata dalla Francia a Ventimiglia, i muri ungheresi, il Brennero o i campi di Calais e Idomeni sono ferite aperte nel cuore dell’Europa. Da un punto di vista sociopolitico un confine è necessario, ma dipende che uso ne viene fatto».

Da qui nasce l’esigenza di un cambiamento dell’approccio da adottare per l’Europa dei giorni nostri. Viaggiando su queste terre di confine, scopriamo un continente da ripensare su presupposti diversi.

Non dovremmo più chiederci “quanta Europa ”, ma “quale Europa” vogliamo. E non “come” la vogliamo, ma “perché” la vogliamo. La nostra generazione è cresciuta con l’idea che ci potesse essere sempre più Europa dopo la caduta del Muro di Berlino il dibattito si è concentrato sull’allargamento dell’Unione. Per anni ad esempio siamo andati avanti riflettendo se la Turchia potesse essere considerata Europa. Invece di fronte a situazioni tipo Calais o Idomeni la domanda che ci siamo posti è: quale Europa siamo?

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Il “come” invece fa riferimento all’idea di stabilire regole comuni per creare un’istituzione sovranazionale dotata di trattati e moneta unica. Invece il percorso che ha portato alla nascita dell’Unione Europea partiva dalla domanda “perché la vogliamo?”.

Gli stati che uscivano dalla Seconda Guerra Mondiale definivano cose in comune sulla base di un perché. Questo porta ad avere un’ottica e una prospettiva di respiro più lungo rispetto a quello che accade adesso dove si naviga a vista e si risponde al problema con la costruzione di un muro, che invece risponde a una logica di breve termine.

Il confine diventa così paradigma di un cambio di rotta rispetto alle politiche di chiusura adottate da molti stati:

Svedesi o ungheresi dicono di voler proteggere “l’Europa”, ma andando in quei luoghi si percepisce una grande confusione di ordine politico e valoriale.
Se la risposta ai problemi è l’innalzamento di un confine il rischio è quello di trascinarsi in una spirale in cui finiremo per rimangiarci tutto il percorso compiuto negli ultimi 30 anni. Con la chiusura rischiamo di trasformare il continente in un reticolato di città-stato che nella contemporaneità di adesso non ha molto senso, e che può portare a un impoverimento sia culturale che economico.

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Dai confini esplorati da Truzzi arriva un racconto piacevole, di grande respiro europeo, e che cerca di raccogliere le energie positive che arrivano da queste frontiere. «La vera sfida sarà quella di riuscire a canalizzare nel senso giusto quella grandiosa pulsione alla vita che emerge da questi confini. A Idomeni e Calais ci sono moltissimi giovani, c’è il futuro, gente che arriva lì anche in condizioni disperate, ma che ha sempre un’idea proiettata sul futuro.
Chi recupera vecchie frontiere che non esistono più invece si ripiega inevitabilmente sul passato».


Lorenzo Lazzerini, nato a Pisa nel 1988. Giornalista, dopo la laurea in Scienze Politiche e Internazionali all’Università di Pisa, ha frequentato il Master in Giornalismo Internazionale presso l’Institute for Global Studies di Roma e il Master in Giornalismo dell’Università Iulm di Milano. Appassionato di letteratura e di viaggio, tende solitamente a coniugare le due cose. Vive a Milano dove lavora presso la cooperativa giornalistica Primo Piano e collabora con la rivista East Journal.

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