Letture cruciali: Abbacinante, di Mircea Cartarescu

– Vanni Santoni –
Grazie a Voland per la concessione dell’estratto

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Come sa chi mi segue su social, riviste e quotidiani, negli ultimi tempi sto conducendo una piccola campagna di invito alla lettura della trilogia Abbacinante di Mircea Cărtărescu, composta dai tre volumi L’ala sinistra (2008), Il corpo (2015) e L’ala destra (2016), tutti editi da Voland. La ragione per cui lo faccio è fin troppo banale: si tratta di un grande capolavoro. Era dai tempi di 2666 e, prima, Infinite Jest, che l’opera di un contemporaneo non mi impressionava così tanto, e non cito questi titoli a caso: anche, che so, Pastorale americana, Body art o Meridiano di sangue mi impressionarono molto, ma con i capolavori di Bolaño e Wallace Abbacinante ha in comune, oltre alla stazza, il fatto di sembrar suggerire una letteratura del futuro, che il loro stesso autore non ha pienamente decodificato, ma solo intuito. Come 2666 e Infinite Jest, Abbacinante è un’opera enorme e multiforme, a volte sublime e a volte anche imperfetta nel suo tentativo di abbracciare così tanto e tutto assieme, ma, come in quei due romanzi, l’imperfezione è di fatto una porosità che ne aumenta le possibilità di connessione, e quindi la grandezza.
A differenza di 2666 e Infinite Jest, editi rispettivamente da Adelphi e Einaudi Stile Libero, Abbacinante è pubblicato da una piccola casa editrice, non è sempre reperibile in libreria, e anche quando lo è difficilmente se ne trova il primo volume, pubblicato otto anni fa, il che contribuisce a scoraggiare e allontanare i lettori (perché, sì – checché ne dica l’editore, forse un poco intimorito dall’idea di dover dire che bisogna cominciare dal primo volume mentre sta pubblicando, otto anni più tardi, il terzo – bisogna cominciare dal primo volume, giacché l’opera è organica e gioca sulla rimodulazione, libro per libro, di una serie relativamente circoscritta di temi e passaggi chiave).
Dato che, per esperienza, la lettura dei brani di Abbacinante in pubblico ha sempre portato a fargli guadagnare qualche accolito, abbiamo deciso di offrire ai lettori di 404:File Not Found un estratto dal primo volume, con buona pace del suo non essere una ‘‘novità editoriale’’ – e siccome l’aggettivo con cui viene, a ragione, più sovente descritto il romanzo è ‘‘visionario’’, proprio una visione, e proprio dal primo volume, L’ala sinistra, è quanto proponiamo.

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II passato è tutto, l’avvenire è niente, il tempo non ha un altro senso. Viviamo su un pezzo di calcare estratto dalla sclerosi multipla del cosmo. Una bestiolina compatta, una sola particella, un miliardo di volte più piccola dei quark, un miliardo di miliardi di volte più rovente del nucleo del sole, conteneva e teneva unito nell’alito di una sola forza tutto il disegno che la nostra mente intravvede nell’istante in cui le è possibile vederlo, con bolle di spazio e stringhe e la dispersione nebulosa delle galassie e la cartina politica del pianeta e l’alito fetido dell’uomo che ti parla in tram e la visione di Ezechiele sulla riva del Chebàr e ogni molecola di melanina di un’efelide sotto il sopracciglio sinistro della donna che hai svestito e posseduto questa notte e la cera nell’orecchio di uno dei diecimila immortali di Artaserse e il gruppo di neuroni catecolaminergici del bulbo rachidico di un tasso addormentato nelle foreste del Caucaso. Essa conteneva soprattutto ciò che la nostra mente non ha conosciuto e non capirà mai, perché in un certo senso quel punto era la nostra stessa mente, era il pensiero che pensa se stesso, come una spada talmente tagliente da tranciarsi da sola. Era il passato assoluto, senza cesure, era la carne metafisica omogenea e priva di fibre, senza differenziazione interna, eccetto taluni impercettibili filamenti di futuro. Quando e perché la simmetria si spostò? Da chi e in che modo furono costruite le prime alterità? Chi poté sopportare lo schianto iniziale avvenuto con la scissione del Tutto? Il futuro che è alienazione, allontanamento e raggelamento, ha frantumato in mille pezzi il globo originario, ha spalancato piaghe orrende nel corpo unitario dell’essere, vuoti che non smettono di allargarsi separando i grani dall’essenza, lasciando gorgogliare fra di essi sangue fotonico. Una notte purulenta ha avvolto ogni corpuscolo, una schizofrenia nera e disperata. Una volta tanto semplice e perfetto, il cosmo si è dotato di organi, di sistemi e di apparecchiature e oggi, grottesco e affascinante come una macchina a vapore relegata in un museo, trepida ostensibilmente con tutte le sue bielle e manovelle sotto una campana di vetro. E finanche la campana della nostra mente è incorporata nella desolazione cosmica, è un organo interno che riflette la totalità come la perla riflette intorno a sé la polpa martoriata dell’ostrica.
Eppure l’universo non è tutto ciò che accade ma molto di più. Infatti se i nostri centri di analisi, quelli di ogni essere vivente, gli occhi, gli occhi sfaccettati, gli occhi uguali a una fotocamera, le antenne e le loro batterie di chemioricettori, le linee laterali dei pesci, le orecchie e la loro chiocciola tremula, le cellule osmiche delle fosse nasali, le papille gustative, gli organi con i quali il ragno percepisce le vibrazioni, quelli con i quali la zecca scopre il biossido di carbonio, i ricettori tattili e quelli che si avvolgono su ciascuna fibra delle parti orali del sarcopte, quelli che sono sensibili al caldo e al freddo, quelli che eccitano le rocce oolitiche dell’organo dell’equilibrio e gli altri centomila sensi che inghiottono alla rinfusa le vibrazioni della materia, se queste vulve, queste ventose aderiscono alla simmetria stellare, esistono anche per un altro verso, percepibili soltanto dal superorgano sensorio del pensiero, iper-simmetrie, strutture avvolte in se stesse che annullano a un livello superiore il corso che va dal passato verso l’avvenire, dalla totalità verso il nulla. Il cosmo, a un livello superiore rispetto al paesaggio delle galassie e dei quasar, si riflette da sé grazie a un iper-spirito di cui la memoria è il fondamento. C’è una memoria universale che ingloba, immagazzina e distrugge l’idea del tempo. C’è l’Akasia, l’Akasia è la sola possibilità dell’universo, fuori dall’Akasia non c’è salvezza. Essa è l’occhio che sta in fronte alla Totalità, ne contiene la storia con tutto ciò che è, fu e sarà. In Akasia la morte non esiste, né la nascita, tutto è complanare e illusorio. Ogni avvenimento del mondo e ogni particella di sostanza e ogni quantum di energia è, in una luce transfinita, presente laggiù, nel Ricordo. E se il nostro pensiero (che in momenti estatici e privilegiati scorge l’Akasia) riuscisse un domani, forse aggiungendo un settimo strato di neocorteccia o dotandosi di una qualche altra bizzarra base organica, ad arrotolarsi di colpo su se stesso nel modo in cui, un tempo, nel cervello di una creatura coperta di pelliccia, lo sciente si è rivolto verso se stesso divenendo coscienza, noi riusciremmo forse come gli angeli a scoprire la Memoria della Memoria del mondo, e la Memoria della Memoria della Memoria e così via senza fine. E se la coscienza, trasformata così in pre-scienza, si riflettesse ancora una volta in se stessa, sarebbe capace, diventata onni-scienza, di ergersi al di sopra di questa visione a distanza di memorie, per vedere l’infinitezza dei petali nel cuore della rosa, il ragno incantevole che con le sue infinite agili zampe tesse l’illusione, modellandola in fretta in forma di cosmi, spazi e tempi, di corpi e di volti.
Noi stessi, che siamo soltanto un organo insignificante del mondo, siamo però, a nostro modo, il mondo intero. Tutto è allo stesso tempo dappertutto e in ogni istante poiché, come una sbarra che ruota lentamente e descrive un cerchio intero e immobile, come la scansione catodica definisce l’immagine televisiva, così il rocchetto iniziale che si diede a descrivere il mondo ha impresso una configurazione identica a tutti i frammenti dell’essere, dall’alto al basso, dagli oloni alla oloarchia, dagli eoni al pleroma… Lo spazio è il paradiso, il tempo è l’inferno. Ora, cosa strana, come nell’emblema della bipolarità, c’è luce al centro dell’ombra, e il granello d’ombra sta nella luce. Perché altrimenti che cosa sarebbe la memoria, questa fontana imprigionata nel cuore della mente, del paradiso? Con la sua ghiera di marmo levigato, con la sua acqua sciabordante, verde come il fiele, con il drago dalle ali di vampiro che vigila su di lei? E che cosa sarebbe l’amore, l’acqua limpida e fresca delle profondità dell’inferno del sesso, la perla grigia della conchiglia di fuoco e delle grida laceranti? La memoria, questo tempo di un reame fuori dal tempo. L’amore, questo spazio di un territorio fuori dallo spazio. I semi contrapposti eppure così simili della nostra esistenza, che si riuniscono sopra la grande simmetria e la annullano in un solo grande sentimento: la nostalgia.
Siamo animali nostalgici, un’abiezione organizzata geometricamente, come se il nostro genitore avesse sputato nel calice di un giglio da cui fossimo stati originati, in un miscuglio di espettorazione e di profumo. Poiché però fuori dall’Akasia la memoria conosce solo la dimensione del passato, la nostra nostalgia è un sentimento mutilato, parziale, che scambia una metafora per la realtà e si avvolge attorno a una mezza verità. Possediamo tutti la memoria del passato, ma quanti siamo a ricordare l’avvenire? Nonostante tutto noi stiamo fra il passato e l’avvenire come un corpo vermiforme di farfalla tra le sue due ali. Possiamo utilizzarne una per volare, perché abbiamo inviato i nostri filamenti nervosi fino alle sue estremità; quanto all’altra, non la conosciamo, quasi fossimo privati dell’occhio che guarda dalla sua parte. Ma come possiamo volare con un’ala sola? Profeti, illuminati, eretici della simmetria, potrebbero prefigurare cosa potremmo e cosa dobbiamo diventare. Orbene, ciò che essi vedono per speculum in aenigmate, tutti noi lo vedremo chiaramente, almeno chiaramente quanto vediamo il passato. Allora la nostra torturante nostalgia sarà piena e intera, il tempo non esisterà più, la memoria e l’amore si confonderanno come si confondono cervello e genitali e noi, noi saremo identici agli angeli.
L’abiezione e la gloria aderiscono allo stesso titolo, in quanto mucosità che può essere anche mirra sacra, alle forme del nostro corpo. L’abiezione perché siamo vermi, tubi a doppia simmetria con la nutrizione in mezzo e il ricambio e la riproduzione alle estremità. Un budello pieno di escrementi fra un cervello e un organo sessuale. Il nostro pensiero, che teniamo nel massimo conto, non è un fenomeno più stupefacente di quanto non lo sia la capacità dei pesci degli abissi di produrre luce o quella della torpedine di provocare scosse elettriche. Noi possediamo forse un senso della divinità, ma davvero tanto rudimentale, limitato a una reazione della serie ‘più’ o ‘meno’, ‘essere’ o ‘non essere’, proprio come i parameci possiedono una macchia rossa per reagire alla luce senza tuttavia ‘vedere’. Che cosa possiamo recuperare in noi stessi? L’anima? Il corpo stellare? La coscienza? Un banale tumore li annulla, un nodulo epilettico turba la memoria, l’immagine delle natiche di una donna ti blocca il pensiero, un’ingiustizia ti proietta in un puro delirio paranoico, un incubo ti raggela dalla nuca alla fronte… E tutto accade su un granello di sabbia di una spiaggia delle dimensioni dell’universo. Dove rimane spazio per la redenzione? Perché saresti tu, fango atomico, tu e nessun altro, a ricevere il dono della vita eterna?
Lode, poiché la simmetria dei mondi deriva, per strabilianti analogie, dalla simmetria del nostro corpo. L’embrione umano riproduce in breve la filogenesi del mondo vivente. Mentre, traslucidi e con la schiena ricurva, siamo immersi nella piscina muscolosa dell’utero e sentiamo il calore della vescica e del retto, avviluppiamo con complessità crescente i livelli embrionali per essere a turno celenterati e vermi, pesci dalle branchie a pettine e batraci, mammiferi insettivori e primati, finché non laceriamo la vulva sanguinolenta e, macchiati di meconio, facciamo irruzione a capofitto in quest’altro ambiente, “nuova terra e nuovo cielo” in cui si dispiegherà la nostra vita fino alla nascita successiva… In fondo nascere, giocare, innamorarsi, riflettere, maturare e morire, vuol dire respirare la temporalità delle gonadi, delle vertebre, degli sfinteri, degli intestini, del diaframma, dei polmoni, del cuore, delle giugulari, delle mascelle, del cervello e del cranio, è viverne.
E se l’intera nostra vita è semplicemente l’ombra che il nostro corpo proietta sul tempo, noi possediamo forse egualmente una super-ombra, una proiezione più vera e più complessa di quanto non sia l’oggetto stesso, un’ombra che ci abita proprio come il granchio parassita riempie della sua sostanza il corpo del granchio ospite, non allo stesso modo però, perché qui il parassita è di gran lunga superiore all’ospite. Fatto di una sostanza spirituale, del cristallo gassoso che circola nelle vene di diamante e nelle arterie di giada, nei capillari perlacei e nei canalicoli di porfido, negli interstizi di turchese e nei canali linfatici di opale, per raggiungere i reni di diaspro e la pelle di quarzo e il cuore di zirconio e il cervello di berillo e i testicoli di zaffiro, il nostro angelo interiore, la nostra ombra interiore perfettamente posata sulla melma marcia della nostra carne, il nostro corpo celeste ha anch’esso la sua anatomia paradossale. Ci sono sette chakra lungo la spina dorsale, e sette plessi nelle viscere. Tre si trovano sotto il diaframma, al polo del tempo e del sesso, della vita vegetativa. Il diaframma, che separa lo spirito dalla materia, traccia il confine fra i due regni, poiché siamo esseri anfibi, tra cielo e terra. Esso è la superficie del terreno: sotto si trovano le radici cieche che annaspano fra le talpe, sopra invece la corona con i suoi doni offerti verso le stelle…
Dovremmo ricordare con i testicoli e amare col cervello, ma le cose vanno diversamente. La memoria abita al centro della mente e l’amore fra le cosce, come se l’anima perversa si fosse collocata alla rovescia nella sua bara di materia organica. Una volta forse, una volta certamente, prima di incontrare il muro del diaframma, il muro del palazzo costruito in via Stefan cel Mare, il muro grossolano della maturità, i sette chakra e i sette plessi sono stati invertiti, è perciò vero che pensavamo e amavamo con uno stesso organo, che potevamo eiaculare e ricordare con un altro situato dalla parte opposta. In seguito, a immagine del feto all’ottavo mese che si rovescia a testa in giù nell’utero, il nostro doppio di chakra e plessi e raggi ha fatto anch’esso la capriola che ci fa tanto paradossali. Tanto affascinanti. È forse proprio il feto che si è girato presagendo la propria nascita. Perché siamo tutti donne, uteri che si lacereranno e marciranno per risorgere sotto nuovi cieli, in un altro mondo, cristallini, trasparenti come crostacei e con sette cuori che batteranno al ritmo dell’alfa, come sette cervelli, o come sette organi sessuali.
Nelle profondità del chakra a tre petali, nell’occhio frontale, la memoria tesse un uomo che, per quanto ripugnante (perché il tempo è l’inferno dunque ogni creatura temporale è un demonio o forse un dannato per l’eternità), è il nostro gemello, e uno strano desiderio ci spinge l’uno verso l’altro, l’uno nelle braccia dell’altro. Quando, in qualche pomeriggio di un’estate radiosa, sdraiato sul letto, mentre fuori gridano i bambini e fluttua la lanugine dei pioppi, mi ricordo scene e gesti e volti molto antichi, oscuri ed enigmatici, fusi in un’emozione pura, d’improvviso lo vedo, quel gemello che mi cresce dentro ma in un’altra dimensione, che sta nascendo dalla mia carne, una caricatura spaventosa che però mi è cara. Ogni momento si stacca un po’ di più da me, sempre più insolente e indipendente, cresce in ombra e potenza, s’innalza sopra di me, saggia gli artigli, le ali da pipistrello, il becco dai denti di traverso, come sulla dentiera di mia madre, l’unico occhio nell’osso nero e lucido della fronte. Esce da me come fa un insetto, ancora umido e molle, dal bozzolo. La mia memoria è la metamorfosi della mia vita, l’insetto adulto di cui la mia vita è la larva. E se non mi tuffo nell’abisso di latte che la circonda e la cela nella crisalide della mente, non saprò mai se sono stato o se sono una mantide vorace, un opilione sognante sulle sue zampe interminabili o una farfalla di bellezza sovrannaturale.
Mi ricordo, vale a dire invento. Tramuto l’ebetudine degli istanti in oro pesante e viscoso. E in qualche modo trasparente, sempre più trasparente man mano che mi si fa più profonda la fontanella cerebrale (mentre io, una struttura ossea sporta sul bordo, contemplo i miei occhioni sognanti riflessi nell’acqua dorata). Quel luogo ialino in cui si incrociano, come tre fiori araldici su uno stemma, il sogno, la memoria e le emozioni, è il mio dominio, il mio mondo, il Mondo. Lì, nel cilindro sfavillante che mi scende al cervello. Lì, come un pezzo da museo nello spesso barattolo di vetro verde, c’è lui, pallido e gonfio d’alcol, con le palpebre semichiuse come quelle degli asiatici, col sorriso estatico e sciapo, col cordone ombelicale arrotolato sulla pancia. Come lo riconosco! Come lo immagino! Oh! Mio gemello, riapri le palpebre pesanti di rimmel, socchiudi le morbide labbra coperte dal rossetto, gònfiati fino a far esplodere la storta e, in frammenti di cranio, in mucillagini organiche, vieni alla luce! Rischiara con l’occhio della tua fronte le sottili pagine fatte di membrana madreperlacea di questo libro. Di questo libro illeggibile, di questo libro.

* * *

Due interviste di Vanni Santoni a Mircea Cărtărescu sono leggibili su Le parole e le cose e minima&moralia.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marcellino Iovino ha detto:

    Magnifico “sound”. Mi ricorda, seppure in maniera vaga, Céline.

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