[TraDueMondi] La Cina e il continente africano: quale futuro? Imperialismo e colonialismo nella storia economica dell’Africa

– Gabriele Cappelli –

china-africa
Fonte: CartoonArts Internationa, NYTS

[Continua Tra Due Mondi, il focus tematico sulla storia economica e sociale italiana, ogni due venerdì su 404. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, è possibile recuperarle qui. Segnalazioni e proposte di nuovi articoli sono, come al solito, ben accette.]

Negli ultimi due anni molti analisti si sono chiesti se i massicci investimenti della Cina nel continente africano possano dare un nuovo impulso all’economia della regione, oppure condannarla a seguire un sentiero di crescita basato sulle materie prime e la produzione di beni primari. La questione è chiara: siamo davanti a delle nuove opportunità, oppure ad un nuovo imperialismo volto allo sfruttamento delle risorse, con scarse ricadute positive sull’Africa? Quest’articolo cerca di offrire degli spunti di riflessione sulla questione, presentando una panoramica di alcuni temi legati alla storia economica del continente.

Il ruolo della Cina nella costruzione d’infrastrutture e gestione delle risorse minerarie ed energetiche in Africa è sicuramente di primo piano anche se, come sottolinea l’Economist, ci sono anche altri investitori che mirano a ricoprire un ruolo di primo piano in quello che sembra essere un vero e proprio boom economico. Nonostante l’importanza della Cina a livello di relazioni commerciali, infatti, questa rimane ancora indietro rispetto a molti paesi (fra i quali l’Italia) per quel che riguarda gli investimenti diretti – oltre ad essere orientata verso altre regioni del mondo, fra le quali spicca l’America Latina.

Inoltre, l’insofferenza della società civile africana verso l’operato delle imprese cinesi è cresciuta di pari passo con il peso del colosso asiatico nell’economia locale. Investimenti basati sulle relazioni fra governi con scarsa partecipazione dei privati, scarso interesse per i diritti umani e un impatto forte della gestione cinese sull’economia dei paesi partner stanno erodendo parte della percezione positiva del ruolo della Cina. Questo trend sembra aggravato anche dal ruolo del paese asiatico nel processo di land grabbing che si sta sviluppando sul continente africano. Dato il rialzo del prezzo dei beni alimentari nella prima decade del 2000, molti investitori hanno cercato di comprare terreni: infatti, in Africa risiede il 60 per cento della terra coltivabile del nostro pianeta, terra che ancora presenta livelli di produttività pari a circa il 25 per cento del suo potenziale, e che quindi fa molta gola.

Al Jazeera ha evidenziato come diversi paesi – Zambia, Senegal, Namibia, Malawi e un importante partner commerciale della Cina dagli anni Sessanta, come la Tanzania – abbiano iniziato a riportare problemi con la politica d’investimenti del governo cinese in Africa, soprattutto per quel che riguarda la scarsa qualità delle costruzioni messe in piedi dalle sue imprese, insieme allo scarso interesse mostrato da quest’ultime per le condizioni di lavoro e per le leggi locali. Certo, questa è ancora una piccola porzione dei 32 paesi con i quali la Cina ha firmato trattati relativi ai suoi investimenti all’estero, ma è un indice che il malcontento cresce nelle popolazioni e nella classi dirigenti locali. Inoltre, anche se in teoria questi investimenti pubblici potrebbero aiutare a rilanciare l’iniziativa privata, il Financial Times dubita che la Cina possa facilmente lasciar partecipare altri partner ai giochi.

Sicuramente l’investimento massiccio in infrastrutture può essere considerato un aspetto positivo, anche se la scelta delle location potrebbe essere funzionale al commercio con la Cina più che a dinamiche interne ai paesi partner in Africa, un po’ come la ferrovia costruita in Senegal a partire dalla fine del XIX secolo per dare un impulso al commercio degli arachidi dopo l’abolizione del commercio di schiavi. Il fatto, potenzialmente negativo nel medio-lungo periodo, è che la Cina possa spingere l’Africa verso un sentiero di crescita (molto più che di sviluppo) basato sulla specializzazione in settori legati alle materie prime, fonti energetiche e beni primari (per esempio beni agricoli da export, i cosidetti cash crops) che rischiano di tenere agganciati questi paesi ad un modello di sviluppo molto volatile, poco sostenibile e legato alle sorti dell’andamento economico in altre regioni del mondo (cioè quelle più sviluppate economicamente, che domandano questi prodotti).

Secondo una recente ricerca di storia economica, che tende a introdurre una componente economica nella spiegazione delle cause dell’occupazione dell’Africa a seguire la conferenza di Berlino – andando oltre la logica degli equilibri di potere e del nazionalismo dilagante in Europa (che pure ha giocato un ruolo chiave) – proprio questo tipo di specializzazione, unito all’aumento sostenuto dei prezzi internazionali di detti beni dal 1845 e fino al 1885, spiegherebbe perché l’occupazione dell’Africa abbia avuto luogo proprio negli anni Ottanta del XIX secolo.1 A partire dal 1845 i produttori in Africa rispondono alla domanda di beni primari dei mercati Europei e Nordamericani, sostenuta dalla crescita rapida del prodotto interno lordo, dalla liberalizzazione del commercio nella seconda metà del XIX secolo e dalla forte riduzione dei costi di trasporto dovuta alla diffusione della nave a vapore e del treno, che connette le regioni interne di molti paesi con la costa e – di fatto – con i mercati internazionali. Un flusso sempre maggiore di beni quali olio di palma e arachidi, avorio, oro, gomma e pelli si dirigono dall’Africa verso imprese e consumatori Europei. Inoltre, le nuove tecnologie della Prima Rivoluzione Industriale consentono anche una diminuzione dei costi dell’occupazione coloniale: fucili e navi a vapore, ma anche il chinino che aumenta la resistenza degli Europei alle malattie che incontrano nel continente africano. Mentre i beni africani acquistano valore sui mercati internazionali, le potenze europee iniziano a spartirsi il continente durante la Conferenza di Berlino.

Un punto che gli autori di questo studio trovano molto interessante è il fatto che i prezzi relativi delle esportazioni africane siano diminuiti fortemente proprio a partire dagli ultimi anni del 1800, e fino alla Seconda Guerra Mondiale (quando erano tornati al loro livello di inizio 1800). Nonostante ciò, la colonizzazione e lo sfruttamento delle risorse hanno messo in moto un meccanismo di specializzazione produttiva che ha portato il volume delle esportazioni ad aumentare in maniera molto accentuata proprio mentre il loro valore scendeva come mai era successo nel secolo precedente. A prima vista quindi, questo può far pensare che il colonialismo abbia imposto una specializzazione produttiva ai paesi africani, e che li abbia costretti a rimanere orientati verso l’agricoltura e la produzione di prodotti primari da export piuttosto che diversificare la produzione puntando sulle manifatture, proprio in un momento in cui forse, dopo decenni, conveniva finalmente farlo. D’altra parte, è anche vero che la specializzazione produttiva dell’Africa era già in corso quando gli Europei si sono spostati verso l’interno del continente, cercando risorse quando il commercio degli schiavi diventava sempre più marginale (e con esso, lentamente, anche la schiavitù stessa, almeno ufficialmente).

Se si accetta l’ipotesi che la specializzazione produttiva basata sul settore primario in Africa sia stata rafforzata e forzata dall’occupazione europea, si può anche ipotizzare che questo tipo di dinamica abbia appesantito alcuni svantaggi dell’Africa in termini di dotazione di fattori di produzione (capitale, terra e lavoro). Secondo Austin, infatti, la dotazione di fattori del continente ha rappresentato, in generale, un ostacolo verso la sua industrializzazione e il suo sviluppo. L’Africa pre-coloniale, infatti, presenta una dotazione di fattori simile a quella delle Americhe, che pure sperimentarono un processo di crescita abbastanza sostenuto durante il XIX secolo: terra abbondante e scarsità di lavoro, il che implica alti salari, almeno in alcune regioni dell’Africa Occidentale.2 Perché quindi non si assiste allo sviluppo di una meccanizzazione dell’agricoltura, incentivata dal progresso tecnico e dagli alti salari? Austin elenca alcune ragioni: in primis, l’uso diffuso della schiavitù prima che questa fosse sfruttata in modo massiccio dagli Europei nelle Americhe rappresenta una soluzione “facile” per abbattere l’alto costo del lavoro. Inoltre, in alcuni contesti vendere persone era più redditizio che usarle come fonte di lavoro, una dinamica peggiorata dalla bassa produttività della terra in molte regioni dell’Africa Sub-Sahariana.

Infine, il tipo di suolo in alcune regioni africane non favoriva la congruenza tecnologica con i paesi economicamente più avanzati, cioè l’imitazione e l’applicazione di tecnologie straniere (soprattutto europee). La maggior parte delle innovazioni europee nell’agricoltura poteva adattarsi bene al suolo delle Americhe, ma i suoli leggeri e spesso sabbiosi dell’Africa non permettevano grandi aumenti di produttività legati al loro utilizzo. Spingendo questa tesi più in là, si potrebbe pensare che la forzatura su alcune specializzazioni e l’imposizione di tecnologia europea abbiamo limitato le possibilità di alcuni paesi africani di dotarsi di tecnologie più congrue alla propria dotazione di fattori e di puntare su una specializzazione più legata alle manifatture con alto contenuto di lavoro. Per questo, secondo Austin, l’Africa, anche in assenza di colonialismo, si sarebbe specializzata nella produzione di beni primari. Però forse, una specializzazione non legata al colonialismo avrebbe garantito una successiva crescita delle manufatture ad alto contenuto di lavoro (piuttosto che di capitale, come in Europa e Nord-America) e lo sviluppo di tecnologie congrue alla dotazione di fattori della maggior parte delle regioni del continente africano.

Quindi, viene da dire, il problema non è la specializzazione in sé, ma il modo in cui queste risorse vengono investite. Se queste sono orientate verso politiche di sviluppo industriale che si adattino alla dotazione di fattori della regione, in infrastrutture, e magari in investimenti sociali, quali salute ed educazione, una specializzazione di questo tipo potrebbe giovare al futuro economico dell’Africa.

John Sender, in un articolo pubblicato nel 1999 nel Journal of Economic Perspectives, mostra proprio come i governi del tardo periodo coloniale e post-coloniale abbiano raggiunto risultati importanti a livello di sviluppo sociale e umano, analizzando la diffusione d’infrastrutture di trasporto, la crescita della produttività nell’agricoltura, l’aspettativa di vita e l’istruzione.3 Sempre secondo Sender questi risultati positivi, anche a fronte di una crescita economica piuttosto lenta, sono stati rallentati dalle politiche legate al Washington Consensus a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, causando – almeno in parte – un rallentamento degli investimenti che potessero davvero sostenere la crescita economica. Sender, nel suo articolo, critica poi la visione della Banca Mondiale secondo cui i paesi africani non dispongono d’istituzioni capaci di governare un processo di cambiamento economico e sociale: da qui l’idea che i governi debbano rivestire un ruolo minimo nello sviluppo del continente, che è propria del Washington Consensus. I recenti tentativi della società africana di alzare la propria voce contro scelte di potere influenzate dalle politiche della Cina in Africa sembrano invece indicare un cambiamento piuttosto rapido nelle istituzioni, che cozza in modo forte con la visione negativa della maggior parte degli economisti, centrata su cambiamenti istituzionali lenti e sulla presunta incapacità dei paesi africani di dotarsi di forme di governo che siano sinonimo di crescita e sviluppo.

Ovviamente la Cina esercita un’influenza importante e, come si ricordava in apertura, i proventi degli accordi commerciali ed economici con i paesi africani potrebbero essere semplicemente canalizzati verso investimenti che beneficiano la produzione di risorse nel futuro (o la stabilità e risorse delle classi dirigenti locali) con ricadute marginali sulla popolazione. Dato il problema evidenziato da una gran parte della letteratura nella gestione delle risorse naturali in Africa, il quadro che si prospetta sembra dunque piuttosto fosco. Nonostante questo, alcuni studi recenti sulla colonizzazione dell’Africa hanno confermato la presenza di alcune ricadute economiche positive dell’occupazione europea nel lungo periodo, prodromo in qualche modo del trend positivo evidenziato sa Sender per gli anni 1960 – 1990 – che scarsamente ci saremmo potuti aspettare in assenza dell’occupazione europea, come ci ricordano Heldring & Robinson.4

Si badi bene che non si tratta di cambiare giudizio sul colonialismo in sé. È imprescindibile infatti ricordarsi delle perdite umane (soprattutto) e quelle riguardanti libertà e diritti delle popolazioni coinvolte, quanto l’instabilità politica e sociale causata dalla partizione del continente a tavolino. Per esempio la schiavitù, prodromo dell’occupazione massiccia dopo la conferenza di Berlino, di fatto abolita ma in realtà ancora tollerata fino – in alcuni casi –  alla Seconda Guerra Mondiale, ha avuto un impatto forte e negativo sul’economia Africana. Secondo le stime del progetto Trans-Atlantic Slave Trade Database parliamo di 12 milioni e mezzo di schiavi deportati verso le Americhe, senza contare quelli impiegati all’interno dell’economia del continente. Numeri considerevoli, se si considera che alcune recenti stime (un tentativo che non può essere che un “circa”) parlano di una popolazione in Africa di circa 114 milioni intorno all’anno 1850.5 Nathan Nunn mostra una correlazione forte fra l’intensità della deportazione di schiavi6 prima del 1800 e il livello del PIL pro capite dei paesi africani nell’anno 2000. Secondo Nunn, la schiavitù ha minato fortemente la costruzione di quei legami sociali che sono prodromi di uno stato forte e centralizzato. La schiavitù, favorita da un clima di incertezza, raid continui e guerra, certamente non ha contribuito a creare stabilità e ordine che potessero spingere la creazione di entità statali forti, in grado di garantire l’espansione di beni pubblici come difesa, istruzione e salute.7 In questo, Nunn abbraccia la tesi di Gennaioli e Rainer, secondo cui l’esistenza di stati precoloniali forti favorì un buon funzionamento dele istituzioni coloniali, che si è poi tradotto in una migliore performance economica nel periodo postcoloniale.8 Purtroppo questi studi, per quanto forniscano un’idea robusta sul legame fra alcune variabili nel lungo periodo attraverso esercizi econometrici,9 non forniscono molti spunti interessanti sul meccanismo che le lega nel tempo: un problema che Gareth Austin ha definito “compressione della storia”.

Possiamo però dire che, nonostante un impatto indubbiamente negativo dell’occupazione europa in Africa brevemente presentato nei precedenti paragrafi, le istituzioni e la società africana abbiano potuto beneficiare della maggiore offerta di beni pubblici nel medio o lungo periodo?

Il punto (spinoso) della questione è che è difficile dare un “giudizio” sulla colonizzazione senza la possibilità di costruire un controfattuale.10 Il problema è che, per molti paesi africani, costruire un controfattuale è molto difficile, data la nostra scarsa conoscenza del periodo precoloniale (che non è aiutata dalla mancanza di dati di sintesi). Heldring e Robinson hanno recentemente ipotizzato che, per alcuni paesi, il colonialismo possa essere stato positivo. Comunque, nella maggior parte dei casi, il giudizio rimane negativo, o la base conoscitiva troppo limitata per elaborarne alcuno.

Va detto però che alcuni studi sulla salute della popolazione africana e sulla sua istruzione hanno evidenziato aspetti positivi nel processo di crescita africano, per esempio Moradi11 ha analizzato l’evoluzione della statura nel periodo coloniale in Kenya come indicatore di benessere.12 Moradi mostra come il Kenya fosse caratterizzato da forti disparità regionali, che non si sono azzerate nel lungo periodo. Allo stesso tempo però, le altezze sono cresciute ovunque, e di molto (parliamo di alcuni cm di media in meno di 100 anni), con una discreta convergenza regionale nel lungo periodo. Alcune recenti stime, ancora molto preliminari, sembrano confermare questo pattern positivo per un maggior numero di paesi del continente.

La questione dell’istruzione è anch’essa fondamentale. Mentre nell’Africa precoloniale alcune società si avviavano verso l’alfabetizzazione, anche grazie alla diffusione dell’Islam, solo con la colonizzazione si avvia un tentativo sistematico di sviluppo della scuola. La letteratura si è occupata soprattutto delle politiche coloniali per l’istruzione nelle colonie francesi e britanniche, proprio per la loro antitesi.13

Nelle colonie francesi dominava infatti l’idea di assimilation, ovvero la volontà di formare la popolazione africana (o almeno alcune delle sue elites) come cittadini francesi, in tutto e per tutto equiparati a quelli della metropoli (almeno sulla carta). I cittadini dei primi territori francesi nella regione del Senegambia, i cosiddetti Quattro Comuni (Goree, St. Louis, Dakar e Rufisque) ottengono diritti politici ed elettorali già a partire dal 1848. In questo contesto, la politica francese si prefigura come centralizzata e volta all’assimilazione della popolazione nativa africana ai valori francesi. Per questo si insegna in scuole elitarie, in francese, spesso con insegnanti che parlano francese.

La Gran Bretagna sceglie una politica per l’istruzione nelle colonie totalmente differente: si lascia ampio spazio di manovra alle missioni religiose nel campo dell’istruzione, che già avevano preceduto l’occupazione coloniale di fine 1800. La politica coloniale inglese favorisce un sistema d’istruzione più decentralizzato che meglio può adattarsi a contesti diversi. Si insegna attraverso le lingue native, e spesso i maestri sono del posto.

Che frutti danno questi due approcci? Come mostra Frankema, intorno al 1938 le colonie britanniche sembrano avere un netto vantaggio.14 Vale a dire, un processo di sviluppo inclusivo e basato sulla sinergia fra centro e periferia e supportato dagli sforzi locali funziona certamente meglio di un approccio dall’alto. Oltre alla valenza che questo risultato ha per l’Africa oggi, data l’importanza della qualità dell’istruzione nei processi di sviluppo, nonché come parte integrante del benessere della popolazione,15 questo risultato richiama l’imposizione da parte del governo cinese (aiutato dai governi africani) di politiche e misure che potrebbero male adattarsi alla domanda e alle istanze della popolazione africana.

Per concludere, quindi, il crescente peso della Cina in Africa rimane ambivalente. Gli investimenti delle infrastrutture possono essere visti in senso positivo: d’altra parte, il processo di acquisizione di terra e il forte orientamento verso l’estrazione di materie prime potrebbe minare la capacità di sviluppo e crescita della regione nel prossimo futuro. L’analisi del periodo coloniale, e la panoramica offerta da Sender per il periodo postcoloniale, suggeriscono che lo sviluppo di tecnologie congrue alla dotazione di fattori del continente africano sarà importante per favorire una crescita sostenuta nel tempo. Questo processo sarebbe aiutato dallo sviluppo di capacità (e capabilities, nel senso di Sen) legate all’istruzione e allo sviluppo umano, in cui i governi africani e gli investitori stranieri potrebbero giocare un ruolo fondamentale, andando oltre la visione del Washington Consensus. Solo con un ampliamento dei beni pubblici e uno sviluppo più attento alle istanze della popolazione africana potrebbe trasformare un possibile, nuovo imperialismo “estrattivo” in un impulso decisivo per lo sviluppo economico in Africa.

1 Frankema E., J. G. Williamson e P. Woltjer (2015), “An economic rationale for the African scramble: the commercial transition and the commodity price boom of 1845-1885.” NBER Working Paper 21213.

2 Austin, G. (2008), “Resources, Techniques, and Strategies South of the Sahara: Revising the Factor Endowments Perspective on African Economic Development, 1500-2000.” The Economic History Review 61 (3): 587-624.

3 Ringrazio Gerardo Serra per questa e altre segnalazioni molto utili. Qui il riferimento: Sender, J. (1999), “Africa’s Economic Performance: Limitations of the Current Consensus”, Journal of Economic Perspectives 13 (3): 89-114.

4 Heldring, L. and Robinson, J. A. (2012), “Colonialism and Development in Africa.” NBER Working Paper, 18566. A William Tubman, presidente dell Liberia dal 1944 al 1971, è attribuita la frase secondo cui la Liberia non avrebbe potuto svilupparsi perché non aveva sperimentato i benefici del colonialismo.

5 Frankema, E. e M. Jerven (2014) “Writing History Backwards or Sideways: Towards a Consensus on African Population‚ 1850-present.” Economic History Review 67 (4): 907-931.

6 Stime del numero assoluto di schiavi deportati normalizzati alla superficie dei ogni paese (ai confini correnti).

7 Nunn, N. (2008), “The long-term effects of Africa’s slave trades”. The Quarterly Journal of Economics 123 (1): 139-176.

8 Gennaioli N., I. Rainer (2007), “The modern impact of precolonial centralization in Africa.” Journal of Economic Growth 12 (3): 185-234.

9 L’econometria è l’applicazione di modelli statistici (e di teoria economica, spesso neoclassica) allo studio empirico dell’economia. In storia economica si parla sempre più spesso di cliometria.

10 Heldring e Robinson, idem. La storia controfattuale cerca di gettare luce sul passato attraverso la costruzione di scenari alternativi ipotetici: in breve ci si immagina un mondo in cui uno o più dei fattori fondamentali manchino o cambino, per poi analizzare cosa sarebbe successo in questo mondo ipotetico. Nel nostro caso, l’oggetto del controfattuale sarebbe lo sviluppo economico dell’Africa in assenza di colonialismo.

11 Moradi, A. (2009), “Towards an Objective Account of Nutrition and Health in Colonial Kenya: A Study of Stature in African Army Recruits and Civilians, 1880–1980.” The Journal of Economic History 69 (3): 719-754.

12 L’andamento delle altezze nel tempo segue da vicino quello di altre misure di benessere, a partire dal PIL pro capite, ma anche nutrizione e aspettativa di vita: per questo l’altezza media di una popolazione (o un campione rappresentativo) può essere usata come un indicatore di benessere economico quando dette misure non sono disponibili.

13 White, B.W. (1996), “Talk about School: Education and the Colonial Project in French and British Africa, (1860-1960).” Comparative Education 32 (1): 9-25.

14 Frankema, E. (2012), “The origins of formal education in sub-Saharan Africa: was British rule more benign?” European Review of Economic History 16 (4): 335-355. Va ricordato che, secondo la visione più comune nella letteratura, la Gran Bretagna occupa i territori che hanno un potenziale di crescita economica e commerciale migliore, il che può aver influito positivamente sullo sviluppo di capitale umano.

15 Si veda Sen, A. (1999), Democracy as Freedom. Oxford University Press.


Gabriele Cappelli è attualmente Visiting Professor all’Università Autonoma di Barcelona. La sua ricerca si occupa di ricostruire l’evoluzione della quantità e qualità dell’istruzione nel lungo periodo, nonché far luce sulle sue determinanti.

 

 

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