Su “Purity” di Jonathan Franzen

– Matteo Fontanone –

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Come tante sue coetanee, Purity non coltiva particolari talenti né grosse ambizioni per il futuro. Vive in una casa occupata ad Oakland, dall’altra parte della baia di San Francisco, insieme a qualche reduce del movimento Occupy. Non ha ideali politici, il suo lavoro la annoia, non riesce ad avere delle relazioni appaganti nonostante sia di bell’aspetto. Gli unici due pensieri che sembrano turbarla sono la stabilità mentale della madre e il pagamento dell’enorme debito contratto per le spese universitarie.

Insomma, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, ovviamente edito da Einaudi e ovviamente tradotto da Silvia Pareschi, si apre con una costante. Proprio come Enid Lambert e Patty Berglund, protagoniste dei precedenti Le Correzioni e Libertà, anche Purity detta Pip incarna una certa idea di donna che i fedelissimi dell’autore ben ricorderanno. Inappagata, incostante, spesso indolente nell’assistere al fallimento del proprio progetto di vita. Non sono pochi i critici che, forti di questi esempi, hanno attribuito a Franzen uno sguardo cinico e sessista nei confronti dell’universo femminile. Nonostante si tratti di una banalizzazione poco generosa, è inevitabile che dopo Purity le polemiche siano destinate a montare ancora.

Il romanzo, infatti, vive di una contraddizione di fondo che non sfugge nemmeno all’occhio poco allenato: Pip ne è la protagonista, ma pagina dopo pagina emerge con forza il suo ruolo di subalternità, di completa inconsapevolezza rispetto alla vicenda che pure la coinvolge in prima persona.
Certo, a un primo sguardo ogni sua decisione è fondamentale ai fini dell’intreccio e viene presa in totale autonomia. Tuttavia, più ci si addentra nelle profondità di Purity più è chiaro come Pip non sia nient’altro che una pedina, l’ultimo capitolo di una storia, quella tra il guru dell’internet Andreas Wolf e il giornalista Tom Aberant, che affonda le proprie radici a Berlino, nei giorni successivi alla caduta del Muro.

Purity non è che l’ennesima conferma dell’abilità del suo autore nel costruire intrecci complessi ma sempre perfettamente legati. Questa volta Franzen si spinge ancora più in là: se Le correzioni e Libertà prendevano le mosse dalle cronache di una famiglia più o meno problematica, in Purity succede l’esatto contrario. All’inizio la famiglia non esiste, c’è soltanto Pip alle prese con la madre nevrotica che non vuole rivelarle la sua vera identità e le sue origini. Lentamente, poi, ogni tassello va al suo posto fino a comporre il quadro finale, che lascia il lettore a bocca aperta e permette al Jonathan Franzen personaggio mediatico di specchiarsi compiaciuto nel suo talento compositivo.

Se volessimo fare un gioco e applicare i criteri aristotelici a Purity, dovremmo parlare di commedia: da una situazione di disequilibrio si arriva all’equilibrio finale. Equilibrio che in ogni caso rimane piuttosto precario: un altro filo rosso che allaccia Purity alle opere precedenti, infatti, è lo scontro tra la generazione dei padri e quella dei figli. È un movimento verticale su cui si incardina tutta la struttura del libro: i personaggi di Franzen vivono di scontri uno contro uno come quello, da manuale, tra Andreas e la madre. Questa volta la novità, su cui l’autore aveva già iniziato a lavorare nel rapporto tra Patty e Joey in Libertà, è la sotterranea tensione sessuale genitori-figli. L’effetto prodotto è disturbante e ambiguo, contribuisce a gettare sulla vicenda quelle tinte fosche tanto volute dall’autore, a fare in modo che il lettore percepisca ogni personaggio come già compromesso.

L’altro movimento che non può mancare nei romanzi di Franzen è quello orizzontale. Le vite di Andreas e Tom, infatti, prendono forma attraverso un processo che ormai è cifra stilistica conclamata dell’autore: per capire il presente dei suoi personaggi, Franzen indaga il loro passato. Si creano così due piani temporali ben distinti che si alternano lungo tutto l’arco della narrazione: al tempo della storia fanno il paio due lunghissimi salti nel passato. Prima con l’infanzia di Wolf nella DDR, la dissidenza a tutti i costi per smarcarsi dalla famiglia di alti funzionari, il ruolo di psicologo più o meno tollerato dalla Stasi e infine la complessa vicenda che lo porterà alla fama improvvisa. Poi con l’amore malato di Aberant e Anabel, una giovane rampolla tanto bella quanto instabile. La loro relazione ricorda da vicino quella di Joey e Connie in Libertà, ma anche, e torniamo alle Correzioni, l’ossessività drogata di Chip – probabilmente il miglior personaggio mai partorito da Franzen – per la sua studentessa migliore.
Il minimo comun denominatore dei tre casi manco a dirlo è la sessualità, come se in ogni romanzo l’autore abbia avuto l’esigenza di ricavarsi “una stanza tutta per sé” al cui interno dar corpo alla propria immaginazione. Gli umori sulla poltrona di pelle per Chip, la coprofagia telefonica per i due fidanzatini di Libertà, l’utilizzo di uno strano pupazzetto come eccitante verbale in Purity.

Infine, qualche considerazione sull’altro grande macro-tema che percorre i binari del romanzo, la riflessione sulle insidie della tecnologia. Andreas Wolf, è una sorta di Julian Assange ancora più superstar, si guadagna la fama e l’apprezzamento del mondo con i suoi leak dal Sunlight Project. È una figura duplice e ambigua, senza dubbio la più brillante della storia. Proprio attraverso di lui Franzen veicola i suoi pensieri sulla dittatura delle informazioni, sulla degenerazione di internet, sull’uso compulsivo dei social network. Si tratta di riflessioni interessanti in pagine dense che sarebbero potute senza problemi confluire in un soggetto a sé stante. Il problema, quando si maneggiano argomenti così tanto quotidiani e così poco letterari, è fare in modo che mantengano intatta la loro aderenza alla realtà. L’esperimento è interessante, perché i personaggi di Purity usano i social come li usiamo noi, interagiscono con le notizie come noi, hanno assistito come noi all’ingresso del digitale nella loro routine.

Dopo l’enorme senso di colpa delle Correzioni e le dettagliate ma fin troppo pesanti inchieste sul peso delle lobby in Libertà, Franzen trova un nuovo filtro per parlare d’America: la spersonalizzazione tecnologica e l’alienazione dell’io nell’epoca dell’iper-connettività. È un’operazione ambiziosa, vista la fatica della letteratura a far rientrare il mondo digitale nell’orizzonte delle proprie narrazioni. Franzen ci prova e il risultato, per quanto si possa ancora migliorare in verosimiglianza, è convincente. Se a questo si aggiunge la sua naturale inclinazione a costruire romanzi che tengono letteralmente incollati, ecco che si ottiene la conferma, l’ennesima, di essere di fronte a una delle voci più ispirate degli ultimi anni.


Matteo Fontanone, 1991, studia lettere all’Università di Torino. Lavora sulla critica del romanzo contemporaneo. Collabora con un collettivo che da un anno sforna documentari web sempre troppo lunghi.

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