Tre romanzi del “noi”: Ernaux, Tonon, Funetta

– Marco Montanaro –

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Portrait of praying owners, with coat of arms displayed on the altar cloth; image of the giant St. Christopher carrying the Christ Child across the river, via
 Chi scrive i nostri libri? A chi appartiene davvero quella voce che, fondendosi con la nostra, canta le storie che leggiamo? Millenni di storie e letterature e ancora caschiamo nell’equivoco tra voce narrante, protagonista, autore, molto spesso desiderando con forza che i tormenti di quel personaggio, oltre che i nostri, siano anche quelli dell’uomo che gli ha dato forma su carta (forse per meglio legittimare le nostre identificazioni? Chissà).
Non ci aiutano neppure alcune scelte intraprese dai nostri capitani, anche i migliori: banalmente, è davvero sempre Ismaele, come lascerebbe intuire l’epilogo di Moby Dick, a raccontare la vicenda del Pequod per tutte quelle pagine, o c’è piuttosto una sorta di ectoplasma del più saggio e curioso Melville, a guidarci tra un bianco avvistamento e l’altro?
La questione si fa ancora più complessa – e interessante – quando un autore decide di portarsi su altri lidi, sperimentando – se in letteratura esiste davvero sperimentazione – l’uso di un particolare pronome per raccontare la sua storia. È il caso di tre libri recenti, tre romanzi, che in misura diversa hanno scelto di affidare il resoconto di tre storie altrettanto diverse a un misterioso, psichedelico e a volte inquietante “noi”.

Una capsula temporale

Cominciamo da Gli anni, romanzo della francese Annie Ernaux pubblicato in Italia da L’Orma. Una lunga e progressiva pellicola di memoria si dipana, all’imperfetto, sotto gli occhi del lettore, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale fino ai primi anni del nuovo millennio.
L’idea, che la Ernaux accarezza per tutta la vita, è quella di tenere insieme la propria storia con quella di un’intera nazione. Cogliere i momenti in cui il flusso di ricordi privati si fonde e si diluisce in un incedere collettivo, prima che le parole e le immagini vengano spazzate via: prima che i morti e i vivi vengano appaiati dall’incessante lavorio della memoria, come scrive la stessa autrice.
Il “noi” del libro comincia così a insinuarsi dopo l’impersonalità delle prime pagine, animate da un elenco di immagini non-lineari, caotiche, riesumate da epoche diverse. Il personaggio-narratrice Annie Ernaux è, per il momento, un senso tra gli altri che dialoga esclusivamente con la storia collettiva, finché non dichiara: “Su uno sfondo comune di fame e paura, tutto veniva raccontato alla prima persona plurale”.
La scelta del “noi” narrante è una soluzione a tratti singolare, in grado di ritagliare uno spazio temporale a parte rispetto a quello del dialogo tra passato e presente (la nostra contemporaneità, che resta futura rispetto ai fatti raccontati). Una voce che segue il processo di maturazione della stessa Ernaux: se nella prima metà del libro è capace di un afflato evocativo che ben si accosta a fasi più narrative – a pagina 33, dopo un concreto elenco di sensazioni e abitudini tipiche delle comunità ancora prettamente orali sopravvissute alla guerra, il paragrafo si conclude così: “La morte delle persone non ci faceva nulla” – nella seconda si fa più riflessiva, a volte malinconica nel bilanciare il rapporto tra aspettative giovanili e smentite dell’età matura.
E in effetti, Gli anni è soprattutto un dialogo. Quello di una donna alle prese col ricordo, e inevitabilmente anche quello del lettore portato a interrogare e reinterpretare a sua volta il proprio vissuto. Di tanto in tanto il “noi” lascia il posto alla terza persona singolare, che coniuga anch’essa il crescente flusso di ricordi all’imperfetto – accade quando il personaggio-narratrice comincia a sviluppare, crescendo, una propria biografia. Sono riflessioni più brevi, queste, utili a fare il punto della situazione sull’epoca vissuta dalla Ernaux, molto spesso innescate dal rapporto col progresso tecnologico (la fotografia, la televisione, i primi filmati domestici in super8).
Ma è quel “noi” che resta, insieme al desiderio di fare questo libro, il protagonista assoluto de Gli anni. Ed è quella voce che, in un testo che propone una visione comunque lineare del tempo (in fondo, eccetto le pagine iniziali, si va da A a B), riesce a creare una dimensione altra, una sorta di capsula temporale che mette in salvo i ricordi senza la pretesa di purificarli – un dispositivo di sicurezza che fa il paio, in qualche modo, con quello del Georgi Gospodinov di Fisica della malinconia.

Da una cella all’altra

Se si conoscono i precedenti lavori di Emanuele Tonon – specialmente La luce prima, da poco tradotto in Francia – si avrà certamente dimestichezza con la tensione poetica che anima la sua prosa. E lo stesso si potrà dire di certi temi cari a questo scrittore, dal rapporto con la spiritualità e la teologia fino a quello con la madre a cui, proprio ne La luce prima, si rivolgeva con il “tu” che teneva insieme tutto quell’intenso romanzo.
Nel recente Fervore (Mondadori), in cui si racconta l’anno di noviziato di una quindicina di ragazzi in un convento di francescani, c’è invece anche un “noi” a raccontare quella che è al contempo una tenera e violenta vicenda di attraversamento – stavolta evidentemente collettiva. Ciò che sembra sempre indagare Tonon è comunque la soglia, il passaggio da uno stato all’altro dell’esistenza.
A Renacavata i novizi sono messi alla prova, in attesa del saio e dei voti, sperimentando su sé stessi la differenza dal mondano, inventando Dio mentre si affacciano nel disegno della Chiesa istituzionale, in un credo messo a punto da padri intellettuali più che da quei frati della fatica, anziani e giullareschi, che sarebbero piaciuti a Francesco D’Assisi. Qui il “noi” di Tonon restituisce la tensione di questi diciottenni che sono prima di tutto, molto banalmente, dei goffi adolescenti: anche tra le mura della cella li vediamo ardere per il desiderio di contatto, per il fervore annichilente della prima età giovanile, per l’ingresso in quel giardino in cui per il momento trovano riparo dal più mesto giardino di fuori. Una tensione che è lirica, appunto, e insieme concreta (come lo è ogni preghiera, a pensarci bene, in cui non a caso risuonano parole d’uso quotidiano come “padre”, “madre”, “seno”, “pane”, “debiti”) e che si percepisce già a partire dall’incipit, un breve inno in cui seguiamo l’andare del vento che risveglia i novizi al mattino – una soluzione, questa, ben inserita nella tradizione di romanzi che esordiscono con panoramiche e piani sequenza su paesaggi naturali, esortando così l’occhio del lettore a indagare la vita di insetti, piante e animali (personalmente, l’apertura di Fervore mi ha ricordato quella, altrettanto lirica, de Il re pallido di David Foster Wallace, e in parte quella del più recente La ferocia di Nicola Lagioia).
Accanto al “noi”, come detto, il Tonon ormai ex frate e narratore adopera la seconda persona singolare per rivolgersi direttamente al Tonon di allora; sono le pagine più dolci, forse, in cui il libro, senza perdere in coerenza e lirismo, si fa pure più legato agli aneddoti della vita conventuale. In parte come per la Ernaux, potremmo anche interpretare il ricorso al “tu” come una misura in grado di far respirare il romanzo, per poi rilanciare verso il racconto di un micromondo per lunghi tratti psichedelico, fatto di angeli, frati stanchi e pervicaci, sogni prodotti collettivamente da una cella all’altra del convento e vipere che insieme proteggono e polverizzano gli ideali dei novizi.

Occhi bianchi sul pianeta Fortezza

Dalle vipere di Emanuele Tonon ai serpenti di Luciano Funetta il passo è brevissimo, per quanto nell’esordio di quest’ultimo, pubblicato da Tunué, non ci sia ombra di luce e solo il male valga la pena di essere indagato. Un male intensamente letterario, così com’è letteraria anche la pornografia di Dalle rovine (e sappiamo pure quanto, in letteratura, non ci sia materia davvero pornografica).
Nonostante sia l’opera di taglio più classico tra le tre qui prese in esame, il romanzo di Funetta è forse quello che meno richiede di esser tradotto a partire da una sinossi. L’intento dell’autore è, come detto, soprattutto quello di dar vita a un ambiente, a un’atmosfera che abbraccia tanto i classici otto-novecenteschi europei quanto quelli sudamericani. È questo lo spazio in cui prendono vita città inventate come Fortezza e altre reali – e paradossalmente ancora più finte – come Barcellona, lo spazio in cui si muove quel singolare incantatore di serpenti che è il protagonista Rivera. Uno spazio di morte e piccoli eroi miserabili, che richiama tanto l’horror dei mostriciattoli di Tod Browning o gli artigli posticci di Bela Lugosi quanto le ombre nette e regolari di una pellicola di Murnau.
In quest’atmosfera perennemente deforme ci mettiamo al seguito di Rivera e della sua banda di avventurieri con l’aria da reduci di una battaglia che si può solo perdere; a volte con la sensazione di guardare tramite l’obiettivo di una steadycam, altre per mezzo degli schermi di più indiscrete videocamere di sorveglianza, mentre il racconto scorre con la calma di una tranquilla terza persona. Ma poi, di tanto in tanto, ecco affiorare anche qui il “noi”, stavolta come un’intuizione che depista, tanto più inquietante perché inspiegabile, irrazionale: una voce che non dovrebbe esserci.
Più che riportare questo o quel passo del romanzo, forse è il caso di immaginare il volto di un cadavere, scarsamente illuminato, nel momento in cui apre inspiegabilmente gli occhi scoprendo delle orbite bianche: così sono i brevi istanti in cui appare il “noi” di Dalle rovine. Istanti che lasciano perplessi e disorientati, senza mai chiarire chi davvero racconti questa storia: forse gli spettatori di uno snuff o di un porno, incapaci di staccare gli occhi neppure di fronte al disgusto e al terrore, forse gli stessi serpenti che accarezzano e abbracciano, senza mai soffocare, lo splendido corpo del miserabile Rivera.


Marco Montanaro è nato nel 1982 in Puglia, dove vive. Il suo ultimo libro è il romanzo “Il corpo estraneo” (Caratteri Mobili, 2012). Altri suoi testi sono sparsi per la rete e riviste cartacee. Il suo blog è malesangue.com

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