Lezioni di portoghese privato, II

di Eloisa Del Giudice

goiabeira

SAUDADE, s.f. Nostalgia

Saudade, lessicalmente parlando, è un termine traducibilissimo, smettiamola subito coi feticismi. Intraducibile, per esempio, è una parola straordinaria come cafuné, che indica i “grattini” leggeri che si fanno con le unghie tra i capelli di una persona per addormentarla e che devo evitare di fare a una mia conoscenza quando è alla guida perché gli effetti di un cafuné sono immediati e devastanti.
La saudade si distingue in portoghese dalla falta (mancanza, nel senso di privazione) e dalla nostalgia (più amara e irrisolta, legata principalmente al concetto di patria lontana). Wikipedia.pt mi informa che può essere provata: nei confronti di una persona scomparsa; nei confronti di una persona amata lontana o assente; nei confronti di un caro amico; nei confronti di qualcuno o qualcosa che non vediamo da tempo; nei confronti di qualcuno con cui non parliamo da tempo; nei confronti di luoghi; nei confronti di conoscenti o compagni; nei confronti di un cibo; nei confronti di una musica; nei confronti di una situazione; nei confronti di un amore; nei confronti di qualcosa che non si fa da molto tempo; nei confronti di un tempo che è passato. Nostalgia, insomma. (Wikipedia mi informa anche che la Giornata Nazionale della Saudade in Brasile è il 30 gennaio).
Quello che è intraducibile non sono mai le parole – ci sono pochissime parole intraducibili, che non possono o non devono essere tradotte –, intraducibili sono le espressioni. Da sola, una parola ha la stessa carica vitale di un soprammobile. C’è, non fa né bene né male, non si muove, sta lì a prendere la polvere, non serve a niente e quindi, di fatto, non esiste. Il dramma del traduttore comincia quando a quella parola gli si fa fare qualcosa, la si mette in moto in un segmento di frase, la si accoppia con un aggettivo o con un verbo. Il problema e tutta la bellezza dell’intraducibilità della saudade non sta in quello che è, ma in quello che fa.
Innanzitutto, saudade si riscontra molto più spesso al plurale che al singolare, con lo stesso significato: non si prova una nostalgia, ma delle nostalgie, tante. “Saudades de você”, nostalgie di te, mi manchi proprio tanto, in tutti i modi, sotto tutti i punti di vista, tante piccole volte al giorno, ma soprattutto la sera o la domenica.
La saudade, poi, bate, batte: picchia, bussa, richiama l’attenzione. “Hoje bateu uma saudade tão forte de você, meu amor”. Vorrei non provarla, circoscriverla, tenerla a debita distanza, ma quella insiste, fa rumore, non la smette di citofonare. Batte, sbatte, e fa parecchio male.
Ma ecco la rivincita del lusofono sul fato, la rivalsa linguistica, il colpo di scena: la saudade se mata, si uccide, ed è sempre un momento bellissimo. Matar a saudade. “Andiamo a bere una caipirinha/vedere un film di Rohmer/mangiare un currywurst per uccidere la nostalgia di São Paulo/di Parigi/di Berlino?” Una partita di caccia, un raid punitivo. Stanare la tristezza là dove è andata a nascondersi, tirarla fuori da lì e fargli la festa, in tutti i sensi. Il momento in cui si uccide la saudade è paradossalmente il momento in cui la si sente appieno, la si assapora, la si gode. Me ne sono resa conto una mattina prestissimo all’aeroporto internazionale di Guarulhos, quando tra due valigie e una borsetta cercavo di trovare lo spazio fisico per poter riabbracciare il mio compagno. Lui continuava a ripetere: “Que saudades, que saudades de você, meu amor, que saudades”. E io continuavo a dire, ridendo: “Estou aqui agora, estou aqui, estou aqui”. È stato in quel momento che ho capito dove si trovava esattamente il margine di intraducibilità della saudade e quello che separerà sempre me dal mio compagno malgrado un amore bilingue. Il brasiliano esperisce completamente la sua saudade nel momento in cui la uccide, nel momento in cui si ricongiunge con l’oggetto della o delle sue nostalgie (a seconda della posologia di ciascuno). Là dove noi annulliamo ogni dolore, ogni attesa, ed era tutto come prima, e sembrava ieri, e tutti questi mesi sono passati in un secondo, è stata dura ma ne è valsa la pena, il lusofono dà un ultimo, verticale tuffo nella nostalgia nel momento in cui può guardarla negli occhi e prenderla per i capelli, e non si annulla niente, anzi, la nostalgia e il suo oggetto sono per un attimo la stessa cosa e l’atto di uccidere è un piacere vitale, è poter guardare negli occhi la Medusa della nostalgia sentendo la pressione della spada sul suo collo. Mentre la nostra nostalgia si raggruma nel commiato, nell’ultima passeggiata, l’ultimo abbraccio, ma sì prendiamo anche il dolce tanto è l’ultima sera,  la loro si manifesta nel reencontro, nel ricongiungimento, nel primo nuovo abbraccio, nella prima sera (sì, mi porti il menù dei dessert, grazie). L’altro giorno un mio amico mi ha detto: “Appena arrivato a casa dopo questi due anni in Europa e ho visto le guaiave, la saudade è stata così forte che ne ho mangiate sei, una dopo l’altra”. Quando le ho viste, la saudade è stata forte.

Ho appena digitato su Google immagini l’espressione “percoca giallona di Siano” e mi è venuto da piangere. Ma anche questo è intraducibile1.

1. Per una più seria analisi del concetto di saudade, rinvio al saggio straordinario di Eduardo Lourenço, Mitologia da Saudade, Companhia das Letras, 1999, disponibile in francese presso le mai deludenti Éditions Chandeigne, tradotto con il titolo di Mythologie de la Saudade da Annie de Faria.

4 Comments Add yours

  1. Alfonso Diego Casella ha detto:

    articolo delizioso, come la lezione n. 1 – ho già saudade del prossimo

  2. Elena Marino ha detto:

    “la saudade se mata” è un concetto interessantissimo…

  3. Bianca Bressy ha detto:

    Bellissimo articolo, soprattuto perché ora ho finalmente intuito di cosa parlasse la mia amica brasiliana, quando viveva qua a Torino. E trovo poeticissima l’immagine della saudade che “bate”, insistente e impossibile da ignorare.

  4. eloisa ha detto:

    bellissimo articolo, brava la mia omonima! :)

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