Bonsai #27 – El Roto, “Vignette per una crisi”

di Giacomo Gabbuti

El Roto – nome d’arte di Andrés Ràbago Garcìa – è il più noto vignettista spagnolo. La sua matita spicca tra la pattuglia che si alterna sull’autorevole tribuna de El Paìs. Non è forse un caso se il quotidiano iberico, lungi dall’usare le vignette come specchietto da prima pagina, le eleva – sia nel cartaceo che online – al rango di Opiniòn, editoriali a tutti gli effetti.

Fedele al ruolo assegnatoli, El Roto da oltre un anno batte quotidianamente là dove il dente duole: la crisi – “Casa fundada en 1530”, recita la vetrina che apre questo piccolo libro, grande come un cd. In poco più di cento pagine, Vignette per una crisi incornicia le sue vignette degli ultimi mesi, senza accatastarne due in una pagina, né annegarle nel bianco.

El Roto 1

La crisi viene raccontata da tutte le prospettive: dalla retorica ufficiale, alle manifestazioni quotidiane, Vignette per una crisi è una fonte essenziale, un balcone oggettivo dal quale affacciarsi a seguire le trasformazioni in atto in Spagna. L’unica a non avere cittadinanza nelle sue vignette è la cronaca – il personaggio, il singolo evento, come riportate nel “dibattito politico”: le mille dita che la narrazione quotidiana antepone alle contraddizioni materiali. La sua matita le schiva, e tiene fisso l’obiettivo sulla realtà, ignorando gli Zapatero, gli Aznar, le naumachie allestite quotidianamente in Parlamento per intrattenere la plebe.

Pur fedele al formato proprio della vignetta, El Roto non adagia i suoi personaggi su spazi bianchi o “metafisici”, come quelli dei vignettisti nostrani, anche quelli a lui più simili – per descriverlo ai lettori di Repubblica, Gianni Mura lo definisce “una sorta di Altucchio di Butàn, un po’ Altan un po’ Bucchi.” Spesso, è proprio dallo sfondo, dall’ambientazione che la realtà sfonda ed entra – dalle piazze in cui prende corpo la juventud sin futuro, ai divani dentro cui annega il ceto medio.

el roto 3

Ecco, quel divano non è un divano di Altan, sospeso nell’iperuranio: non è centrato, dietro c’è un quadro, s’intravede una brocca, unico elemento colorato, a riportare l’attenzione sulla casa, sulla vita. Anche quando lo sfondo è bianco, un elemento – un microfono, un’asta, una linea – viene spesso a rompere la cornice: come a scusarsi dello zoom eccessivo, e a rimandare il pensiero a quel quotidiano che non ha impressionato la carta piombata delle cronache ufficiali.

El Roto 2

Ciò che Vignette per una crisi fotografa alla perfezione è la narrazione della realtà: lo straniamento, il paradosso, non sono finalizzati mai allo stupore, al riso. Al contrario, sono epifanie necessarie, laddove non riusciamo più a far emergere per mezzo della semplice descrizione l’elemento surreale insito nei meccanismi di produzione. Vittime come siamo di un abbrutimento frenetico, grazie alle vignette riprendiamo consapevolezza di quanto slegato sia il nostro affannarci dai bisogni che crediamo serva a soddisfare. È sul piano della narrazione che El Roto spiazza e stravolge, meritandosi l’epiteto di “unico intellettuale spagnolo impegnato” affibbiatogli da Antonio Muñoz Molina. Perché pochi altri come lui hanno saputo cogliere le falle apertesi nell’epica neoliberista. La fredda, matematica pulizia delle formule neo-classiche viene fatta a pezzi [1, 2, 3]: lo scambio a somma positiva descritto dai manuali si rivela una truffa, così come la fiducia metafisica in una qualche forma necessaria di equilibrio. Il Casinò, la “scommessa”, con cui giornalisti descrivono gli avvenimenti – a implicare contemporaneamente un fenomeno aleatorio, non prevedibile, e una valutazione morale – sono travolti da riferimenti agli interessi in gioco, alla politica della crisi e di come ci si è arrivati.

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El Roto non si sofferma troppo sui fenomeni di superficie: basta una vignetta a catturarli, e poi dritti al bersaglio grosso, che è – prima ancora dell’ideologia dominante – chi l’ha imposta, chi ne ha beneficiato.  Nel descrivere l’economista come colui il cui mestiere è “far sembrare necessario l’intollerabile”, la vignetta fotografa ciò che persino gli economisti critici a volte sembrano non vedere. Non è l’accademia mainstream a essersi imposta, ad aver definito ciò che era necessario, ma chi quell’accademia ha finanziato fino a renderla sazia e cieca: non sono Adam Smith e Milton Friedman ad averci condotti fin qui, ma le forze reali che hanno assunto i loro scritti come foglie di fico del conflitto redistributivo in atto. Gli economisti, lungi dall’essere ispiratori, son stati “macchine” di quella lotta di classe dall’alto descritta da Gallino. Non ci fossero stati – o avessero saputo resistere al mainstream – non si sarebbe arrestato il fenomeno, ma solo una delle retoriche a disposizione. Non solo: secondo El Roto, “È evidente che tutti abbiamo partecipato, in qualche modo, al­la creazione del mostro economico che ci divora, visto che nessun idolo è in grado di sopravvivere senza l’aiuto di coloro che lo ado­rano”.

el-roto-oroscopo

Sembra di leggere, sotto queste vignette, l’ansia di denunciare l’eccessivo consenso di cui ha goduto (e gode tuttora) una certa visione del mondo e dei rapporti sociali – oltre ai metodi con cui si è ottenuto. Lo vediamo in questi giorni, in cui uno storico blocco di potere – che ha usato il liberismo, spesso solo di facciata, per giustificare il mantenimento e l’estensione delle solite rendite – si trovi impunemente a festeggiare il “ritorno della politica” dopo la “dittatura dei tecnici”. Quei tecnici evocati, e poi riposti, affinché nulla cambiasse.

Lapidari, i personaggi di El Roto ribaltano in poche sillabe molte delle certezze che abbiamo incasellato in anni di pensiero unico: lo fanno senza bisogno di un là, di una spalla comica, come farebbero quelli di Ellekappa o di Altan, in un dialogo costante con le contraddizioni che, anche grazie a loro e al loro autore, ci sembrano ogni giorno che passa sempre più chiare.

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