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Questa recensione è precedentemente apparsa su minimaetmoralia

Il tempo è un bastardo (A Visit from the Goon Squad) è il romanzo con cui Jennifer Egan ha vinto il Premio Pulitzer 2011. Ambientato tra New York e San Francisco in un arco di tempo che va dalla nascita del punk e la diffusione delle droghe psichedeliche all’era della digitalizzazione e della comunicazione simultanea, il libro è diviso in due parti, A e B, che richiamano i due lati di una vecchia musicassetta o di un ancora più vecchio LP. La narrazione, nelle parole della stessa Egan, è costruita sulla falsariga di un concept album in cui il filo conduttore è la riflessione sul tempo, “basso continuo” di una narrazione variegata e stratificata.

«Il principio organizzativo non è la domanda: “come va avanti la storia?”, tipica di un romanzo più convenzionale, ma il trasferirsi della curiosità da un personaggio all’altro, da una situazione all’altra»
(dallo Speciale Jennifer Egan)

Le vicende di Sasha e di Bennie sono preminenti, ma non sono le uniche, e tutto il romanzo è un continuo rincorrersi di storie: alla linearità del tempo che scorre è contrapposta un’organizzazione interna dell’opera strutturata per singole emersioni di eventi isolati.
Il tempo del racconto va dal 1973 (quarto capitolo) agli anni ’20 del XXI secolo (ultimo), ma ogni capitolo è scritto al presente e narra una vicenda particolare e a prima vista scollegata dalle altre. Il fatto che in ogni capitolo vi sono tempi, spazi e narratori sempre diversi contribuisce al senso di straniamento; ne deriva, inoltre, una complessa articolazione del tempo, vero protagonista della narrazione. Il romanzo ruota intorno alla ricerca di ciò che è successo nel lasso di tempo che separa due momenti delle singole biografie individuali, l’anello mancante di una trasformazione epocale ed esistenziale. Così Scotty, ormai adulto, all’amico dell’adolescenza Bennie Salazar:

«“Sono venuto per la seguente ragione: voglio sapere cosa è successo tra A e B”. Mi è sembrato che Bennie aspettasse di sentire il seguito. “A è quando eravamo tutti e due nello stesso gruppo e andavamo dietro alla stessa ragazza. B è adesso”»

Colpiscono da subito la notevole vivacità stilistica e l’autentica sperimentazione linguistica e strutturale della Egan. A capitoli canonicamente post-modernisti (come il nono, di puro stampo wallaciano) viene affiancato il penultimo, scritto interamente in power point, in cui le slide mimano il diario di una ragazzina del futuro che ad appunti e fogli di carta sostituisce impressioni sotto forma di grafici e diagrammi. Soprattutto è significativo che Il tempo è un bastardo, pur diramandosi in tante storie e personaggi memorabili, non perde mai di intensità e coesione.
A lettura conclusa, la struttura di Il tempo è un bastardo può sembrare circolare: il romanzo inizia infatti con l’incontro di Alex e Sasha, e termina, quindici anni dopo, con la ricerca di Sasha da parte di Alex. Tuttavia si tratta solo di un’impressione apparente, valida unicamente per la vicenda di Alex per il quale l’arrivo a New York (e dunque l’incontro con Sasha) è «l’inizio di tutto»: il romanzo vero e proprio non ha un suo inizio. Le varie esperienze raccontate nel libro provano ad essere spiegate continuamente a partire dalla loro presunta fine, come se il tempo passato potesse dare loro un senso. In realtà il flusso degli eventi è raccontato in modo tale che non ci sia mai un punto zero, una scaturigine univoca, né un punto di arrivo, ma una oscillazione perpetua, un continuo andare avanti e indietro sui piani spaziali e temporali: le tranches de vie che ne risultano sono quindi fotografate nella loro contingenza, senza alcun nesso causale. Ogni esperienza fa capo a se stessa e al tempo stesso determina una miriade di reazioni apparentemente scollegate l’una dall’altra. Per cui, ad esempio, le storie di Dolly e di Sasha non hanno niente in comune, ma sono in realtà tenute insieme da un milieu e da una serie di fatti totalmente casuali e tuttavia determinanti per le loro vite.
Dato questo movimento fortemente ricognitivo e memoriale la cifra immediata del racconto è quella della nostalgia. Proprio la struttura, però, ne deostruisce il valore: «La nostalgia era la fine, lo sapevano tutti», si legge nel secondo capitolo. Non c’è consolazione nel ricordo, né desiderio di un ritorno o, quando c’è, è immediatamente reso nel suo rovescio: non il recupero ma la delusione e la consapevolezza che indietro non si può tornare e che il tempo passato è un tempo perduto. Il vuoto del World Trade Center è una perfetta immagine, ancorché implicita e poco sulla scena, dell’ossessione dello scorrere implacabile del tempo. Nel secondo capitolo, Bennie e Sasha in auto osservano lo skyline di New York, e contemplando il vuoto di Ground Zero si chiedono in che modo questo possa essere riempito. Ciò che quello spazio diviene, quasi venti anni dopo, non ha alcun legame con l’attentato del 2001, ma è semplicemente una grande area concerti, un non luogo la cui storia e il cui scopo sono determinati, ancora una volta, dagli individui che in quel momento lo riempiono di senso:

«Forse sono le folle stesse che, in un dato momento della storia, creano l’oggetto che ne giustifica il radunarsi».

Nelle ultime pagine di Il tempo è un bastardo non sono solo i luoghi a disgregarsi, ma un intero sistema sociale e di rapporti interpersonali, la cui continuità è garantita dalla tecnologia tascabile («Con Lulu non si erano più visti né parlati […] era una persona che viveva nella sua tasca, e alla quale aveva assegnato una vibrazione tutta sua»), e la cui protezione è data dall’abitudine. Al movimento centripeto delle realizzazioni individuali, riuscite o meno, dei singoli personaggi, si intreccia quello centrifugo dell’inevitabile dispersione dei loro legami precedenti. Questa oscillazione determina l’impossibilità di sapere se si è davvero felici, perché allo scarto fra ciò che si sognava essere e ciò che si è si sovrappone la consapevolezza che ogni velleità nostalgica è solo dolorosa.

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