Il socialismo secondo Mou, ovvero il calcio totale dei campioni

di Alessandro Cannamela

Imbarazzante. È ciò che ho pensato guardando il terzino sinistro del Bayern, Holger Badstuber, provare il 13° cross del match da buona posizione: Lucio di testa allontanava di nuovo, come l’altra volta e l’altra ancora.
Di questo successo hanno parlato molti e molti parleranno, molti suffragando la tesi della superiorità assoluta dell’Inter, altri incantati dal brutto principe argentino, altri ancora elogiando Mou, come si rende un vuoto a perdere.
Eppure il senso profondo di questa vittoria non sta a mio avviso nel romantico ritorno dei petrolieri Moratti, né, me ne scuserete, nell’entusiasmante 700a partita nerazzurra del capitano silenzioso: sta nello sguardo duro del suo allenatore, uno sguardo fermo che ha sfidato l’Italia e l’Europa senza battere ciglio, con la semplice determinazione di chi ha studiato le sue mosse.

Già, perchè l’Inter, l’avrete intuito, secondo me non ha vinto grazie al talento né al sacrificio: ha vinto grazie alla sua modalità di stare in campo, contraddittoria solo in apparenza, efficace in definitiva.
Non dico niente di nuovo, lo so, ma quanti hanno davvero guardato l’Inter in campo in questa finale? Chi ha visto e apprezzato, che so la quadratura? Faceva ridere il buon cronista della Rai, Salvatore Bagni che improvvisava tenerezza nel vedere l’Inter troppo indietro; Mazzola ha anche provato a suggerirgli nell’intervallo qualcosa, ma lui dritto avanti fino in fondo alla partita.
Beh, è evidente che Mou aveva scelto: difesa bassa, molto bassa, per esaltare i due immensi centrali (Lucio e Samuel), ancora una volta i migliori come con il Barcellona al ritorno; due centrali dinamici per presidiare la zona mezzana (Cambiasso e Zanetti), per impostare solo la ripartenza veloce; Snejeder ad illudere tutti che stai giocando a 4 punte.

Beh, sì, perchè lo Special One è innanzitutto mago dell’aspettativa: crea intorno il clima, costruisce un immaginario, convince Van Gaal che metterà dentro 4 punte; il buon Louis si copre, mette dentro il povero Badstuber, tiene fermo mezz’ora Lahm a presidiare il deserto.
Già, perchè là, sulla sinistra dell’Inter non sale nessuno, Pandev è evidentemente un tappo difensivo (peraltro bravo solo in quello sabato sera, che i piedi giravano storti): e l’Inter fraseggia diretto, diremmo se stessimo giocando a Football Manager; passaggi bassi o meno, comunque lunghi, cercare o la profondità o la sponda, secondo sempre lo stesso schema.
Milito gioca da solo là davanti, temporeggia, si tiene il pallone incollato e si fa fare fallo tutte le volte che riceve palla centrale: rifiatare è l’imperativo.
Ma, quando attacca, l’Inter fa paura: accelera come una Ferrari (0-100 in 3,5 sec), sbaglia pochissimo in palleggio e verticalizza; lo schema, facile a dirsi, sempre lo stesso: Milito che si allarga e fa la sponda, di prima o dopo il dribbling per Snejeder, la vera seconda punta messa in campo.
Va così nel primo goal con la restituzione, va così a fine primo tempo quando l’olandese (il giocatore chiave di Mou) si mangia il goal del possibile 2-0; ma va così anche nel secondo tempo, quando Pandev fa volare Butt e ancora quando il Principe sceglie di fingere la sponda e di andare secco a saltare l’avversario e a depositare in porta il delirio.
Il buon Van Gaal resta basito a guardare i suoi due pilastri franare come i nostri ospedali durante i terremoti, stupefatto perchè inabile: lui fa l’errore che ha evitato Mou, gioca a difesa alta e si espone alla velocità e al fraseggio che hanno Milito e Snejeder (e per inciso hanno molto meno Muller e Olic).
Il gioco del Bayern, tranne allo stupito Bagni, appare a tutti il gioco di ogni buona squadra esordienti provinciale: palla all’unico che la sa tenere e vediamo che cosa combina.
Robben corre e incassa applausi, applausi e calci, con la stessa regolarità più o meno, mentre tenta vanamente di scardinare il muro. A volte ci riesce, Chivu sabato era spaventato come un bimbo, ma non sfonda. Non sfonda perchè è solo: Olic potrebbe fare serenamente il centrale difensivo nell’Inter se solo avesse lo stesso spirito di sacrificio di Lucio e Muller è un mediano alla Gattuso improvvisato troppo avanti.
Cosa significa campioni se non questo? Superiori in tutto, pure in umiltà: si è detto che a quest’Inter mancava qualcosa l’anno scorso, lo spirito di squadra, la cattiveria, l’esperienza necessaria. In realtà a quest’Inter mancava qualcosa che rendesse possibile spiegare ai giocatori che in semifinale o in finale di Champions anche se hai vinto tutto in carriera e fai la punta devi saper fare il terzino, se giochi nell’Inter e devi sconfiggere il Chelsea e poi il Barcellona, con la prospettiva di andare a giocare contro il Manchester o il Real.
Direte tutti che quel qualcosa, anzi, quel qualcuno, è Mourinho; ed invece no, quel qualcuno è Samuel Eto’o, due volte triplete in due anni, uno sufficientemente intelligente da cambiare aria al momento giusto, giusto per far vincere ad un’altra squadra tutto ciò che si poteva vincere.
Eto’o ha corso come un ragazzo per 90° minuti, ha difeso sul povero Badstuber, stretto in difesa, rilanciato l’azione. Ha macinato umiltà, quella stessa umiltà che fa elogiare Van Gaal all’enorme Mourinho, mentre annuncia l’addio al sentimento e comunica la rincorsa della sfrenata ambizione piangendo.
Contraddittorio e a modo suo, come sempre, perchè il fenomeno portoghese è speciale, come da soprannome.
Mentre viaggia verso un altro sogno, mister Mou, non resta che augurarle buon viaggio; a lei e a tutti gli ambiziosi scrittori di favole va il ringraziamento di chi ama quelle squadre che non hanno solo 11 giocatori, ma un collettivo.

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