Mildred Pierce

di Marco Mongelli

To hell with her. Let’s get stinko

Mildred Pierce è una miniserie televisiva statunitense in cinque parti diretta da Todd Haynes (già regista di I’m not there, il biopic musicale su Bob Dylan) e interpretata da Kate Winslet. Trasmessa dalla HBO nella primavera scorsa, e sbarcata in Italia prima al Festival di Venezia e poi su Sky Cinema, è tratta dall’omonimo romanzo di James M. Cain del 1941 (come già il film di Michael Curtiz con Joan Crawford del 1945 e la canzone dei Sonic Youth del 1990).

La storia narra di Mildred Pierce, una donna che appena separatasi dal marito deve riuscire a tirare avanti con due bambine durante la Grande Depressione a Glendale, nella contea di Los Angeles. Per questo inizia a lavorare come  cameriera e grazie a ingegno e forza di volontà diventa in breve tempo proprietaria di tre ristoranti. La scalata borghese è però interferita dai rapporti con la figlia Veda e con l’amante e poi marito Monty che evidenziano l’impossibilità di acquisire cittadinanza in un altro mondo, quello dove non conta lo sforzo o il lavoro, ma il “talento” e il disprezzo dei soldi.
Le primissime scene mostrano l’ambiente domestico in via di sfaldamento e servono a chiarire il punto di partenza di una narrazione che, negli intenti di Haynes, deve solo mimare l’ascensionalità, per finire invece ripiegata, come le ultime scene della quinta parte, quella finale, esemplificano alla perfezione. La narrazione procede per blocchi coesi e separati e ambisce a mostrare tutti gli aspetti del riscatto di Mildred: l’orgoglio rimandato a giorni migliori, le umiliazioni da  accettare a denti stretti, le aspirazioni che prendono corpo. Ma se in molti casi la rappresentazione raggiunge una notevole profondità di sguardo, altre volte non riesce ad accendersi, rimanendo timida e senza il coraggio di osare dal punto di vista dialogico e visivo. Così, se la velocità media è quella di crociera, la storia per andare avanti ha bisogno di scarti temporali fortissimi in cui l’ellissi raccoglie in sé gli effetti del precedentemente mostrato, senza far vedere i nessi. L’infatuazione per Monty, giocatore di polo e uomo di mondo e il complicarsi di tutte le relazioni che questa provoca, disvela il vero soggetto della narrazione, il rapporto tra Mildred e la figlia Veda. Questa raffigurazione però, a momenti di spiccato realismo psicologico fa seguire pointes eccessivamente patetiche che sfiorano il kitsch e stonano in un contesto emotivo perlopiù dimesso e controllato. Il dramma familiare e sociale è tutto attraversato, dunque, dal tragico e insano rapporto madre-figlia: la prima insegue incessantemente la seconda dopo che, con un’educazione inappuntabile, ha creato in lei aspettative insostenibili riversandole tutte le proprie aspirazioni mancate. Questo complesso di inferiorità è emblema scoperto di due opposte visioni del mondo che si combattono senza saperlo, inconsapevoli come lo sono i grandi modelli culturali di comportamento.
Ma non è solo uno scontro generazione e valoriale: è anche figura di un cambiamento sociopolitico epocale per gli USA,  con Roosevelt che scalza Hoover anche nel lontano West.

Il racconto, tuttavia, riesce a evitare una polarizzazione  eccessiva e a mostrare come l’ipocrisia sostiene, seppur nascosta, l’impalcatura di tutte le autorappresentazioni, e che la “buona fede”, se esiste, è irrilevante.
Attraverso movimenti narrativi che ricalcano quelli del romanzo borghese ottocentesco, il destino femminile è  rappresentato in maniera squisitamente melodrammatica. Le arie della musica lirica sono perfetta colonna sonora di una narrazione che, attraversando molti territori stilistici, si chiude con intensità emotiva e insperato  equilibrio. Mischiando stilemi e pratiche narrative appartenenti ai generi più diversi, Mildred Pierce riesce, seppur con alti e bassi, a portare un po’ più in là il potenziale rappresentativo della serie televisiva, proseguendo uno dei percorsi estetici più interessanti degli ultimi anni.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Bruno Pepe Russo ha detto:

    Sono molto d’accordo con la chiusa che proponi. Lo sguardo di Haynes qui, in diretto rapporto con uno dei suoi primi capolavori, Far from Heaven, utilizza le metodologie della serie televisiva recente, quasi come sostrato, base per meticciamenti della scrittura. Se in Mad Men il tentativo costante è di costruire continue relazioni di significazione fra gli elementi narrativi (dalla singola campagna pubblicitaria alla storia del singolo personaggio durante le serie) e il quadro generale di “storiografia culturale”, di scrittura del tempo storico, per cui ogni elemento intrattiene relazioni in un sistema rappresentativo complesso che è la sfida di senso finale dell’opera (cfr l’annuncio recente di Weyner, cioè di chiudere con Don Draper nel 2011 a 84 anni…), in Mildred Pierce tutto questo vive da pratica di sfondo, non esauriente rispetto al particolare della relazione con la figlia, che oltre alle corde del patetico, sfiora quelle del tragico mistico. C’è un po’ di The Black Swan in quella vicenda, potremmo dire. Ma è interessante proprio questo, che sulla tradizione potremmo dire consolidata delle pratiche di scrittura del tempo storico caratteristiche di HBO AMD e co., vengano innescate forme di scrittura differenti, di psicologia tragica per es. Questo apre enormemente lo spazio di utilizzo dei saperi (e dei fondi!) legati al circuito delle serie, e vi innesca la possibilità di svisionare, di rischiare dentro e fuori i contorni di questo “genere in divenire”. Ed è soprattutto un buono spazio per chi viene dal cinema…
    In termini di poiesi è anche questa operazione quasi un “breaking bad”: dallo sguardo realista sulla donna nella grande depressione al tragico mistico della relazione con la figlia (dal realismo del doppio lavoro di Walter White per mantenere la famiglia, alle grandi sfide di azione e thrilling contro il cartello messicano).

  2. Marco Mongelli ha detto:

    D’accordissimo. Il potenziale poietico della serie tv è davvero tutto da scoprire. Se le strutture compositive determinano la costruzione del plot in maniera più o meno rigida (durata dell’episodio, numero di episodi, caratterizzazione della “stagione”, numero di stagioni etc.), i registri stilistici e gli sguardi “di genere” sono ibridabili e ibridati più o meno in qualsiasi modo. E questo dà vita a soluzioni più o meno standard (The Wire) o a soluzioni estreme (Treme), ma con in mezzo una varietà ancora inesplorata. E si danno ovviamente anche casi in cui l’ibridazione semplicemente non riesce. Mildred Pierce, a mio avviso, poteva osare di più, soprattutto nelle prime due puntate, nello “svisionare”. In ogni caso il registro del melodrammatico, del tragico-mistico, è davvero una novità assoluta, quasi quanto lo fu il “realismo estremo” del primo Simon.

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