Author: Pat Lowe (page 2 of 18)

[TraDueMondi] Misurare la Questione Meridionale: breve storia dei numeri dietro il divario

Sin dall’unificazione italiana – e forse anche prima – l’esistenza di un divario significativo e persistente tra le regioni meridionali e settentrionali del Paese ha animato un intenso dibattito. Questo non si è limitato alla politica nazionale, ma ha presto interessato studiosi delle più disparate scienze sociali, spesso e forse prevalentemente al di fuori dei confini nazionali. E immediatamente, alle differenze di natura più strettamente economica, si è finiti per collegare differenze di ben altra natura. Dal ruolo della ‘geografia’ e delle risorse naturali, sino allo studio del ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico (ne avevamo in parte discusso qui), passando per i concetti di ‘cultura’ e ‘capitale sociale’, la maggior parte delle teorie sulle origini e la persistenza nel lungo periodo della ‘ricchezza delle nazioni’ hanno trovato nella cosiddetta ‘Questione Meridionale’ un valido ‘esperimento’ su cui testare la propria efficacia (quando non proprio la fonte di ispirazione). Tuttavia, nel discorso pubblico queste interpretazioni spesso coprono la descrizione fattuale dei divari e della loro evoluzione storica. Lo scopo di questo articolo è dunque proporre una rassegna dei principali risultati quantitativi prodotti dalla storiografia economica. Una ‘storia della storia’ della Questione meridionale – almeno nel suo lato ‘storico-quantitativo’ – pensata in primo luogo a divulgare i risultati più recenti a un pubblico non specialistico, così come a ragionare di come queste stime nascono e come le si possa interpretare. Pur non volendo essere esaustivi, dovendo selezionare tra un materiale vastissimo e in continua espansione, il lettore perdonerà la scarsa sintesi, finalizzata a rendere possibile un approfondimento individuale dei diversi dettagli.

Chiaramente, la quantificazione del divario può non essere l’aspetto più interessante di una simile Questione. Non tutto è quantificabile, e focalizzarsi su ciò che è misurabile porta al rischio inevitabile di sottovalutare aspetti cruciali ma più qualitativi, di natura sociale o culturale. In epoche storiche, inoltre, doversi aggrappare a stime più o meno approssimate comporta altri rischi. Eppure, nel caso della Questione Meridionale, l’esistenza di un divario economico, la sua ‘eccezionalità’, e la sua natura estremamente dualistica – Nord vs. Sud – sono stati la condizione necessaria per costruire spiegazioni dicotomiche. Perché tali narrazioni risultino logicamente fondate, è necessario che i divari economici tra Nord e Sud Italia risultino anormali in prospettiva storica e comparata, rispetto alle inevitabili disuguaglianze prodotte dallo sviluppo economico. Appena un decennio fa, nell’introdurre il suo libro sulla storia dello sviluppo economico italiano, Rolf Petri illustrava come avesse deciso di dare poco rilievo alle disuguaglianze regionali. Analizzando i differenziali del Pil pro capite tra le diverse regioni, difatti, l’Italia si trovava a livelli analoghi al Regno Unito (Paese di assai più lunga storia unitaria), e assai inferiore a paesi per certi versi assimilabili come Francia e Germania, ma anche del ben più piccolo Belgio.  Allo stesso tempo, è importante capire se simili teorie debbano illustrare una ‘arretratezza’ assoluta, un Sud incapace di progredire, o piuttosto un ritardo relativo, rispetto a regioni tra le più avanzate al mondo. In una recente e preziosa disamina della storia ‘intellettuale’ della Questione, Salvatore Lupo ricorda come – pur restando “indietro” – il Sud non sia «rimasto sempre lì», e sia anzi progredito raggiungendo standard elevati di benessere, incompatibili con narrazioni che lo vorrebbero schiavo di culture premoderne e pauperistiche.

Fin dai primi decenni post unitari, dunque, gli economisti tentarono di fornire stime “eroiche” del divario economico tra regioni italiane. Nel 1891, Maffeo Pantaleoni – «il principe degli economisti italiani» –  propose una stima della “Ricchezza” delle diverse regioni d’Italia. Se il termine in italiano può risultare ambiguo, nel gergo economico con ricchezza si intende cosa ben distinta da reddito. Il reddito è una variabile di flusso – le entrate che un individuo, o un paese, registrano in un dato periodo. Al contrario, la ricchezza costituisce l’ammontare delle risorse possedute in un dato momento. Se un salario (mensile, annuale) costituisce parte dei vostri redditi, una casa di proprietà fa parte del vostro ‘stock’ di ricchezza. Adam Smith nel 1776, così come Corrado Gini, ancora nel 1914, parlavano della ricchezza delle nazioni perché nelle economie pre-moderne, dove il reddito tende ad essere stagnante, il benessere (o il potere) sono inevitabilmente legati alla ricchezza. Recentemente, l’economista francese Thomas Piketty, spaventato dal ‘ritorno’ di un simile ‘capitalismo patrimoniale’, ha riportato in auge questa idea – anche e forse soprattutto facendo riferimento ai romanzi francesi e inglesi di fine diciannovesimo secolo, dove le eredità e i patrimoni giocano un ruolo così importante (Marco Baliani ne trasse un efficace reading per il Festival dell’Economia di Trento). Motivato dagli “interessi” e dalla “concorrenza” regionali, dunque, Pantaleoni – dopo aver faticosamente ricostruito la ricchezza nazionale per il periodo 1872-1889 (1890) – provò a verificarne la distribuzione tra le zone della “Alt’Italia”, dell’“Italia media” e “Italia bassa”. Una ricchezza nazionale molto inferiore alle attese – la ricchezza francese era valutata in oltre 200 miliardi – veniva dal Pantaleoni suddivisa, in modo quasi egualmente tra le provincie del Nord (Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto) e tutto il resto del Paese.

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Fonte: Maffeo Pantaleoni, “Delle regioni d’Italia in ordine alla loro ricchezza ed al loro carico tributario“, Giornale degli Economisti (Gennaio 1891)

Tali stime, come dicevamo, erano assai eroiche: un metodo molto ingegnoso, messo a punto dal francese De Foville, prevedeva di moltiplicare l’ammontare delle eredità trasmesse in un dato anno (ottenuti dalle statistiche fiscali) per alcuni coefficienti come la distanza media tra le generazioni (stimato su dati demografici) e i tassi di evasione fiscale, ovviamente non osservati. Il metodo, per gli interessati, viene ricostruito in dettaglio da un interessante lavoro di Alberto Baffigi; qui può essere sufficiente ricordare che Francesco Saverio Nitti, nell’ambito di una delle prime fasi di acceso dibattito sulle ragioni dell’arretratezza meridionale, userà la stessa metodologia per sostenere la sproporzione nella pressione fiscale tra Nord e Sud. All’epoca, secondo il Nitti, erano però le regioni del Sud a pagare di più, in proporzione alle loro più esigue risorse economiche: le sue stime per il 1901-1903 raffiguravano Lombardia, Piemonte e Liguria già come un mondo a parte, più ricche rispettivamente del 25, 50 e oltre 75% della media nazionale. Il materiale su cui si basavano rendeva tuttavia molto precarie conclusioni così disaggregate. A mo’ di esempio, il trevigiano Gini riteneva che i suoi conterranei veneti (forse per effetto della lunga dominazione straniera) fossero assai più propensi ad evadere queste tasse. Assumendo tassi di evasione uguali da Nord a Sud, Nitti avrebbe sottovalutato la ricchezza del Veneto – che nelle sue stime risulta povero quanto la Basilicata. Soprattutto, una fonte come le eredità finiva per tenere sempre meno conto delle più moderne forme di accumulazione della ricchezza (titoli azionari, conti correnti, e simili), più facilmente occultabili rispetto alle tradizionali proprietà immobiliari e terriere. Con il procedere del tempo e l’avanzare dello sviluppo economico, i termini della ‘Questione’ andranno sempre più spostandosi dai differenziali di ricchezza a quelli di reddito, divenuto l’unità di misura preferita dagli economisti per misurare il livello di sviluppo economico.

Così, mentre dal secondo dopoguerra l’Istat ha cominciato a produrre stime del Pil, prima nazionale e poi regionale, gli storici economici hanno provato a ‘tirare indietro’ queste serie, producendo stime comparabili per il primo secolo post-unitario. Come sempre, è bene ricordare che le stime dei divari si basano su ricostruzioni necessariamente ipotetiche. Sviluppato in seguito alla Grande Depressione, il Pil è legato inevitabilmente al contesto di economie industrializzate (Stati Uniti e Regno Unito), ed era finalizzato a misurare in breve tempo la variazione del reddito e dell’occupazione. Adoperare il Pil per economie pre-industriali, o in via di industrializzazione, richiede dunque un numero non indifferente di assunzioni e compromessi che è necessario mettere in conto, e di cui il lettore, specialista o meno, può legittimamente dubitare – il lettore interessato trarrà grande beneficio dal recente lavoro di Baffigi sulle serie nazionali del Pil.

Il primo tentativo ‘moderno’ di quantificare queste differenze è, probabilmente, un articolo dell’economista dell’MIT Richard S. Eckaus. Esperto di sviluppo economico, in particolare nelle economie arretrate, in un articolo pubblicato nel 1960 su Moneta e Credito, tradotto l’anno seguente su uno dei ‘top journals’ internazionali di storia economica, Eckaus guardava all’Italia come ad una «opportunità di controllare, per quanto permettono i dati, alcune teorie moderne sullo sviluppo economico e sugli effetti dell’integrazione economica». In modo molto moderno, l’articolo cercava nella storia economica ‘dati’ per testare moderne teorie economiche: tuttavia, doveva riscontrare l’impossibilità di ottenere stime dei «dati fondamentali che bisognerebbe conoscere», e cioè «il reddito totale prodotto in ciascuna regione, la sua distribuzione, la sua composizione settoriale ed il suo rapporto con lo stock disponibile di capitale». Per questo motivo, con ragguardevole attenzione a evitare di perdere il dettaglio delle grandi differenze all’interno di Nord e Sud, procedeva a raccogliere quanti più «indicatori indiretti» possibile, pur considerando che «questi ultimi non sono sempre guide sicure». Mettendo insieme dunque le statistiche disponibili sui censimenti delle forze di lavoro, «capitali fissi sociali» (prevalentemente chilometraggio ferroviario e stradale, ma anche «il sistema scolastico», nella forma di dati sull’alfabetismo), produzione agricola, attività industriale, Eckaus era spinto a certificare la «chiara superiorità del Nord rispetto al Sud, al tempo della unificazione, in termini di produzione e redditi pro-capite». Certo, un simile giudizio dipendeva «necessariamente, in certa misura, da giudizio individuale»: ma se «la sola eccezione» a questo quadro derivava da una maggior quota di addetti industriali al Sud, «un calcolo del reddito pro-capite in agricoltura assegnerebbe al Nord almeno un vantaggio del 20% rispetto al Sud». E mentre i censimenti della popolazione industriale costituiscono una fonte assai problematica, per via della definizione assai labile di ‘industria’, in un contesto largamente arretrato come l’Italia di metà 19° secolo, gli altri indicatori mostravano maggiori «capacità di ulteriore sviluppo» nel Nord Italia.  Il citato capitale fisso sociale, così come dalla qualità delle produzioni agricole e industriali, facevano pensare a Eckaus che «il trapasso da antichi a moderni modi di vita era già bene avviato al Nord mentre era ai primissimi inizi nel Sud».

Uno sguardo ‘esterno’ non è sempre garanzia di ‘imparzialità’. Proprio in ambito anglosassone, studi più recenti hanno sottolineato l’esistenza di un approccio ‘orientalista’ al Sud (italiano quanto globale). Eppure, è assai sorprendente come diversi elementi – l’attenzione alle diverse ‘questioni’ dentro il Nord e il Sud; l’importanza di elementi sia quantitativi che qualitativi dello sviluppo economico; la stessa attenzione ai ‘potenziali’ di sviluppo futuro – verranno largamente confermati dagli studi dei successivi decenni. Dai tempi di Eckaus, difatti, l’evidenza disponibile è sensibilmente aumentata. Lo sforzo di diverse generazioni di storici economici ha lasciato in eredità al Paese diverse stime dei livelli di reddito sperimentati dalle diverse regioni a partire dal 1871. Prima di questa data, in cui sia il processo di unificazione che la stessa formazione dello Stato unitario e della sua statistica ufficiale raggiungono uno stadio più avanzato, sembra ancora assai difficile trovare cifre rispondenti ai criteri condivisi dalla comunità scientifica internazionale. In larga parte costruita sulla base del lavoro di Stefano Fenoaltea, e riassunta recentemente da Emanuele Felice in un libro di taglio volutamente divulgativo, questa evidenza sembra piuttosto concorde nell’indicare un gap di qualcosa meno del 20% nel reddito pro-capite tra il triangolo industriale del Nord-Ovest (Piemonte, Liguria e Lombardia) e il ‘Sud’ – definito come il preesistente Regno delle Due Sicilie più la Sardegna. Rispetto alle prime stime disponibili per la ricchezza, è interessante notare come regioni come Lombardia e Campania risaltino maggiormente rispetto a Piemonte e Sicilia; rimane invece, tutto sommato a sorpresa, un valore molto alto per il Lazio. Allo stesso tempo, come anticipato, i divari individuati da Felice ‘confermano’ in modo rassicurante l’unica cifra che Eckaus azzardava oltre cinquant’anni prima.

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Fonte: Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, appendice statistica

Evidenza non vuol dire, chiaramente, ‘verità’, ed è parte della ricerca storiografica che esistano versioni alternative. In particolare, rielaborando in modo differente le stesse serie prodotte da Fenoaltea, Federico, e lo stesso Felice, ma aggregandole con diverse metodologie, Vittorio Daniele e Paolo Malanima ottengono risultati (per il 1891) più contenuti (un divario di circa il 10%).  Senza compiere nuove stime, ma «in maniera deduttiva», i due autori ipotizzino che il divario al 1861 non dovesse essere maggiore di così. Questa stima, diventata il fondamento storico-economico di ricostruzioni più generali(ste) come quelle di Pino Aprile, che tanta fortuna di pubblico hanno riscontrato, costituivano il bersaglio polemico del libro di Felice. Non sorprende dunque come la Rivista di Storia Economica abbia ospitato un lungo ‘commento’ di Daniele e Malanima, seguito da un ancor più lungo ‘contro commento’ di Felice – e come la stessa dialettica, piuttosto accesa, abbia avuto ampio risalto su numerosi siti e pagine Facebook.

Alla base delle critiche di Daniele e Malanima vi sono, in primo luogo, diverse ‘tecnicalità’ nelle procedure di stima. Avendo fornito i link ad uso del lettore interessato, proviamo a riassumere qui quella che ci semrba più pertinente questo articolo. In primo luogo, Daniele e Malanima sembrano non condividere la metodologia sottostante le stime di Felice per il 1871. In sostanza, in presenza di una stima nazionale consolidata, Felice la ‘divide’ tra le regioni ricorrendo a una metodologia piuttosto diffusa in ambito internazionale. In assenza di stime dirette della produttività dei diversi settori, si ricorre come alternativa alle stime disponibili sui salari nelle diverse regioni italiane. Questo richiede diverse assunzioni – in primo luogo, che i salari riflettano la produttività. Tuttavia, è utile evidenziare come questo – pur in presenza di fonti necessariamente più incerte – sia lo stesso metodo con cui Felice ha ottenuto le stime per il periodo 1891-1951, pubblicate sulla Economic History Review e usate da Daniele e Malanima. Nell’articolo originale, Felice sottolinea come queste siano «not entirely satisfactory», ma semplicemente il massimo ottenibile con le fonti disponibili, comparabili con quanto si ottiene per altri Paesi europei. Se l’evidenza per il 1871 non può essere considerata definitiva (il lettore interessato può approfondirla qui), risulta difficilmente preferibile un ragionamento meramente “deduttivo”. Altri elementi di discordia risiedono nella scelta di ricostruire stime a confini dell’epoca (Felice), cioè le regioni come definite dalle fonti ufficiali d’età liberale, o piuttosto a confini di oggi, come fanno Daniele e Malanima, e nelle tecniche adoperate da questi due autori per interpolare i loro dati. Entrambi questi punti nascondono insidie e possono motivare stime assai differenti: tuttavia, quella che sembra essere la maggiore differenza sta nel tipo di interpretazione che a questo divario si vuol dare.

Pur riconoscendo la rilevanza di fattori di contesto come la ‘geografia’ – la povertà di risorse del Mezzogiorno, su cui si soffermava già la prima generazione di meridionalisti, e la posizione strategica del Nord rispetto alle regioni chiave dell’industrializzazione europea -, Felice insiste  su spiegazioni di tipo ‘socio-istituzionale’ (di cui ci aveva già parlato nella sua intervista). Alla luce delle moderne teorie istituzionaliste portate alla ribalta dai lavori di Acemoglu e Robinson, l’accusa di Felice alle classi dirigenti del Sud risulta per molti versi una versione aggiornata dell’interpretazione di Luciano Cafagna, che parlò per il Sud di una ‘modernizzazione passiva’. Proprio la mancanza di classi dirigenti che incarnassero una cultura di modernizzazione ha impedito al Sud una modernizzazione ‘attiva’, come quella sperimentata dal Settentrione. Quella che Daniele e Malanima chiamano “storia in negativo” – «ciò che non è avvenuto [dando], dunque, giudizi soltanto in negativo, come conseguenza di un confronto fra aspetti o momenti del passato con uno schema ideale di sviluppo, con un modello teorico, assunto come un dover essere» – è secondo Felice la concezione della disciplina storica come studio «non (…) solo  [di] quello  che  è  successo», ma di «quello  che  è  successo  nel contesto di quello che sarebbe potuto succedere». Interrogarsi su controfattuali plausibili – perché, in determinati momenti cruciali, il Sud abbia spesso ‘mancato l’appuntamento’ – costituisce, secondo Felice, non polemica politica o ideologia, ma strumento necessario a illuminare il presente.

In questo senso, ci sembra interessante approfondire una delle ‘novità’ dell’argomentazione di Felice, che Daniele e Malanima rilevano (in modo piuttosto critico), e cioè il ruolo delle disuguaglianze. L’idea non è, ancora una volta così aliena a quel lungo filone che ha voluto vedere nella Questione meridionale una questione sociale – o più specificamente demaniale. Tuttavia, la maggiore attenzione prestata negli ultimi trent’anni dagli economisti alle disuguaglianze personali consente a Felice di dettagliare questo elemento di ‘arretratezza’ del Meridione. Eppure, osservano Daniele e Malanima, le pionieristiche stime di Vecchi sulla disuguaglianza dei redditi mostrano un Sud meno ineguale del Nord al momento dell’Unità. Mettendo insieme quel (poco) che sappiamo della situazione del Sud all’Unità, è possibile apprezzare la pertinenza dell’osservazione di Felice. Lo stesso volume di Vecchi stima elevati tassi di povertà al Sud: in un’economia povera, la disuguaglianza di reddito (misurata dall’indice di Gini) risulta necessariamente bassa – non c’è reddito a sufficienza perché i ricchi siano molto più ricchi degli altri! Allo stesso tempo, in simili società, la ricchezza risulta fondamentale, tanto per sopravvivere a periodi di magra, quanto per iniziare attività imprenditoriali. E quel poco che sappiamo della ricchezza ci racconta la sua estrema concentrazione in pochissime mani – probabilmente accentuata dalle vendite di terre demaniali o in mano alla Chiesa avvenute dopo l’Unità. Senza una classe media in grado di produrre innovazione e attività imprenditoriale, né una forte domanda (data l’estrema povertà della maggioranza della popolazione), e con la ricchezza rimaneva in mano di ricchi e disinteressati baroni, il Sud sembrava un ambiente assai sfavorevole allo sviluppo economico. La ricchezza, anche dove era abbondante, rimaneva accumulata in forme classiche (terre e immobili), e non veniva investita – non diventando capitale. Come detto, l’evidenza in questo campo è frammentaria e spesso aneddotica, ma sembra fortunatamente destinata ad aumentare, grazie a progetti su vasta scala condotti sugli archivi catastali degli stati preunitari.

In ogni caso, la posizione che ci sentiamo di considerare prevalente tra gli storici economici è quella di considerare il reddito al 1871 una spia di ben più ampi divari nelle capacità di ulteriore sviluppo. Con l’unificazione, l’Italia prova ad integrarsi maggiormente nella crescente economia europea dell’epoca, e le regioni settentrionali sapranno trarre maggiori benefici dalla fase finale della cosiddetta ‘prima globalizzazione’, che si interromperà con la Grande Guerra. Questa interpretazione è supportata dalle differenze rilevate in una serie ben più ampia di indicatori. Come riassunto da Felice nel suo libro, più o meno tutti quelli che si è soliti denominare ‘indicatori sociali’ – istruzione, soprattutto in termini di alfabetizzazione; tassi di povertà e di malnutrizione; stature – interpretate più nelle variazioni, che tendono a rispecchiare variazioni nelle condizioni di vita soprattutto in età infantile, che nei livelli, ovviamente dipendenti da una componente genetica -; salute; … – confermano l’impressione data dal reddito. E anche includendo diverse delle variabili considerate ‘fonti di crescita’ – lo sviluppo finanziario, i già citati trasporti,  quella stessa ‘geografia’ già citata, soprattutto in termini di fonti d’acqua e vicinanza con i mercati settentrionali – sembravano essere con ogni probabilità più abbondanti al Nord.

Pur non indicando nessuna spaccatura colossale, né alcun destino di sottosviluppo per il Meridione, queste stime sembrano certificare l’esistenza di un ‘vantaggio’ del Nord, preesistente il momento dell’unificazione. Il rigoroso lavoro di Fenoaltea indicato in precedenza esclude che le politiche economiche unitarie abbiano intenzionalmente avvantaggiato il Nord rispetto alle altre regioni. Un argomento tradizionale di chi individua nell’unificazione l’origine dei mali del Sud sono i presunti effetti della improvvisa abolizione delle tariffe esistenti al 1861 tra i diversi stati italiani, che avrebbe esposto alla concorrenza le nascenti industrie meridionali e soprattutto napoletane. Chi si è occupato di misurare la effettiva integrazione dei mercati italiani ha tuttavia rilevato come la convergenza dei prezzi, già in atto prima dell’Unità, sia stata invece momentaneamente arrestata dall’annessione del meridione. La stessa unificazione monetaria sarebbe divenuta effettiva solo diversi decenni dopo quella legale: quella integrazione necessaria perché l’abolizione delle barriere producesse un effettivo danno ai produttori meridionali, dunque, non sembra esserci stata almeno fino alla fine del secolo, quando i divari erano già consolidati. Certo, qualche effetto l’aumentata pressione fiscale deve averlo avuto: è cosa nota come, all’unità, l’ex Regno di Sardegna detenesse un debito pubblico per abitante assai maggiore del resto d’Italia. Tuttavia, ciò che nella vulgata neoborbonica non si coglie è che quel debito era frutto, oltre che di spese militari, di quegli investimenti in infrastrutture che Borboni e Papi avevano preferito non fare, in virtù di una politica sintetizzata dal lavoro classico di Gianni Toniolo come volta a garantire zero tasse in cambio di zero investimenti – non esattamente garanzia di sviluppo economico. Recentemente, un articolo di Pierluigi Ciocca sulla Rivista di Storia Economica ha avuto il merito di sottolineare come ancora manchi una stima dell’impatto che, proprio in quel primo decennio unitario, ebbero il fenomeno del brigantaggio e della sua repressione, soprattutto sull’agricoltura. In ogni caso, allo stato attuale la ricerca storiografica sembra verosimile escludere che il divario sia stato creato, o enormemente amplificato, dall’unificazione stessa.

Ciò che sia Fenoaltea che Felice confermano è invece la grande eterogeneità su cui già Eckaus richiamava l’attenzione. All’interno del Sud, in particolare, esistevano differenze ampie quasi quanto quelle nazionali, con la Campania che si attestava su livelli superiori a quelli del Piemonte. Focalizzandosi sull’attività più propriamente industriale, ciò che Fenoaltea conclude è che l’Italia – con l’unica eccezione della Lombardia – era ancora una “traditional ancient regime economy”, nella quale le attività manifatturiere tendevano ad essere naturalmente concentrate nei pressi delle Corti. Tuttavia, più interessante sembra essere guardare alla vicenda con uno sguardo più ampio. Come sottolineato in un recente contributo di Iuzzolino, Pellegrini e Viesti, una volta messe a confronto con gli standard delle nazioni europee dell’epoca, tutte le regioni d’Italia, da Nord a Sud, non possono che essere «uniformemente più povere, tutte sostanzialmente economie agricole, ma con differenti gradi di arretratezza». E anche allora, la disuguaglianza regionale del neonato Regno sarebbe stata inferiore non solo al ben più vasto ed eterogeneo Impero Asburgico, ma di uno stato nazionale tra quelli di più antica formazione come la Spagna.

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Fonte: Emanuele Felice e Giovanni Vecchi, “Italy’s Growth and Decline, 1861-2011“, The Journal of Interdisciplinary History (Spring 2015)

I divari riassunti in precedenza sembrano più che sufficienti a spiegare la divergenza registrata fino alla prima guerra mondiale. La crescita del triangolo industriale viene ulteriormente accentuata dalle tendenze monopolistiche stimolate dallo sforzo bellico e, in un secondo momento, dalle necessità dell’economia autarchica: è proprio nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, difatti, che i divari regionali italiani esplodono oltre ogni livello di guardia. Nella serie di Felice e Vecchi, riportata in figura, si può osservare come il primo dato per l’immediato secondo dopoguerra – il 1951 – mostri un divario apparentemente incolmabile tra il nord-ovest e le aree meridionali ed insulare del paese (mentre il Centro Italia ‘galleggia’ sempre su valori in linea con la media nazionale e il Nord-Est sembra aver iniziato la sua marcia di riavvicinamento). Tuttavia, con la fine della guerra finisce anche l’attitudine passiva dei governi nazionali. L’Italia democratica fa del miglioramento delle condizioni di vita nel Meridione una questione…d’onore, e dà avvio alle prime serie politiche di sviluppo regionale. Proprio negli anni ‘miracolosi’ dei decenni ‘50 e ‘60 – in cui l’Italia tutta marcia a ritmi largamente unici nella storia economica d’occidente – il Sud ricuce molta della distanza persa negli anni di crisi e stagnazione. La convergenza registrata in quegli anni è impressionante, tenuto conto che avviene nei confronti di un Nord Ovest tornato con ogni diritto nel novero delle regioni economicamente più dinamiche del mondo. Per molti versi, dunque, il Miracolo Italiano è composto di un ancor più sconvolgente Miracolo Meridionale. Con gli anni ’70, la fine del sistema economico mondiale definito dagli accordi di Bretton Woods, le crisi petrolifere degli anni 1973-1974 (cui aveva accennato Niccolò Serri qui) e l’avvio di una fase altamente incerta dei mercati internazionali fermano la corsa non solo del Sud, ma anche delle regioni settentrionali. Pur continuando a crescere al di sopra della media dei Paesi occidentali, l’Italia sembra essere entrata nella sua fase di declino relativo, almeno secondo il recente volume di Felice. Almeno fino a parte degli anni ‘80, sarà la ‘terza Italia’ dei distretti e delle piccole imprese a dare agli italiani l’illusione di avere in casa una nuova ‘variante del capitalismo’, in grado di trascinarli oltre la risacca. Ma nonostante la fascinazione straniera – in questa fase le principali organizzazioni internazionali ‘vedono’ nelle loro previsioni il sorpasso dell’Italia ai danni della affannata Germania e della Francia, mentre un giovane Bill Clinton, governatore dell’Arkansas, si reca in visita nelle provincie di Modena e Reggio Emilia, per apprenderne i segreti – sarà un fuoco di paglia. Il 1992 inizia con i primi arresti – a Milano, non certo nel ‘Sud criminale’ – che daranno il via a Mani Pulite, e si chiude con una crisi valutaria, che inaugura una lunga fase di stagnazione economica. Proprio di recente, Carlo Clericetti su Repubblica ha provato a riportare l’attenzione su i primi, cruciali anni cruciali ’90, e sul loro ruolo nel declino del Paese. Declino che si materializza appieno nel decennio 2000-2010, quando, sempre secondo Felice e Vecchi, il tasso di crescita italiano è «il peggiore del mondo» (escludendo i Paesi colpiti da calamità naturali o guerre). E se da allora il Meridione d’Italia è cresciuto – come denunciato recentemente dallo Svimez – la metà della disastrata Grecia, ancora nel 2013 Iuzzolino, Pellegrini e Viesti potevano notare come il divario tra le regioni meridionali e il resto del Paese fosse rimasto a livelli sostanzialmente invariati da quelli raggiunti nel 1970, al termine della breve ma intensa fase di catching up. Purtroppo, da allora, tutto lascia credere che la lunga coda della più aspra crisi della storia unitaria abbia infine avuto effetti anche riguardo ai differenziali regionali.

Alla luce di questo tentativo di sintesi, la ‘Questione’ può essere meglio inquadrata. Al tempo dell’unificazione, il divario tra le regioni meridionali e settentrionali – considerate come due blocchi, ed omettendo dunque grosse variabilità regionali – era rilevante ma non irrecuperabile. I diversi vantaggi riscontrati dal Nord potrebbero spiegare l’aumento delle disuguaglianze anche in assenza di specifiche politiche ‘coloniali’ ed estrattive da parte dei ‘Piemontesi’; i divari esplodono anche grazie all’intervento statale in occasione delle due guerre mondiali, ma – come nel 1870 – guardare alle macro-regioni oscura molta della variazione regionale (e talvolta anche intra-regionale); in seguito, con il pieno sviluppo del Miracolo e l’avvio delle prime concrete politiche regionali fa seguito l’andamento a “U rovesciata” che ci si aspetta in simili casi. Come illustrato ad esempio nella classica proposizione di Williamson, è dinamica piuttosto comune e teoricamente comprensibile che, nel processo di crescita e convergenza di aree relativamente arretrate – come abbiamo visto essere l’Italia all’inizio della storia unitaria –l’avvio dell’industrializzazione avvenga in maniera diseguale, concentrandosi in una area per poi diffondersi solo in un secondo momento al resto del Paese. Il sovrapporsi di tempistiche diverse genera, per l’appunto, un aumento seguito da una riduzione dei divari. L’idea dietro un simile schema è per molti versi analoga a quella teoria delle disuguaglianze personali nota come ‘curva di Kuznets’, secondo cui anche le differenze tra i cittadini di una data economia aumentano nella fase di industrializzazione per essere ricucite a stadi più avanzati di sviluppo.  Non si vuole così negare che l’intervento – e il non intervento – prima degli anni ’50 abbiano avuto un impatto su questi andamenti. Queste ‘curve’ son, del resto, formalizzazione di relazioni prevalentemente empiriche, osservate nel passato, e non ‘leggi’ ineluttabili: lo stesso percorso della disuguaglianza nel nostro Paese, ritratto da Vecchi nel volume citato in precedenza, sembra smentire l’ipotesi di Kuznets; mentre l’emergere di una nuova ondata di disuguaglianza nei Paesi industrializzati ha spinto economisti come Branko Milanovic ad aggiornare le predizioni di Kuznets, proponendo una teoria di ‘cicli’ di disuguaglianza. Ciò che interessa affermare è che, di per sé, l’esistenza e l’andamento di questi divari non richiederebbero spiegazioni particolari, risultando in linea con molta della teoria e gran parte dell’evidenza storica comparabile. L’analisi, magari arida, degli indicatori economici non sembrerebbe giustificare l’esistenza di una ‘Questione’, o perlomeno non della rilevanza di quella Meridionale.

Ci sono, certo, alcune cose che è bene considerare. Intanto, nei quasi cento anni precedenti la fase di convergenza, l’andamento economico del Meridione d’Italia (sempre considerato nel suo complesso) è probabilmente da considerarsi piuttosto modesto in termini assoluti. Negli anni 1871-1951, il tasso annuale di crescita del Sud sarebbe, secondo le stime attuali, appena lo 0.5% – metà e un terzo di Centro e Nord-Ovest rispettivamente. Questo, in un’epoca di lenta ma non irrilevante crescita per l’Italia, e soprattutto di investimenti maggiori in infrastrutture, istruzione e beni pubblici (in raffronto a quanto avvenisse ai tempi dei Borbone), può essere considerato un fallimento, anche se forse è un giudizio che tiene conto più dell’esperienza storica successiva che delle reali possibilità. In secondo luogo, in un lavoro citato in precedenza, A’Hearn e Venables sottolineano come lungo le diverse fasi della storia d’Italia, tutte e tre le determinanti classiche della collocazione geografica delle attività economiche – vantaggi naturali, accesso al mercato domestico e a quelli internazionali – abbiano spinto in favore delle stesse regioni. Questa è in effetti una peculiarità tutta italiana, e fa sì che disuguaglianze di entità non anomala nei raffronti internazionali, costituiscano tuttavia ‘un caso’, in quanto registrate sempre tra gli stessi ‘primi’ e ‘ultimi’. Se in altri Paesi europei, nell’arco un secolo e mezzo, l’evolversi delle fasi politiche e dello sviluppo economico ha visto aree un tempo ‘leader’ lasciare il passo, in Italia il Nord-Ovest ha sempre guidato, e il Sud ha sempre inseguito. Come sottolineato dagli stessi Daniele e Malanima nel loro ‘commento’,

Mentre  un  secolo  e mezzo  fa  l’ineguaglianza  era  “dispersa”  sia  nel  Nord  che  nel  Sud,  in  seguito  si  è concentrata  nelle  due  sezioni  del  paese.  In altre  parole c’è  stata  convergenza  tra  le regioni che compongono  il Nord e quelle che compongono il Sud, ma c’è stata divergenza fra Nord e Sud.

La dinamica di questi centocinquant’anni, dunque, aiuta a rendersi conto che dentro la Questione ci sono tante domande e fenomeni differenti – l’ascesa e il declino dell’Italia tutta; l’andare e venire dell’intervento pubblico (oltre alla sua diversa ‘qualità’ nelle diverse fasi storiche); le diverse storie regionali, da Nord a Sud. In questo senso, se la storia economica è di qualche utilità, questa sembra risiedere nel rifiutare narrazioni forzatamente dualistiche e semplificatorie.



Giacomo Gabbuti, romano, vive a Oxford, dove studia Economic and Social History, cercando di far dimenticare un passato a economia. Collabora al progetto HHB, e si occupa di benessere e disuguaglianze in prospettiva storica, con occhio soprattutto all’Italia Fascista. È redattore di 404: file not found, per cui coordina il focus TraDueMondi sulla storia economica italiana.

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Pubblicato da quattrocentoquattro il 21 marzo 201312 maggio 2016

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A partire da oggi potrete scaricare gratuitamente da questa pagina #costruirestorie. Nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione: il primo ebook interamente ideato, curato e pubblicato dalla redazione di 404: file not found.

Come avrete la possibilità di leggere, si tratta dell’ultimo sviluppo del ciclo di incontri Costruire storie che si è svolto lo scorso anno all’Università di Siena. Si tratta di un testo ibrido che intende da un lato riproporre alcuni degli interventi pronunciati in quelle giornate, dall’altro rilanciare, con riflessioni nuove, il dibattito avviato anche in rete.
Nel blog potete ritrovare attraverso il tag “#costruirestorie” i focus realizzati in occasione delle quattro giornate di incontri e qui gli audio di quest’ultime.

La realizzazione dell’ebook è stata volutamente pensata per i soli formati .epub e .mobi. Questo perché, come ha scritto Flavio Pintarelli in occasione della pubblicazione dell‘ebook de il lavoro culturale, “volevamo confrontarci col panorama dell’editoria digitale in modo diretto. Il pdf è tradizionalmente un formato di stampa e a noi interessava invece un altro ambito di lavoro”. D’altronde, per quanto riguarda l’accessibilità ai due formati, chi non possiede ereader o tablet, può scaricare gratuitamente programmi di lettura ebook per pc (Calibre) o i plug-in per i browser più diffusi (Mozilla, Chrome, Safari).
Per i possessori di ereader o tablet, invece, la scelta fra i due formati dipenderà dal tipo di file supportato dal vostro lettore.

Per “pagarci” con un tweet o un status fb clicca qui per il formato .epub e qui per quello .mobi.

Altrimenti potete scaricare l’ebook direttamente da qui in formato .mobi e da qui quello in formato .epub

Buona lettura, enjoy!

L’ultimo Natale di Coop Costruzioni: intervista con Maurizio Maurizzi (Fillea CGIL)

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Bologna. Il Natale è nell’aria: via Indipendenza, il lungo viale che porta a Piazza Maggiore, è illuminato dagli addobbi natalizi; i negozi espongono in vetrina i primi saldi, una fiumana di gente riempie le strade del centro. Tutto sembra fluire come sempre, nel freddo Natale bolognese.

In un bar a ridosso della stazione incontro Maurizio Maurizzi, segretario regionale  della Fillea CGIL,  il sindacalista che ha seguito la vicenda della Coop Costruzioni fino al triste epilogo delle scorse settimane. Ci sediamo, e davanti ad un caffè proviamo a ripercorrere questo anno di inferno, in cui il colosso cooperativo ha dovuto dichiarare fallimento. Sì, perché –  come afferma Maurizzi – “la liquidazione coatta amministrativa è identica al fallimento”. La Coop costruzioni non esisterà più, è questo il primo e duro verdetto della trattativa che si è protratta per un anno circa. Mesi passati a rincorrere una soluzione che salvasse l’azienda, che mettesse a riparo la produzione, che desse un orizzonte stabile ai 360 lavoratori della più grande cooperativa del Bolognese. Nel mese di marzo i primi accordi sindacali, i primi periodi di cassa integrazione, con la speranza  di trovare una soluzione per garantire la capacità produttiva della cooperativa.  Niente da fare. Adesso le decisioni spettano al Commissario, incaricato dal Ministero per valutare se esistono le condizioni per garantire 12 mesi di ammortizzatori sociali ai lavoratori, rimasti senza lavoro. Il dramma sociale è enorme. Adesso, bisogna fare in fretta per assicurare un anno di Cassa Integrazione; serve un atto del Ministero del Lavoro che autorizzi il ricorso alla Cig.

Le ragioni del fallimento sono tante: dalla fragilità del settore delle costruzioni, che ha visto nei sette anni di crisi perdere più del 37,8 % degli occupati, alle scelte discutibili dei principali attori del mondo cooperativo e delle istituzioni locali. “È stato un errore – afferma Maurizzi – pensare che l’edilizia potesse sopravvivere alla crisi del mercato immobiliare continuando a investire sul mattone e sul consumo del suolo. Sono mancati processi di riorganizzazione aziendale, è mancata la capacità di investire su piani di riconversione della produzione, scommettendo sulla bio-edilizia, sulle strategie di efficientamento energetico, su investimenti per la manutenzione del territorio”.

È mancato il ruolo strategico degli attori pubblici e privati nel disegnare strategie di sviluppo sostenibile: “Io non credo che la Lega Coop bolognese possa essere accusata di aver voluto la crisi dell’azienda: semplicemente è venuto meno il ruolo di direzione che ci si aspetta in momenti di grave difficoltà del tessuto produttivo locale”.

Eppure, dentro la crisi della Coop Costruzioni emerge una frattura più ampia, che riguarda il rapporto tra modello cooperativo e sistema capitalistico – e più in particolare, alla graduale subalternità del mondo della cooperazione alle regole di sviluppo del mercato privato. La peculiarità della cooperazione come forma di organizzazione economica alternativa a quella di mercato sembra scomparire del tutto, assorbita dagli automatismi dell’accumulazione capitalistica. “Non è tanto un problema di governance interna all’impresa cooperativa – afferma Maurizzi – perché anche alla Coop Coostruzioni i soci votavano regolarmente, l’Assemblea dei soci e il CDA assumevano le scelte principali in tema di investimenti e di linee di sviluppo. Il tema vero è che è mancata una visione strategica, idee di rilancio del sistema”. Un punto che spiega quanto  la sostenibilità del modello cooperativo, nell’epoca del dominio delle logiche di mercato, sopravvive solo se incentivato e rafforzato dalla mano pubblica, da un ruolo attivo delle istituzioni di governo. Non si tratta di  fare il panegirico della cooperazione come “cinghia di trasmissione” e neppure di rimpiangere la “politica degli appalti” e l’alba dorata del movimento cooperativo nell’età giolittiana; si tratta solo di notare che l’egemonia del modello capitalistico può essere messa in discussione solo se si darà nuovo impulso a forme di programmazione economica aperte e flessibili al contributo di tutti gli attori in campo. A partire – come ricorda Maurizzi – “dalla funzione fondamentale del sistema della rappresentanza sindacale”.

Uno schema che può essere riassunto nella necessità di superare il paradigma della conservazione e dell’adattamento al sistema capitalistico, che ha contraddistinto le ultime fasi della vicenda del movimento cooperativo. Non è più pensabile oggi per la cooperazione mantenere saldi alcuni punti di forza in specifici segmenti produttivi, senza rilanciare una sfida più ampia all’intero modello di sviluppo.

Un tema che richiama con forza il ruolo della politica, in una città che si appresta ad andare al voto nella prossima primavera. “Incredibile – nota Maurizzi – che il tema di Coop Costruzioni, del modello di sviluppo, della cooperazione sia dimenticato dalle liste di sinistra che si presenteranno al voto”. Implacabile  il paragone con il PCI, il partito della cooperazione e del lavoro, che sapeva saldare obiettivi di crescita e sviluppo con i diritti e la dignità del lavoro. “Che nostalgia – ammette Maurizzi – quando penso a quando, giovane delegato sindacale, sapevo di avere sempre le spalle coperte quando rilanciavo mesi di scioperi per richiedere la riduzione dell’orario di lavoro”.  Il tempo in cui era palpabile la presenza di un referente politico del lavoro, in cui non era necessario ratificare un patto con il mondo dell’impresa per sapere che qualsiasi strategia di investimento privato non poteva eludere il tema dei diritti dei lavoratori.

E poi, c’è il rapporto tra sindacato e mondo cooperativo – perché la vicenda di Coop Costruzioni e i fallimenti dei grandi gruppi cooperativi degli ultimi anni, dalla Cesi al Coopsette, riguardano da vicino le debolezze  del movimento dei lavoratori, la sua difficoltà ad esprimere una voce forte e autonoma, di costruire un fronte unitario contro l’offensiva padronale. La crisi del movimento cooperativo è la spia di una crisi più generale del sistema della rappresentanza del mondo del lavoro. “Io mi ricordo – afferma Maurizzi – che tanti anni fa, quando dovevamo organizzare una manifestazione a Roma, ero in grado da solo di assicurare tre pullman solo da Bologna, solo dai miei”.  Sembra passata una vita, un secolo, quando il movimento cooperativo era considerato una componente  centrale del movimento operaio e della capacità di incidere sugli assetti di governo dell’economia.  Era il tempo  in cui la cooperazione rappresentava il modello storico da contrapporre alle leggi dello sviluppo capitalistico.

Oggi, invece, ci restano quei 300 lavoratori: ombre scure che si allungano sulle luci del Natale, su una città che si appresta a celebrare le sue feste come nulla fosse, immersa nei riti eterni del consumo, in una enorme cappa nebulosa che copre tutto. Fumiamo l’ultima sigaretta prima di salutarci, quasi in silenzio. Lui torna in “montagna”, a Castel d’Aiano; io aspetto il primo treno  per  Modena. È sabato sera, ma nessuno di noi due se n’è accorto.

Non il cielo, l’infinito in una stanza. Intervista a Francesco D’Isa su “La stanza di Therese”

Il 20 aprile è uscito per Tunué La stanza di Therese, il nuovo romanzo di Francesco D’Isa. Esordio per l’autore fiorentino con questa collana ma non esordio assoluto, anzi semmai naturale seguito dei suoi lavori precedenti. D’Isa infatti ha al suo attivo già la pubblicazione di un graphic novel (I, Nottetempo) e due romanzi, Anna e Ultimo Piano, rispettivamente usciti per Effequ e Imprimatur. L’autore ha anche una formazione filosofica e artistica e cura il sito di critica artistica L’indiscreto. La stanza di Therese, coerentemente alla formazione di D’Isa, è un libro particolare. Innanzittutto è un romanzo epistolare: le lettere sono quelle scritte dalla protagonista Therese alla sorella, dalla stanza di un albergo in cui la donna si è isolata da ormai nove mesi con un unico fine, riflettere su un problema da cui è ossessionata da tempo: il concetto di infinito e l’esistenza di Dio.

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Quello che sembra un dialogo è in realtà quasi un monologo: la destinataria delle lettere risponde solo tramite annotazioni sugli stessi fogli che rispedisce alla mittente. Dunque c’è sì una controparte, ma dalla presenza poco vigorosa, che non argina il flusso del ragionamento e si limita a porre piccoli dubbi. Piccoli, ma seminali: il discorso che Therese mette in atto attrae come il canto delle sirene e il lettore sarebbe portato a parteggiare completamente per lei, se non fosse per le osservazioni, fredde quasi fino al cinismo, che la sorella appone ai “deliri” della protagonista.

Il punto di forza del romanzo sta, di fatto, nella relazione tra testo e immagini. Fin dalla copertina, queste ultime costellano tutto lo scritto ed entrano in una relazione particolare con la parola. Si tratta per la maggior parte di illustrazioni didascaliche, schemi che esplicano i ragionamenti di Therese o riproduzioni degli oggetti o delle persone menzionati lungo le pagine. Ad esempio: una serie di cerchi concentrici per esemplificare una teoria sulla separazione tra la coscienza e il mondo; un diagramma che rappresenta il paradosso di Zenone, citato dalla protagonista; o ancora il vestito che Therese indossa nel momento in cui scrive la lettera o la planimetria della stanza. L’apparato grafico segue ogni rivolo del testo e il pensiero ossessivo di Therese, rivolto all’infinito, in realtà si rispecchia in un’attenzione per i minimi dettagli. Il libro è una riproduzione anastatica del carteggio, con tanto di ritagli dai volumi consultati e macchie di caffè sul foglio.

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Ho avuto modo di proseguire questo ragionamento direttamente con l’autore del romanzo, a Firenze, in occasione della prima presentazione pubblica del libro (il 20 aprile, nei locali della Cité – Libreria Caffè).

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Vorrei fare con te un gioco simile a quello che nel libro Therese fa con la sorella: ti proporrò delle citazioni e poi da lì partiremo per sviluppare il discorso.
«La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dal poco che gli basta per staccarsi dalla città pur continuando a tenerla d’occhio» (Italo Calvino). Quanto è forte secondo te Therese nella sua determinazione eremitica, considerato che comunque tiene contatti con il mondo esterno – scrive alla sorella e parla con la madre?

Questo riuscire a ritirarsi pur mantenendo i contatti potrebbe essere il desiderio principale di Therese. Penso che sia il sogno di ogni eremita, riuscire a ritirarsi in qualunque momento, in qualunque istante. Ci riuscivano forse solo i soldati giapponesi che durante la seconda guerra mondiale si mettevano a meditare tra le bombe. Di certo a lei piacerebbe avere una tale forza meditativa.

«La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità» (Antonio Tabucchi). Come in Tabucchi, nel tuo romanzo c’è un bilanciamento ideale tra filosofia e letteratura. Come hai lavorato per ottenere questo equilibrio? Hai mai avuto l’impressione che l’elucubrazione filosofica a volte fosse troppo densa? O che, al contrario, quando Therese parla del suo incidente, o quando rievoca i ricordi da bambina, questo distogliesse dall’attenzione verso il ragionamento?

Dal punto di vista tecnico è stata la cosa più difficile in assoluto, e anche quella in cui l’editing e i suggerimenti dei lettori mi hanno aiutato più di tutti. Perché io ero più interessato alla parte filosofica che a quella narrativa e per questo l’equilibrio interno mi pareva difficile da raggiungere. In realtà questo stratagemma l’ho copiato da Kierkegaard che in tutti i suoi libri tirava in ballo voci di personaggi inventati, spesso contraddittori. Secondo me questo è un ottimo modo per affrontare la filosofia, vederle come una serie di contraddizioni connesse.

«C’è del metodo nella sua follia». È in Amleto, lo dice Polonio di Amleto stesso. l Succede qualcosa di interessante nel tuo libro: il lettore rimane affascinato dai ragionamenti di Therese pur riuscendo a mantenere la prospettiva dei “sani”, grazie agli appunti della sorella. Come hai fatto tu a rimanere “sano” – se ci sei riuscito? Cos’è stato per te scrivere questo libro, al di là del metodo di lavorazione, quanto ti ha coinvolto?

Mi ha coinvolto tantissimo. Ero folle quasi quanto Therese, se non di più, anche se facevo cose meno strane nel mondo esterno: non mi sono rinchiuso in albergo né ho lasciato il lavoro. Quello che si dice in Amleto, e che è implicito nella tua domanda, lo trovo spesso una questione di prospettiva. Therese sta facendo dei ragionamenti sensati. Vista dall’esterno è completamente pazza, ovvio, ma molte delle cose che facciamo tutti i giorni viste dall’esterno sono da pazzi completi. In un’altra intervista mi hanno chiesto una cosa simile e mi è venuto in mente per qualche strano motivo l’esempio di un controllore dell’autobus. Se io non so cosa sta facendo e lo vedo chiedere pezzi di carta alle persone, mi sembra uno psicopatico, se invece sono dall’interno e so cos’è mi appare meno strano. È lo stesso per Therese…

Si tratta quindi di una questione relazionale. Le relazioni che noi stabiliamo con le altre persone ma anche le relazioni che diamo ai comportamenti per trovare un senso all’esistere. E mi sembra che tutto il libro sia un’opera di relazione per Therese, dalla relazione con la sorella a quelle passate con i fidanzati, alla struttura del suo ragionamento filosofico stesso, che delle relazioni fa la base. Un’altra delle relazioni importanti è quella tra parole e immagini. E siccome il tuo editor Vanni Santoni durante la presentazione ha dichiarato che si può apparentare questo libro ad un graphic novel, a me è venuta in mente la definizione di Scott McCloud, che prova a definire il fumetto così: «Immagini e altre figure, giustapposte in una deliberata sequenza con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore». La sua è una definizione che mette l’accento sulle immagini. Mentre in Therese, se pur come hai dichiarato, proprio durante la presentazione, «togliere le immagini sarebbe come togliere la punteggiatura», io vedo una forma più simile a quella di un romanzo illustrato o addirittura per certi versi ad un manuale.

C’è sicuramente una sproporzione, c’è più testo che immagine ma l’immagine è indispensabile, è una parte di testo. Sono d’accordo comunque, è più un romanzo illustrato che un graphic novel.
La questione delle relazioni invece è assolutamente centrale. La teoria di Therese parte dall’assunto che tutto è solo se è in relazione, il che poi è anche un assunto della filosofia buddista quindi ha discendenze antiche. Ciò la porta a conseguenze che non ci sono nel buddismo ma che valgono per lei. Ovviamente essendo questa l’impronta di tutto il libro, le relazioni la giocano un po’ su tutto tra cui la relazione tra testo e immagine, tra le figure, tra parola e cancellatura.

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A proposito di cancellature, tutti i nomi di luoghi sono cancellati ma se ne salvano alcuni. Ad esempio ci sono Lisbona e Parigi, che però appaiono come menzogne che Therese racconta alla madre, e Londra e Roma che invece sono luoghi che fanno parte del passato “reale” dei personaggi e che non vengono cancellati. Perché quest’eccezione?

Mettendomi nei panni della sorella, ho cancellato solo ciò che rimandava a qualcosa di privato, tutti i nomi propri e quelli che riconducevano al luogo di origine di Therese. I ricordi quindi si potevano tenere, ma l’indirizzo andava cancellato.

D’altronde è logico che in un libro sull’infinito abbia poca importanza il particolare.

Sì esatto, quello era lo scopo di tutte le cancellature. Tutti i nomi particolari sono come variabili in un linguaggio logico e infatti non hanno alcuna importanza.

Se volessimo continuare il paragone di Therese come mistica,penso che alcune delle immagini del libro che appaiono all’improvviso, come ad esempio il vestito che lei indossava oppure i ragni, possano essere paragonate in senso lato alle visioni degli eremiti.

Quelle immagini dei ragni sono di Ernst Haeckel, uno zoologo che ha pubblicato un libro sulle forme della natura. E seguono l’ordine dei ragionamenti di Therese.

E come hai scelto quali rielaborare e quali no?

Non c’è stato un ordine preciso, era un processo artistico. È un po’ come se mi chiedessi perché hai scritto questo paragrafo e non l’altro, non saprei risponderti.

L’esegesi nella prassi. Alcune considerazioni sulla giornata di studi Il labirinto del no: Bartleby di Herman Melville

di Raffaello Rossi

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“Levate Dio fuori dai dizionari, e Lo ritroverete per le strade”.[1]

1. E tornerete ancora coi cattivi maestri…

Il seguente non è un resoconto puntuale dell’iniziativa che si è tenuta il 13 marzo presso la facoltà di Lettere e Filosofia a Bologna: molti elementi sono infatti rimasti fuori, e alcune voci tagliate persino per intero[2]. Si cerca piuttosto di delineare un percorso che eccede i contenuti della giornata, senza il quale tuttavia non si rende giustizia allo spirito dell’iniziativa stessa. Come sottolineato dagli interventi di apertura dei docenti Federico Bertoni e Donata Meneghelli, si tratta sì di un’iniziativa culturale, ma fortemente “situata”, a causa dei ripetuti sgomberi subiti dal collettivo Bartleby che alla figura del personaggio melvilliano si è ispirata fin dagli inizi. Gli interventi dei diversi relatori acquistano pertanto una valenza e una direzione insolite, per cui i piani del discorso sulla letteratura e quello dell’agire reale s’intrecciano in quella che sintetizzerei come un’esegesi nella prassi, ed è di questo spirito che si cerca di tratteggiare gli aspetti fondamentali.[3]
Nel 1853 Herman Melville terminava il racconto del giovane scrivano, la cui storia ci viene narrata come un singolare rapporto di lavoro dall’avvocato a capo del suo ufficio[4]: un giovanotto educato e mite di cui si conosce solo il nome, Bartleby, viene assunto in uno studio legale di Wall Street, ma si rifiuta ben presto di svolgere le sue mansioni senza un motivo comprensibile. Dinanzi ai tentativi dell’avvocato-narratore di farsi spiegare le motivazioni di tale disobbedienza, Bartleby si chiude ermeticamente in un mutismo ascetico, non facendo altro che fissare la parete visibile dalla finestra dell’ufficio. Si sottrae continuamente alle richieste del suo superiore rispondendo «I would prefer not to», «formula [che] “sconnette” le parole e le cose, le parole e le azioni, ma anche gli atti linguistici e le parole»[5].
L’atteggiamento di Bartleby, che non solo si sottrae a i propri compiti, ma non vuole neppure lasciare l’ufficio, mette in crisi tanto la logica filistea dell’avvocato quanto i tentativi di comprensione da parte del lettore:

Bartleby ci fa sentire il carattere incondizionato di uno stato di presenza.[…] Egli è là, in una completa esteriorità rispetto a tutto quello che potremmo mai dire o pensare. La sua distanza ha il senso d’uno spazio esterno in cui vivono le presenze estranee, e su cui viene tenuto uno sguardo di sorveglianza, non diverso da quello che un gatto tiene su un uccello capitato nel suo territorio.[6]

Incarcerato dalle autorità per aver infranto la legge con la sua mera ma irremovibile presenza, Bartleby si lascia morire, reiterando la sua formula persino al vivandiere che il compassionevole avvocato aveva pagato per nutrire il suo ex-dipendente.
Al nome di Bartleby è legata la storia del collettivo bolognese nato dal movimento dell’Onda che, con l’esaurirsi della fase di massa delle proteste contro i tagli operati dalla finanziaria dell’ultimo governo Berlusconi, ne ha mantenuto e sviluppato le istanze, diventando negli ultimi quattro anni una delle esperienze di conflitto politico e culturale più significative in città.
Questa storia sembra messa a repentaglio dalla decisione di chiudere la sede di Bartleby situata in S. Petronio Vecchio da parte del rettore dell’ateneo bolognese Ivano Dionigi. Al primo sgombero è seguito il tentativo di occupazione in un altro stabile dell’università sito in S. Marta, nuovamente impedita dalle FdO. Attualmente il collettivo continua a riunirsi e a promuovere iniziative (seminari di autoformazione, laboratori teatrali e musicali, concerti e dibattiti) al numero 38 di via Zamboni, dove risiede il dipartimento di filosofia, nell’aula Roveri occupata[7].

Il recente itinerario di Bartleby ci riporta a quanto è successo, e continua a succedere, ad altre istanze – dalle occupazioni per il diritto ad abitare alle forme di socializzazione alternativa – e forme di vita come quelle dei migranti e delle cosiddette “marginalità”: sono presenze non riducibili ai monologhi della governabilità, che come il personaggio di Melville, destrutturano linguaggi, comportamenti e mediazioni, diventano presenze “indesiderabili”, scomode proprio perché radicate, irremovibili e impermeabili ai comandi di chi ha interesse nel mantenimento di un certo status quo.
I Bartleby dei giorni nostri non trovano però la stessa volontà di capire che contraddistingue il narratore melvilliano. Lo stesso personaggio letterario finisce anzi per risultare nient’altro che indesiderabile e “cattivo maestro”. Infastidisce soprattutto quegli scrivani più zelanti che “sanno obbedire” come l’ottimo Nicola Muschitiello, il quale su di un foglio reazionario locale usa i seguenti epiteti per lo stralunato collega immaginario:

un idiota che preferisce dire di no e finisce morto di fame volontariamente in carcere
[…] Era il signore delle preferenze. Era uno, Bartleby, che a un certo punto dice di preferire addirittura di “non essere neanche un po’ ragionevole“. Il suo datore di lavoro tenta di tutto. Senza nessuna violenza. Si rifiuta di licenziarlo. Sino alla fine. Niente da fare. Bartleby è un “demented man”, un demente. Affascinante quanto si vuole. Ma il suo comportamento è quello di un “ripugnante” prepotente, un passivo.
[…] Il vile personaggio Bartleby, prototipo di un silente vittimismo, quando non si lascia morire, mostra la sua forte aggressività, che sembra nuova ed è vecchia. L’aggressività di chi non sente ragioni. Di chi occupa ‘a prescindere’.[8]

Per screditare un collettivo universitario, il neo-futurista Muschitiello sferra un goffo attacco a tutta la letteratura – tutt’altro che circoscritto al personaggio di Melville – e alle problematiche di cui si fa portatrice.
La giornata di studi del 13 marzo si situa in un clima di tensione tra la parte attiva e critica degli studenti e l’istituzione universitaria. Si comprende dunque perché l’impostazione data dagli organizzatori è stata perciò quella di «una questione collettiva su di un testo letterario»: le modalità di discussione e il contenuto degli interventi va calibrato su un “qui e ora” in cui il racconto di Melville vive in una molteplicità non solo delle interpretazioni ma degli usi, come efficacemente sottolineato nell’intervento di Daniele Giglioli, e delle applicazioni, secondo le parole di Wu Ming 4.

2. Poetiche del rifiuto

Ermanno Cavazzoni, scrittore e sceneggiatore, nonché compagno di strada del curatore di Bartleby per Feltrinelli, Gianni Celati, si riallaccia ai temi classici legati allo scrivano di Wall Street: l’enigma del suo rifiuto e della sua immobilità lo rendono una sorta di mistico moderno, un’entità senza tempo che proprio per i suoi richiami al sacro, all’eternità e all’essenza non può che essere fraintesa in un mondo basato sul continuo mutamento e sulla dissipazione degli esseri. Come la formula I would prefer not to suona strana e fuori luogo nel linguaggio, la forma di vita propria di chi ha vocazione al distacco dal senso comune viene travisata in senso patologico, come si vede attraverso la prospettiva dell’avvocato, per il quale Bartleby è sia un folle da commiserare che un «inviato della provvidenza». Bartleby è figura dell’irriducibile alterità e, nonostante la sua triste fine, portatrice di un’utopia d’intesa e di comunità in un mondo che è diviso da muri ben più spessi di quelli che circondano l’ufficio in cui si svolge il racconto. Se il continuo sottrarsi agli ordini e alle domande del suo interlocutore pare denunciare la falsa comunicazione di quel linguaggio, all’attività di copista, che egli svolge inizialmente «quasi fosse da lungo tempo affamato d’alcunché da copiare»[9] corrisponde non solo l’eterna ripetizione, ma anche la ricerca di un’identità perfetta dei messaggi che il linguaggio umano sembra aver perduto per sempre.

L’intervento successivo a quello di Cavazzoni riprende decisamente il filone utopico, ovvero della negatività solo apparente di Bartleby, mettendo a fuoco il carattere contagioso della frase I would prefer not to. Prende la parola il collettivo Bartleby, evidenziando la somiglianza tra la condizione degli scrivani e quella di una generazione gettata nella realtà del capitalismo cognitivo. Il «preferirei di no» rivive storicamente nel gesto degli intellettuali antifascisti e, come verrà poi ripreso nell’intervento finale di Bruno Giorgini, di ogni dissidente. La “metamorfosi” di Bartleby, che dalle pagine del libro esce fuori per stare nelle piazze, nelle aule occupate e nei centri vivi della città, costituisce una metamorfosi di quella dissidenza nel nostro presente. Quando i saperi non vengono prodotti, ma riprodotti meccanicamente come avviene nella attuale “società della conoscenza”, allora opporsi significa produrre altri saperi, così come altre forme di vita e di relazione. Ciò avviene necessariamente mediante una presenza fisica simile a quella di Bartleby, nella misura in cui non vuol mutare l’esistente “dall’interno”, ma portarlo fuori attraverso quel labirinto del no che le assurdità e le contraddizioni interne a ogni apparato amministrativo – e non tanto il rifiuto “bartlebiano” – ci hanno costruito intorno.
Gli interventi successivi, rispettivamente di Daniele Giglioli e Wu Ming 4, problematizzano la questione dell’“uso” o “applicabilità”, piuttosto che dell’interpretazione, del racconto di Melville. Giglioli parte dal significato che quella figura aveva acquisito tra gli anni ’70 e ’80: a seguito di un decennio di contrapposizioni, Bartleby è «l’eroe fondatore di un atteggiamento», quello dell’esodo, proprio di chi si sottrae alle scelte chiuse per andare altrove, o anche semplicemente per dire «lasciami in pace». Sotto questa prospettiva può quindi sembrare improprio associare Bartleby all’attivismo politico.
Giglioli solleva, mi pare, un problema serio: è pur vero che, a differenza delle interpretazioni, l’uso non si pone il problema della legittimità, poiché non fa riferimento a criteri di verità che non siano appunto quelli del singolo rapporto tra l’utente e l’usato. Tuttavia ciò che differenzia l’uso dei testi dagli altri tipi di uso, consiste nel fatto che si tratta pur sempre di ricavare «una costellazione dall’insieme dei segni» presenti in quel testo.
Wu Ming 4 cambia angolazione rispetto a questo problema, parlando di “applicabilità” del testo, o del nome, ovvero dell’esistenza di un piano ontologico comune alla vita e alla finzione, grazie al quale non solo comprendiamo i testi, ma ce ne serviamo. Ciò che caratterizza, tra gli altri aspetti, la relazione tra Bartleby e l’avvocato è il divario generazionale tra i due: l’avvocato, uomo comunque comprensivo e non privo di velleità filantropiche, intuisce in Bartleby un’entità redentrice: «A poco a poco s’insinuò nel mio animo il convincimento che codesti guai, a proposito dello scrivano, fossero stati predestinati»[10] e, allo stesso tempo, prova per lui un legame stretto, quasi filiale. La moderna dialettica delle generazioni si fonda sull’incomprensione, e sullo sforzo di comprendere da parte dei genitori verso le stranezze dei figli, sforzo che «finisce per farci capire che i figli ci salvano da noi stessi», dalla falsa coscienza che gli adulti coltivano per far fronte a un mondo inaccettabile.

3. Logiche della negazione

Gli interventi conclusivi di Christian Raimo e Bruno Giorgini approfondiscono la problematica che Bartleby provoca sul piano linguistico. Menzionando gli scritti di Wittgenstein sull’etica, Raimo individua in Bartleby un’entità-soglia, capace di suscitare domande ai limiti del linguaggio, ovvero «che non significano logicamente nulla ma pure esprimono qualcosa». Sono le interrogazioni che mettono in dubbio l’esistenza del mondo, la necessità dell’esistente, caratterizzate da un fondo di assurdità come le proteste contro la condizione umana del racconto Come Back, Dr. Caligari di Donald Barthelme.
Giorgini mette invece in parallelo l’impenetrabilità della frase di Bartleby coi linguaggi segreti usati dai detenuti politici nei gulag per comunicare senza farsi intendere dai carcerieri. La resistenza al controllo e alle costrizioni di un sistema si configurano tanto nella storia di Melville, quanto in quelle di intellettuali anti-sovietici come Vladimir Bukowskij nella costruzione di mondi linguistici.

Credo che gli ultimi due interventi riconducano al problema sollevato da Giglioli a proposito dell’uso. In realtà quel problema andrebbe riformulato in maniera forse ancor più radicale. Non è in effetti paradossale qualsivoglia forma di uso da parte di chicchessia, quando ciò che si vuole usare non è semplicemente un testo, né un ente, ma qualcosa che per sua natura sfugge a qualsivoglia utilizzo? Bartleby non incarna una visione del mondo, ma appunto un «centro bianco», secondo le parole dello stesso Giglioli e, secondo le osservazioni di Raimo, una pura dinamica di rovesciamento di qualsivoglia operazione linguistica.
Tutto ciò che di Bartleby si presta all’utilizzo effettivamente non è altro che il nome: tutto ciò che l’avvocato riesce a ottenere dal suo scrivano, seppur non senza una certa insistenza, è di farlo voltare quando lo chiama col suo nome. Bartleby non è quindi solo presenza, pura neutralità ed estraneità, ma esiste attivamente grazie alla sua attenzione: una disponibilità a volgersi alla realtà, che immancabilmente lo interpella, pur senza accettare nulla di questa realtà, sottraendosi cioè alla chiusa logica della negazione su cui si basano le domande del suo interlocutore.
Wu Ming 4 richiamava l’attenzione sull’auto-presentazione dell’avvocato: «In primis: io sono un uomo che, fin dalla giovinezza, è stato sempre profondamente convinto che la via più facile sia la migliore»[11]. Reo confesso di filisteismo, l’avvocato, come del resto il suo entourage, è soprattutto un uomo della conciliazione: di ogni cosa vede due aspetti contrastanti, cercando di volta in volta di accomodarsi secondo quello più adatto alle circostanze. Così riesce a combinare le idiosincrasie dei suoi dipendenti in modo “naturale”, ovvero funzionale a un solo scopo: l’annullamento delle identità a vantaggio della produttività e dell’arricchimento, là dove la differenza e l’alterità non possono essere che ostacoli da neutralizzare. Del resto la borsa è il luogo principe di questa mistificazione dell’uguaglianza tra gli uomini, già nella sesta delle Lettere filosofiche di Voltaire[12], e lo studio in cui Bartleby viene a lavorare da copista ne rispecchia i meccanismi nonostante la piccineria e la marginalità dei suoi componenti. Lo studio dell’avvocato è dunque parte di un sistema totalizzante, ovvero parte contenente il tutto. Ogni sistema si basa sulla negazione, ovvero sull’esclusione di qualcosa o qualcuno, e in generale, di quella che chiamiamo la possibilità, a favore di un principio di realtà che non è altro che principio di esclusione del possibile.
Giustamente Giglioli osserva come la rivolta di Bartleby sia fondata sulla passività, ma quest’atteggiamento non esaurisce, a mio avviso, il significato di quella relazione, poiché, come si è visto, non solo il rifiuto di Bartleby ha poco a che vedere con la negazione, contenendo al suo interno un’attività di preferenza, ma per la stessa ragione ha altrettanto poco a che vedere con la mera passività, visto che egli non rinuncia all’attenzione. Che il gesto di sottrazione di Bartleby assuma l’aspetto di un “voler essere lasciati in pace” non è che la conseguenza delle particolari modalità d’integrazione agenti nella situazione in cui egli si trova “gettato”, modalità che hanno a che vedere con la persuasione, la costrizione e il comando diretti dal sistema al singolo. L’uomo-macchina può rispondere solo con un sì o con un no: a seconda dei casi ci saranno delle conseguenze, comunque legate non tanto all’esistenza da cui quella risposta proviene, quanto alla codificazione attuata dall’apparato tecnico in cui quell’esistenza si trova integrata. La strana risposta di Bartleby suona invece come il fatal error seguito da un numero incomprensibile che appare ostinatamente sullo schermo dei computer quando il sistema va in crash: non risponde né sì né no alle nostre aspettative, non sappiamo cosa ci voglia dire, semplicemente si rifiuta di funzionare.

Credo che le attuali modalità d’integrazione siano piuttosto diverse rispetto al momento in cui Melville scrive il suo racconto. Non si danno più persuasione, né costrizione né comando diretti a cui ci si possa semplicemente rifiutare di rispondere. L’integrazione ha ormai assunto le forme della connessione secondo il modello egemone della rete, per cui «L’apparato è forte e soprattutto coinvolgente (giocando sulla messa al lavoro delle emozioni, dell’emotività, della razionalità), le parti vi partecipano con maggiore convinzione, la recita diventa persino – viene fatta percepire come – un marxiano general intellect […]: in realtà si recitano unicamente le modalità d’uso dell’apparato, si replicano le parole che dice l’apparato per funzionare»[13]. Qualcosa di molto diverso dall’adeguamento dell’avvocato e dei suoi sottoposti, per quanto intriso di falsa coscienza, è pur sempre volontario.
A divenire inattuale non è quindi il rifiuto di Bartleby, quanto il paternalismo, la curiosità e la bonomia del suo datore di lavoro. Il gesto della sottrazione si riconfigura di volta in volta come messa in crisi della dialettica chiusa che caratterizza i linguaggi del dominio. In un altro libro si trova raccontata la rivolta degli operai FIAT contro il compromesso tra sindacato e padroni: correva l’anno 1969, e quel libro racconta una storia ancora diversa dalla nostra. Eppure ci accorgiamo di come l’ I’d prefer not to di Bartleby non è poi così distante dal Vogliamo tutto che, insieme ad altri titoli usciti fuori dai libri per cui sono stati scritti, può trovarsi sugli scudi con cui in piazza ci proteggiamo da chi veramente non sa parlare, non sa fare domande.

1 Herman Melville, lettera a Nathaniel Hawthorne del 16 (?) aprile 1851, in Id., Bartleby lo scrivano, a. c. di G. Celati, Milano, Feltrinelli, 1991, p. 56.

2Non riporto, ad esempio, l’interpretazione filosofica di Maurizio Matteuzzi, pubblicata ne ll’edizione bolognese de «il Manifesto» del 14 marzo (http://www.ilmanifestobologna.it/wp/tag/bartleby/).

3L’intero svolgimento dell’incontro può essere visto a cominciare da qui: http://www.youtube.com/watch?v=aViLLRMJwFY.

4Così, il personaggio-narratore dell’avvocato ci introduce al racconto: «La natura della mia professione, negli ultimi trent’anni, mi ha portato ad avere contatti fuor del comune con ciò che direbbesi un interessante ed alquanto singolare genere di individui: mi riferisco ai copisti legali, ovvero scrivani. […]. Ma rinunzio alla biografia d’ogni altro scrivano per pochi momenti della vita di Bartleby.», ivi, p. 1.

5G. Deleuze, G. Agamben, Bartlebly. La formula della creazione, Macerata, Quodlibet, 1993, p. 17.

6G. Celati, Introduzione a Bartleby lo scrivano, in H. Melville, Bartleby, cit., pp. XV-XVI.

7Per i dettagli sui recenti sgomberi e gli aggiornamenti sulla situazione del collettivo, rimando al sito www.bartleby.info .

8N. Muschitiello, Il no prepotente di Bartleby, in «Il resto del Carlino» del 2 febbraio 2013, grassetto non mio.

9H. Melville, Bartleby, cit., p. 11.

10Ivi, p. 35.

11Ivi, p. 2.

12Cfr. in particolare l’apologia che Voltaire fa del beneficio economico, come palliativo al conflitto religioso: «Entrate nella Borsa di Londra, in questo luogo più rispettabile di molte corti; vi vedete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità degli uomini. Qui il giudeo, il maomettano e il cristiano discutono insieme come se fossero della stessa religione, e non danno dell’infedele se non a chi fa bancarotta.»

13L. Demichelis, Società o comunità. L’individuo, la libertà, il conflitto, l’empatia, la rete, Roma, Carocci, 2010, p. 51.

L’orizzonte della scomparsa. Su “Le notti blu” di Chiara Marchelli

Le notti blu, il nuovo romanzo di Chiara Marchelli edito da Giulio Perrone e candidato al Premio Strega 2017, si inabissa nel dolore di una famiglia normale e prende le mosse dalla scomparsa per radiografare i vettori, spesso imprevedibili, che si originano dall’elaborazione del lutto.
La storia è imperniata sul suicidio di Mirko, studioso di geografia e figlio di Larissa e Michele – solida coppia che vive a New York. L’evento improvviso scuote le loro vite e quella di Caterina, moglie di Mirko che deve affrontare anche un altro evento imprevedibile. Infatti, come a rimarcare una sorta di strano scherzo del destino, al momento della morte si avvicenda il momento della vita: Larissa, Michele e Caterina scoprono che Mirko ha avuto una relazione con un’altra donna, rapporto da cui è nato un figlio.
Fra i due poli antitetici si apre lo spazio narrativo disegnato da Chiara Marchelli, e si tracciano le coordinate di personaggi in conflitto fra loro, ingabbiati in rapporti ambivalenti e che nascosti dietro la complessità di una quotidianità borghese. Il primo rapporto sul punto di implodere è quello matrimoniale fra Larissa e Michele: le differenti reazioni al lutto li portano sull’orlo della crisi. Da una parte c’è Michele, chiuso nel perenne ricordo del figlio (il titolo Le notti blu deriva infatti dalle notti insonni che Mirko gli «lascia in eredità» dopo la morte); Michele rimugina sul lutto e sente che niente può dirsi più familiare:
Non avrebbe mai pensato d’altronde di perdere Mirko. Non è nell’ordine logico delle cose. Non si muore dopo i propri figli. Non si va a recuperare il loro cadavere da un letto, sfigurato da un incidente, devastato da una malattia. È per questo che tanti titubano, all’idea di mettere al mondo un figlio? Sapersi incapaci di reggere quell’eventuale inammissibile dolore? Perché è vero, è un dolore che non si può reggere. E se non se ne muore si procederà per sempre dentro i contorni di una cosa diversa, in cui sarà impossibile trovare una qualsiasi forma di pace.
Al desiderio di regressione di Michele si oppone l’implacabilità della moglie Larissa, la reazione della donna è di rabbia: la ricorsività dei gesti quotidiani diventa la corazza dietro cui difendersi; il mutismo, la performatività, l’aggressività, sono le armi con cui recidere il ricordo e rimuovere il lutto. Allo stesso modo la reazione alla scoperta di essere nonni è profondamente diversa: Michele vuole conoscere il bambino, rivedere nel suo sguardo il volto del figlio. Invece Larissa non crede alle parole della madre, tenta in tutti i modi di mettere in discussione la verità. Nella cellula del rapporto coniugale esplode il conflitto, la perdita si struttura come un orizzonte temporale perenne in cui il matrimonio viene meno nella sua natura di legame.

Ma non è solo la storia di un baratro coniugale, perché l’estraneità si insinua anche fra Larissa, Michele e Caterina. I genitori di Mirko si rendono conto di non conoscere la moglie del proprio figlio, il silenzio che si allarga nelle loro conversazioni è il medesimo dell’incontro con l’amante di Mirko. La vita del figlio è a loro estranea, per quanto abbiamo cercato di formarlo e seguirlo – per quanto la loro vita sia costellata di ricordi insieme – l’essere genitori rimane un mistero. Reciso il legame con Mirko, Caterina ritorna a essere una sconosciuta, a sopravvivere è l’incomunicabilità fra nuora e suoceri.
E il mistero della vita di Mirko è anche l’ignoto della sua morte, perché Mirko ha compiuto il gesto del suicidio. Se Larissa e Michele si interrogano incessantemente sull’azione estrema, non posso fare altro che approdare alla medesima conclusione: l’inconoscibilità.
Un ignoto che la scrittura di Chiara Marchelli tratta in modo antiretorico, affidando alla resa psicologica dei protagonisti considerazioni e ipotesi. La grande forza della prosa dell’autrice risiede nella natura di appunto, la facilità della frase che sembra strutturarsi come pensiero istantaneo, sulla pagina la realtà si disvela passo dopo passo, nella memoria di Michele i ricordi sono generati da minimi dettagli. Le domande sul dolore e sul lutto rimangono senza risposta, perché la realtà non può darsi come meccanica precisa, eppure avere la forza di porsele è l’unico modo per andare avanti.

Non c’è solo la famiglia nel romanzo della Marchelli: c’è anche l’intersezione fra generale e particolare. Il particolare è una famiglia alla deriva, il generale è composto dai luoghi che abita, dal brodo di coltura che l’ha generata. Allora alla narrazione sincronica del dolore si sovrappone il piano diacronico dei luoghi abitati da Michele e Larissa: l’Italia in cui Mirko è voluto tornare, la New York della gioventù che si trasfigurata nel città caotica della contemporaneità, la cafonaggine delle cime turistiche di Courmayeur in cui si consuma l’incontro fra la famiglia di Mirko e la sua amante segreta. E ancora i saperi che Michele ha cercato di trasmettere al figlio, le teorie che nella loro complessità non riescono a spiegare le emozioni umane. Si parla tanto in questo libro: storia, teoria dei giochi, nozioni di geografia. La cultura diviene uno scudo in cui annullarsi, una monade da cui sfugge sempre l’elemento irrazionale dell’umano.
Chiara Marchelli costruisce una storia sul vuoto, un vuoto che non ha risposta ma che genera una miriade di frattali: sono i lacerti della vita quotidiana che dobbiamo affrontare, i lutti che irrimediabilmente ci troviamo a incontrare nel nostro percorso. Dunque è meglio prepararsi, senza scendere nel patetismo e senza però dimenticarsi del gradiente emotivo delle nostre biografie, una componente di quieto sentimento che Marchelli non manca di rendere sulla pagine, e che rivela il nucleo ultimo di questa preziosa narrazione.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

Quando ero puttana: su Memoria di ragazza di Annie Ernaux

When I was young, it seemed that life was so wonderful
A miracle, oh it was beautiful, magical. […]
But then they sent me away to teach me how to be sensible
Logical, responsible, practical.
And they showed me a world where I could be so dependable
Clinical, intellectual, cynical

Supertramp, The Logical Song

Je suis traversée par les gens, leur existences, comme une putain
A. Ernaux, Journal du dehors

È una curiosità abbastanza nota che il tedesco abbia una parola, intraducibile in italiano, per designare il sentimento di vergogna ‘al posto dell’altro’: Fremdschämen. Se siamo genericamente abituati a considerare la vergogna, l’onta, come uno dei sentimenti più narcisisticamente ripiegati verso l’interno della propria esperienza privata, chiunque sia capace di attuare i più basilari meccanismi dell’empatia umana avrà però esperito questo singolare sentimento, una sorta di vergogna ‘proiettiva’ o ‘empatica’. La Fremdschämen scaturisce nel momento in cui osserviamo una terza persona mettere in imbarazzo se stessa di fronte a uno sguardo esterno. A rendere il sentimento ancor più bruciante è il fatto che, d’abitudine, il soggetto che sta ridicolizzando se stesso tende ad essere all’oscuro del proprio ruolo, mentre a sua insaputa la collettività sociale lo giudica e condanna, escludendolo anche dalla conoscenza del verdetto. Potremmo quindi identificare, in questa data situazione, un triangolo di partecipanti: la vittima ignorante (tanto delle regole sociali, quanto del proprio ruolo); il gruppo sociale giudicante; il soggetto esterno, l’«osservatore», che patisce la vergogna.

In una simile situazione di Fremdschämen, specialmente interessante è il fatto che in essa l’osservatore attui un doppio meccanismo di identificazione che lo porta a provare lo stesso sentimento di vergogna per due ragioni opposte e inconciliabili. In un primo momento, infatti, l’osservatore si identifica nella vittima, nella sua ignoranza e fragilità sociale, ed esperisce così ciò che l’altro dovrebbe provare se solo avesse contezza della propria situazione. Tuttavia, è proprio il savoir-vivre dell’osservatore, la sua capacità  di codificare – a differenza della vittima – le regole del comportamento sociale, ad allontanarlo dalla stessa; cosa che lo renderà, con l’imbarazzo del traditore, partecipe e complice del punto di vista degli ‘altri’, i ‘carnefici’ che, con sadismo e crudeltà, stigmatizzano e ridacchiano liberi da ogni senso di colpa e di vergogna. Chi esperisce la Fremdschämen in una simile situazione si trova dunque, per un eccesso di consapevolezza, a provare vergogna al posto di tutti: vergogna per la vittima, vergogna per i carnefici, vergogna per se stesso, complice doppiogiochista delle due parti in causa.

L’ultimo romanzo di Annie Ernaux, Memoria di ragazza, può essere visto come la precisa illustrazione di tale sentimento, che la scrittrice si infligge – e infligge al suo connivente lettore in duecento pagine di cristallina scrittura. Al centro del romanzo il ricordo di un’estate del ’58 nella colonia di S., il primo rapporto sessuale, un’umiliazione pubblica e un passaggio di soglia verso il mondo adulto, tanto desiderato quanto dolorosamente fallito. Se dal racconto autobiografico di un evento così intimo e doloroso ci attenderemmo una forte attenzione alla soggettività della protagonista (come già ne La honte o L’événement) in questo romanzo Annie Ernaux separa nettamente la voce del narratore, la scrittrice del 2016 che ricorda e dice «Io», da «Lei»: «Annie D.», «La ragazza del ‘58», che decenni dopo risulta irriconoscibile e incomprensibile («da questo punto in poi non so più dire cosa passi nella testa della ragazza, perché lei agisca in quel modo»). Al centro del romanzo, preannunciata dall’epigrafe dei Supertramp, Logical SongI know it sounds absurd but please tell me who I am») una riflessione su cosa sia l’identità, su quanto di essa sia costantemente rimodellata dall’immagine che gli altri ne rinviano, su come essa si preservi nella memoria, attraverso l’immensa distanza temporale – quasi sessant’anni dopo – che separa la scrittrice dalla se stessa del ‘58. «Sono proprio io la ragazza di quella estate?», è la domanda che aleggia nel testo. La rinuncia alla ricostruzione completa della psicologia della ragazza del ’58, attraverso ad esempio l’uso di monologhi interiori, il distanziamento, la diversa consapevolezza retrospettiva delle regole sociali – che la voce narrante conosce e il personaggio ignora – permettono all’autrice, e al lettore che riceve il racconto, di condividere il punto di vista della colonia e osservare il comportamento di Annie dall’esterno, giudicandolo assurdo, ridicolo, patetico, provando così «vergogna al posto suo».

Memoria di ragazza, abbiamo detto, è il racconto di un’estate del 1958, quando la ragazzina che un tempo si chiamava Annie Duchesne esce per la prima volta dai confini tanto sicuri quanto disprezzati di Yvetot per lavorare come animatrice nella colonia vacanza di S. Si tratta di un momento centrale dell’adolescenza di Annie poiché per la prima volta la ragazza si trova a vivere da sola nel mondo esterno, libera dalla sorveglianza degli adulti. Quando il racconto inizia Annie D. appare un’adolescente inconsueta per il suo ambiente e dalla solida personalità. Figlia di commercianti piccolo borghesi, a Yvetot spicca per la sua cultura (legge Gide e I fiori del male), per la proprietà di linguaggio e l’eleganza dei suoi temi, per i gusti moderni e ricercati (ascolta Brassens e The Golden Gate Quartet), per le idee spregiudicate (tende a dubitare dell’esistenza di Dio, pur continuando ad andare a messa). A Yvetot frequenta un collegio femminile cattolico, i ragazzi può vederli solo dall’altro lato de marciapiede, eppure sogna un’avventura amorosa: il suo diario dell’epoca è coperto di citazioni brevi da Flaubert, Stendhal o Gide sul desiderio e il possesso.

Si direbbe uno spirito ‘cittadino’ e infatti la ragazza spera di trovare nella colonia di S. l’élite dei suoi emancipati consimili, ragazzi e ragazze chic, che studiano nelle scuole magistrali della città (Rouen, non certo Parigi) per diventare maestre di scuola elementare. Eppure, se il suo carattere la rende eccezionale a Yvetot, facendo di lei una piccola ‘snob di campagna’, nella nuova piccola società della colonia, in cui i suoi bei temi scolastici sono sconosciuti e le sue letture irrilevanti, Annie non riesce a imporsi. Al contrario, mostra ben presto di essere un’insipida paesanotta: non ha portato un giradischi, non ha vinili notevoli da mostrare, all’alimentari dell’angolo compra il cioccolato e non bottiglie di whisky – ciò che è peggio, l’alcool la disgusta – non sa flirtare spavaldamente con i ragazzi come le sue compagne. Insomma, è un’insignificante educanda che non conosce nulla della ‘coolness’ di città.

La prima settimana, durante una festicciola, Annie si trova a ballare con H., il sorvegliante in capo, più grande di lei di soli cinque anni: lei ha 17 anni, lui 22, ma con la sua esperienza sembra appartenere già al mondo degli ‘uomini’ veri. La scena è rapidissima: i due ballano, si baciano, lui la trascina fuori, si struscia contro di lei, premendogli l’erezione addosso, poi propone di rientrare in camera. La ragazza lo segue ciecamente, con poco tempo per pensare – ma anche con poco repertorio immaginativo a disposizione per capire cosa stia succedendo: «a quel punto lei pensa ancora che passeranno il tempo a baciarsi e toccarsi attraverso i vestiti sopra il letto». Una volta in camera, continua a obbedire senza batter ciglio a ognuno degli ‘ordini’ che riceve. Il sesso è rapidissimo, lui non riesce a penetrarla, lei si scusa di esser vergine. Infine le accarezza la testa, la spinge in giù, non chiede ma ‘significa’.

Il seguito si svolge come un film a luci rosse in cui l’attrice è fuori tempo, senza sapere cosa fare perché non sa cosa sta per accadere. È lui l’unico padrone della situazone, costantemente in anticipo di una mossa. La spinge in giù, verso il basso ventre, la bocca sul cazzo. Subito dopo riceve la deflagrazione di un flotto di sperma che le schizza fin nelle narici. Non son passati più di cinque minuti da quando sono entrati in camera. (Memoria di ragazza, p. 62)

Seguono quindi chiacchiere più intime, abbracciati a letto: «È diventata una relazione normale». Lui le racconta da dove viene, cosa fa, le dice che ha una fidanzata e che si sposeranno; poi va via.

La ragazza del ’58 non ha nessuno strumento per interpretare la situazione: come non ha abbastanza malizia per capire che agli occhi di H. lei è una ragazza qualunque, non capisce nemmeno come «si deve» (o non si deve) parlare di quella esperienza e spiattella tutto subito alla sua compagna di stanza. Ciò che è peggio, non conosce le regole del desiderio triangolare, non possiede la maestria dello snobismo e della vanità: cede a H. in cinque minuti, senza corteggiamento, senza resistenza; lo perderà con un commento involontariamente offensivo; gli correrà dietro davanti a tutti, mostrando i suoi sentimenti senza filtri, in modo ingenuo e patetico, rinnovando l’umiliazione; più la sua immagine si degrada agli occhi degli altri, più lei appare indesiderabile per H. Senza accorgersi della direzione che stanno prendendo gli eventi, Annie diventa la puttana della colonia, la ragazza facile, che tutti provano a ‘farsi’, con la complicità delle altre, più scaltrite, compagne. Ne seguirà un’estate di bullismo e progressivo isolamento le cui conseguenze continueranno tacitamente negli anni successivi, in un tentativo di redenzione e purificazione che sfiora il disturbo psichiatrico, guidato dal desiderio di ‘essere all’altezza’ di H.

Prima della colonia, la «brava studentessa» Annie D. non avrebbe potuto immaginare che, in un altro milieu, la sua colpa maggiore potesse essere l’ignoranza propria ai «ridicoli». La colonia di S. invece funziona come una micro-comunità immersa in un tempo sospeso, in cui si entra ‘vergini’, senza una storia e un passato noto agli altri, e in cui l’immagine sociale di ciascuno è rimodellata dalle azioni svolte all’interno dei suoi confini. Oltrepassata la soglia della colonia, dunque, non solo Annie D. non è mai stata la ragazza brillante di Yvetot, che nessuno lì ha mai conosciuto; per S. lei da sempre è, per sempre sarà la «putain sur les bords» del gruppo.

Il momento del sesso si configura allora come un violento rito di passaggio, un’esperienza del limite rivelatoria: confrontato ad essa il soggetto si lacera, si annulla nella volontà dell’altro. «Non riesco a trovare nella mia memoria nessun sentimento, men che meno un pensiero. La ragazza assiste a ciò che le accade e che soltanto un’ora prima non avrebbe mai pensato di vivere, tutto qui» (p. 63). L’ingenuità che porterà Annie a mettersi in ridicolo davanti alla colonia è la stessa che la conduce ad acconsentire a qualcosa che non conosce, in un misto di desiderio selvaggio di esperienza, fiducia in un potere superiore (perché H. è più grande e ‘sa’ più di lei, ma anche perché H. è un ‘uomo’) e rassegnazione spassionata e comprensiva alla «indiscutibile legge maschile» che «prima o poi le sarebbe toccato subire».

Potrebbe alzarsi, accendere la luce, dirgli di rivestirti e andarsene. O essere lei a rivestirsi, piantarlo lì e tornarsene alla festa. Avrebbe potuto. Io so che non ci ha neanche pensato. È come se fosse stato troppo tardi per tornare indietro, come se le cose dovessero ormai seguire il loro corso. Come se non avesse il diritto di abbandonare quell’uomo nello stato che lei provoca in lui. Di abbandonarlo con quel desiderio furioso che ha di lei. Non può immaginare che lui non l’abbia scelta – eletta – tra tutte le altre. (Memoria di ragazza, p.62)

Eppure, per quanto la scena di sesso sia violenta e disturbante, essa non è – ancora – uno stupro: ad esser rappresentata è piuttosto la zona grigia del desiderio che si crea tra ignoranza e consenso prima, tra coazione a ripetere e tentativo di dominare gli eventi dopo. La rivelazione di questo primo rapporto consiste nella scoperta che l’«assenza a se stessi» propria della «sottomissione», la perdita di controllo e potere, era una delle possibilità, a un certo punto persino volute e ricercate, del percorso – «I know it sounds absurd/ But please tell me who I am». Si tratta, pertanto, della sottomissione intesa nella sua forma più sporca e confusa, priva dell’erotismo alla Histoire d’O., dei rituali del sadomasochismo cosciente: «lo sconcerto del reale che permette giusto di dirsi “È a me che sta succedendo questo?”, non fosse che un me, un io, in questa circostanza non c’è più o non è già più lo stesso”» (p. 10). Per questo Annie D. cercherà fino alla fine di replicare quella prima esperienza: «notte subita contro notte scelta», in un tentativo di soddisfare il desiderio, annullarsi, ridiventare padrona dell’evento.

Un tipo di connivenza corrispondente si riproduce quindi nel rapporto con il gruppo di colleghi che la irridono e dei quali, ciononostante, Annie continua ad elemosinare la compagnia, ostentando una nonchalance e un’aria di mondo che non riesce ad assumere fino in fondo o della quale non padroneggia gli effetti. Vittima vigliacca, non esiterà quindi a sua volta a partecipare agli scherzi e ai bullismi ai danni di nuovi arrivati, provando la gioia di far parte, per una volta, del gruppo dei «giocatori».

Non credo che le sia nemmeno venuta l’idea di rassegnarsi a ciò cui la dignità e il rispetto di se stessa avrebbero dovuto obbligarla, a non mischiarsi più con il gruppo e andar a dormire presto come fanno alcune sorveglianti. Non sa privarsi di ciò che, dalla sua entrata nella colonia, è una scoperta, la fascinazione di vivere tra ragazzi della stessa età, in un luogo isolato dal resto della società, sotto l’autorità lontana e distante di un pugno d’adulti.

Gli eventi dell’estate del ’58 costituiscono una prova per la protagonista perché il tipo di umiliazione in essi esperita è già, con più intensa violenza, la stessa che Annie D. dovrà subire una volta passata al campo dell’istruzione secondaria: l’ignoranza, causata da una cultura diversa, che la farà sentire sempre un gradino sotto il savoir vivre e il savoir-faire delle sue compagne di corso a Rouen o nelle classi préparatoires di Parigi. Per dirla con il Bordieu de Gli eredi (che la Ernaux stessa ha letto e ha citato in relazione alla sua autobiografia[1]) l’eccezionalità dell’Annie D. di Yvetot è quella di far parte di quel 20% di figli di piccoli borghesi di campagna, provenienti da un ambiente svantaggiato ma con qualche chances di continuare gli studi superiori. Eppure, una cosa è brillare a Yvetot, un’altra spiccare in mezzo a quelle ragazze che, per origine familiare e provenienza geografica, hanno da sempre una più disinvolta familiarità con la cultura – ne sono, appunto, le «eredi». La ferita narcisistica subita, non lontana dall’esperienza di S., è quella di un «declassamento dall’alto», in seguito all’entrata in un nuovo gruppo sociale superiore. Non è un caso, quindi, se proprio all’entrata del liceo di Rouen, subito dopo l’estate del ’58, la ragazza del ’58 prova per la prima volta la «vergogna al posto dell’altro»: quando una studentessa, figlia di operai, viene ripresa dalle compagne  per aver usato il patois al posto del buon francese.

Si sente immersa in un’atmosfera di superiorità impalpabile che l’intimidisce […] Superiorità che si rivela ostensibilmente nella commiserazione sorridente che suscita il modo di parlare della sola figlia d’operai della classe – Colette P., borsista, il cui padre è muratore – alla quale un’alunna altezzosa rivela un giorno, con un’alzata di spalle, che «se parterrer» non esiste in francese. Lei prova vergogna per Colette, vergogna per se stessa che per lungo tempo ha detto «se parterrer».

E non è ancora  un caso se il tipo di espiazione che Annie D. attua dopo S. si manifesta in una riconfigurazione totale della propria immagine sociale, volta a un controllo tanto dei simboli carnali dell’istinto e del desiderio (la bulimia e la conseguente scomparsa del sangue mestruale) che culturale: la giovane ragazza cerca di assomigliare a un modello di femminilità dura, distaccata, profondamente colta e intellettuale.

Eppure tutto sommato, al soldo del ridicolo e del disprezzo che ispira al lettore, è proprio l’incapacità di leggere la propria umiliazione iscritta negli eventi a rendere la ragazza del ’58 è un personaggio estremamente potente. Totalmente concentrata su se stessa e sulla grandezza del suo desiderio non pacificato, la piccola educanda di provincia acquisisce una statura eccezionale e appare, in modo paradossale, molto più radicale e libera delle sue coetanee.

Ma ciò che ritrovo, nell’immersione in quella estate lontana, è un desiderio immenso, informulabile, che fa apparire insignificante la buona volontà delle brave ragazze che fanno tutto, fellatio, etc.. con coscienza, i rituali sicuri dei sadomasochisti, la sessualità disinvolta di coloro che ignorano la disperazione della pelle.

Memoria di ragazza è un romanzo eccezionale, il migliore dell’autrice insieme a Il posto e Gli anni. Ed è un romanzo importante, perché nessuna aveva mai raccontato finora questo tipo di esperienza nei modi in cui Annie Ernaux è riuscita a farlo, ovvero con la lucidità, il rigore, l’implacable voyerismo e la sobrietà linguistica di chi sa scavare nella propria ferita narcisistica senza mai cedere all’autocommiserazione.

[1] In A. Ernaux, Retour à Yvetot, Ed. du Maconduit, 2013.


Chiara Impellizzeri è redattrice di 404: File Not Found e coordina la rubrica Quella Brutta China. Ha studiato Filologia Moderna a Catania, Siena e Parigi. Vive attualmente nella capitale francese dove, dopo vari lavoretti, ha trovato un posto come insegnante di italiano, con contratto a tempo determinato perennemente rinnovabile. Da ottobre insegna francese ai richiedenti asilo in un’eccezionale associazione di volontariato chiamata BAAM.

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Letture cruciali: Abbacinante, di Mircea Cartarescu

Grazie a Voland per la concessione dell’estratto

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Come sa chi mi segue su social, riviste e quotidiani, negli ultimi tempi sto conducendo una piccola campagna di invito alla lettura della trilogia Abbacinante di Mircea Cărtărescu, composta dai tre volumi L’ala sinistra (2008), Il corpo (2015) e L’ala destra (2016), tutti editi da Voland. La ragione per cui lo faccio è fin troppo banale: si tratta di un grande capolavoro. Era dai tempi di 2666 e, prima, Infinite Jest, che l’opera di un contemporaneo non mi impressionava così tanto, e non cito questi titoli a caso: anche, che so, Pastorale americanaBody art o Meridiano di sangue mi impressionarono molto, ma con i capolavori di Bolaño e Wallace Abbacinante ha in comune, oltre alla stazza, il fatto di sembrar suggerire una letteratura del futuro, che il loro stesso autore non ha pienamente decodificato, ma solo intuito. Come 2666 e Infinite JestAbbacinante è un’opera enorme e multiforme, a volte sublime e a volte anche imperfetta nel suo tentativo di abbracciare così tanto e tutto assieme, ma, come in quei due romanzi, l’imperfezione è di fatto una porosità che ne aumenta le possibilità di connessione, e quindi la grandezza.
A differenza di 2666 e Infinite Jest, editi rispettivamente da Adelphi e Einaudi Stile Libero, Abbacinante è pubblicato da una piccola casa editrice, non è sempre reperibile in libreria, e anche quando lo è difficilmente se ne trova il primo volume, pubblicato otto anni fa, il che contribuisce a scoraggiare e allontanare i lettori (perché, sì – checché ne dica l’editore, forse un poco intimorito dall’idea di dover dire che bisogna cominciare dal primo volume mentre sta pubblicando, otto anni più tardi, il terzo – bisogna cominciare dal primo volume, giacché l’opera è organica e gioca sulla rimodulazione, libro per libro, di una serie relativamente circoscritta di temi e passaggi chiave).
Dato che, per esperienza, la lettura dei brani di Abbacinante in pubblico ha sempre portato a fargli guadagnare qualche accolito, abbiamo deciso di offrire ai lettori di 404:File Not Found un estratto dal primo volume, con buona pace del suo non essere una ‘‘novità editoriale’’ – e siccome l’aggettivo con cui viene, a ragione, più sovente descritto il romanzo è ‘‘visionario’’, proprio una visione, e proprio dal primo volume, L’ala sinistra, è quanto proponiamo.

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II passato è tutto, l’avvenire è niente, il tempo non ha un altro senso. Viviamo su un pezzo di calcare estratto dalla sclerosi multipla del cosmo. Una bestiolina compatta, una sola particella, un miliardo di volte più piccola dei quark, un miliardo di miliardi di volte più rovente del nucleo del sole, conteneva e teneva unito nell’alito di una sola forza tutto il disegno che la nostra mente intravvede nell’istante in cui le è possibile vederlo, con bolle di spazio e stringhe e la dispersione nebulosa delle galassie e la cartina politica del pianeta e l’alito fetido dell’uomo che ti parla in tram e la visione di Ezechiele sulla riva del Chebàr e ogni molecola di melanina di un’efelide sotto il sopracciglio sinistro della donna che hai svestito e posseduto questa notte e la cera nell’orecchio di uno dei diecimila immortali di Artaserse e il gruppo di neuroni catecolaminergici del bulbo rachidico di un tasso addormentato nelle foreste del Caucaso. Essa conteneva soprattutto ciò che la nostra mente non ha conosciuto e non capirà mai, perché in un certo senso quel punto era la nostra stessa mente, era il pensiero che pensa se stesso, come una spada talmente tagliente da tranciarsi da sola. Era il passato assoluto, senza cesure, era la carne metafisica omogenea e priva di fibre, senza differenziazione interna, eccetto taluni impercettibili filamenti di futuro. Quando e perché la simmetria si spostò? Da chi e in che modo furono costruite le prime alterità? Chi poté sopportare lo schianto iniziale avvenuto con la scissione del Tutto? Il futuro che è alienazione, allontanamento e raggelamento, ha frantumato in mille pezzi il globo originario, ha spalancato piaghe orrende nel corpo unitario dell’essere, vuoti che non smettono di allargarsi separando i grani dall’essenza, lasciando gorgogliare fra di essi sangue fotonico. Una notte purulenta ha avvolto ogni corpuscolo, una schizofrenia nera e disperata. Una volta tanto semplice e perfetto, il cosmo si è dotato di organi, di sistemi e di apparecchiature e oggi, grottesco e affascinante come una macchina a vapore relegata in un museo, trepida ostensibilmente con tutte le sue bielle e manovelle sotto una campana di vetro. E finanche la campana della nostra mente è incorporata nella desolazione cosmica, è un organo interno che riflette la totalità come la perla riflette intorno a sé la polpa martoriata dell’ostrica.
Eppure l’universo non è tutto ciò che accade ma molto di più. Infatti se i nostri centri di analisi, quelli di ogni essere vivente, gli occhi, gli occhi sfaccettati, gli occhi uguali a una fotocamera, le antenne e le loro batterie di chemioricettori, le linee laterali dei pesci, le orecchie e la loro chiocciola tremula, le cellule osmiche delle fosse nasali, le papille gustative, gli organi con i quali il ragno percepisce le vibrazioni, quelli con i quali la zecca scopre il biossido di carbonio, i ricettori tattili e quelli che si avvolgono su ciascuna fibra delle parti orali del sarcopte, quelli che sono sensibili al caldo e al freddo, quelli che eccitano le rocce oolitiche dell’organo dell’equilibrio e gli altri centomila sensi che inghiottono alla rinfusa le vibrazioni della materia, se queste vulve, queste ventose aderiscono alla simmetria stellare, esistono anche per un altro verso, percepibili soltanto dal superorgano sensorio del pensiero, iper-simmetrie, strutture avvolte in se stesse che annullano a un livello superiore il corso che va dal passato verso l’avvenire, dalla totalità verso il nulla. Il cosmo, a un livello superiore rispetto al paesaggio delle galassie e dei quasar, si riflette da sé grazie a un iper-spirito di cui la memoria è il fondamento. C’è una memoria universale che ingloba, immagazzina e distrugge l’idea del tempo. C’è l’Akasia, l’Akasia è la sola possibilità dell’universo, fuori dall’Akasia non c’è salvezza. Essa è l’occhio che sta in fronte alla Totalità, ne contiene la storia con tutto ciò che è, fu e sarà. In Akasia la morte non esiste, né la nascita, tutto è complanare e illusorio. Ogni avvenimento del mondo e ogni particella di sostanza e ogni quantum di energia è, in una luce transfinita, presente laggiù, nel Ricordo. E se il nostro pensiero (che in momenti estatici e privilegiati scorge l’Akasia) riuscisse un domani, forse aggiungendo un settimo strato di neocorteccia o dotandosi di una qualche altra bizzarra base organica, ad arrotolarsi di colpo su se stesso nel modo in cui, un tempo, nel cervello di una creatura coperta di pelliccia, lo sciente si è rivolto verso se stesso divenendo coscienza, noi riusciremmo forse come gli angeli a scoprire la Memoria della Memoria del mondo, e la Memoria della Memoria della Memoria e così via senza fine. E se la coscienza, trasformata così in pre-scienza, si riflettesse ancora una volta in se stessa, sarebbe capace, diventata onni-scienza, di ergersi al di sopra di questa visione a distanza di memorie, per vedere l’infinitezza dei petali nel cuore della rosa, il ragno incantevole che con le sue infinite agili zampe tesse l’illusione, modellandola in fretta in forma di cosmi, spazi e tempi, di corpi e di volti.
Noi stessi, che siamo soltanto un organo insignificante del mondo, siamo però, a nostro modo, il mondo intero. Tutto è allo stesso tempo dappertutto e in ogni istante poiché, come una sbarra che ruota lentamente e descrive un cerchio intero e immobile, come la scansione catodica definisce l’immagine televisiva, così il rocchetto iniziale che si diede a descrivere il mondo ha impresso una configurazione identica a tutti i frammenti dell’essere, dall’alto al basso, dagli oloni alla oloarchia, dagli eoni al pleroma… Lo spazio è il paradiso, il tempo è l’inferno. Ora, cosa strana, come nell’emblema della bipolarità, c’è luce al centro dell’ombra, e il granello d’ombra sta nella luce. Perché altrimenti che cosa sarebbe la memoria, questa fontana imprigionata nel cuore della mente, del paradiso? Con la sua ghiera di marmo levigato, con la sua acqua sciabordante, verde come il fiele, con il drago dalle ali di vampiro che vigila su di lei? E che cosa sarebbe l’amore, l’acqua limpida e fresca delle profondità dell’inferno del sesso, la perla grigia della conchiglia di fuoco e delle grida laceranti? La memoria, questo tempo di un reame fuori dal tempo. L’amore, questo spazio di un territorio fuori dallo spazio. I semi contrapposti eppure così simili della nostra esistenza, che si riuniscono sopra la grande simmetria e la annullano in un solo grande sentimento: la nostalgia.
Siamo animali nostalgici, un’abiezione organizzata geometricamente, come se il nostro genitore avesse sputato nel calice di un giglio da cui fossimo stati originati, in un miscuglio di espettorazione e di profumo. Poiché però fuori dall’Akasia la memoria conosce solo la dimensione del passato, la nostra nostalgia è un sentimento mutilato, parziale, che scambia una metafora per la realtà e si avvolge attorno a una mezza verità. Possediamo tutti la memoria del passato, ma quanti siamo a ricordare l’avvenire? Nonostante tutto noi stiamo fra il passato e l’avvenire come un corpo vermiforme di farfalla tra le sue due ali. Possiamo utilizzarne una per volare, perché abbiamo inviato i nostri filamenti nervosi fino alle sue estremità; quanto all’altra, non la conosciamo, quasi fossimo privati dell’occhio che guarda dalla sua parte. Ma come possiamo volare con un’ala sola? Profeti, illuminati, eretici della simmetria, potrebbero prefigurare cosa potremmo e cosa dobbiamo diventare. Orbene, ciò che essi vedono per speculum in aenigmate, tutti noi lo vedremo chiaramente, almeno chiaramente quanto vediamo il passato. Allora la nostra torturante nostalgia sarà piena e intera, il tempo non esisterà più, la memoria e l’amore si confonderanno come si confondono cervello e genitali e noi, noi saremo identici agli angeli.
L’abiezione e la gloria aderiscono allo stesso titolo, in quanto mucosità che può essere anche mirra sacra, alle forme del nostro corpo. L’abiezione perché siamo vermi, tubi a doppia simmetria con la nutrizione in mezzo e il ricambio e la riproduzione alle estremità. Un budello pieno di escrementi fra un cervello e un organo sessuale. Il nostro pensiero, che teniamo nel massimo conto, non è un fenomeno più stupefacente di quanto non lo sia la capacità dei pesci degli abissi di produrre luce o quella della torpedine di provocare scosse elettriche. Noi possediamo forse un senso della divinità, ma davvero tanto rudimentale, limitato a una reazione della serie ‘più’ o ‘meno’, ‘essere’ o ‘non essere’, proprio come i parameci possiedono una macchia rossa per reagire alla luce senza tuttavia ‘vedere’. Che cosa possiamo recuperare in noi stessi? L’anima? Il corpo stellare? La coscienza? Un banale tumore li annulla, un nodulo epilettico turba la memoria, l’immagine delle natiche di una donna ti blocca il pensiero, un’ingiustizia ti proietta in un puro delirio paranoico, un incubo ti raggela dalla nuca alla fronte… E tutto accade su un granello di sabbia di una spiaggia delle dimensioni dell’universo. Dove rimane spazio per la redenzione? Perché saresti tu, fango atomico, tu e nessun altro, a ricevere il dono della vita eterna?
Lode, poiché la simmetria dei mondi deriva, per strabilianti analogie, dalla simmetria del nostro corpo. L’embrione umano riproduce in breve la filogenesi del mondo vivente. Mentre, traslucidi e con la schiena ricurva, siamo immersi nella piscina muscolosa dell’utero e sentiamo il calore della vescica e del retto, avviluppiamo con complessità crescente i livelli embrionali per essere a turno celenterati e vermi, pesci dalle branchie a pettine e batraci, mammiferi insettivori e primati, finché non laceriamo la vulva sanguinolenta e, macchiati di meconio, facciamo irruzione a capofitto in quest’altro ambiente, “nuova terra e nuovo cielo” in cui si dispiegherà la nostra vita fino alla nascita successiva… In fondo nascere, giocare, innamorarsi, riflettere, maturare e morire, vuol dire respirare la temporalità delle gonadi, delle vertebre, degli sfinteri, degli intestini, del diaframma, dei polmoni, del cuore, delle giugulari, delle mascelle, del cervello e del cranio, è viverne.
E se l’intera nostra vita è semplicemente l’ombra che il nostro corpo proietta sul tempo, noi possediamo forse egualmente una super-ombra, una proiezione più vera e più complessa di quanto non sia l’oggetto stesso, un’ombra che ci abita proprio come il granchio parassita riempie della sua sostanza il corpo del granchio ospite, non allo stesso modo però, perché qui il parassita è di gran lunga superiore all’ospite. Fatto di una sostanza spirituale, del cristallo gassoso che circola nelle vene di diamante e nelle arterie di giada, nei capillari perlacei e nei canalicoli di porfido, negli interstizi di turchese e nei canali linfatici di opale, per raggiungere i reni di diaspro e la pelle di quarzo e il cuore di zirconio e il cervello di berillo e i testicoli di zaffiro, il nostro angelo interiore, la nostra ombra interiore perfettamente posata sulla melma marcia della nostra carne, il nostro corpo celeste ha anch’esso la sua anatomia paradossale. Ci sono sette chakra lungo la spina dorsale, e sette plessi nelle viscere. Tre si trovano sotto il diaframma, al polo del tempo e del sesso, della vita vegetativa. Il diaframma, che separa lo spirito dalla materia, traccia il confine fra i due regni, poiché siamo esseri anfibi, tra cielo e terra. Esso è la superficie del terreno: sotto si trovano le radici cieche che annaspano fra le talpe, sopra invece la corona con i suoi doni offerti verso le stelle…
Dovremmo ricordare con i testicoli e amare col cervello, ma le cose vanno diversamente. La memoria abita al centro della mente e l’amore fra le cosce, come se l’anima perversa si fosse collocata alla rovescia nella sua bara di materia organica. Una volta forse, una volta certamente, prima di incontrare il muro del diaframma, il muro del palazzo costruito in via Stefan cel Mare, il muro grossolano della maturità, i sette chakra e i sette plessi sono stati invertiti, è perciò vero che pensavamo e amavamo con uno stesso organo, che potevamo eiaculare e ricordare con un altro situato dalla parte opposta. In seguito, a immagine del feto all’ottavo mese che si rovescia a testa in giù nell’utero, il nostro doppio di chakra e plessi e raggi ha fatto anch’esso la capriola che ci fa tanto paradossali. Tanto affascinanti. È forse proprio il feto che si è girato presagendo la propria nascita. Perché siamo tutti donne, uteri che si lacereranno e marciranno per risorgere sotto nuovi cieli, in un altro mondo, cristallini, trasparenti come crostacei e con sette cuori che batteranno al ritmo dell’alfa, come sette cervelli, o come sette organi sessuali.
Nelle profondità del chakra a tre petali, nell’occhio frontale, la memoria tesse un uomo che, per quanto ripugnante (perché il tempo è l’inferno dunque ogni creatura temporale è un demonio o forse un dannato per l’eternità), è il nostro gemello, e uno strano desiderio ci spinge l’uno verso l’altro, l’uno nelle braccia dell’altro. Quando, in qualche pomeriggio di un’estate radiosa, sdraiato sul letto, mentre fuori gridano i bambini e fluttua la lanugine dei pioppi, mi ricordo scene e gesti e volti molto antichi, oscuri ed enigmatici, fusi in un’emozione pura, d’improvviso lo vedo, quel gemello che mi cresce dentro ma in un’altra dimensione, che sta nascendo dalla mia carne, una caricatura spaventosa che però mi è cara. Ogni momento si stacca un po’ di più da me, sempre più insolente e indipendente, cresce in ombra e potenza, s’innalza sopra di me, saggia gli artigli, le ali da pipistrello, il becco dai denti di traverso, come sulla dentiera di mia madre, l’unico occhio nell’osso nero e lucido della fronte. Esce da me come fa un insetto, ancora umido e molle, dal bozzolo. La mia memoria è la metamorfosi della mia vita, l’insetto adulto di cui la mia vita è la larva. E se non mi tuffo nell’abisso di latte che la circonda e la cela nella crisalide della mente, non saprò mai se sono stato o se sono una mantide vorace, un opilione sognante sulle sue zampe interminabili o una farfalla di bellezza sovrannaturale.
Mi ricordo, vale a dire invento. Tramuto l’ebetudine degli istanti in oro pesante e viscoso. E in qualche modo trasparente, sempre più trasparente man mano che mi si fa più profonda la fontanella cerebrale (mentre io, una struttura ossea sporta sul bordo, contemplo i miei occhioni sognanti riflessi nell’acqua dorata). Quel luogo ialino in cui si incrociano, come tre fiori araldici su uno stemma, il sogno, la memoria e le emozioni, è il mio dominio, il mio mondo, il Mondo. Lì, nel cilindro sfavillante che mi scende al cervello. Lì, come un pezzo da museo nello spesso barattolo di vetro verde, c’è lui, pallido e gonfio d’alcol, con le palpebre semichiuse come quelle degli asiatici, col sorriso estatico e sciapo, col cordone ombelicale arrotolato sulla pancia. Come lo riconosco! Come lo immagino! Oh! Mio gemello, riapri le palpebre pesanti di rimmel, socchiudi le morbide labbra coperte dal rossetto, gònfiati fino a far esplodere la storta e, in frammenti di cranio, in mucillagini organiche, vieni alla luce! Rischiara con l’occhio della tua fronte le sottili pagine fatte di membrana madreperlacea di questo libro. Di questo libro illeggibile, di questo libro.

Farewell.

Quando 404: file not found è nato, il 20 gennaio 2010, gli studenti in piazza erano ancora milioni, Lou Reed e David Bowie erano vivi, i blog letterari erano pochissimi.

Poi il mondo è cambiato, e siamo cambiati anche noi. Le condizioni di tutti quelli che hanno partecipato a questo percorso – chi era qui fin dall’inizio, chi ci ha accompagnato per un po’, chi è entrato, chi infine è rimasto – sono mutate e si sono diversificate.
Eravamo studenti, vivevamo nella stessa città (Siena), praticavamo una vita intellettuale e politica comune. Le riunioni di redazione erano pranzi a mensa; la redazione stessa era un angolo rumoroso della nostra biblioteca. Non ci siamo dati una linea, a monte (e di questa omissione abbiamo fatto agli inizi una sorta di manifesto), perché per un po’ la migliore risposta alla domanda su che cosa fosse 404 era in definitiva seguirne le trasformazioni, molte delle quali giungevano inattese anche a noi. Per lungo tempo, insomma, 404 è stato la proiezione di quel continuo insistito confronto su ciò che si è, e soprattutto su ciò che si diventa, che è l’essenza di molte vite universitarie – o perlomeno delle nostre.

Ora, il 5 giugno 2017, il principale tratto che ci accomuna inizia con una negazione: non siamo più studenti. Siamo precari, chi più chi meno, viviamo sparsi in cinque diverse nazioni e otto città, e le nostre priorità (siano dettate da costrizioni o desideri) si sono differenziate.
Non che questa diversità sia necessariamente un male. Lo scopo di 404, da principio, è stato quello di incorporare una pluralità di idee fondamentalmente irriducibile; e d’altra parte, se come nome del blog scegli una pagina di errore, sei disposto più di altri a sbattere addosso a delle contraddizioni. Alla diversità, insomma, eravamo preparati.
E però, come a volte succede, a questa si è affiancata una frammentazione sempre più forte: scadenze pressanti, orari lavorativi rigidi, o al contrario, fin troppo fluidi, hanno progressivamente intaccato la nostra capacità di partecipare tempestivamente al dibattito critico. Per seguire le nuove uscite, selezionare quelle più valide, e proporre analisi occorrono condizioni materiali precise – entrate economiche fisse e tempo libero da dedicare – che da qualche anno non possediamo più.
Tutto ciò si riflette nel reclutamento di nuovi collaboratori. Se un tempo questi erano per lo più coetanei tra i 20 e i 25 anni conosciuti nelle aule universitarie, oggi sono spesso quasi trentenni conosciuti attraverso il lavoro e che, al soldo di una maggiore competenza maturata negli anni, si trovano, come noi, con minore disponibilità da dedicare al blog. Molti preferiscono – come è giusto – impiegare il tempo a disposizione per aggiungere tasselli a un CV che deve essere sempre più competitivo, preferendo quindi pubblicare su riviste di settore, blog con maggiore visibilità, o testate paganti.

A queste difficoltà 404 ha provato a opporre diverse strategie di resistenza. Ci abbiamo provato strenuamente, riuscendoci, fino a che ci è stato possibile. Adesso non lo è più.

E quindi eccoci qua. Dopo sette anni e mezzo, caliamo il sipario.
404: file not found chiude. Non è una scelta facile, come potete immaginare, ma è una scelta inevitabile.

Abbiamo pubblicato 1071 articoli di quasi 200 persone diverse, ideato e realizzato un ebook, progettato quattro focus (di cui uno è diventato un libro), organizzato e animato decine di presentazioni. Abbiamo partecipato a Festival e dibattiti pubblici, favorito dialoghi e conoscenze. Abbiamo scritto recensioni collettive. Siamo apparsi su quotidiani e riviste.
Insomma abbiamo fatto cultura, in maniera collettiva e militante.
Siamo grati a tutti quelli che in questi sette anni ci hanno seguito, letto, incoraggiato e coinvolto in varie iniziative, tutti quelli che hanno collaborato con articoli o sono stati per qualche anno parte della redazione.
Naturalmente l’archivio degli articoli resterà aperto online.

Prima del congedo definitivo, fateci guardare indietro un’ultima volta. Il futuro è ignoto, ma il passato è qui e risplende del chiarore di uno schermo.
Nessuna realtà come la nostra, senza finanziamenti o strutture alle spalle, è durata su internet così a lungo e con così tanta credibilità. È qualcosa di cui andremo sempre fieri.

In Finale di partita, Nagg racconta questa barzelletta. Un tizio va da un sarto a farsi prendere le misure per un paio di pantaloni a righe. Il sarto dice che saranno pronti fra quattro giorni. Il tizio torna, puntuale, e il sarto dice che purtroppo ha sbagliato il fondo, e che dovrà tornare tra otto giorni. Otto giorni dopo, stessa scena. Il sarto dice che stavolta ha sbagliato il cavallo, saranno pronti tra dieci giorni. Dieci giorni dopo, l’apertura è venuta male. E così via. Ogni volta che il tizio torna dal sarto, il sarto ha una scusa nuova e gli dice di ritornare. Finché il giorno di Pasqua il tizio sbotta: «Maledizione, Sir! No, davvero, è un’indecenza! In sei giorni, capisce, in sei giorni Dio ha fatto il mondo. Sissignore, proprio così, signore, il MONDO! E lei, lei non è stato buono manco a fare un paio di pantaloni in tre mesi!»
«Ma Milord! Ma Milord!», dice il sarto, «guardi il mondo… e poi guardi i miei pantaloni!».

In sette anni, abbiamo cucito, strappato e rammendato questi pantaloni in ogni modo possibile. Il mondo, lì fuori, fa ancora essenzialmente schifo; e il nostro desiderio di aggiustarlo non può dirsi esaurito.
Come scrisse (con fin troppo affetto) Nicola Lagioia, già due anni fa:
«…Questi ragazzi arrivarono a Siena da ogni angolo d’Italia, […] si sono prima laureati con la brillantezza di un Vattimo o un Eco di cinquant’anni prima (o un Siti di trent’anni prima) e poi hanno dovuto capire quanto ingrato e ingeneroso fosse intanto diventato il paese di cui hanno la cittadinanza. Che la loro fame trovi grassi polpacci da addentare»

Affiliamo gli incisivi. Oggi, domani, e per i prossimi 404 anni a venire

Tag: Sublime Simposio Del Potere

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L’immagine della testata è un remix da Mario Ballocco – Odissea dell’Homo Sapiens. Il logo di 404 è di Paolo Bischi

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