Author: Pat Lowe (Page 1 of 18)

IN-DEPTH SU TINNITUS

Una persona sente un suono nell’orecchio o nella testa quando non sono presenti sorgenti esterne. Questa condizione è definita acufa. Ad essere sinceri, non è una malattia o una malattia cronica. È la rappresentazione di alcuni problemi nel sistema uditivo e le parti correlate del cervello nella fase iniziale. Non c’è molto di cui preoccuparsi. Così, si può condurre una vita di qualità per stare lontano dal disturbo dell’acuse. I suoni associati all’acuiste sono ronzio, ronzio, ronzio, ruggito e a volte fischi. Alcune delle cause di base dell’acucueto possono includere l’esposizione al rumore forte della Miniera, il nucleo dello stress, il punto estremo del trauma, la malattia di ecosì che si occupa del gonfiore di un condotto nell’orecchio, la crescita improvvisa e anormale dell’osso dell’orecchio, il blocco della ceretta dell’orecchio e l’esposizione a determinati farmaci.

Prevenire l’acuse

Due delle cause dell’acucuè possono essere una cura. Esso comprende:

Essere esposti a rumori forti: Si può stare lontano da rumori forti come altoparlanti, motori del prato, uso di cuffie, musica ad alto volume nelle auto, e simili.

Alcuni tipi di farmaci: Alcuni farmaci prescritti e non prescritti portano anche ad alcuni tipi di acucusi. Quindi, fermare l’uso di questi farmaci metterà una carta finale all’acunito.

Ci sono alcuni modi con cui l’acucusi può essere ridotto o a volte completamente fermato.

L’uso dei tappi per le orecchie è molto ben consigliato per le persone che lavorano in aree esposte al suono, cioè 85 dB.

– Allontanarsi dagli altoparlanti quando si ascolta musica in casa o in altri luoghi.

L’uso delle cuffie deve essere evitato. Se nel peggiore dei casi deve essere utilizzato, allora l’uso di cuffie di cancellazione del rumore dovrebbe essere preferito.

Se il posto di lavoro di una persona in un ambiente rumoroso, allora è un must fare pause a intervalli regolari.

A volte, lo stress e l’ansia causano anche l’acucuè. Così, si può ridurre lo stress per essere lontano dall’acusi.

I tappi per le orecchie, gli apparecchi acustici e le cuffie utilizzate devono essere mantenuti puliti e puliti. Questo evita l’infezione che causa acutopi e altri problemi di udito.

L’orecchio deve essere pulito regolarmente.

Supplementi: Alcuni integratori naturali sul mercato ci aiuta fuori acunito. Uno di questi integratori è Calminax. È puramente naturale con ingredienti naturali. . Controlla questo link qui per conoscere in dettaglio questo prodotto. La formula è puramente naturale, l’uso di questo prodotto non causa effetti collaterali o contraddizioni.

OBESE KIDS

L’obesità è un grande problema che minaccia il cappuccio umano. Oltre agli adulti, ci sono bambini che soffrono del problema dell’obesità. I bambini possono essere facilmente portati sulla strada giusta rispetto agli adulti. Possono essere facilmente modellati con grande cura e possono essere fatti per seguire uno stile di vita sano. Lo stile di vita sano è raggiunto dallo stile di vita sano e praticando gli esercizi fisici con alcuni mezzi. Gli anziani e i genitori vengono copiati dai bambini. Quindi, è molto essenziale per gli adulti vivere la vita in cui volevano che i loro figli vivessero. Devono essere l’esempio per la loro vita. Il problema dell’obesità causa molti problemi medici nel presente e nel prossimo futuro. I bambini sono colpiti da molti gravi problemi di salute come:

Dolore e disagio nelle ossa, nei muscoli e nelle articolazioni anche dopo un semplice gioco o una lieve caduta (può essere affrontato con il gel di levigatura naturale chiamato Flexumgel; dai un’occhiata a questo per saperne di più su questo prodotto che è disponibile a livello globale).

Uno dovrà affrontare difficoltà di respirazione. Questo li rende inattivi impedendoli così dall’atto di fare esercizio, giochi e sport, attività fisiche e simili. Questo a sua volta apre la strada al problema dell’asma.

I bambini obesi soffrono di sonno improprio (disturbo del sonno) e di respirazione soffocata durante la notte.

Sia nelle ragazze che nei ragazzi, ci sono più possibilità per loro di raggiungere la maturità anche in età più giovane. Le bambine raggiungono la pubertà nelle loro fasi iniziali. Questo porta a molte questioni riproduttive nella vita futura. Diventano anche sessualmente più maturi degli altri bambini.

In caso di ragazze obese, affrontano il problema del ciclo mestruale irregolare ogni mese. Questi bambini sono più soggetti ad affrontare il problema dell’infertilità quando raggiungono la loro età adulta rispetto alle ragazze normali..

Gli organi delicati e sensibili sono disturbati come il fegato e la cistifellea.

Anche alla minore età, i bambini in sovrappeso soffrono di problemi emotivi. Si sentono noia, stress, ansia, rabbia, felicità tutto ad un tratto. Saranno prendono in giro o irritati dai co-bambini. Quindi, si muovono verso una vita ristretta lontano dalla vita sociale. Inizieranno a perdere la loro fiducia e diventeranno mentalità negativa.

I bambini che soffrono del problema dell’obesità o del sovrappeso hanno il 90% delle possibilità di avere problemi cardiovascolari (con l’inclusione di ipertensione arteriosa, aumento del livello di colesterolo, diabete di tipo 2) nella loro età adulta. Ci sono molti studi che hanno dimostrato questo.

Consigli per la cura per il mal di schiena- Una guida completa

Il mal di schiena è un grave disturbo per la salute che richiede un trattamento continuo e se ignorato può anche fare una persona costretta a letto.  Continua a leggere per conoscere tutti i dettagli:

Quali errori portano a forti dolori alla schiena?

Spesso le persone che sollevano pesi pesanti senza un adeguato bilanciamento affrontare questo problema di salute.  Le donne incinte spesso affrontano il mal di schiena durante le fasi avanzate della gravidanza.  Anche dopo la consegna, si trovano ad affrontare questo problema che diventa un reclamo di salute a vita.  Quando le donne anziane iniziano a sviluppare ossa fragili che portano a forti dolori alla schiena come osteoporosi colpisce gravemente il midollo spinale.  Gli esperti medici ritengono che la cattiva postura è la ragione più comune per un forte mal di schiena.  Ecco perché l’ergonomia svolge un ruolo importante nel posto di lavoro per i professionisti.

Quali sono i rimedi per questo?

Ci sono più rimedi disponibili per questo problema:

1. Riposo: Potrebbe sembrare strano, ma molto spesso il riposo a letto per una durata più lunga come 15-20 giorni può aiutare.  Per lo più mal di schiena sorge a causa di prolasso del disco o un rigonfiamento del disco o a causa di legamento strappato / fuori luogo.  Sdraiati tranquillamente nella stessa posizione può impostare questo diritto e aiutare i tessuti danneggiati a guarire. 

2. Fisioterapia: La fisioterapia può essere di grande aiuto nel ridurre il dolore in quanto è una combinazione di trattamento termico sulla zona interessata ed esercizi delicati per ridurre la rigidità.  Questo può normalizzare i muscoli nella regione interessata e guarire gradualmente il problema.

3. Farmaci e chirurgia: Nei casi in cui la lussazione delle ossa è grave, vengono suggeriti anche farmaci avanzati per antidolorifici e interventi chirurgici.  Chirurgia richiede un lungo periodo per il recupero prendendo riposo a letto e può anche avere un impatto sulla vita.  Al giorno d’oggi la chirurgia laser è fatto per garantire un rapido recupero fo pazienti.  Di solito quando il dolore è causato da un intervento chirurgico di compressione nervosa è consigliato dai medici.  In caso contrario, è raro.

4. Massaggio dell’olio: Anche se è un metodo di trattamento tradizionale, gli oli a base di erbe possono aiutare i muscoli a rilassarsi e qualsiasi dolore causato da stress e distorsione può essere guarito facilmente. 

5. Obesità: Perdere peso nella regione dell’addome può ridurre il carico trasportato dalla colonna vertebrale inferiore.  Così il dolore è ridotto.  Ci sono modi incredibili come la danza aerobica che può ridurre il peso anche quando si soffre di dolore.

6. Postura: Seduto eretto, utilizzando mobili confortevoli della giusta altezza, e dormire su una superficie che è ferma può aiutare.  Le donne devono evitare le calzature che non si adattano alla loro forma delle gambe e i tacchi piatti possono essere indossati al posto di uno elevato.

Oltre a tutto quanto sopra si deve tagliare l’alcol e fumare per alleviare il midollo spinale.

Cosa causa urea Cycle Disorder

Il disturbo del ciclo di Urea o UCD è causato a causa di un gruppo di molte malattie. Questo non permette al corpo del bambino di eliminare lo spreco quando digerisce le proteine. Questa è una condizione ereditaria e viene tramandata dai genitori al bambino. Nella maggior parte dei casi, UCD è gestito con farmaci. Hop a questi ragazzi se si desidera integratori sani per trattare l’infiammazione urinaria.

Il bambino quando mangia proteine viene scomposto in aminoacidi. Il corpo utilizza solo ciò di cui ha bisogno e il resto viene suddiviso in rifiuti che vengono rimossi dal corpo. Questo è il ciclo dell’urea. Il fegato del bambino produce costantemente enzimi che trasformano i rifiuti dal suo corpo all’urea. L’urea è ciò che lascia il corpo sotto forma di urina.

Un bambino affetto da UCD non è in grado di fare l’enzima che viene utilizzato in questo ciclo. Il corpo non è in grado di rimuovere l’azoto. Si potrebbe anche mettere il bambino in coma. La condizione deve essere trattata senza indugio, altrimenti potrebbe essere fatale.

Chi può ottenere UCD?

UCD è una condizione molto rara e si verifica raramente. I genitori possono passare questo ai loro bambini a causa di alcuni geni difettosi. Abbiamo due copie di geni che in ereditato da ciascuno dei nostri genitori. Per essere diagnosticato con UCD si dovrebbe ottenere un gene difettoso da entrambi i tuoi genitori. Questo gene è responsabile di dire al corpo come la proteina è ripartita.

C’è un tipo di UCD di disturbo sessuale. È collegato a un problema sessuale. Le madri portano questo gene sul cromosoma X. Per lo più lo trasmetto a loro figlio.

Sintomi di UCD

Il bambino potrebbe essere affetto da UCD completo o parziale UCD.

Se il tuo bambino ha l’UCD completo, allora c’è una completa mancanza di enzimi. I sintomi che il bambino ha nei primi giorni sono sensazione di confusione e sonnolendo. Avrà problemi nell’alimentazione e avrà convulsioni; bassa temperatura corporea e respirazione veloce sono anche notati. Alcuni bambini possono anche entrare in coma.

Il bambino affetto da UCD parziale potrebbe mostrare i seguenti sintomi. Ciò si verifica quando il bambino fa alcuni degli enzimi, ma non ne fa abbastanza. Questi sintomi possono non mostrare per mesi o anche per anni. Ci potrebbe essere ammoniaca accumulare a causa di stress, lesioni o malattia. I sintomi di UCD parziale sono vomito e nausea, evitando o antigradino cibo ad alto contenuto proteico, iperattività, e problemi mentali.

Cos’è un’ulcera peptica?

Soffri di ulcere peptiche quando hai una levigazione aperta nel rivestimento dello stomaco o nella parte superiore dell’intestino. Ciò si verifica quando gli acidi presenti nello stomaco incideno lo strato di muco dal tratto digestivo. Questo potrebbe causare alcun disagio a tutti o potrebbe portare a dolore bruciante. Le ulcere peptiche possono anche causare sanguinamento interno. Questo a volte potrebbe aver bisogno di una trasfusione di sangue.

Le ulcere peptiche sono di due tipi.

L’ulcera gastrica è qualcosa che si ottiene sul rivestimento dello stomaco.

L’ulcera duodenale è ciò che appare all’estremità superiore del tuo intestino tenue. Questo è l’organo che assorbe e digerisce il cibo che mangi. Può soffrire di un’ulcera peptica a qualsiasi età. Tuttavia, siete più inclini ad esso con l’età.

Quali sono le cause di ulcere peptiche?

Soffri di ulcere peptiche quando i succhi digestivi danneggiano le pareti nell’intestino tenue o sullo stomaco. Quando lo strato di muco diventa molto sottile poi lo stomaco fa un sacco di acidi e questo è qualcosa che il vostro intestino si sente. L’ulcera peptica può essere incolpata a causa di batteri chiamati H. pylori. Metà di noi portano questi batteri, ma non abbiamo ulcere. Tuttavia, in alcuni, Questo potrebbe causare un aumento della quantità di acido e abbattere gli strati protettivi del muco. Questo inizia ad irritare il tratto digestivo. I medici non sono sicuri di ciò che causa H. pylori e la sua infezione a diffondersi. Pensano che questo si diffonda a stretto contatto.

Ci sono alcuni farmaci antidolorifici che potrebbero anche causare ulcere peptiche. Questi sono farmaci antinfiammatori che bloccano il corpo dalla produzione di sostanze chimiche che aiutano a proteggere le pareti interne dello stomaco e l’intestino tenue dall’acido dello stomaco. Se si sentono problemi con il flusso di urina allora si consiglia di saltare a questi ragazzi.

Bere alcol e fumare sigarette potrebbe anche causare ulcere peptiche. Il cibo piccante e lo stress non causano ulcera peptica, ma potrebbe causare il peggioramento della tua condizione e rende difficile trattarti.

Sintomi di ulcera peptica

Bruciare l’addome superiore soprattutto dopo i pasti e al mattino presto è un segno di un’ulcera peptica. Si può anche soffrire di bruciore di stomaco, sensazione di pienezza gonfiore o sgabelli sanguinosi e neri.

Chiama il tuo medico

Dovresti entrare in contatto con il tuo medico senza indugio se ti sono state diagnosticate ulcere peptiche e stai mostrando sintomi anemici. Se soffri di mal di schiena, questo significa che l’ulcera potrebbe essere forare le pareti dello stomaco. Se vedi feci blocco e vomito di sangue allora questo potrebbe significare che si sta sanguinando internamente e hanno bisogno di aiuto medico immediato. Se ti senti umida, fredda e svenuta, questo potrebbe essere dovuto a una massiccia perdita di sangue.

Tutto sulla spasticità dell’arto superiore

La spasticità dell’arto superiore è un problema che influisce sul movimento delle braccia. Fa sì che i muscoli si irrigidiscano e diventa flesso. A volte si può soffrire di spasmo dove le braccia inizieranno a muoversi in modi che non avete alcun controllo su.

Ciò si verifica quando il sistema nervoso è danneggiato. Di solito si verifica quando si soffre di un infortunio o di un ictus. Lo spasmo non è pericoloso per la vita, ma potrebbe essere doloroso e colpisce anche la vostra vita quotidiana. Inizia a diventare difficile da vestire o a fare il bagno da soli.

Tuttavia, la buona notizia è che la spasticità dell’arto superiore può essere trattata. Ci sono trattamenti che possono rendere il muscolo flessibile e ti permette di avere un buon controllo del movimento delle tue braccia. Con il miglioramento dei sintomi, il trattamento sarà ridotto. Vai al mio blog se vuoi migliorare i tuoi sintomi di infiammazione urinaria.

Cause di spasticità dell’arto superiore

I muscoli si muovono a causa dei segnali elettrici dal nervo che viene ramificato attraverso il corpo. Questi sono i segnali che provengono dal cervello e dal midollo spinale. Se nel caso in cui il midollo spinale o il cervello viene danneggiato allora questi segnali non vengono inviati nel modo corretto. A causa dei segnali non uniformi, i muscoli si contraeno, si irrigidiscono e si fletteno.

Molte ragioni potrebbero causare danni al sistema nervoso e al cervello e causare la spasticità degli arti superiori. Potrebbe essere causato a causa di un ictus nel cervello o nell’arteria. Potrebbe essere a causa di alcune malattie come la paralisi cerebrale o potrebbe essere causato a causa di alcune lesioni.

Sintomi di spasticityità dell’arto superiore

Non può mostrare alcun ssolocità dell’arto superiore per un paio di settimane dopo una lesione cerebrale o ictus. I primi sintomi sono contrazioni che non sarai in grado di controllare, un braccio rigido e muscoli o problemi nel ruotare le spalle.

Se non si ottiene trattato allora questo può causare i muscoli per ottenere congelati. Lo spasmo rende difficile svolgere anche i normali compiti di routine. Se si nota una tenuta sui muscoli dopo l’intervento chirurgico, assicurarsi di consultare immediatamente il medico.

Prendersi cura

Il medico farà la diagnosi corretta ed eseguirà il giusto trattamento. Tuttavia, ci sono alcune cose che dovresti fare per mantenere i muscoli flessibili.

È importante esercitare e rimanere attivi che aiuta ad aumentare la flessibilità. Ottenere una quantità sufficiente di sonno e rilassarsi. Lo stress potrebbe causare la spasticità a peggiorare, quindi è importante fare qualche meditazione per de-stresste.

Cose viste, lette, sentite nel 2015 (parte 1)

Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2015.

Buone letture, ascolti e visioni.

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Silvia Costantino

Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi

I primi giorni arrivava a lezione puntualissima e se ne andava con altrettanta precisione, per paura che un passo falso o un ritardo le costassero un ripensamento del fascistissimo. Invece la sua assenza da casa si fece subito naturale, come ai tempi della scuola, solo che ora c’era il modo per non perdersi dibattiti e assemblee, bastava barare un poco sull’orario delle lezioni. Anche il suo aspetto cambiò: non era più l’adolescente che si vestiva da fagotto o copiava le maglie strette e il trucco ostentato delle coetanee più disinibite. Comprò pantaloni di velluto a coste, maglioni a rombi, un paio di occhiali dalla montatura grande; lasciò i capelli morbidi e lunghi sulle spalle, niente trucco. Strinse le prime amicizie con una disinvoltura che sorprese lei per prima. Di uscire la sera non se ne parlava, ma tra gli impegni di studio e le ripetizioni, con le quali si era anche conquistata una discreta autonomia economica, il tempo fuori casa aumentò. Quando le assemblee andavano per le lunghe, la scusa era sempre la stessa: compagni, mi dispiace, domattina devo alzarmi presto per studiare. Così non doveva vergognarsi troppo di non avere la stessa libertà degli altri. Ancora una volta la sua credibilità passava attraverso il massimo dei voti, che le garantiva una zona franca in famiglia e rispetto in facoltà, dove tutti volevano stare nei suoi stessi gruppi di studio: agli esami collettivi il suo nome e la sua preparazione erano una garanzia di riuscita. Sui libri, Aurora scopriva un femminismo ferreo, orgoglioso. Poi rientrava in casa e non riusciva a parlare con la madre, che aveva fatto del distacco un’arte e della propria esistenza una depressione muta. La vita fuori e quella dentro l’università non si sovrapponevano ancora.

Asif Kapadia, Amy, Stati Uniti

Joanna Newsom, Divers, Drag City

Tarin Nurchis, Tutte le volte che non me ne sono andata, Abbiamo Le Prove 

Prima di finire il ciclo di studi una delle persone che hai conosciuto ha fatto razzia nella dispensa dei tuoi sentimenti e buoni propositi. Sulla carta, il momento è perfetto. C’è persino un po’ di tragedia. Uno scenario. Una storia da raccontare, volendo; simile a quelle che poi si sentono nelle canzoni (“you’re the reason why I’ll move to the city / you’re why I need to leave”). Ma in realtà no, non lo è. Non è perfetto; mai; niente. Tutto quello che ti senti di fare infatti é restare in sella e – di nuovo – tirare avanti (mestiere in cui peraltro sei diventata pressoché imbattibile). Cogli anche l’occasione per riordinare quella dispensa, per quanto possibile. E intanto segui la via maestra e prendi una laurea.

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Camilla Panichi

Mirko Volpi, Oceano padano, Laterza

Ma su tutti, nell’Oceano padano, nel principato della terra grassa e del duttile pragmatismo campagnolo che cava bellezza dal bisogno, regnano le vacche e i maiali: rispettivamente, le bestie e i nimai per eccellenza.
E sono bestie superiori, di superbo sfarzo estetico e gastronomico. Animali sacri, li onoriamo al meglio ammazzandoli e mangiandoli nei più sontuosi dei modi. Se le stagioni hanno qui ancora un senso, se il rispetto del dio Tempo è regola immutabile, è pur vero che sono loro, le vacche e i maiali a farsi metronomi, a scandire i segmenti dei giorni, e dei mesi. Il ciclo del latte e della carne culmina in loro e da loro riprende. Il ciclo della vita stessa di campagna si fonda sulle loro succulente zampe, sulla mansuetudine bovina, sull’intelligenza bistratta e pericolosa del suino.
La vista delle immense stalle che costellano la sterminata pianura mi riconcilia con l’eternità dei processi naturali, col divino che me ne ha fatto dono, e mi commuovo – avvertendone gli odori, ascoltando rapito e rassicurato gli echi di muggiti e grugniti che si perdono nell’indifferenza della consuetudine – come se mi trovassi davanti al più perfetto simbolo di questa nostra patria malmostosa e reticente.

Sanna Lenken, My skinny sister, Svezia-Germania

Sufjan Stevens, Carry & Lowell, Asthmatic Kitty

Chiara Abastanotti, Con gli occhi dei migranti, Graphic-news

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Valerio Valentini

Romolo Bugaro, Effetto domino, Einaudi

Franco Rampazzo sapeva che quegli uomini dagli sguardi duri avevano alle spalle una storia simile alla sua. Tutti e quattro provenivano da famiglie con pochi mezzi, contadini o negozianti o piccoli artigiani. Tutti e quattro avevano lavorato senza risparmio per mettere in piedi la loro impresa. A quindici anni scaricavano sacchi di calce in un piccolo magazzino in affitto. A venti vendevano villette con giardino a medici e commercialisti. A trenta correvano avanti e indietro fra il cantiere di Udine e quello di Brescia. Niente weekend, niente vacanze, niente viaggi. Adesso avevano mogli da capelli semibiondi che indossavano fuseaux comprati al Centro Tom di Santa Maria di Sala e che guidavano X3 o X5 color argento metallizzato. Avevano grandi case con allarmi perimetrali attivabili vi bluetooth e figli che frequentavano la scuola inglese vicino al Centro Papa Luciani, e dipendenti laureati in ingegneria o giurisprudenza pronti a scattare sull’attenti appena li vedevano lungo il corridoio.

Edoardo Falcone, Se dio vuole, Italia

Bob Dylan, Best of the cutting edge, Sony

Matteo Marchesini, Due ragioni per cui Eco, a 80 anni, è diventato un Bongiorno per dottorandi, Il Foglio

La verità è che sulle labbra di Eco l’indignazione suona fuori posto: basta guardare questo “illuminista bizantino” (così Enzo Golino) per capire che il suo pacioso ottimismo è a prova di bomba. Eco non è un monaco che accusa, ma un manager che gronda serotonina. In lui, come ha notato Alfonso Berardinelli, il bambino e il prof convivono con allegria: ciò che manca è l’uomo. Ma il ritratto più formidabile è di Piergiorgio Bellocchio. In Eco, dice Bellocchio, “tutto è déjà lu”. E citando i comici inviti al coraggio di “Sette anni di desiderio”, così conclude: “Ecco la frase: ‘Nervi saldi, staremo a vedere’. Mirabile sintesi del pensiero, dell’atteggiamento morale, insomma dello stile di Eco. Reggetevi forte, ragazzi: si va al cinema.

#Strega2015 | Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

ferrante

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Camilla Panichi

Se volete fare qualcosa di buono, fuitevenne ‘a Napule

“Fuggite da Napoli”. È il consiglio che, in un momento di insofferenza verso la propria città e le istituzioni che lo ostacolavano nella realizzazione di un teatro stabile, Eduardo De Filippo dette a un gruppo di teatranti. La frase si è impressa nella memoria collettiva comportando al drammaturgo un certo risentimento da parte del pubblico e dei conterranei. Eppure, in queste aspre e fulminee parole, si concentra tutta la contraddizione di chi, in una città, ci è nato e cresciuto, se ne è nutrito e le ha dato voce attraverso le proprie opere. Niente di più evidente che un sentimento di ambiguità, di oscillazione tra repulsione e attrazione, delusione e amore incondizionato. La geografia di una città come Napoli, con i suoi snodi emotivi, le sue falle sociali, i suoi lacerti di mala vita e compromessi, i suoi equilibri precari tra lecito e illecito, tra corruzione e legalità, tra mondo chiuso del rione e mondo aperto, si sedimentano nella vita di ognuno, sprigionando due sentimenti complementari: un attaccamento smisurato alla città o un rifiuto tormentato.
È quello che accade a Elena Greco, detta Lenuccia o Lenù, protagonista e narratrice della tetralogia L’amica geniale in cui la città di Napoli svolge un ruolo determinante nella vicenda, condizionandone lo sviluppo e gli esiti, al pari di qualsiasi altro personaggio. Continua a leggere →

La notte degli Oscar 2015, secondo noi

Stanotte si assegnano gli Oscar. Questa è la lista degli otto candidati  nella categoria “Miglior film”:

  • American Sniper, di Clint Eastwood
  • Birdman, di Alejandro González Iñárritu
  • Boyhood, di Richard Linklater
  • Selma, di Ava DuVernay
  • The Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson
  • The Imitation Game, di Morten Tyldum
  • The Theory of Everything, di James Marsh
  • Whiplash, di Damien Chazelle

Come l’anno scorso, abbiamo deciso di preparare un pezzo collettivo (meglio: polifonico) molto molto lungo. L’unica regola era quella di specificare il film per cui tifavamo, e poi finire a parlare di quello o degli altri.
Buona lettura!

Marco Mongelli
Il 2014 è stato un anno cinematograficamente eccellente, ancor più del 2013. Ciononostante il livello medio dei film nominati per l’oscar principale non è neanche minimamente paragonabile a quello dello scorso anno. Degli otto film quest’anno in concorso uno mi è parso di una categoria superiore a tutti gli altri: sto parlando, ovviamente, di Boyhood. Se dopo quasi tre ore di visione di questa storia ordinaria raccontata in modo straordinario non vi si è smosso niente dentro, allora non credo ci siano parole per sopperire all’immediatezza dello sconvolgimento emotivo. Linklater e Hawke dànno vita a un esperimento sulla gestione del tempo che è insieme semplicissimo e radicale, e che è a ben pensarci il naturale coronamento di una poetica filmica ventennale. Con un realismo che fino a ieri si potevano permettere solo i romanzi, Boyhood ci dice che se non riusciamo a capire in che modo momenti come il diploma o il matrimonio siano tappe della nostra vita, allora “maybe life is the moments in between those big moments”.

Gli altri, poi.

The Imitation Game è un onesto polpettone che sarebbe stato accettabile se avesse raccontato una storia inventata e non quella, decisiva e altrove ben documentata, di Alan Turing.

Grand Budapest Hotel è un film gradevole e ben fatto, ma mi pare l’esaurimento di una poetica, narrativa e visiva, ormai davvero portata allo stremo.

In Whiplash, invece, c’è qualcosa di profondamente sbagliato. In primis l’idea che il gesto musicale sia solo agonismo, memoria meccanica, prova muscolare: in altre parole, sport. Poi soprattutto l’idea che il talento eccezionale, il genio, sbocci solo dopo umiliazioni e solo dopo un sacrificio totale, perlopiù privo di amore verso la musica. C’è, in definitiva, un’idea raccapricciante di educazione e formazione.

Birdman è un film che dice cose vecchie (tutta la questione social media-realtà è di una banalità imbarazzante) in modo iper-accelerato. La narrazione non si ferma (quasi) mai, eppure alla fine di questa corsa frenetica ne sappiamo meno che all’inizio. Tutto il disturbato rapporto del protagonista con il proprio glorioso passato e le sue velleità presenti è già definito dopo poche scene: il resto serve solo a trascinarci verso un finale prevedibile e didascalico. In generale credo sia un film pretestuoso e pasticciato, che ha poche idee e per giunta confuse. Non si capisce cosa dovremmo cercare in questa cavalcata incessante di piani sequenza ed emozioni estroflesse. Mi pare in definitiva un film innocuo e dimenticabile, che è l’ultima cosa che mi sarei aspettato da Iñárritu.

P.S. Non si capisce perché non sia candidato nella sezione straniera ma Mommy è l’altro film, insieme a Boyhood, per il quale si può spendere la parola “capolavoro” e che per questo resterà a lungo.


Camilla Panichi

La classificazione delle annate dei vini si misura spesso su una scala di valori che va da “deludente” a “storico” passando per “mediocre”, “buono”, “eccezionale”. Se dovessi usare gli stessi parametri per definire i film candidati Oscar, direi che il 2014 è stata un’annata medio-deludente, fatta eccezione per due film.
Degli otto film candidati, quattro sono biografici: American Sniper, The Imitation Game, The Theory of Everything, Selma (su quest’ultimo non mi pronuncio perché non ho avuto modo di vederlo). Ora, senza nulla togliere al genere – comunque a mio avviso di difficile resa ed efficacia sul grande schermo – i primi tre film elencati sono un sostanziale fallimento, benché per motivi diversi.

L’uomo è un animale selvaggio. Su Relatos salvajes di Damián Szifron

di Marta Jiménez Serrano

traduzione dallo spagnolo di Marta Jiménez Serrano e Camilla Panichi

relatos

Il tuo peggior nemico. L’amico che si è fatto la tua ragazza. La ragazza che ora è la tua ex ragazza che si è fatta il tuo migliore amico. Il tuo capo. Il capo che non è mai stato il tuo capo perché non ti ha mai assunto dopo quel colloquio, e che ti criticò per il taglio dei capelli. Tua zia che ogni volta ti chiede se ancora non hai la ragazza. Il professore delle medie che ti riprendeva sempre davanti ai tutti i tuoi compagni e soprattutto davanti a tutte le tue compagne. La suocera. Quella che hai avuto e quella che non hai mai avuto (la suocera dà sempre fastidio o per eccesso o per difetto). Il tizio dietro lo sportello che ti diceva che, per risolvere i tuoi problemi, aveva bisogno di ancora più documenti, e che dovevi andare a un altro sportello dove l’uomo che avrebbe risolto i tuoi problemi, nell’ora esatta in cui saresti arrivato lì, stava giusto facendo colazione. Persone odiose.

Chi, almeno una volta nella vita, non ha immaginato, un po’ per astio un po’ per scherzo, di mettere tutte queste persone odiose sopra un aereo e, con la consapevolezza della premeditazione e una risata malefica di fondo, farle schiantare a terra senza alcuna compassione? Chi? Ammettilo: lo hai pensato anche tu, proprio tu che sei una bravissima persona. Tutti abbiamo pensato di fare fuori una ex, un professore, un capo, anche solo per un micro secondo. Ed è questo che fa, con sarcasmo, umorismo e un cast straordinario Relatos salvajes (Storie pazzesche), l’ultimo lavoro di Damián Szifron. Continua a leggere →

Cose viste, lette e sentite nel 2014 (parte 1)

Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2014.

Buone letture, ascolti e visioni.

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Silvia Costantino

Davide Orecchio, Stati di Grazia, il Saggiatore

Balustra apre il termos del mate, riempie tre bricchi, ne porge due, ne tiene uno e i tre bevono («… e tra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi»). Poi riprendono. Punchetto torna alla sedia, Martelli volteggia, Balustra armeggia coi cavi nel mio desiderare l’ambulatorio, la luce del giorno, reclute con la febbre, slogature, mal di pancia, ma l’india s’agita, ferita da fare spavento, sulle gambe e intorno al pube ha croste che sembrano lebbra, sulla coscia s’allunga una seppia di cancrena già secca, il tessuto nero e rigido, sulle natiche non più pelle ma tessitura rosso acceso, verde, blu, screziata da colline di gas, necrosi che brilla come bronzo. Ovvio che si lamenti. Chi non si lamenterebbe? Anch’io mi lamenterei. Martelli si volta e gli chiede: «Te la scoperesti?». Risponde: «Mica tanto» (adesso esagera. Queste battute potrebbe evitarle) e Balustra infila il cucchiaino nella vagina e lei prova a ribellarsi ma il tenente la blocca mentre Balustra accende la picana e la donna riconosce il ronzio e mugola, il dolore l’ha invasa tutta, dal sedere ustionato le sale un incendio, in bocca ha un sapore diverso, come se succhiasse se stessa (immagino).
[…]
“Questa stoffa appartiene a Ximena Sanchis, residente a Hölderlin in provincia di San Salvador de Jujuy. Se c’è un corpo nella camicia anche quello appartiene a Ximena, una donna di circa quarant’anni. I suoi capelli sono neri e lunghi, sciolti sulle spalle oppure raccolti. La bocca è piccola. Il naso è grosso. Sul sopracciglio destro c’è una cicatrice. Un’altra cicatrice si trova sul braccio sinistro poco sotto l’ascella. Chiunque trovi la stoffa la consegni a Paride Sanchis, Hölderlin, Quilmes 18.”

Richard Linklater, Boyhood, Stati Uniti

L’epopea borghese travestita da noir. Su La ferocia di Nicola Lagioia

di Silvia Costantino, Chiara Impellizzeri, Marco Mongelli, Camilla Panichi

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[Il 7 dicembre alle ore 18,00, Nicola Lagioia sarà a Siena alla Libreria Einaudi per presentare insieme a noi il suo ultimo romanzo. Questa è la nostra recensione a La ferocia.]

«Se un vecchio oltraggio di portata quasi cosmica è un buon motore per la letteratura di ogni latitudine, per il racconto del Sud rischia di essere un destino».

Nicola Lagioia su Letterattitudine

Anche in La Ferocia (Einaudi 2014), ultimo romanzo dello scrittore barese, l’oltraggio e il sud sono componenti fondamentali per la costruzione del discorso narrativo: oltraggiata è la terra come i sentimenti dei figli rifiutati, delle mogli tradite e degli amanti abbandonati. Sullo sfondo una città, Bari, dove la vicenda si svolge aprendosi allo spettro del Gargano sventrato dalla ferocia imprenditoriale ed elevato a emblema e croce di una condizione del meridione d’Italia. Tuttavia, la narrazione non ambisce a farsi carico dei mali del sud né tantomeno a denunciarli. Il meridione è sì una presenza costante, ma non solo in forma allegorizzata; è piuttosto la superficie piana sulla quale si innesta la storia di una famiglia, dalla sua ascesa economica e sociale fino alla caduta. La parabola tracciata dal romanzo non è dunque quella del destino comune delle vite al sud, ma di una famiglia, i Salvemini, arricchitasi con la speculazione edilizia e ripetutamente scossa da drammi privati che minacciano l’impero materiale costruito negli anni. Continua a leggere →

Bonsai #38 – Fernando Franco, La herida

di Camilla Panichi

La Herida

Ana ha ventotto anni, lavora come autista di ambulanze, fa uso giornaliero di cocaina e vive con la madre divorziata, con la quale condivide soltanto il compimento di funzioni e bisogni primari come il cibo. Per il resto, agli occhi di Ana, è una madre assente, che non vuole vedere e infatti non vede e quando vede finge di non aver visto. Ana aveva un fidanzato, Alex, di cui conosciamo solo gli effetti che l’abbandono le ha causato: un atteggiamento ossessivo-compulsivo che la porta ad avere lunghi monologhi con la messaggeria telefonica di lui, le cui frasi variano dal «perdóname, te quiero» al «tu es un cabrón». Ana è irritabile e aggressiva, ha sfoghi di rabbia ingiustificati, è ossessionata dall’opinione che gli altri hanno di lei, è vittima del suo stesso sabotaggio e della scarsa fiducia nei propri mezzi.

Autore di sei cortometraggi, il regista spagnolo Fernando Franco esordisce nel 2013 con il lungometraggio La herida, (La ferita), storia della vita di Ana (straordinariamente interpretata da Marian Álvarez) affetta da disturbo limite della personalità di cui è parzialmente consapevole («adesso riesco a controllarmi meglio» scrive all’uomo sconosciuto della chat). La trama è ridotta al minimo e non ha né un inizio né una fine: il film procede episodicamente, per micro o macro crisi, oscillando tra le polarità opposte a cui Ana è soggetta. Si apre con un attacco di panico della protagonista e si conclude con uno sfogo di pianto. Durante questi passaggi, i meccanismi primitivi di difesa sono del tutto annullati così come i rapporti interpersonali: ogni tentativo di contatto (con un ragazzo conosciuto in discoteca) o ricongiungimento (col padre, durante le seconde nozze) fallisce. Il personaggio di Ana ci viene presentato come pura superficie, completamente esposta all’alternanza di episodi di disforia, euforia, ansia e irritabilità. Tutto è a fior di pelle, così come le ferite che costantemente si procura con lamette e mozziconi di sigarette, per punirsi.

Ma i tagli e le bruciature che incidono e scavano il corpo di Ana non sono che la superficie di una ferita più profonda: la malattia che erode dall’interno chi ne è affetto, e che costringe Ana a una continua separazione cognitiva ed emotiva dalla realtà. L’intento di Franco è infatti quello di proporre un viaggio dentro una malattia complessa e spesso difficilmente identificabile, di esplorarne le estremità dall’interno, attraverso il personaggio che ci è ‘sbattuto in faccia’ e che siamo costretti a seguire con la stessa irruenza borderline che la caratterizza, con ossessività e compulsione, facendo continuamente esperienza del limite grazie alla scelta del regista di non abbandonare il volto dell’attrice neanche per un secondo. Rare sono le scene in cui la camera si stacca dal volto e dal corpo di Ana per argomentare l’ambiente. Quando questo accade, siamo immediatamente e senza respiro precipitati su di lei. La massima distanza di ripresa oscilla tra i cinquanta centimetri e il metro. Più la prossemica si riduce e più aumenta lo sguardo clinico su Ana. La profondità prospettica è completamente schiacciata dal primo piano, facendo piombare lo spettatore nell’universo emotivo della protagonista. Una scelta registica coraggiosa, portata avanti con costanza per novantacinque minuti di film, che non stanca e segna positivamente l’esordio di Franco.

[Il film, uscito nel 2013, ha avuto diversi riconoscimenti: Concha de Oro a la Mejor Actriz (Marian Álvarez) Festival Internacional de Cine de San Sebastián; Premio Especial del Jurado Festival Internacional de Cine de San Sebastián; e Violeta de Oro a la Mejor Actriz Festival du Cine Spagnol de Toulouse. È stato proiettato all’interno della tredicesima edizione del Festival del cinema spagnolo CineHorizontes che coinvolge alcune città della regione PACA: Aix-en-Provence, Aubagne, Avignon, Briançon, Château-Arnoux-Saint-Auban, Forcalquier, Grasse, La Ciotat, Vitrolles]

Jennifer Egan, Scatola nera. Una recensione in 140 caratteri

di Chiara Impellizzeri e Camilla Panichi

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Appunti per Scatola nera

Nel 2012 il premio Pulitzer Jennifer Egan, autrice di Il tempo è un bastardo e Guardami, ha pubblicato a puntate sull’account twitter del New Yorker un racconto, Scatola nera, costituito da una successione di status brevi. Più di duecento messaggi, ciascuno dei quali non supera i 140 caratteri, compongono questa fresca e originale spy-story fantascientifica ambientata nel mediterraneo. Da pochi mesi minimum fax ha pubblicato la traduzione italiana a cura di Matteo Colombo.
Abbiamo deciso di recensire
Scatola nera, in quello che ci è sembrato l’unico modo possibile: uno scambio di tweet tra due utenti.

La recensione va letta dal basso verso l’alto, seguendo l’ordine cronologico di una pagina Twitter. Continua a leggere →

Dieci dicembre

di Chiara Impellizzeri e Camilla Panichi

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In una intervista del 1996, alla domanda quali autori a lui contemporanei lo avessero maggiormente influenzato David Foster Wallace rispose: «C’è tutto il gruppo dei ‘grossi maschi bianchi’. Mi pare che siamo in cinque o sei sotto la quarantina, bianchi, alti un metro e ottanta o più e con gli occhiali», ma «lo scrittore con cui sono più fissato al momento è George Saunders». Nel 1996 era da poco uscita la prima raccolta di racconti CivilWarLand in Bad Decline. A distanza di quasi venti anni, la lettura dell’ultimo libro di Saunders ha prodotto lo stesso effetto di ‘fissazione’, quasi un esercizio di ipnosi.

Dieci dicembre (trad. Cristina Mennella, minimum fax 2013) comprende dieci racconti eterogenei per struttura e stile, in cui si alternano diverse voci narranti, talvolta nella stessa pagina, con il risultato di una esplosione di punti vista: dal malato terminale che tenta il suicidio, al ragazzino che assiste al quasi stupro dell’amica d’infanzia e attende a intervenire; dal ritorno in Patria di un militare con evidenti squilibri post-traumatici, ai medici di un laboratorio con cavie umane che cercano una cura per regolare gli eccessi dei sentimenti. Saunders riesce a dare atto di questo prospettivismo attraverso una scrittura fortemente dialogica e plurilinguistica, lasciando che la contraddizione si scateni dall’incontro e dalla sovrapposizione di voci diverse. Anche i racconti che prevedono una sola voce monologante mettono in scena un io scisso, che dialoga con molteplici sé e proiezioni dell’altro. Questo dialogismo è realizzato anche ponendo in contrasto storia narrata e stile, come nei racconti Le ragazze Semplica o Esortazione, nei quali un contenuto emotivo problematico è costretto in un linguaggio algido e burocratico, con un effetto comico straniante, ma anche commovente ogni qual volta l’elemento umano eccede la barriera linguistica creata:

Nota per generazioni future: a volte, nostri tempi, famiglie entrano periodo buio. Famiglia crede: siamo sfigati, sbagliamo sempre tutto. Genitori litigano tutto volume, si incolpano a vicenda situazione disastrosa. Papà tira calcio parete, buca parete accanto frigorifero, famiglia salta pranzo. Tensione troppo alta per sedere tutti a stessa tavola. Così insopportabile. Così uno (padre) dubita valore intera impresa, cioè, così padre (me) si chiede se esseri umani non vivrebbero meglio da soli, per conto loro, nei boschi, ognuno per cavoli suoi, senza volere bene nessuno. (p. 140)

Dinnanzi a queste realtà plurime in cui l’esperienza umana viene declinata a strappi, in situazioni spesso assurde, grottesche o futuristiche, seppur con una narrazione tendenzialmente realistica e mimetica, su cosa si fissa la nostra attenzione? Continua a leggere →

«La guerra provò a ucciderci in primavera» – Un’intervista a Kevin Powers

di  Antonio Coiro e Camilla Panichi 

Boston 2009, nel cimitero di   una piccola chiesa. Foto di Camilla Panichi

Boston 2009, nel cimitero di una piccola chiesa. Foto di Camilla Panichi

Qualche mese fa, in occasione del Premio Von Rezzori, abbiamo incontrato Kevin Powers, autore del romanzo Yellow Birds (trad. Matteo Colombo, Einaudi, 2013). Gli ospiti di quel giorno erano due tra i migliori scrittori americani del nostro tempo: Michael Cunningham e Jennifer Egan. Pochi, tra i presenti, avevano riconosciuto Powers, mimetizzato nel pubblico, o forse pochi sapevano chi fosse. Yellow Birds era stato tradotto solo qualche mese prima. Lui stesso è rimasto sorpreso quando lo abbiamo avvicinato. Eppure il suo Yellow Birds è uno dei migliori romanzi di guerra degli ultimi anni e Powers uno dei migliori autori della sua generazione.
Dalla nostra conversazione è nata l’idea di questa intervista che cerca di indagare la natura della guerra sia attraverso le parole dell’ex–soldato Kevin Powers, mitragliere in Iraq tra il 2004 e il 2005, sia attraverso la restituzione narrativa degli eventi.
Yellow Birds narra un’esperienza di guerra che, sedimentata nel soggetto, tenta di essere rielaborata nel momento stesso in cui il protagonista e narratore fa ritorno a casa. L’esercizio della memoria richiede una convivenza con il dolore e con il rimorso che solo la scrittura sembra stemperare. Una scrittura fluida, riflessiva, a tratti lirica in cui si riconosce un’abitudine alla poesia (come dirà più avanti Powers) nel ritmo delle frasi e nella potenza delle immagini evocate.

Una delle domande tipiche che vengono fatte a un soldato che torna dal fronte è: com’era laggiù? Raramente gli viene chiesto quali fossero le sue aspettative prima della partenza. In Yellow birds, a un certo punto, il narratore descrive il periodo di attesa che precede la partenza per l’Iraq con una metafora molto efficace: «Eravamo sposi alla vigilia del matrimonio».
Il giovane Kevin Powers, arruolatosi a 17 anni, mitragliere in Iraq per due anni, in che modo immaginava la guerra prima di partire? Cosa ti aspettavi di trovare laggiù?

Non avevo idea di cosa aspettarmi. Nella mia percezione della guerra, prevaleva l’ingenuità. Ho immaginato, senza pensarci davvero, che sarei stato bene e che dovevo solo preoccuparmi di cosa sarebbe successo agli altri. Questo è quasi un modo inconscio di affrontare la situazione, e l’unico veramente possibile per uno molto giovane. Certo, vi è anche un’indistinta, soggiacente inquietudine, che è un modo per affrontare l’ignoto, pur dovendo ammettere che questo ti cambierà significativamente e in modo permanente.

Il protagonista, John Bartle, quando torna in patria sembra soffrire dei sintomi tipici del PTSD: senso di colpa del sopravvissuto, depressione, accenni di alcolismo, astenia, continui flashback. Il suo più grande dolore è causato dall’impossibilità di dare la forma di ricordo a quello che ha vissuto in Iraq, perché come si dice a un certo punto «Ricordare significa attribuire un significato».
Tu che hai vissuto in prima persona un’esperienza di guerra, sei riuscito ad «attribuire un significato» a quello che è successo? Sia sul piano personale che su quello politico, in che modo vedi oggi la guerra in Iraq?

Decidere cosa mettere a fuoco nella propria vita è una rivendicazione di autonomia. Se si può effettivamente controllare questa messa a fuoco è un’altra questione. Ma credo che sforzarsi di direzionare la propria vita interiore sia un esercizio prezioso. I temi del libero arbitrio e del destino mi interessano. Mi sono ritrovato a pensare che anche se il libero arbitrio è un’illusione, questa illusione può produrre degli effetti reali nella vita di una persona. Continua a leggere →

#Strega2015 | Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

ferrante

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Camilla Panichi

Se volete fare qualcosa di buono, fuitevenne ‘a Napule

“Fuggite da Napoli”. È il consiglio che, in un momento di insofferenza verso la propria città e le istituzioni che lo ostacolavano nella realizzazione di un teatro stabile, Eduardo De Filippo dette a un gruppo di teatranti. La frase si è impressa nella memoria collettiva comportando al drammaturgo un certo risentimento da parte del pubblico e dei conterranei. Eppure, in queste aspre e fulminee parole, si concentra tutta la contraddizione di chi, in una città, ci è nato e cresciuto, se ne è nutrito e le ha dato voce attraverso le proprie opere. Niente di più evidente che un sentimento di ambiguità, di oscillazione tra repulsione e attrazione, delusione e amore incondizionato. La geografia di una città come Napoli, con i suoi snodi emotivi, le sue falle sociali, i suoi lacerti di mala vita e compromessi, i suoi equilibri precari tra lecito e illecito, tra corruzione e legalità, tra mondo chiuso del rione e mondo aperto, si sedimentano nella vita di ognuno, sprigionando due sentimenti complementari: un attaccamento smisurato alla città o un rifiuto tormentato.
È quello che accade a Elena Greco, detta Lenuccia o Lenù, protagonista e narratrice della tetralogia L’amica geniale in cui la città di Napoli svolge un ruolo determinante nella vicenda, condizionandone lo sviluppo e gli esiti, al pari di qualsiasi altro personaggio.

Complessivamente, la storia narrata da Elena Ferrante comincia nell’Italia del dopo guerra e termina a metà degli anni 2000. Siamo a Napoli, anni Cinquanta. La narrazione inizia con l’infanzia della protagonista (L’amica geniale, 2011) che misura il proprio io esplorando quello dell’altro, cioè dell’amica e compagna di giochi Raffaella Cerullo detta Lila o Lina (le cui dinamiche sono ben spiegate da Daniela Brogi qui). Il legame verrà rinforzato durante gli anni dell’adolescenza (Storia del nuovo cognome, 2012). Infanzia e adolescenza rappresentano le fasi della formazione, in cui la vita di Lenù è indissolubilmente legata a quella dell’amica, al rione e alla ferocia delle sue logiche interne: la vita si svolge nel rione, i contrasti, i primi amori, il desiderio di affermare la propria identità e i primi sentimenti di perdita hanno i volti e i colori del rione. A quest’altezza, il rione è ancora un luogo a cui la protagonista aderisce e che fatica a considerare come altro da sé. Sarà così fino all’epoca della giovinezza (Storia di chi fugge e di chi resta, 2013) in cui diventa ormai evidente l’inconciliabilità tra la Lenù del presente della narrazione e il mondo che le era sempre appartenuto. Prevale dunque l’esigenza di confrontarsi con il fuori, di proseguire negli studi universitari, di prendere le distanze da quell’universo pittorico e deforme del rione. La protagonista se ne allontana, ponendo una distanza geografica ed emotiva. Studia a Pisa, diventa una scrittrice, si sposa con un intellettuale di estrazione alto-borghese e va a vivere a Firenze. L’emancipazione sociale rispetto al rione è compiuta. Ma è nell’ultimo libro che Napoli ritorna potente e prepotente, reclamando la protagonista, obbligandola a farvi ritorno, a confrontarsi con ciò che, anni prima, aveva abbandonato “una volta per tutte”.

Storia della bambina perduta (2014) è l’ultimo volume dell’opera di Ferrante. Ha inizio a metà degli anni Settanta e si conclude negli anni zero. È la fase della maturità e della vecchiaia della protagonista che, tra le righe del testo, coincide con la maturità e vecchiaia di un’epoca storica e politica, sconquassata dal fallimento del progetto comunista e dall’affermarsi del liberismo sfrenato. Ma soprattutto segnata dal naufragio delle ideologie degli anni giovanili che travolge molti personaggi nello scandalo della corruzione e delle tangenti.

Il libro si apre con la crisi esistenziale di Lenù che abbandona marito e figlie per un amore giovanile, Nino Sarratore. Una fuga d’amore a Montpellier che si tradurrà in scelte definitive: dopo lunghi compromessi e negoziazioni, Lenù abbandona il marito e Firenze per tornare a Napoli con le due figlie e darsi un nuovo futuro assieme a Nino. Ma questi non la riconoscerà mai come la sua “donna ufficiale”, avranno una figlia, Immacolata detta Imma, che crescerà nell’assenza affettiva e materiale del padre, assorbito dalla carriera universitaria e politica, dalla propria famiglia precedente, dall’incessante gioco della seduzione che lo fagociterà in una coazione a ripetere il tradimento. Una storia comune e risentita, alla quale si sommano una miriade di macro-eventi (divorzio-innamoramento-trasloco-suicidio-maternità-malattia-lutto-rapimento-esecuzione pubblica) che, presi singolarmente, costituiscono ognuno un romanzo a parte. Ferrante sceglie di raccontare nel dettaglio meticoloso e in un solo libro, ciascuno di questi macro-eventi. È una scelta narrativa rischiosa, che può facilmente virare al romanzesco, ma che è tenuta a bada da uno stile oggettivo e da una prosa lucida e lineare, sempre presente a se stessa e all’io narrante (e di conseguenza al lettore) anche nel momento in cui la narrazione raggiunge l’apice della disperazione:

In serata si stabilizzò la diceria che poi prevalse. La bambina era scesa dal marciapiede correndo dietro a una palla blu. Ma proprio in quel momento stava sopraggiungendo un camion. Il camion era una massa nera color fango, avanzava a velocità sostenuta sferragliando e sobbalzando per le buche dello stradone. Nessuno aveva visto nient’altro, ma si era sentito l’urto, l’urto che passò direttamente dal racconto alla memoria di chiunque ascoltasse. Il camion non aveva fatto nessuna frenata, nemmeno un accenno, ed era sparito in fondo allo stradone insieme al corpo di Tina, alle treccine. Non era rimasta sull’asfalto nemmeno una goccia di sangue, niente niente niente. In quel niente si era perso il veicolo, si perse per sempre la bambina. (p. 313)

Questa tendenza all’accumulazione di dettagli, quasi con la dedizione di chi scrive una cronaca intima, viene forse – per un gioco di specchi –, da quella che la voce narrante di Lenù definisce, in un momento di bilancio esistenziale rispetto alla propria opera “smania di realtà”: «A Firenze avevo inventato una trama attingendo a fatti della mia infanzia e della mia adolescenza con la spericolatezza che mi veniva dalla distanza. Napoli, vista da lì, era quasi un luogo della fantasia, una città come quelle dei film, che seppure le strade e i palazzi sono veri, servono solo da fondale per favole nere o rosa. Poi, da quando mi ero trasferita e vedevo Lila tutti i giorni, mi era presa una smania di realtà» (pp. 266-267). La distanza che la protagonista interpone tra sé e la città dell’infanzia mitiga la narrazione della città stessa. Ma una volta che vi si trova di nuovo immersa, la narratrice è costretta a fare i conti con la contraddizione più evidente e mai risolta: il contrasto insanabile tra natura e cultura.

È natura il Sud d’Italia e Napoli; è natura il rione con la sua fisionomia brutale e selvaggia, che non fa sconti e non perdona; che nel corso degli anni Ottanta ha visto crescere il potere della Camorra di pari passo a quello droga, ovvero la nuova forma di modello imprenditoriale criminale e quindi di ricchezza. È natura la vita violenta di quartiere in cui l’affermazione personale deve passare attraverso l’asservimento (come il personaggio di Antonio, che l’unica cosa che sa fare è eseguire ordini). Dentro il rione i rapporti interpersonali sono pura prevaricazione, come in natura; Elena perderà la verginità col padre di Nino, per vendetta. Durante il corso della narrazione si assiste a un continuo ribaltamento dei ruoli e dei rapporti di forza, come in una lotta per il mantenimento di un primato sociale: la gestione e il controllo del rione che vedono schierati da un lato i fratelli Solara e  dall’altro Lina, assume i connotati di una lotta per la conservazione della specie. Ènatura il dialetto che tutti parlano tranne Lenù. È natura Lina, amica “geniale” di Lenù che non è mai uscita dal rione, si è fermata alla quinta elementare, e dopo aver lavorato in fabbrica si è messa in proprio facendo soldi con un’azienda di informatica. Ed è natura il rapporto tra le due amiche, viscerale, conflittuale, simbiotico, come lo sarà quello tra Lenù e la madre, che non le ha perdonato di aver abbandonato una vita di agi per tornare a confinarsi nel rione; come lo sarà quello tra Lenù e le figlie delle prime nozze, educate nella cultura e che per il semplice fatto di esistere, con la loro storia di figlie nate a Firenze da padre noto, ogni giorno ricordano alla madre la distanza tra loro e il suo mondo.

Al contrario, nell’immaginario di Ferrante è cultura il resto d’Italia, la città di Firenze, che per Lenù è la città degli affetti, della vita adulta e della famiglia; è cultura Genova dove abitano i genitori di Pietro, che hanno sempre accettato con riserva l’unione tra il figlio e Elena. Sono cultura Milano e Torino, sedi delle più importanti case editrici che negli anni della formazione di Elena hanno diretto il discorso culturale in Italia e con cui la protagonista lavora. È cultura la lingua italiana che Elena parla con le figlie, col marito, conoscenti e amici. Sono cultura la Francia e l’Europa che la accolgono grazie alla traduzione dei propri libri. Ma soprattutto, è cultura Elena davanti agli occhi dei suoi conterranei: «“Adesso Lenù, ci facciamo una capatina in biblioteca e poi andiamo a mangiare. Ci vuoi accompagnare? […] così dici ai ragazzini cosa devono leggere e cosa no. Tu per noi sei un esempio […] Lenuccia una volta era come noi e guardate invece com’è adesso. […] Eh sì, chi studia diventa buono”» (pp. 347-348) dice il camorrista Michele Solara. Perché è questo che la cultura produce agli occhi di chi non la ha mai praticata: la bontà, ovvero una elevazione dello spirito a più nobili idee e quindi comportamenti.

Ma Lenù, consapevole che non sempre a idee elevate corrisponde una pratica di vita, cosa ha dovuto negoziare per essere ciò che è adesso? Come ha conquistato il proprio destino di scrittrice e di donna nata nel 1944 a Napoli? Al prezzo di uno sradicamento totale (geografico e identitario) da quel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza che l’avrebbe altrimenti confinata per sempre nel rione, annullando la possibilità di espandersi. E al prezzo di un confronto continuo con una cultura velatamente ostile ad accogliere in modo paritario le donne nel proprio entourage; al prezzo cioè di vivere nell’ambizione e nel desiderio di essere riconosciuta prima di tutto come donna e poi come scrittrice, ma negando continuamente la propria identità: «Parlai di come avessi osservato in mia madre e nelle altre donne, fin da ragazzina, gli aspetti più umilianti della vita familiare, della maternità, dell’asservimento ai maschi. […] Parlai di come avessi cercato da sempre, per impormi, di essere maschio nell’intelligenza – io mi sono sentita inventata dai maschi, colonizzata dalla loro immaginazione» (p. 47). E nonostante questi sforzi, Elena continua a «sentir[si] femmina» (p. 77), percependo uno scarto intellettuale rispetto alle capacità maschili di darsi una forma sociale e pubblica determinata. Quello a cui Elena deve fare fronte è una molteplicità di identità, determinate da schematismi culturali, che coesistono in una sola: donna, donna-madre, donna-moglie, donna-amante, donna-intellettuale, e che emergono con lacerante violenza nel momento in cui la protagonista torna al suo punto di partenza: il rione, che le impone di rimettere in discussione la propria identità e di rivalutare le proprie origini.

Sembra che solo la scrittura, e la riscrittura, accorta, minuziosa della propria storia e di questa fuga&ritorno, sia il tramite tra il mondo di natura e il mondo di cultura. Una scrittura leggera e scorrevole, che racconta una storia appassionata e appassionante. Due elementi della finzione che, in Ferrante trovano un equilibrio e spiegano il successo di pubblico che le ha garantito un riconoscimento a livello nazionale e internazionale. Inoltre, Storia della bambina perduta è candidato al Premio Strega. Sappiamo cosa comporti la vittoria del premio in termini di prestigio editoriale e allargamento del pubblico. Sappiamo anche che spesso, non sono i libri a vincere il premio ma i grandi gruppi editoriali. Ma contro ogni discorso critico che con la redazione abbiamo portato avanti fino a questo momento sulle logiche machiavelliche del Premio, provocatoriamente mi chiedo: Elena Ferrante ha davvero bisogno di vincere lo Strega?

ps. chi scrive non ha espressamente fatto riferimento alla querelle sul caso Ferrante. Sempre chi scrive non ha ceduto alla tentazione di fantasticare sull’identità, spostando il discorso sul pettegolezzo. Chi scrive non è interessato al “chi” ma al “come”. È un vizio di forma, una questione di metodo.

Di solidarietà, si tratta. Riflessione su SIC e scritture collettive

In vista degli incontri di mercoledì e giovedì prossimo, proponiamo un nostro storify sul progetto SIC (Scrittura Industriale Collettiva) e sulle forme dello scrivere in comune. Con Vanni Santoni e Gregorio Magini  – che saranno nostri ospiti il 16 – parleremo della SIC, del Grande Romanzo Aperto e di cosa voglia dire scrivere collettivamente.

  1. Libero su SP Scrittori precari Thu, Jan 20 2011 19:00:00
  2. “Una serie di sedicenti autori sconosciuti ai più”.
  3. In territorio nemico: il primo romanzo SIC a 230 mani | Emozioni… in … 28 mar 2011 … Il pregio della vittoria si considera dalle difficoltà. (Michel de Montaigne). ”Cari direttori artistici, scrittori, an… Hotmag
  4. Il primo progetto di scrittura dichiaratamente collettiva sta per essere pubbicato. Si tratta di Territorio nemico, romanzo “a duecentrotrenta mani”, scritto secondo il metodo ideato da Vanni Santoni e Gregorio Magini (SIC).
  5. Metodo SIC | Scrittura Industriale Collettiva Scrittura Industriale Collettiva (SIC) indica un METODO di SCRITTURA COLLETTIVA … Far diventare la scrittura collettiva dei piccoli g… Scritturacollettiva
  6. Come si legge, è un metodo estremamente semplice, che passa attraverso pochi punti riassumibili in due concetti fondamentali: l’orizzontalità e l’organizzazione. Ciò che però, soprattutto, è interessante, è che la SIC non nasce come semplice tentativo di scrittura multipla, ma si propone – con molta chiarezza – di rivolgersi “a una rete di lettori e scrittori attenti all’innovazione e sensibili al tema della condivisione del sapere”. SIC vuole condividere contenuti, arricchire la rete e ampliare i saperi. L’obiettivo primario della SIC era dare vita al Grande Romanzo Aperto. Territorio Nemico, l’esito finale, non è ancora stato pubblicato, ma la SIC nel corso del tempo ha diffuso la propria produzione: ecco l’ultimo esempio.
  7. “Alba di piombo”, Scrittura Industriale Collettiva « Scrittori precari 3 giorni fa … In vista della prossima uscita di In territorio nemico, aka “Grande Romanzo SIC”, continua la pubblicazione su Scrittor… WordPress
  8. Ciò che differenzia la SIC da altre pratiche di narrazione collettiva – l’esempio più ovvio è quello di Wu Ming, che permette discussioni e – talvolta – modifica il testo (vedi NIE) in base alle discussioni tra i lettori, oppure, come si mostra qui sotto, rendono un testo liberamente fruibile, modificabile e rispedibile al collettivo
  9. La ballata del Corazza – un racconto Open Source di Wu Ming 2 Le storie sono di tutti, lo abbiamo detto molte volte. Tuttavia, non abbiamo mai insistito abbastanza su una loro naturale caratteristi… Wumingfoundation
  10. Scrittura collettiva – Wu Ming Communal Projects. Laboratori di scrittura collettiva … Un progetto di scrittura e illustrazione a n 1 mani di Kai Zen, Valerio Evang… www.wumingfoundation.com
  11. dicevamo, ciò che differenzia la SIC da, appunto, Wu Ming, è una organizzazione il più orizzontale possibile, ma che non cancella le singole identità, anzi le mette in relazione. Tutto il contrario del “collettivo senza nome”, che oltre a eliminarlo a loro stessi lo toglie anche agli interattori dei testi (mi si permetta una punta polemica quando dico che, di fatto, il Corazza è stato pubblicato a nome Wu Ming e, nonostante la premessa che lo denota come lavoro collettivo, sotto questo nome rimarrà nella memoria).
  12. Ci sono altre pratiche e altri tentativi.
  13. Via alla scrittura collettiva su 24letture | 24letture 27 feb 2012 … Avete mai pensato di scrivere un libro? e se vi chiedessi di scriverlo a più mani? chi di voi è pronto a seguirci? La s… 24letture.ilsole24ore.com
  14. Cooperativa di narrazione popolare: Lo zelo e la guerra aperta … Cooperativa di narrazione popolare: Lo zelo e la guerra aperta. aprile 10, 2012 Lascia un commento. Tre autori (Jacopo Nacci, Ilaria Gi… WordPress
  15. Ci sono molti modi per riflettere sul testo, sull’intertestualità, sulle relazioni: la SIC, però, sembra davvero essere riuscita a innescare un circolo più che virtuoso tra gli autori, i lettori, entrambe le cose.
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Passività e rivoluzione. Una recensione a “Prospettiva Gramsci”

Copia di 2copia copertina gramsci

Non molti anni fa, ma in un tempo ormai lontano, è esistito un movimento intellettuale che, coniugando una grande originalità teorica con una volontà di riscatto politico del meridione, è divenuto noto con il nome di école barisienne. Nata nel seno del PCI e con l’aspirazione di rinnovarne le forme – stirando la verticalità politica con una dose di orizzontalità civica – l’école si distingueva per una certa rilettura di Marx in chiave gramsciana. Purtroppo (o per fortuna – secondo i punti di vista) la configurazione istituzionale di allora si è sfaldata, la luce di quel vecchio Partito non illumina più i corridoi delle università (ma al massimo qualche isolata scrivania qua e là) e persino parlare di scuole, in un clima di crescente dismissione dell’Università, sembra del tutto fuori luogo.
Ma poiché, come si sa, non tutti i mali vengono per nuocere, è capitato che un giovane (e precario, ça va sans dire) ricercatore barese, Alfredo Ferrara, abbia organizzato un convegno su Gramsci e il presente, raccogliendo altri giovani (e precari) ricercatori italiani con l’intento spudorato di leggere Gramsci nel presente, e viceversa il presente con Gramsci, liberi da ogni autorità politica o accademica che decidesse in anticipo la legittimità delle loro scelte teoriche.
Ne è risultato un agile e frizzante volume, “Prospettiva Gramsci”, pubblicato meritoriamente da una casa editrice barese indipendente ed emergente, Caratteri Mobili, che si è accollata il merito e la responsabilità di ospitare le riflessioni di questi giovani apolidi della sociologia e della teoria politica.

Tutte queste considerazioni contestuali non sono anodine, se si pensa al carattere politico da cui il libro parte e al quale mira: si tratta di riflessioni di giovani studiosi e militanti (come si evince dalle biografie in coda), per i quali l’elaborazione teorica non è separata dalla prassi politica e il cui intento è appunto quello di dotarsi di strumenti di discussione e di lettura del presente in una prospettiva politica, in tempi di latitanza del politico. Il movimento è in un certo senso opposto a quello tentato dall’école barisienne: non si tratta più di fluidificare l’eccessivamente solido, ma di gettare delle ancore nell’irrimediabilmente liquido. Prospettiva Gramsci è, infatti, il titolo del volume collettivo, metafora di una pluralità di voci unite da uno sguardo strategico, che usando il pensiero gramsciano come una leva mobile, cerca il punto da cui attaccare la realtà.
Se le esigenze di una simile operazione sono evidenti, più difficile è cogliere l’opportunità di farlo dialogando con Gramsci e proprio con Gramsci. Io credo che in un momento storico teso fra dinamiche populiste da un lato, e discorsi individualizzanti e tendenzialmente nichilistici dall’altro, l’esercizio, cui Gramsci ci invita, di andata e ritorno fra la realtà e la teoria, di equilibrio fra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione, sia quanto mai necessario e virtualmente carico di efficacia. Non sempre, forse, tale equilibrio è stato raggiunto da ciascuno dei saggi presenti nel volume, ed è forse questo l’unico limite di un libro che per altro merita di essere letto e soprattutto discusso (cosa che rende quel limite più trascurabile), il cui destino non è tanto quello di finire relegato in uno scaffale di biblioteca, quanto quello di circolare di mano in mano nelle assemblee d’istituto, nelle aule occupate delle università o nelle sedi delle organizzazioni politiche.
L’interesse dei singoli interventi, per di più, non è tanto nel contribuire a un dibattito accademico (nonostante alcuni saggi posseggano un notevole spessore epistemologico), quanto nel fornire al lettore problematizzazioni inedite di questioni brucianti (siano esse schiettamente teoriche, oppure sociali e politiche) attraverso il grimaldello delle categorie o delle teorie gramsciane.
Ognuno meriterebbe di essere riassunto individualmente, e con ogni autore verrebbe voglia di accapigliarsi e discutere, ma mi limiterò a focalizzare solo alcuni punti: il libro si apre con un saggio di Giacomo Bottos, dedicato a Gramsci e i presupposti della politica, in cui si coglie la preoccupazione (quasi da establishment) di restituire ai partiti l’egemonia perduta, e prosegue passando attraverso articoli che cercano invece di attualizzare in maniera originale gli strumenti offerti da Gramsci, come quello di Federico Carbognani e Rossella Viola e quello di Enrico Consoli, rispettivamente dedicati allo studio del sistema di istruzione in termini di classe e alla categoria di cesarismo applicata ad alcune figure della recente politica italiana. Di carattere più sociologico il primo e più politologico il secondo, entrambi dimostrano la fecondità e l’originalità che il dialogo con Gramsci può ancora produrre.
I saggi di Alfredo Ferrara, curatore del volume, e di Giuseppe Montalbano, pur dedicati a temi diversi, trovano un punto di dialogo – e forse di divergenza – nell’interpretazione della rivoluzione passiva: laddove Ferrara propone una documentata e convincente lettura del neoliberismo in quanto «rivoluzione passiva» (facendo i conti con il portato antropologicamente tragico e politicamente aporetico di una simile idea), Montalbano al contrario, discutendo alcuni approcci neogramsciani al problema dell’egemonia, intende la «rivoluzione passiva» come un progetto egemonico dei dominanti, riponendo per contrasto una fiducia quasi incondizionata nella capacità dialettica dei subalterni di invertire la situazione storica, ma per ciò stesso sottovalutando il carattere tragico di questo processo. Mi sembra in altri termini che la sua ipotesi non faccia pienamente i conti con la passività evocata dall’espressione gramsciana e con il fatto che essa prevede un concorso dei subalterni, una loro (nostra!) certa voluttà nell’esser governati, nell’abdicare alla propria volontà politica in virtù dell’aderenza a un modello antropologico forse non più riconducibile alla dialettica hegeliana del servo e del padrone.
Insomma, confidare nella struttura dialettica del reale e affidarsi alla volontà di emancipazione dei subalterni significa senz’altro schierarsi dalla parte giusta della storia, ma significa nello stesso tempo credere alla linearità di questa storia e ridurre la complessità dei desideri dei soggetti che ne sono immersi. Se invece una rivoluzione passiva si compie fino in fondo, come mostra Ferrara, è perché quegli stessi soggetti hanno fatto del proprio giogo il proprio abito; che ciò sia avvenuto senza una precisa volontà politica – e dunque passivamente – nulla toglie all’effettività del processo, ed è anzi un elemento che dovrebbe costringere a raffinare gli strumenti del materialismo facendo i conti con questa inedita – per quanto straniante – solidarietà culturale e antropologica fra i governanti e i governati, che va compresa e analizzata prima ancora di essere moralizzata e stigmatizzata. Come si diceva, il pessimismo della ragione è esercizio ben più arduo dell’ottimismo della volontà, ma l’uno non può andare senza l’altro, pena il risolversi in cinismo fine a se stesso o, al contrario, velleitarismo naif. Il pezzo di Mariano Di Palma dedicato alla subalternità si muove pericolosamente lungo questo crinale e a volte scivola dal lato di un eccesso di ottimismo, laddove la postura analitica lascia ampio spazio a toni assertori, ma ha senz’altro il merito di puntare il dito sulle nuove frontiere della dominazione e, quindi, della possibile ricomposizione di classe.
Chiude il volume un saggio di Lorenzo Zamponi, dall’accattivante titolo “Gramsci a Tharir”, che discute il tema spinoso dello spontaneismo nelle azioni collettive dei movimenti sociali. L’impressione è che il discorso di Zamponi, per altro ben documentato, perda di rigore e viri verso l’autoreferenzialità nel momento in cui si risolve in una stoccata equivoca (perché ampiamente suggerita, ma non pienamente rivendicata) di un’anima dei movimenti italiani contro un’altra. Un dérapage, direbbero elegantemente i francesi, che distoglie il lettore da una discussione di per sé essenziale e nella quale la posta in gioco è niente di meno che l’organizzazione dei movimenti.
Prospettiva Gramsci è in conclusione un libro vivace e vivente, che non offre risposte alla crisi politica della nostra generazione, ma che non si limita nemmeno a metterla a tema, porgendo invece innumerevoli appigli a chi voglia ostinarsi a fare del futuro un’impresa collettiva.

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