Uno spettro si aggira tra i lavoratori: su Robledo di Daniele Zito

–  Chiara Impellizzeri –

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Uscire vivi dal tempo libero: c’è lucidità
in un ragazzo che a diciotto anni si dà questo obiettivo.
Luca Rastello, Piove all’insù

(La speranza la lascerei agli stronzi)
Antonio Rezza, Escoriandoli

In una delle scene finali di Brian di Nazareth dei Monty Python, il Fronte popolare di Liberazione Giudaico, pericoloso gruppo terrorista, organizza un attentato sotto la croce: dopo aver seminato il terrore calando dall’alto della collina, i kamikaze  sguainano all’unisono la katana e si aprono la pancia al grido di «Tiè, così imparano!».

Ecco, l’idea paradossale che guida Robledo, romanzo del siracusano Daniele Zito, deve molto alla satira surreale dei Monty Python. Il libro si presenta come la raccolta miscellanea dei quaderni di Michele Robledo, leggendario giornalista che ha finito i suoi giorni in prigione e in manicomio dopo aver pubblicato il reportage più rivelatorio degli ultimi tempi, Ghost Class Hero. Riuniti insieme per la prima volta troviamo articoli originali, bozze di lavoro, interviste agli inquirenti, testimonianze dei pentiti, pagine di diario e frammenti dall’ospedale psichiatrico: documenti sui quali cala costantemente il dubbio dell’apocrifo. A incorniciare la raccolta, la nota del curatore (A.B.) che riassume il caso Robledo, una postfazione dello studioso Daniele Zito, e una bibliografia di saggi critici sulla questione. L’ordine della pubblicazione non segue la numerazione dei quaderni, né la successione cronologica, lasciando al lettore la ricostruzione a tentoni della trama: unico pezzo mancante, il mitizzato reportage Ghost Class Hero, escluso per ragioni di copyright.

La storia è semplice. Michele Robledo è un quarantenne stereotipato: freelance morto di fame, scribacchia a destra e a manca; divorziato, vive con una ragazza più giovane di lui, un’eterna studentessa di Lettere senza prospettive. Un giorno, pressato dal bisogno di scrivere un pezzo che gli venga retribuito, Michele Robledo ha un’intuizione delirante. Mentre osserva la sua ragazza consigliargli, in un negozio di vestiti, modelli e taglie come lavorasse lì, il giornalista comincia a chiedersi: cosa mi assicura che la commessa del negozio sia una vera lavoratrice? O meglio, cosa ci assicura che la commessa del negozio sia davvero una commessa e non, come Veronica, una ragazza qualunque che ha rubato un’uniforme e si è messa a lavorare? Sono davvero il salario, o il contratto, a fare la differenza? Ossessionato da questa idea, Robledo propone al suo editore un finto reportage, il famoso Ghost Class Hero, nel quale pretende di essersi infiltrato all’interno di una sotterranea comunità di lavoratori fantasma, un gruppo terrorista noto come LPL (Lavoro per il Lavoro).

Per la maggior parte precari, a cottimo, o disoccupati, i ghost workers hanno tutti profili e storie diversi: di solito ad accomunarli è l’assenza di una politicizzazione originaria e l’origine operaia o piccolo borghese, pur con le dovute eccezioni. Stanchi di giornate passate nell’ozio o nella scrittura di CV, stanchi di inseguire il salario, di contare i soldi a fine mese, di massimizzare la produttività, i membri di LPL hanno deciso di riappropriarsi del lavoro come scelta volontaria, per arginare la tristezza dell’inattività o nobilitare la propria esistenza sentendosi utili. Si sono dunque infiltrati in mezzo agli altri lavoratori manuali della società (commessi, baristi, operai, addetti alle pulizie) in tutti i luoghi pubblici (Ikea, Decathlon, librerie Feltrinelli, etc…).
Il loro è un percorso quasi mistico, tra stoicismo e nichilismo, volto alla «liberazione dalla schiavitù del lavoro salariato»: ascesi e liberazione ultima, al termine del tragitto (ovvero all’esaurimento del conto in banca) sarà ovviamente il suicidio, eseguito in pubblico, nel posto di lavoro – ma senza il convolgimento di vittime esterne.
Se sia Robledo ad aver inventato la realtà o la realtà ad aver inventato Robledo, poco importa: dopo la pubblicazione del ‘reportage’ cominciano ad apparire davvero individui che si dicono affiliati a LPL…

Divertito gioco borgesiano, Robledo mischia generi e linguaggi diversi, dal saggio, all’articolo, al diario, passando dal frammento di prosa lirica e dalla poesia, in un pluristilismo riuscito. Così anche l’umorismo peculiare di Daniele Zito consiste nel mischiare, spesso nello nello stesso paragrafo, lo scimmiottamento della retorica ufficiale, il citazionismo nascosto, un genuino lirismo e un senso tragico della realtà, che permane dietro lo scherzo e rende inscindibili commozione e risata. Oltre alla storia principale, quella di Robledo, le testimonianze degli affiliati a LPL e i loro biglietti d’addio aprono micro-romanzi nel romanzo, dando spessore e ritmo alla struttura. Dietro i casi dei suicidi dei membri di LPL, Zito ha nascosto, romanzandoli, le storie delle morti sul lavoro raccolte dall’Osservatorio Indipendente di Bologna.

Fantasia e verità si uniscono, in un’allucinazione paranoica che è lo specchio deformante dei nostri tempi e un modo di abbordare, senza retorica, il racconto della disperazione del lavoro precario, anomalo o in nero; di parlare, sopratutto, di quei due milioni e mezzo di ragazzi che l’ISTAT chiama gli «scoraggiati», i «neet», ovvero i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e hanno rinunciato a cercare lavoro. Fantasmi, appunto, identità inclassificabili se non per negazione; dispersi, esclusi dal monitoraggio dalle statistiche ufficiali; o semplicemente ‘abitati’, visitati costantemente dallo spettro della fine del contratto.

Vedo ovunque disoccupati travestiti da lavoratori. Mi servono il caffè al bar sotto casa; guidano gli autobus che mi portano in centro; vendono le sigarette che fumo; cuociono i cibi che mangio e me li servono su piatti e piattini; […] stanno acquattati dietro banconi lucidi, pronti a chiedermi se mi occorre qualcosa, se possono essermi utili, se il piatto è stato di mio gradimento. Il giornale che stringo in mano è pieno dei loro articoli. […] Hanno distillato loro la birretta che bevo ogni sera, al chiosco, prima di tornare a casa. (p. 52)

Il rovesciamento grottesco che fonda l’ironia di Robledo consiste nell’adottare un punto di vista paradossale, estremizzato, del discorso padronale: i morti e i suicidi sul lavoro non sono più, quindi, le vittime di un’estrema mancanza di sicurezza generata dal sistema economico, bensì terroristi, sabotatori, drogati di lavoro! – È tutta colpa loro!
Il disorientamento funziona al meglio quando ciò che potrebbe essere letto come l’apice del gusto pulp della finzione roblediana è costituito invece da casi tratti dalla cronaca vera, come i tremendi aneddoti sui disoccupati che si sono dati fuoco davanti al luogo di lavoro negli ultimi anni.

A detta dell’autore, Robledo prende origine dall’osservazione della realtà a lui circostante, inclusa quella della propria cerchia di amici o conoscenti. Poiché per motivi anche geografici (l’epicentro è Catania, ma si è poi spostato negli anni), questa realtà interseca in parte la mia, non posso che trovarmi d’accordo con l’autore. In un mondo in cui i disoccupati sono diventati merce e l’esperienza la moneta di scambio in vista della promessa di un lavoro stabile sempre più lontana, da anni vedo attorno a me persone che, soprattutto se laureati in materie umanistiche, si condannano a lavorare gratis: c’è chi scrive in testate ufficiali senza ricevere un soldo; chi ha lavorato in libreria ricevendo metà della busta paga dichiarata; chi ha fatto supplenze nei privati senza remunerazione effettiva, per accumulare punteggi in graduatoria; chi ha curato traduzioni letterarie con mesi di lavoro per 500 euro (e la gioia, forse, di fare almeno part-time un lavoro meno abbrutente di quello svolto in giornata per vivere); chi fa ricerca, scrive articoli per, o fa fare esami agli studenti universitari, tutelato da un dottorato (con o senza borsa); chi ha fatto stage non pagati in pretese start-up rapidamente fallite, senza nemmeno la speranza di essere assunto dopo; chi ha speso e spenderà oltre 2000 euro l’anno per corsi di formazione che prevedono un entrata in ruolo effettiva dopo il 2022; chi ha semplicemente impilato corsi di formazione su corsi di formazione (a pagamento, o con borse di merito) dopo che ogni volta, all’uscita da ciascuno, si è ritrovato al punto di partenza; per non parlare, infine, dei fenomeni di auto-sfruttamento che vedo in atto in molti dei miei conoscenti che, terrorizzati dall’assenza di futuro, inseguono gli alti ideali di produttività e competitività necessari a brillare nel mondo accademico – e che vivono con profondo senso di colpa nevrotico ogni ‘perdita di tempo’, ogni momento di riposo.

Ma ovviamente non ci sono solo loro: ci sono anche quelli che lavorano o hanno lavorato 10 ore al giorno in un call center per meno di 5 euro l’ora, o quelli che – secondo una delle ultime notizie della settimana – accettano di pagare un ‘corso di formazione’ di Ryan Air, le spese dell’uniforme e la non retribuzione delle ore di lavoro arbitrariamente non conteggiate come tali, il tutto per vivere con poche centinaia di euro al mese; eccetera.

Perché lo fanno, perché lo facciamo?, è la domanda di Daniele Zito. Le risposte, ovviamente, non sono riassumibili in un paragrafo di 404, e vanno al cuore del dibattito economico e sociologico contemporaneo. Le più immediate che vengono in mente, al di fuori di quanto si trova nel romanzo, sono due: la prima, è che ovviamente nella disperazione è meglio avere poco che niente e che la promessa di un futuro è meglio della sua assenza (parafrasando Monicelli e Rezza: lo facciamo perché siamo un po’ stronzi); la seconda, più decisiva, è che veniamo da più di trent’anni di progressivo smantellamento delle politiche sociali, propaganda neoliberista e batoste che hanno per il momento indebolito il potere d’aggregazione e di contrattazione di partiti e sindacati che sono stati i porta-parola delle rivendicazioni dei lavoratori, lasciando un panorama frastagliato, composito, di un precariato diffuso, che si ristruttura continuamente in grandi movimenti di protesta i quali non sempre riescono a imporsi nella lunga durata sull’agenda politica nazionale ed europea. Ma resta anche un’altra risposta, messa in rilievo con ironia dal romanzo: al di là della sussistenza necessaria, al di là della promessa di futuro alla quale ci si appiglia (che sia il contratto di lavoro o il permesso di soggiorno), e con tutti i distinguo del caso, vi è anche una forma di valorizzazione del lavoro per se stesso (del lavoro per il lavoro) che subiamo in modo più o meno passivo, e che ha a che fare con la definizione della nostra identità e con un certo rapporto al tempo – soprattutto quando quest’ultimo si presenta come distesa piatta e senza fine, senza progettualità di futuro e con poche precise e contingenti necessità. Nella battaglia che ingaggiamo quotidianamente per la negoziazione di un senso, di un’identità e di una giustificazione sociale ed esistenziale molto passa, nel bene o nel male, per la definizione del proprio lavoro[1]. È la vecchia etica protestante del capitalismo, profondamente introiettata, che parla del piacere della stanchezza a fine giornata, simbolo del lavoro compiuto e della sconfitta del tempo morto e ‘parassitario’.

Nessuno si chiedeva chi fosse. Nessuno gli chiedeva chi fosse. Non aveva un contratto, non aveva uno stipendio, non aveva nulla, si limitava soltanto a lavorare, in maniera ineccepibile. Più lavorava, più l’inquietudine spariva. Non aveva bisogno d’altro.

La sera, a casa, si comportava esattamente come se avesse un lavoro vero. Divorava la cena con appetito, prendeva in giro la moglie, accendeva la televisione, fumava le sue sigarette in balcone, per poi mettersi a letto intorno alle dieci e mezza, sereno come un bambino. (p. 29)

L’introiezione di questa etica del lavoro è parte importante di ciò che permette di fare mercificazione dell’esperienza attraverso illimitati stage, corsi di formazione, master a pagamento, che parcheggiano i giovani ritardando indefinitamente il momento del passaggio di status da studente a disoccupato vero (la stessa mercificazione alla quale accennava Raffaello Rossi in un articolo che abbiamo pubblicato qualche settimana fa).

Clown lugubri e sfortunati, incredibilmente ridicoli e intensamente poetici, Robledo e i membri di LPL stanno lì a propagandare il fine ultimo della storia, la sua morale da tragicommedia:

In molti, specie i suoi detrattori, hanno definito quella voce come anarchica, sconclusionata, imperfetta, esibitamente scorretta, volutamente rissosa. Niente di più vero. Era la voce rauca di un barbone. Distorta, confusa, disturbata. Cantava a squarciagola vecchie canzoni da messa, mentre i vicini chiamavano la polizia. Conteneva di tutto: la rabbia, lo sconforto, le Nazionali senza filtro, i turni in fabbrica, le corsie degli ospedali, la gente che brucia, il dolore delle ultime frasi pronunciate dentro un magazzino prima di attorcigliarsi un cappio al collo, le risse, i rimpianti, le inculate prese e date, i chilometri di strada che uniscono i punti che compongono questo nostro paese sgangherato. Impossibile ignorarla. Impossibile metterla a tacere.

Persino ora […] che il Paese ha cambiato il proprio assetto politico, quella voce continua a cantare nella testa di chiunque l’abbia ascoltata, proseguendo nella sua silente opera di propaganda.
Puoi udirla nei bar, nei chioschetti, nelle scuole, in fabbrica, nei call center. Dice sempre la stessa cosa: la vita, amici, la vita, compagni, la vita, fratelli, somiglia a una barzelletta raccontata male, la capiamo sempre quando ormai è troppo tardi, quando non fa più ridere.

Pur al soldo delle pecche che si possono riscontrare nella lettura (qualche ridondanza, qualche eccesso di humour nero fumettistico che poteva esser dosato meglio) Robledo è uno dei libri più belli che siano stati scritti sull’Italia di questi anni e sulla nostra generazione, un libro che si interroga profondamente sulla miseria e sulla disperazione della crisi, creando una metafora polisemica, potente e liberatoria, che permette al suo scrittore di passare finalmente al largo rispetto al macchiettismo e agli stereotipi (dalla rappresentazione dei precari della cultura, hipster e velleitari, alla falsa battaglia dei ‘giovani’ contro i ‘vecchi’) di cui davvero sono fin troppo sature le narrazioni contemporanee…

Vorrei chiudere questo articolo con una nota a margine: la bibliografia finale di Robledo, spassosissima, presenta numerosi saggi di pretesi studiosi, tutti pubblicati per editori vicini a quelli esistenti salvo piccoli errori di battitura (Mondatori, Laterizia, Gazanti, ecc…). Personalmente l’ho letta per intero, ridendo sempre di più nel trovare dietro gli autori, nomi e facce conosciute anni fa attorno alla politica e a un centro occupato, poi sgomberato. Mi piace leggere in questo divertissement finale due possibilità che mi parlano molto. Da un lato, esso è la metafora del romanzo intero: una lunga barzelletta a un refuso di scarto dal reale. Dall’altro, è la lista di quello che, per l’autore, è forse il nucleo originario di LPL; ma è anche, al contempo, la lista dei legami affettivi, solidali, sociali e politici che, in minima parte, ci proteggono dal darci alla clandestinità solitaria del Lavoro per il Lavoro. O almeno, lo spero.

[1] Pensiamo a quanto la domanda «Che cosa fai nella vita?» si sia diffusa ossessivamente nel quotidiano, o come sia messa in avanti dai social network (o dalle app di dating) nelle descrizioni di ciascun profilo, accanto a nome, età, città; e a quanto, allo stesso tempo, si siano diffuse risposte sempre più strategiche e opache in vari domini del precariato lavorativo, soprattutto in quello ‘intellettuale’ (che vive forse con maggior vergogna la propria crisi) a testimoniare la fluidità dei ruoli e dei compiti svolti. (Esperimento: «Mi occupo di» è una frase che sentirete in vari campi, ma non in quello – poniamo – della medicina: «Mi occupo di medicina» non è una frase pronunciabile).


Chiara Impellizzeri è redattrice di 404: File Not Found e ne ha coordinato la rubrica Quella Brutta China. Ha studiato Filologia Moderna a Catania, Siena e Parigi. Vive attualmente nella capitale francese dove, dopo vari lavoretti, ha trovato un posto come insegnante di italiano, con contratto a tempo determinato perennemente rinnovabile. Da ottobre insegna francese ai richiedenti asilo in un’eccezionale associazione di volontariato chiamata BAAM.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Milo Kàroli ha detto:

    Ciao Chiara,

    Anzitutto vorrei farti i complimenti per questo articolo, è il migliore articolo di critica letteraria (e sociologica) che abbia letto nell’intero Internet penso da Gennaio, quando Nicola Lagioia scrisse un pezzo fortissimo su Internazionale su Donald Trump.

    Ti descrivo brevemente alcune mie esperienze nell’ambito del lavoro intellettuale, il “mi occupo di” del lavoro del tuo articolo, ma solo per porre le basi di una piccola riflessione da commento WordPress…

    Sono ideatore e fui caporedattore di una rivista letteraria online che ha più o meno i numeri di 404 in termini di followers, Fischi di carta, e ho scritto molti articoli in giro per il web. Resomi conto che fare un lavoro come il mio, come il tuo qua su 404, richiede tantissimo sforzo, tempo, energie, lavoro vero nel senso più nobile del termine (quello che è opus in latino, e work distinto da job in inglese), ho deciso di creare un mio blog personale, che almeno possa indirizzare i miei sforzi verso la mia personale visibilità, che possa valorizzare almeno in termini di serietà e autorevolezza il mio lavoro gratis.

    Io ho trovato geniale tutta la tua analisi, perché lucida, consapevole, sobria, che “passa al largo rispetto al macchiettismo e agli stereotipi” di tanta critica letteraria di cui siamo stanchissimi e di cui l’internet è “saturo”. Se ho comparato il tuo pezzo a un pezzo di Lagioia su Trump, che non tratta di libri punto, è proprio perché letteratura-giornalismo-critica non dovrebbero mai essere separati dal mondo reale e dalla società.

    A questo punto del mio ragionamento io ti chiedo, in modo provocatorio ma con il naturale amore di chi condivide qualche patimento:

    Quanto tempo ti è costato scrivere questo pezzo? Leggere il romanzo, prendere appunti, strutturare l’analisi, scriverla, rivederla? Qualcuno poi ne ha fatto l’editing, il caricamento su wordpress, i link, la mise en page, la pubblicazione, la condivisione sui social etc (qualcuno che nella peggiore delle ipotesi sei tu stessa che scrivi…)

    Se è vero che da anni vedi attorno a te “persone che, soprattutto se laureati in materie umanistiche, si condannano a lavorare gratis”, questo tuo articolo straordinario che vado a condividere su facebook, non ne è esso stesso una riprova?

  2. Albertigno ha detto:

    Davvero un buon articolo, solo un piccolo neo: usare il verbo “pretendere” con lo stesso significato dell’inglese “to pretend” no, per favore, almeno nei posti dove si fa cultura evitiamo la colonizzazione della non-lingua.

  3. Ciao Milo,
    ti ringrazio molto per i tuoi complimenti.
    Per rispondere alla tua domanda: no, il mio articolo non ne è la riprova. Il volontariato è un tipo di lavoro che si fa, e che ha ragion d’esistere, per uno scopo militante. Quattrocentoquattro è un blog che curo anche come membro della Redazione. E’ un blog gratuito, senza pubblicità e senza scopo di lucro. Ha una storia, che è quella del nostro gruppo (la leggi nel Chi siamo), un gruppo che per me/noi è stato anche un luogo di formazione, scambio e creazione di saperi. Non è diverso dal tuo blog personale, con la differenza che il nostro è un progetto collettivo, e che io non lo penso come un luogo in cui ottenere visibilità o costruire una carriera, ma come il posto (e la comunità) in cui esprimere alcune idee sul mondo (e i libri che ne fanno parte).
    Scrivere per 404 non è, ovviamente, la stessa cosa che scrivere per testate che hanno fondi e finanziamenti (e che dovrebbero trovare i modi di pagare i collaboratori), così come non è la stessa cosa che sostituire figure professionali esistenti, che andrebbero retribuite, e che sono invece state licenziate (il caso dei tagli al personale delle biblioteche, rimpiazzati da “pretesi” volontari).

    Caro Albertigno,
    grazie anche a te. Su “pretendere” usato come “fingere” in realtà oltre che anglicismo (o francesismo, perché no) è anche un uso desueto dell’italiano (il suo participio, “preteso” conserva ancora quel significato nell’italiano standard, e con una sfumatura diversa rispetto al semplice “finto”). A voler far le pulci, mi permetto persino di usare “egli” ed “esso” qua e là, ormai praticamente scomparsi dalle grammatiche.
    Negli ultimi tempi ho smesso di amare le categorie non-qualcosa (non-lingua, non-luogo) perché mi sembrano semplificare la realtà in dicotomie che per fortuna non esistono. Non amo nemmeno la strenua difesa dell’idioma nazionale. In ogni caso se per non-lingua vuoi parlare dell’anti-lingua di Calvino, del burocratese, o dei cliché (il morettiano le parole sono importanti) siamo anche d’accordo, ma spero non sia il caso dell’articolo. Per il resto, è vero, spesso cambio il mio italiano usando strutture vagamente al limite dello standard (per richiamo con la sintassi del mio dialetto, perché vivo all’estero e parlo tre lingue nello stesso giorno). Ma è un tipo di meticciato di cui vado orgogliosa e che non mi sembra svilire né la lingua italiana né “il bello stile”.

    Chiara

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