Contro il mito dell’umanista: su I difetti fondamentali di Luca Ricci

– Raoul Bruni –

ricci

Da sempre renitente alla forma romanzo, Luca Ricci aveva finora declinato la sua vocazione al racconto essenzialmente in due modi: la narrazione breve o brevissima (penso soprattutto uno dei suoi libri più felici L’amore e altre forme d’odio del 2006); e il racconto lungo (mi riferisco a La persecuzione del rigorista del 2008 e a Mabel dice sì del 2012). Da tale punto di vista, quindi, l’uscita di quest’ultima, corposa (quasi trecentocinquanta pagine) raccolta narrativa – I difetti fondamentali (Rizzoli) – rappresenta una sensibile svolta, dal momento che i quattordici racconti che vi sono confluiti sono quasi tutti calibrati su una misura intermedia tra la prima e la seconda modalità di racconto, né brevi né particolarmente estesi (per intenderci, una media di venticinque cartelle a racconto).

La svolta non è soltanto quantitativa, ma si riflette direttamente sullo stile, che in questi nuovi racconti si organizza in sequenze narrative più distese e in squarci narrativi più dilatati. D’altra parte, anche in quest’ultimo libro ritroviamo le ossessioni tematiche tipiche dell’autore, come ad esempio la particolare attenzione per le dinamiche del rapporto di coppia e la commistione tra realismo e invenzione fantastica. Ogni racconto dei Difetti fondamentali ha come protagonista uno scrittore, o meglio, un certo tipo esemplare di scrittore: si potrebbe quasi parlare di ‘tipi psicologici’, in accezione junghiana. Nessuno scrittore ne esce davvero bene, anzi, questo libro andrebbe raccomandato a chi coltiva ancora il mito umanistico del letterato come individuo, in qualche modo, elevato. Niente del genere nelle pagine di Ricci. Abbiamo, tra gli altri, il “rifiutato”, che si ostina a telefonare ogni settimana a una casa editrice per sapere se abbiano letto il suo libro (senza tenere minimamente conto della quantità immensa di dattiloscritti che i redattori devono quotidianamente sciropparsi); “l’adultero”, ispirato alla doppia relazione sentimentale di Bianciardi, diviso tra moglie e amante; “l’affittacamere”, in cui il protagonista si troverà improvvisamente a tu per tu con il celeberrimo agente letterario Andrew Wylie, al quale cercherà invano di proporsi come autore; “l’invidioso”, che cospira segretamente per far fallire la nuova uscita letteraria di un suo vecchio amico/nemico; “l’eccitato”, che, nel villaggio per nudisti di Cap d’Adgde, finisce per incapricciarsi dell’unica donna che non si spoglia.

Uno tra i racconti più sorprendenti (Lo scomparso) parla di uno scrittore che inscena la sua finta scomparsa, seguendo le gesta di Ettore Majorana (ma viene in mente anche il più recente caso analogo di Michel Houellebecq, di cui per alcuni giorni si persero le tracce). Lo “scomparso”, per attuare il suo piano, si servirà dell’aiuto di una sua lettrice-ammiratrice, la quale, pur di assecondare il suo idolo letterario, si piegherà a ogni suo desiderio, accettando di essere completamente in suo potere: tant’è che questa storia potrebbe anche leggersi come un controcanto – a ruoli invertiti – del celebre Misery di Stephen King. È in questo racconto che Ricci incastona uno dei non pochi fulminanti aforismi che fanno capolino nel libro:

Tra chi scrive e chi legge s’instaura un rapporto di potere, e tutti i rapporti di potere hanno una natura erotica.

Ben riuscito anche il racconto intitolato a “il suggestionabile”, il cui protagonista subisce gradualmente una metamorfosi sessuale da uomo a donna: i cambiamenti fisici e psicologici sono descritti con una minuziosità iperrealistica, che però finisce per sfociare inevitabilmente nel fantastico. Del resto, l’originale commistione tra iperrealismo e fantastico è una delle cifre più caratteristiche della scrittura di Ricci: non per nulla,l’autore gioca spesso sulla confusione tra esperienze reali e allucinazioni oniriche, rinverdendo suggestivamente l’antico topos della vita come sogno (si legga “Lo stregato”, titolo giocato sull’ambiguità semantica tra il premio Strega, nei cui salotti il giovane protagonista riesce ad intrufolarsi di straforo, e l’essere “stregato”, cioè vittima di un sortilegio). I racconti attraversano vari scenari e vari luoghi (anche se Roma – una certa Roma lontana dagli stereotipi da cartolina – torna più spesso di altre città); così come mettono in scena tipi umani di diverse estrazioni sociali. Certo è che oggi più di ieri scrittore o letterato è quasi sempre sinonimo di squattrinato. Con l’eccezione dei bestselleristi di professione, guadagnarsi da vivere scrivendo è diventato praticamente impossibile, anche se si raggiunge una certa notorietà. D’altronde la cosa non deve stupire: si è giunti al paradosso che nelle poche grandi catene di librerie non ancora fallite a causa della crisi economica si venda ormai di tutto tranne i libri propriamente detti (il libro «è un articolo che non trattiamo più, provi su Amazon», afferma un cassiere di una libreria in uno dei racconti).

Tra i giovani scrittori squattrinati non potevano mancare gli studenti di lettere, come “il velleitario” dell’omonimo racconto, che acquisisce presto la consapevolezza che «la letteratura non [è] separabile da un tenore di vita assai modesto. Lo studio delle Myricae del Pascoli (il nostro poeta maggiore, altroché!) non era disgiunto dalle cene al McDonald’s; le terzine dantesche erano intrecciate anche alla circostanza che non avessi la possibilità di viaggiare se non verso mete abbordabili (e sempre con pernottamenti a poche stelle, se non di fortuna); il pensiero di Croce c’entrava moltissimo con le camicie comprate in stock economici al mercato; il pessimismo cosmico di Leopardi era la causa, sebbene indiretta, del fatto che non potessi sostituire la tenda a fiori del balcone, ormai bruciata dall’esposizione continuata al sole».
Le pagine dei Difetti fondamentali – con i loro diversi registri e la varietà delle tonalità espressive – confermano l’invidiabile maturità letteraria raggiunta da Luca Ricci. Anche laddove gli esiti narrativi sono meno felici (Il rothiano), con personaggi forse troppo prevedibili, la scrittura tiene comunque il ritmo grazie a inaspettate illuminazioni; in questo caso basta l’incipit a farci divorare il resto del racconto:

La giovinezza è fatta per essere sprecata: forse anche per questa ragione avevo scelto la facoltà di Lettere.


Raoul Bruni è nato a Firenze nel 1979. Dottore di ricerca in italianistica, ha pubblicato saggi di ambito prevalentemente otto-novecentesco. Collabora a vari periodici accademici e di cultura generale, tra cui Alias/Il manifesto, L’Indice dei libri, Poesia, Alfalibri /Alfabetadue. Fa parte della redazione di The FLR.

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