Storia speciale di una bambina normale: Supersorda!, di Cece Bell

– Silvia Costantino –

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Portare gli occhiali era, fino a relativamente poco tempo fa, un notevole stigma sociale: automaticamente quattrocchi, tendenzialmente ‘secchioni’, gli occhi deformati dalle lenti, una generale sensazione di imbruttimento che nessuna sobria montatura Armani avrebbe debellato. Poi è nata la moda dell’eyewear, con conseguente proliferazione di occhiali costosissimi con lenti finte perché faceva figo, e i ragazzini di tutto il mondo si sono probabilmente sentiti un po’ meglio.

Stessa sorte, almeno in Italia, non è toccata agli apparecchi acustici: se attualmente la miopia, la presbiopia, l’ipermetropia sono lievi (almeno apparentemente) disabilità ormai sdoganate e anzi allegramente sbandierabili con apparecchi di ogni foggia e colore, la sordità è ancora qualcosa di strano, da nascondere, qualcosa che mette l’interlocutore udente a disagio. Per qualche caso del destino o per semplice statistica, ho incrociato numerose persone non udenti o quasi nel corso della mia vita: la maggior parte di queste portava un apparecchio acustico, rigorosamente color carne, rigorosamente tenuto il più nascosto possibile. Ai ragazzini si insegna a leggere il labiale e si chiede loro di sforzarsi per parlare nel modo più vicino possibile a quello degli udenti – la Lingua dei Segni italiana [ecco, se una pecca c’è nel libro, è quella di aver tradotto ‘sign language’ con ‘linguaggio dei segni’ e non ‘lingua dei segni’, ché di una vera e propria lingua si parla] non è ancora così conosciuta né diffusa, nemmeno nella comunità sorda. Ci sono molti modi per comunicare, del resto, anche senza conoscere la LIS. Parlare lentamente, far vedere la bocca che si muove, scriversi sul cellulare. Urlare, per esempio, non serve a niente, come spiega Cece Bell in un piccolo gioiello pubblicato in Italia da Piemme, prima graphic novel per Il Battello A Vapore.

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Con uno stile pulito e semplice, i personaggi che ricordano un po’ gli animali di Richard Scarry, Supersorda! – questo l’ottimo titolo italiano per El Deafo nella traduzione di Elena Orlandi – racconta splendidamente le vicende di una ragazzina negli anni ’70 che, per un violento attacco di meningite si trova improvvisamente quasi del tutto priva di udito.

Questo la costringe a portare l’apparecchio acustico, che all’epoca non è certo la conchiglietta rosata di ora, ma una scatoletta da appendere al collo a cui sono collegate le cordicelle da inserire nelle orecchie. La protagonista è ancora abbastanza piccola da accontentarsi di una borsina carina in cui infilare la scatola elettronica e proseguire, più o meno, a fare le cose di sempre. Almeno fino al momento in cui deve andare a scuola, dopo un anno passato in un istituto speciale per sordi in cui le hanno insegnato a ‘funzionare’ nel mondo reale (appunto, il labiale), insieme a tanti altri bambini come lei.

In quel momento la fallacia dell’apparecchio acustico diventa evidente, e c’è bisogno dell’ausilio di qualcosa di più potente. Fa così il suo ingresso l’Orecchio Fonico. Questo nome misterioso è un apparecchio cordless, un microfono collegato direttamente alla scatola acustica della ragazza, che gli insegnanti si attaccano al collo durante le lezioni in modo che le loro parole siano perfettamente udibili.

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Bellissimo: ma la scatola è grossa e ingombrante, ed è una grande freccia fluorescente che indica Cece e la sua sordità.

Cece si sente isolata, un po’ per l’incapacità degli altri di interagire con lei in modo corretto, un po’ per il suo stesso disagio. La bravura di Bell sta nella capacità di mostrare questi piccoli segnali in modo ambiguo: quanto c’è di cattiveria nella prima migliore amica, un po’ dispotica, che fa di tutto per evidenziare la sordità dell’altra, e quanto invece è il nervo scoperto della protagonista a soffrire ogni volta che questa condizione viene evidenziata?

Anche la resa grafica di questa solitudine è notevole: il fumetto rimane una storia per bambini, e niente meglio di baloon vuoti, tristemente contemplati dalla protagonista incapace di decifrare le parole, per rappresentare la sensazione di smarrimento della povera Cece. Baloon vuoti, o sbiaditi, o parole confuse, oppure progressivamente sempre più trasparenti: Bell si è sbizzarrita con un espediente semplicissimo eppure davvero potente.

Bellissime, intense, tristi le scene del primo pigiama party organizzato da Ginny, la migliore amica n.2, quando si spegne la luce e la bambina, impossibilitata a leggere il labiale, ha una reazione di sgomento quasi fisica, e reagisce come molti avrebbero fatto: con l’allontanamento, l’isolamento.

La ragazzina però affronta con coraggio – perché non può fare altrimenti – le sue difficoltà, e si adegua presto a questa sua strana condizione. Quando si rende conto che l’orecchio fonico può anche permetterle di sentire cose che gli altri studenti mai intuirebbero, vive anche un notevole momento di popolarità.

E nel frattempo, i primi innamoramenti. Le liti coi genitori, la crescita, la frustrazione universale che tutti conosciamo bene. Gli altri incidenti, perché può capitare che magari ti cali (anche!) la vista, e che la tua migliore amica si senta responsabile e smetta di parlarti – migliore amica n.3 e definitiva, che non ti urla per farsi sentire ma che ti tratta esattamente come una persona, con i suoi vizi, le sue virtù e qualche altra specialità.

L’arrivo di Martha segna una tappa importante nella storia di Cece: la ragazzina tenta infatti di nasconderle la sua sordità, ormai allenata perfettamente in questo, fino a che, una sera che si era fermata a dormire da lei…

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Al panico iniziale della figuraccia, si aggiunge poi quello dell’ “outing”: come fa Marta a sapere di Cece? L’ha sempre saputo? E nonostante questo, si è sempre comportata normalmente?

Martha si rivela così la superaiutante perfetta, la sparring partner ideale, e quando si allontaneranno per via di un incidente ‘causato’ da Martha, Cece ne soffrirà tremendamente. Niente è il fardello di una scatola elettronica al collo, quello che pesa è il non poter condividere le esperienze.

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Lo sa, o lo pensa: perché Supersorda! è innanzitutto la storia di una ragazzina normale, che poi per un caso diventa speciale, e alla fine di questa specialità riesce a fare il suo superpotere. È così che Cece fa finalmente pace con la sua condizione, quando finalmente la gente smette di trattarla come una persona speciale: la mamma glielo ripete spesso, che lei è speciale, ma Cece sotto sotto sa che speciale vuol dire diversa.
Come ogni supereroe che si rispetti dunque, Cece deve lottare con la paura dell’isolamento: e riuscendoci magistralmente, insegna a ogni suo lettore quello che i fan dei supereroi sanno da sempre, e cioè che sì, da ogni potere derivano grandi responsabilità, ma anche che è possibile superare i propri limiti, fare delle debolezze punti di forza, e mostrandosi, mostrare anche agli altri quanto è bello venirsi incontro.

A chi la tutina, a chi l’orecchio fonico, nell’attesa che in Italia, nel 2017, inizino finalmente a piantarla di proporre tristi modelli color carne e, magari, darsi allo steampunk

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…o ai supereroi, per l’appunto.

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Silvia Costantino Vive a Firenze, dove ha organizzato il festival Firenze RiVista e ogni tanto presenta un libro. È fondatrice e redattrice di 404: file not found, è nella board editoriale di The FLR, ogni tanto appare su Abbiamo Le Prove. Ha curato per Effequ la raccolta di saggi sul fantasy Di Tutti I Mondi Possibili. Ha un alter ego, Giorgeliot, che si diverte a raccontare i fatti suoi.

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