Sul concetto di esperienza. Parte I: al di là dell’azione

  – Raffaello Rossi –

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Malati d’azione

L’età contemporanea viene fatta iniziare tradizionalmente da una crisi dei sistemi di conoscenza tramandati dalla scienza, dalla religione e dalla filosofia; vi è poi una seconda fase, in cui è il dato stesso dell’esistenza a essere messo in discussione; si arriva infine a una terza fase, l’odierna, il cui nodo enigmatico riguarda l’ordine della pratica, dell’iniziativa e della possibilità di agire: la cosiddetta agency. In questa successione il passaggio da una fase all’altra non comporta la risoluzione di quella precedente, ma piuttosto la sua messa da parte. Allo stato attuale dunque ci sta bene di essere qualcosa e di sapere qualcosa, a divenire problematico è piuttosto la dinamica del soggetto agente, la capacità d’incidere sulla realtà presente secondo una volontà propria. Questa filosofia della storia fa da sfondo a Stato di minorità di Daniele Giglioli, nel quale, a seguito di studi precedenti sulle retoriche del terrore, del trauma e della vittima, si riassume senso di un «un’esperienza condivisa, un generale senso d’impotenza, di mancata presa sugli eventi, di inibizione alla prassi»[1]. Se le ricadute politiche di quest’ultima crisi della coscienza occidentale sono più pesanti delle precedenti, è anche perché si rovesciano alcuni assunti metodologici dati in precedenza. Scrive infatti Giglioli: « l’azione è inibita. Che lo sia qui e ora è un’evidenza non in discussione.»[2] Viene in tal modo bypassato il nocciolo problematico di una tradizione teorica che da Simmel ad Agamben, passando da Benjamin e Adorno, denunciava il profondo mutamento, se non la vera e propria «distruzione dell’esperienza», il declassamento di quella base conoscitiva comune determinata dalla prassi quotidiana. La problematica dell’esperienza ha di fatto indotto il linguaggio filosofico del Novecento a reinventarsi, tramite il ricorso all’arte e alla letteratura, per rivelare una verità, non più tanto inerente al dato di realtà, ormai irrimediabilmente compromesso, quanto alla negazione critica dell’esistente. Giglioli ci indica quindi che la crisi epistemologica dell’esperienza è finita, ora che abbiamo un dato di realtà indiscutibile da cui partire, ed è l’«esperienza condivisa» del nostro non poter fare nulla e del malessere che ne deriva.

Essere impotenti infatti «ci fa ammalare»: non le nostre condizioni materiali di vita in se, quanto l’impossibilità di potervi intervenire «ci rende meno umani», facendoci regredire da «animali politici, a un tipo di alienazione una condizione paragonabile alla Zoè, uno stato quasi vegetativo di “nuda vita” nel quale il soggetto è ridotto alla propria corporeità, privato di ogni capacità di affermazione nel mondo. Giglioli evoca a riguardo una ricca sintomatologia, che attinge tanto alla letteratura contemporanea – in particolar modo ai romanzi neo-storici di Cercas, Littell, Enard, ma anche dei nostri Wu Ming e Bertante –, nei quali si respira l’aria di nostalgia di un Novecento che, malgrado i traumi e le ferite ancora aperte che ha lasciato dietro di sé, appare paradossalmente desiderabile in quanto epoca in cui l’azione era ancora possibile. Che questo interesse per il passato sia soltanto l’espressione di un desiderio d’azione rimosso, lo dimostrano fenomeni di scala più ampia, come successo delle nuove serie trasmesse in streaming, la cui strategie narrative punta tutto sulla suspense e sulla ricchezza quantitativa delle azioni drammatiche.

Adottando una prospettiva diversa da quella di Giglioli, fondata sul sentire comune del presente, si trovano tracce di una «malattia della volontà», come quella che il protagonista della Recherche di Marcel Proust contrae in seguito a un evento della propria infanzia. L’episodio viene raccontato in quel preludio alla prima rivelazione della mémoire involontaire che occupa le prime quaranta pagine del romanzo: la visita di Swann, obbliga «Marcel» ad andare a letto senza ricevere da sua madre il bacio della buonanotte, ma la privazione è così dolorosa da gettarlo in uno stato febbrile e di crisi nervosa. L’episodio illustra una costante tragica del racconto proustiano: l’impossibilità di avvicinare l’oggetto del desiderio senza distruggerlo. In questo caso, risulta impossibile avvicinarsi alla madre senza disobbedirle, provocandole così un dolore. Quando, incapace di reggere ulteriormente in questo stato, il protagonista esce dalla sua stanza, il padre, che in quanto medico è più preoccupato dai segni della sofferenza nervosa sul volto del figlio che dallo sviluppo di una volontà forte, anziché infliggergli un castigo esorta la madre di andare a consolare il bambino. Finalmente rimesso a letto, dopo un iniziale sfogo di pianto, il protagonista si sente sollevato da una nuova, inaspettata forma di riconoscimento:

«per la prima volta, la mia tristezza non era più considerata una mancanza da punire, ma un male involontario al quale era toccato un riconoscimento ufficiale, uno stato nervoso di cui non ero responsabile; provavo il sollievo di non dover più mescolare degli scrupoli all’amarezza delle mie lacrime, potevo piangere senza peccato.»[3]

Se si considera la portata dell’episodio nella vita del protagonista, e la sua posizione strategica nell’economia del romanzo, il personaggio proustiano fornisce un esempio di una condizione in cui il soggetto non ha presa sulla realtà, se non nella misura in cui reagisce per lo più a stimoli esterni e pulsioni interne, quali i piaceri dell’arte o i dolori di un amore geloso. Tuttavia, ciò non lo rende affatto meno umano: l’inazione si rivela un fattore di formazione dell’identità non meno dell’azione volontaria e dell’esercizio di una determinata prassi. Il patire, il subire e il soffrire non sono semplicemente la negazione dell’agire, né solo il suo contrario, ma riportano per altra via il soggetto all’identità con se stesso. A partire da questa considerazione, si giunge a contrastare l’idea che si possa definire l’impotenza in termini assoluti, quale meccanismo o dispositivo uguale per tutti, o radice comune di un male. Ci sono diversi tipi e gradi d’impotenza, rispetto ai quali uno «stato di minorità» inteso in termini assoluti rischia di rimanere un’idea astratta, un oggetto filosofico più che un’«esperienza condivisa». Vorrei quindi proporre alcuni elementi d’analisi per una discussione possibile sull’esperienza, come concetto distinto dalle nozioni limitrofe di azione e prassi.

Opacità dell’azione, lucidità dell’esperienza

Il primo esempio mi è offerto da un libro che Giglioli analizza a sostegno della propria tesi in Stato di minorità: Saggio sulla lucidità (Ensaio sobre a Lucidez, 2004) di José Saramago,. L’azione si svolge nella stessa città in cui era ambientato un romanzo precedente, Cecità (Ensaio sobre a Cegueira, 1995), a quattro anni di distanza dall’ un’epidemia di «cecità bianca» che aveva afflitto l’intera popolazione della città. Anche il secondo «ensaio» inizia con un evento inspiegabile: durante le elezioni amministrative della capitale, la maggioranza schiacciante degli abitanti vota scheda bianca, togliendo di fatto legittimità a ogni possibile nuovo assetto di governo. Convinto della natura cospirativa e sovversiva dell’evento, l’amministrazione in carica reagisce dapprima privando la città degli organi ministeriali e imponendo uno stadio d’assedio, passando poi a una vera e propria strategia della tensione, provocando attentati e alimentando la paura tra i cittadini. Incapace di mutare la situazione, il governo si gioca un’ultima carta: mediante la propaganda dei giornali, viene creato un capro espiatorio, indicando come responsabile della crisi delle schede bianche una donna che era rimasta immune dall’epidemia di quattro anni prima.

Giglioli indica la crisi strutturale dell’azione quale vero tema del racconto di Saramago: da un lato il governo non riesce a piegare quella che insiste a definire come una ribellione, poiché di fatto, votando scheda bianca, i cittadini non infrangono nessuna legge o divieto espresso; dall’altro la popolazione non è in grado di “organizzarsi”, prendere coscienza di sé in quanto soggetto o forza storica e rovesciare definitivamente il governo. La sensazione d’impasse appare ulteriormente accentuata dalle scelte stilistiche di Saramago, per cui né la città né i personaggi hanno nomi, ma al massimo cariche e ruoli, né gli eventi sono datati in alcun modo, ma si svolgono in una sorta di vuoto temporale, come un esperimento in vitro. Effettivamente, come già era stato il caso per Cecità, il libro si qualifica effettivamente come «saggio», pur avendo poco a che fare caratteristiche del genere: innanzitutto la «storia», nel senso di resoconto oggettivo di eventi e situazioni legati in successione, prevale nettamente sul «discorso» del saggio, la spontanea argomentazione asistematica e soggettiva che caratterizza questa forma.[4] Il titolo sembra invece rimandare al significato primitivo di «saggiare», ovvero «tentare» ma anche «mettere alla prova». Ciò contribuisce a uno stile di racconto rarefatto, che il narratore stesso rivendica:

«Non sarà passata inosservata, a lettori e ascoltatori particolarmente esigenti, la scarsa attenzione, scarsa per non dire nulla, che il narratore di questa fabula ha dato agli ambienti in cui l’azione descritta, peraltro alquanto lenta, trascorre. […] Ci saranno stati lampadari appesi al soffitto e appliques alle pareti e qualche arazzo antico o moderno, immancabilmente il ritratto del capo dello stato, il busto della repubblica, la bandiera della patria. Di tutto questo non si è parlato affatto, di tutto questo non si parlerà in futuro.»[5]

Alla rinuncia iniziale agli «effetti di reale», cui corrisponde un procedere della trama a larghe bracciate, fa seguito però un cambiamento di stile e di visione, mentre il tempo della narrazione si addensa sempre di più. Se la prima parte del romano si svolge dal punto di vista dei membri del governo e dei diversi «dispositivi» messi in atto per circuire i «biancosi», l’altra metà è focalizzata sul commissario responsabile delle indagini sulla «moglie dell’oculista», la donna su cui il governo cerca di far ricadere l’accusa di aver cospirato contro il paese. Resosi conto della montatura ordita dal ministro degli interni, passa di fatto «dalla parte del nemico»: a partire da questo momento, il racconto mette quindi in risalto la portata interiore ed esistenziale del «cambio di schieramento», permettendo così di capire meglio il punto di vista degli abitanti, rimasto misterioso dal punto di vista del governo auto-esiliatosi fuori dalla capitale. La prima caratteristica a essere messa così in risalto è la concentrazione del commissario:

«Il commissario non volle approfittare della prodiga munificenza del ministro dell’interno. Non andò a cercare distrazione a teatri e cinema, non visitò musei, quando usciva […] era solo per andare a pranzo e a cena […]. Tutto il resto del tempo, ore e ore di fila, mattina e pomeriggio, lo passava seduto accanto al telefono, aspettando, e, anche quando dormiva, anche l’orecchio vegliava.»[6]

L’attesa del commissario qua non è quella che sperimentiamo negli appuntamenti, quando sappiamo già cosa, dove e quando qualcosa dovrà succedere. Il commissario conosce solo il dove, ovvero “qui”, davanti al telefono, ma non sa il quando e soprattutto non sa cosa doversi aspettare. Quest’attesa dell’ignoto non è quindi proiezione nel futuro, ma riempimento dei singoli istanti, tempo reso sensibile alla coscienza. Quest’ignoranza dell’insubordinato circa le conseguenze del proprio gesto ha però anche le caratteristiche dell’innocenza: questa duplice implicazione lo avvicina agli abitanti della città, a loro volta insubordinati e innocenti.: «si ricordi che sta parlando con un poliziotto» dirà lui alla «moglie dell’oculista», «Non me ne sono dimenticata, ma è anche vero che ho smesso di considerarla tale»,[7] risponderà lei nel loro ultimo colloquio.

L’attesa ignara del commissario finisce pochi giorni dopo, quando la donna viene accusata pubblicamente dai giornali. A questo punto il commissario “passa all’azione”, seppur limitandosi a rendere note le proprie informazioni: «Quello che il commissario stava scrivendo era né più né meno che un resoconto particolareggiato degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni».[8] Cosciente di essersi messo contro il proprio governo, il commissario transita verso uno stato di chiaroveggenza, condensata nell’istante di una rivelazione epifanica:

«Attraversò il giardino, si fermò per un attimo a guardare la statua della donna con la brocca vuota, Mi hanno lasciato qui, sembrava stesse dicendo lei, e oggi non servo ad altro che a contemplare queste acque morte, ci fu un’epoca, quando la pietra di cui sono fatta era ancora bianca, in cui una sorgiva sprizzava giorno e notte da questa brocca, non mi hanno mai detto da dove provenisse tanta acqua, io ero qui solo per tenere inclinata la brocca, ora non ne scorre neanche una goccia. Il commissario mormorò, È come la vita, figliola mia, comincia non si sa perché e finisce non si sa perché. Bagnò la punta delle dita della mano destra e le portò alla bocca. Non pensò che il gesto potesse avere un significato, però, se ci fosse stato qualcuno in disparte a guardarlo avrebbe giurato che aveva baciato quell’acqua che non era neanche pulita, verde limacciosa, melmosa nel fondo della vasca, impura come la vita.»[9]

Attenzione, e chiaroveggenza, sono i momenti essenziali dell’evoluzione del personaggio, a cui corrisponde sul piano stilistico il passaggio dall’astrattezza e dalla volontaria esclusione di ogni effetto di reale alla massima densità dell’esperienza. Questa mutazione ha una ricaduta esistenziale rilevante: il personaggio transita dal regno dell’opacità, in cui non sa ciò che guida le proprie azioni, pedina di un governo illegittimo privo di ogni sostanza e consistenza, alla lucida trasparenza delle cose. L’ultimo passo citato sembra voler contrapporre quella Zoé, intesa come vita prima di forma senza determinazioni né fini al di là di se stessa, all’esistenza puramente formale dei dispositivi istituzionali. Tuttavia nel romanzo, questo mutamento non viene in alcun modo visto come regressivo, non prelude affatto a una vita amorfa e priva di senso: mostra invece una regione dell’essere, dove la logica dell’azione perde ogni efficacia mentre acquista terreno la logica dell’esperienza, nella quale cose e persone non risultano più riducibili a funzioni e finalità esteriori, ma valgono pienamente per se stesse, nell’interconnessione e nella comunanza della sostanza vivente.

[1] D. Giglioli, Stato di minorità, Bari, Laterza, 2015, p. 3
Ivi, p. 20.
[3] M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto [1913-1927], trad. it. di G. Raboni, Milano, Mondadori, 2010, t. 1, p. 47.
[4] T. W. Adorno, Il saggio come forma (1951), in Note per la letteratura, trad. it. di S. Givone, Torino, Einaudi, 2012.
[5] J. Saramago, Saggio sulla lucidità, trad. di R. Desti, Torino, Einaudi, 2004, pp. 95.
[6] Ivi, p. 251.
[7] Ivi, p. 282.
[8] Ivi, p. 260.
[9] Ivi, p. 267.


Raffaello Rossi (1984), ha da poco finito un dottorato in cotutela di tre anni tra Bologna e Parigi, durante il quale si è dedicato allo studio di Proust, Joyce e Kafka nel contesto del modernismo europeo, pubblicando qualche articolo sull’argomento. S’interessa anche di filosofia e letteratura contemporanea. Attualmente si trova a Firenze, dove lavora come ricercatore autonomo.

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