13 motivi per vedere “13 reasons why”

 – Andrea Caciagli-

404-filenotfound-13reasonswhy.jpg

Nell’era del terrore da spoiler questo articolo è un paradosso: stila 13 motivi per vedere 13, ma lo può leggere soltanto chi ha già visto la serie, perché è pieno di spoiler. Ma se vi stiamo costringendo a vedere 13 reasons why prima di tornare a leggerlo, ci sono 13 buone ragioni. Volete almeno di sapere di cosa parla la serie di Netflix che è diventata un caso nel giro di un mese dal suo rilascio? Del giovane Clay Jensen, studente americano particolare e introverso, che si trova ad ascoltare una delle 13 audiocassette registrate da Hannah Baker, una sua compagna di scuola che si è uccisa pochi giorni prima e ha lasciato dietro di sé delle registrazioni, che ripercorrono i suoi ultimi mesi di vita, per spiegare chi sono i responsabili e quali sono le ragioni del suo gesto. Spoiler: alla fine lei muore.

  1. Hannah Baker

Per qualche ragione che probabilmente ha a che fare con l’innocenza della gioventù e la grazia della femminilità, c’è un legame forte tra le serie tv e le storie che trattano della scomparsa di giovani ragazze. La loro morte segna per sempre non soltanto lo sviluppo narrativo, ma l’immaginario degli spettatori, imprimendo a chiare lettere i loro nomi nella memoria collettiva. Per questo quando diciamo Twin Peaks diciamo Laura Palmer, quando parliamo di The Killing diciamo Rosie Larsen, e d’ora in poi, quando parleremo di 13 reasons why, diremo Hannah Baker. Anche perché, come ci ha insegnato lo splendido Arrival di Denis Villeneuve, Hannah è palindromo e si legge da entrambi i lati, come un’audiocassetta.

13. Hannah Baker
Hannah Baker
  1. La struttura narrativa

La narrazione della serie si basa sul lascito di Hannah: 13 audiocassette, una per ogni persona responsabile della sua morte, che corrispondono ai 13 episodi della stagione. Se l’idea recupera gli esempi illustri di Strade perdute di Lynch e Niente da nascondere di Haneke, qui le cassette sulla soglia di casa non sono soltanto uno spunto da cui partire ma la chiave per una struttura chiusa e solida. È vero che in questa struttura lo sviluppo della storia per un totale di 13 ore provoca una dilatazione del racconto a tratti esagerata – soprattutto nelle continue, eccessive omissioni di Tony –, ma l’utilizzo delle audiocassette come scansione temporale e drammatica degli eventi ne fanno un meccanismo narrativo compatto e brillante.

  1. L’assenza di Selena Gomez

La 25enne star Disney e cantante pop era stata scelta nel 2011 dalla Universal per interpretare il ruolo di Hannah in un adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jay Asher da cui la serie è tratta. Sarebbe stato il suo primo ruolo da protagonista, ma quando Netflix ha voluto farne una serie tv la Gomez, in parte per volontà personale in parte per motivi produttivi, è passata dietro la macchina da presa come produttrice esecutiva e autrice di parte dell’efficace colonna sonora originale. Riconoscere come il proprio volto di star giovanile non fosse adatto a questo ruolo è stata una scelta di grande maturità che ha dato forza e originalità alla serie.

  10. Il ruolo della musica
La serie si apre con Love will tear us apart dei Joy Division, un testo e un sentimento parlanti all’interno di una narrazione in cui le parole delle canzoni più volte servono a raccontare le sensazioni e gli stati d’animo dei protagonisti, quasi fossero didascalie sentimentali dei personaggi che vediamo in scena. Joy Division e Cure (di cui sentiamo Fascination Street) sono i metri di riferimento, le due tonalità di tristezza su cui la serie modula se stessa e i suoi personaggi più profondi: quella a spinta positiva di Clay, che in camera ha il poster di Boys Don’t Cry, e quella a spinta negativa di Alex, che invece appesa al muro ha la leggendaria copertina a onde di Unknown Pleasures e, come Ian Curtis, non regge al peso della vita e nel finale tenta il suicidio.

    9. Gregg Araki e la pulizia registica nel rappresentare la violenza

In nessun momento della serie lo sguardo degli autori fa passi indietro o edulcora la cruda realtà delle azioni messe in scena. Gli occhi vuoti di Hannah durante lo stupro, gli attimi precedenti al suicidio con il suo volto davanti allo specchio sono, ancor più del taglio stesso delle vene, momenti in cui è difficile sostenere lo sguardo: «Abbiamo provato ad evitare di essere gratuiti», racconta il produttore esecutivo Brian Yorkey nel documentario Tredici. Oltre i perché disponibile su Netflix, «ma volevamo che fosse doloroso da guardare». Nell’oculata scelta dei registi della serie – Carl Franklin (House of Cards, The Leftovers), Tom McCarthy, regista de Il caso Spotlight – spicca il coinvolgimento di Gregg Araki, da sempre autore attento agli aspetti più oscuri e drammatici della vita delle giovani generazioni, a partire dagli anni Novanta con la cosidetta “Teen Apcalypse Trilogy” composta da Totally Fucked Up, Doom Generation e Nowhere. Forse non è un caso che il Clay Jensen di Dylan Minette – volto pulito, sopracciglia affilate, occhi come fessure – ricordi così tanto il Joseph Gordon-Levitt di Misterious Skin, il film di violenza, pedofilia e prostituzione giovanile che lo consacrò.

9. Joseph Gordon-Levitt in Mysterious Skin di Gregg Araki
Joseph Gordon-Levitt in Mysterious Skin di Gregg Araki
  1. La ferita mai rimarginata

L’uso eccellente delle parole e dei simboli è una caratteristica importante di 13 reasons why, dal nome Clay – letteralmente argilla, e infatti i momenti in cui Clay si spezza, come nel pianto sotto la doccia, avvengono a contatto con l’acqua – fino al taglio sulla sua fronte, a tutti gli effetti co-protagonista della serie. Oltre che un intelligente espediente visivo per distinguere la narrazione dei fatti precedenti da quelli successivi alla morte della ragazza, il taglio è una splendida metafora: è la ferita lasciata dalla morte di Hannah, che non a caso si riapre periodicamente durante il corso della serie quando il dolore si acuisce. È una piaga che Clay non sa di avere, portata alla luce dalla voce della ragazza ancora viva su nastro – Clay si procura il taglio nell’incidente in bici mentre ascolta la prima cassetta – e che si trascina per tutto l’ascolto delle cassette. Una ferita che, fino alla fine, non riesce a far rimarginare.

  1. Il cyberbullismo

13 reasons why evidenzia come la dimensione digitale del bullismo sia ancora più subdola ed endemica. Per Hannah una foto scherzosa scattata in un momento di intimità e inviata a tutta la scuola quasi per gioco – l’inconsapevolezza della gravità di certi gesti è una costante della serie – diventa un’etichetta da cui non riesce più a liberarsi e che la segna dentro. «Lei smette di essere un essere umano per tutti quei ragazzi e diventa un oggetto», commenta ancora Brian Yorkey. E questo accade con le mutandine di Hannah, con il bacio di Courtney, con il nudo posteriore di Tyler: basta uno scatto ad appiattire tutte le sfaccettature di un individuo, a schiacciarlo e rinchiuderlo in un’etichetta che lo soffoca. Lo sfigato, la lesbica, la puttana. «Credo che questi oggetti siano tossici, soprattutto per i ragazzi: è tutto uno scrivere sul telefono ed è dannoso», diceva Louis C.K. qualche anno fa durante un’intervista da Conan O’Brien. «Non guardano in faccia le persone quando ci parlano e non costruiscono l’empatia. I ragazzi sono cattivi perché hanno bisogno di provare certe cose. Guardano un altro ragazzo e gli fanno: “Sei grasso!”. E poi vedono la sua faccia accartocciarsi e pensano: “Oh, non mi stare bene far provare a una persona una cosa del genere”, ma quando scrivono “Sei grasso” allora pensano semplicemente: “È stato divertente, mi è piaciuto”». Se la tanto vociferata malattia digitale delle nuove generazioni ha un sintomo, è questo: la difficoltà di costruire l’empatia.

  1. Lo slutshaming

Nell’affrontare quest’argomento 13 reasons why sceglie una via intelligente mostrando non solo le ripercussioni di un atto (peraltro mai commesso da Hannah), ma soprattutto quanto il giudizio influisca sui comportamenti – le molestie di Marcus, la violenza di Bryce – e come sia altrettanto grave anche quando è positivo: l’essere nominata miglior culo nella lista colpisce Hannah tanto quando l’avrebbe colpita il giudizio opposto. Questo tema si intreccia con lo scivoloso dilemma della libertà femminile connessa al tema del corpo: se mi spoglio sono soltanto un’esibizionista che si piega all’egemonia maschile o proprio spogliandomi affermo il mio essere donna? In poche parole, la nudità è prostituzione o consapevolezza? Per quanto ci si augurerebbe che la libertà si esprimesse proprio nella scelta di fare di se stesse ciò che più si preferisce, l’enorme difficoltà di ogni donna di mantenersi in equilibrio sul filo del rasoio sociale esiste e si moltiplica negli anni difficili dell’adolescenza. Nel documentario la psicologa Helen Hsu, consulente per la serie, racconta come «da un lato le ragazze sentono l’incredibile pressione di dover essere considerate attraenti, di essere popolari, belle, di sembrare perfette su Instagram, e allo stesso tempo se ti spingi giusto un pochino oltre in qualche modo sei subito una sgualdrina e non piaci più a nessuno». La serie insegna la difficoltà di mantenere questo equilibrio, e che sul filo del rasoio si rischia di tagliarsi, anche in modo fatale.

  1. Le responsabilità

Lo stile della serie, con protagonista il mondo giovanile ma volontariamente girata da una prospettiva adulta, è fondamentale nel sottolineare le responsabilità che le persone che la circondano hanno nei confronti del gesto che Hannah compie. Certamente sono gli adulti ad avere le responsabilità maggiori – è responsabile il signor Porter, lo psicologo della scuola, destinatario dell’ultima audiocassetta e con questa del fardello più pesante, sono responsabili genitori della ragazza con la loro lontananza e naturale distrazione, per quanto dolorose da ammettere –, ma non sono gli unici. I ragazzi, spesso fin troppo tutelati e deresponsabilizzati dal cinema e dalla società, sono colpevoli quanto gli adulti. Con il peso di questa colpa 13 reasons why dà agli adolescenti consapevolezza e dignità, e la responsabilità delle azioni che compiono.

  1. La rappresentazione della suicida

Hannah Baker non è una ragazza con problemi sociali, non è antipatica, non è solitaria, non è brutta. Non ha nessuna delle caratteristiche che la potrebbero rendere un’emarginata. Nonostante questo la sua solitudine e il suo disagio sono talmente grandi da portarla ad uccidersi. Raffigurare la depressione in questo modo la rende reale, e ribadisce come spesso l’aspetto esteriore di una persona non sia affatto il riflesso della sua interiorità. La ragazza depressa, quella che ha bisogno di aiuto, non è solo quella che si veste di nero e si taglia, come Skye, ma è anche la ragazza carina e simpatica dell’ultimo banco.

  1. L’umanità dello stupratore

Bryce, l’autore delle due violenze rappresentate nella serie, non è quello che si definirebbe un criminale, un ragazzo con problemi psicologici o con tendenze aggressive. È uno stronzo, piuttosto, ma di buon cuore con le persone a lui care (ospita Justin, lo aiuta nei momenti di difficoltà). È un bullo, ma anche lui ha i suoi problemi. Eppure è uno stupratore. Condannato dallo stigma della sua ricchezza, è viziato, abituato ad avere tutto, e tratta le ragazze che si trova di fronte come un oggetto da possedere, con l’incapacità di riconoscere uno stupro, neanche quando è lui a commetterlo: «Mi ha quasi pregato di scoparla», dice a Clay, «Se questa è violenza, ogni ragazza della scuola vuole essere violentata». L’equilibrio invidiabile che la serie mantiene nel rappresentare da un lato l’umanità del personaggio, dall’altro la brutalità delle sue azioni, è fondamentale per riconoscere come lo stupro possa essere un’azione commessa da persone perfettamente inserite nella società e come parte importante della responsabilità sia della cultura di quella stessa società.

  1. L’apertura a Columbine

La prima stagione si conclude con Tyler, lo stalker appassionato di fotografia, che prepara un arsenale (pistole, cartucce, fucile a pompa, mitra) da usare presumibilmente contro i ragazzi che hanno rovinato la sua vita, a scuola e fuori. Sembra il preludio di uno school shooting, la piaga delle sparatorie scolastiche riaperta nel 1999 con Columbine – e poi Red Lake, Virginia Tech, Sandy Hook – che Gus Van Sant raccontò in Elephant (e forse la somiglianza tra Devin Druid, l’attore che interpreta Tyler, e gli assassini del film di Van Sant non è una coincidenza). L’augurio è che la seconda stagione di 13 reasons why, senza tirare all’infinito i lacci narrativi già esauriti con l’ultima delle cassette, vada in questa direzione. Quella di tentare di spiegare l’inspiegabile – Tell me why? I Don’t Like Mondays! cantavano i Boomtown Rats nella canzone che raccontava proprio l’incomprensibilità di questi massacri. Può essere un esercizio pericoloso, ma lo era anche questa prima stagione con il rischio di semplificazione che si correva riportando a cause quasi esclusivamente esterne e sociali un disagio anche interiore e psicologico. Se è vero però che proprio la dimensione sociale, soprattutto in una realtà complicata come quella delle high school americane, è uno dei fattori scatenanti di questo disagio, allora lo studio della cosa può partire anche da qui. La difficoltà di individuare l’origine esatta di certi fenomeni, che spesso prendono vita da quelle sfumature che la serie tanto bene rappresenta, non ci deve trattenere dall’indagarli.

2. Il volto di uno dei killer di Columbine in Elephant di Gus Van Sant
Il volto di uno dei killer di Columbine in Elephant di Gus Van Sant
  1. L’appello al nostro lato umano

«Some of you cared, none of you cared enough. Neither did I, and I’m sorry». Nella struggente conclusione dell’ultima cassetta Hannah spiega la ragione principale del suo gesto: non tanto le azioni effettive delle persone coinvolte, ma la loro mancanza di interesse verso i problemi di lei (e di tutte le persone come lei) li rendono i veri responsabili della sua morte. La perdita diventa scomparsa nelle inquadrature strazianti in cui Clay cerca di raggiungere, di sfiorare Hannah, che svanisce di fronte ai suoi occhi perché è negli stessi spazi ma in un tempo diverso dal suo, ma non può perdonarsi il fatto che la ragazza si è tolta la vita anche per sua responsabilità. «Deve migliorare», dice Clay uscendo dall’ufficio del signor Porter, «il modo in cui ci trattiamo l’un l’altro e ci prendiamo cura l’uno dell’altro. Deve migliorare in qualche modo». Il passo che fa Clay nel finale, riavvicinandosi ad una ragazza sola da cui si era allontanato senza particolari ragioni, è il passo che dovremmo fare tutti noi ogni giorno.


Andrea Caciagli lavora e scrive di cinema tra Firenze e Roma. È fondatore e direttore della rivista L’Eco del Nulla, dove si occupa di film e serialità televisiva. Collabora con 404: file not found e Lavoro culturale ed è tra gli ideatori e organizzatori del festival Firenze RiVista. Ha visto tutti e 48 i film di Woody Allen (sì, anche To Rome With Love).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...