Gioventù, connessione, materia: appunti sui romanzi della contemporaneità

– Giovanni Bitetto –

Lenz è un giovane in viaggio per l’Alsazia, il suo stato d’animo non è dei migliori: in preda a violenti attacchi umorali, compie gesti sconsiderati – azioni ossessive, scenate sulla piazza del paese, tentativi di suicidio – che lo fanno sprofondare progressivamente nella follia. Lenz è il personaggio dell’omonimo racconto di Georg Büchner – apparso postumo nel 1839; attraverso una storia di potenziale schizofrenia il giovane autore irrequieto riflette le ansie della generazione romantica. Lenz osserva il paesaggio e viene preso dal sentimento di struggimento di chi vede Dio nella natura, il problema dell’esistenza di Dio occupa gran parte delle sue elucubrazioni. Ma Dio non c’è, è un ente che è venuto meno, il bisogno di trascendenza dell’uomo si riversa sulla natura, diventa un sentimento generalizzato, Lenz cerca la metafisica nel paesaggio – attraverso le sue passeggiate – dunque investe di un nuovo significato la materia.
Un secolo dopo Benjamin conierà il termine “sex appeal dell’inorganico”, ovvero il feticismo che dalla materia si sposta verso una forma chiusa ed economicamente determinata: la merce. Parlando della Parigi del XIX secolo modificata dal processo di mercificazione, Benjamin scrive: «La moda prescrive il rituale secondo cui va adorato il feticcio della merce. Essa è in conflitto con l’inorganico; accoppia il corpo vivente al mondo inorganico, e fa valere sul vivente i diritti del cadavere. Il feticismo che soggiace al sex appeal dell’inorganico, è il suo ganglio vitale. Il culto della merce lo mette al proprio servizio». Da quelle parole è passato un altro secolo, la società ha subito un’accelerazione devastante, fatichiamo a uscire dall’orizzonte del capitalismo come sistema naturale, la merce ha perso la sua componente materica disciogliendosi in componente sistemica. Non proiettiamo più il nostro desiderio feticistico verso l’oggetto, le nuove tecnologie fungono da propellente e conduttore per la fascinazione dell’immagine, ambiamo a identificarci nel simulacro. Forse siamo arrivati al punto che Debord chiamava “società a spettacolo integrato”, una solida dinamica in cui simulacro, tecnologia, produzione del desiderio e sistema economico si amalgamano in una quadratura organica, per quanto irrazionale, selettiva e soprattutto intimamente contraria all’emancipazione umana. I giovani ci appaino come portatori dei valori dell’orizzontalità, alfieri di un nuovo mondo in cui è impossibile pensare un’alternativa, in cui il concetto di controcultura non si pone più come polo di una dialettica progressiva. Alcuni romanzi italiani recenti riflettono su questo tema e cercano di esplorare la realtà cognitiva dei nuovi esseri umani infibulati dalla tecnologia.

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Ne Il tuo nemico – edito da Frassinelli – Michele Vaccari imbastisce una trama postmoderna (con tanto di citazioni di DeLillo per intenditori) in cui il tema del complotto si lega alla critica della contemporaneità italiana. Personaggio cardine della storia di Vaccari è Gregorio: un ragazzo brillante ma depresso che – osteggiato dai dispositivi sociali (scuola, famiglia, amici) con cui si rapporta – decide di negare la realtà circostante diventando un hikikomori. Hikikomori vuol dire “isolarsi, starsene in disparte”, è un termine giapponese usato per indicare quei ragazzi che decidono di isolarsi dalla vita sociale. La giornata dell’hikikomori si svolge spesso in casa a contatto con la rete o con l’universo otaku. Le cause che concorrono a questa scelta sono spesso da ricercare nel rapporto conflittuale con la famiglia, nella mancanza di amici, nell’eccessivo agonismo dell’ambiente scolastico. Il fenomeno è nato in Giappone – in seno a una società fondata sulla competizione estrema – ma si è presto diffuso in tutto il mondo. Nel romanzo di Vaccari le cause della scelta sono indagate e descritte sino in fondo: leggiamo della frattura fra il mediocre contesto scolastico e la brillantezza di Gregorio, del solipsismo intrinseco che lo porta ad allontanarsi da qualsiasi relazione affettiva, del rapporto problematico con una madre assente e un padre sempre in competizione con il figlio.

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Eugenia Lim – Stay Home Satoku: The Hikikomori Project

Elemento di novità del romanzo sta nel declinare un fenomeno particolare in un impianto di avventura distopica: nel corso della storia si scopre che la vita da recluso di Gregorio è stata trasformata in un reality show a spese del Governo. La reclusione degli hikikomori diventa un affare di stato, una pratica propiziata dal potere e allestita come un nuovo dispositivo di controllo sociale. Gregorio diventa il simbolo di una generazione, il paradigma da seguire per una schiera di giovani che sentono di non ritrovarsi più nella società in cui vivono. La metafora di Vaccari è spietata: il potere predispone i modelli da seguire, il modello di Gregorio è la negazione del mondo – ma è una negazione passiva, solipsista, una rivolta individuale quanto inutile. Dunque meglio assecondare questa tendenza, spettacolarizzare una vita anonima, in modo da minare la possibilità di un associazionismo che spinga alla lotta, alla ribellione. Vaccari, con spirito civile, sembra suggerirci che la parola “resistenza” è stata sostituita con “resilienza”. Gregorio si sente dire: «Io ero convinto di aver capito come sareste cresciuti, tu e i tuoi coetanei. Vivi, scattanti, affamati, capaci di mutare come evoluzioni genetiche. Ma mi ero sbagliato. La crisi ha cambiato l’unità di misura dell’energia. Perché l’energia è scarica di potenza, e voi non lo sarete mai, protetti come siete dalle vostre tastiere. Ho acceso io l’interruttore, ma tu hai preferito rimanere al buio. Fino all’incendio.» Soli nella nostra camera non si combatte e non si vince nessuna battaglia.
La stanza è un topos che incarna bene il solipsismo dell’uomo contemporaneo: in essa vi è l’immagine della cella o dell’unità autosufficiente. Eppure la natura monadica di questo simbolo tende a modificarsi quando entra in relazione con il contesto della connessione, d’altronde le stanze da cui accediamo alla rete sono come neuroni interconnessi da una fitta rete di gangli. Nel romanzo di Vaccari la stanza è l’involucro di Gregorio, l’universo personale che risponde alle sue esigenze, ma è anche l’ambiente paradigmatico del reality show, l’oggetto che tutti guardano. Dunque la solitudine di Gregorio si trasforma in spettacolarizzazione e anche la stanza assume valore mitopoietico. Altri due romanzi recentemente hanno parlato di stanze: La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza) tratta i giochi di ruolo e tesse gli elogi delle cantine in cui si riunivano questi piccoli gruppi di resistenza culturale, in questo caso la stanza diventa un luogo di incontro – una sorta di TAZ ante litteram – attraverso la libertà del gioco e la resistenza della stanza al discorso ufficiale, per Santoni, è possibile ripensare il ruolo della controcultura. Dunque un luogo di riflessione: come avviene ne La stanza di Therese (Tunué), il romanzo di Francesco D’Isa – adottando una laboriosa forma epistolare – racconta la storia di una ragazza che si rinchiude in una camera d’albergo per ripensare la sua vita e indagare l’esistenza di Dio. La questione metafisica si accompagna al dialogo della protagonista con sua sorella, la stanza ci appare nuovamente come schermo di una dialettica, luogo di connessione che isola e congiunge. La natura ambivalente di tale immagine letteraria – declinata nelle sue varie forme, e dunque capace di stimolare la fantasia degli scrittori italiani – ci indica una sintesi proficua della nostra cultura: il sapere si muove in maniera frammentaria e rizomatica attraverso piattaforme tecnologiche che escludono il fattore umano di socialità fra corpi, condividiamo il simulacro del nostro essere mentre rimaniamo chiusi nella stanza. Il sapere diviene un’astrazione e un bene comune, ma ciò esclude un fattore prettamente emotivo. Come reagisce l’uomo a questa anedonia di ritorno?

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In Morte ai vecchi – opera a quattro mani di Franco Bifo Berardi e Massimilano Geraci, edita per Baldini&Castoldi – si racconta di un presente alternativo in cui L’Inside Corporation, una multinazionale farmaceutica, sta sperimentando un network biocellulare in grado di mettere in connessione le menti fra loro. La retorica della multinazionale è quella della condivisione, della rete come forma di relazione fra le persone, ma in realtà la metafora scopre il gioco che quotidianamente viviamo nella nostra relazione con la tecnologia: interfacciandoci alle macchine ibridiamo le nostre facoltà cognitive, ci uniformiamo alla macchina più di quanto essa aiuti a espandere le nostre categorie («Sullo schermo le parole continuano a mescolarsi, correre, sovrapporsi, cancellarsi»). Nel romanzo il network umano ricalca la sterile dinamica del social network, l’esperienza è perennemente mediata dalla tecnologia, la realtà è onirizzata, afasica, linguisticamente povera, il social network sono le persone stesse. Dal mutato paradigma cognitivo si originano desideri contrastanti: se i giovani sono incapaci di provare emozioni, poiché vivono perennemente in un ecosistema di esperienza mediata – incanalata nella forma dello schermo – gli adulti lottano per allontanare lo spettro della morte. Il feticcio tecnologico suggerisce una vita eterna della coscienza che esula dal confine del corpo, gli anziani ne sono affascinati, intuiscono la possibilità dell’utopia. Per questo si scatena una sorta di guerra intergenerazionale, la lotta fra giovani e vecchi, fra individui anaffettivi e cinici disperati; anche Bifo e Geraci adoperano il tema del complotto per indicare i rischi della tecnologia, l’uso che ne fa il potere per pilotare i desideri del corpo sociale. Una società segmentata e fintamente democratica, in cui il potenziale di liberazione tecnologico è ingabbiato da una struttura economica che vuole solo la ripetizione della disuguaglianza.
La letteratura mondiale riflette sul cambiamento operato dalla contemporaneità, tenta di storicizzare il mutamento delle categorie cognitive e dei valori, sismografa i rischi del trauma epistemologico. La relazione fra corpo e tecnologia – nonché il rinnovato scontro intergenerazionale – viene declinata in chiave impressionista nel recente Zero K di Don DeLillo. Di contro Tom McCarthy in Satin Island tenta la via del memoir fittizio per ragionare sui traumi originati dal sovraccarico di informazione. Geraci, Bifo, Vaccari portano questi temi nella letteratura italiana ibridandoli a una componente sociale nazionale che manca nella letteratura anglofona – per sua natura portata a percepirsi come sineddoche dell’Occidente intero. Schegge di postmodernità si legano ai fantasmi dell’epoca berlusconiana, alle nuove droghe retoriche dei partiti della rete, all’agonismo travestito da meritocrazia del discorso pubblico odierno. È importante leggere e porre l’accento su tali opere per riflettere sulla realtà che abbiamo di fronte tutti i giorni e su cui, per motivi di presunta sopravvivenza, chiudiamo un occhio, spesso anche due.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. legendaletteraria ha detto:

    Grandi spunti di riflessione.

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