Non il cielo, l’infinito in una stanza. Intervista a Francesco D’Isa su “La stanza di Therese”

– Mattia Rutilensi –

Il 20 aprile è uscito per Tunué La stanza di Therese, il nuovo romanzo di Francesco D’Isa. Esordio per l’autore fiorentino con questa collana ma non esordio assoluto, anzi semmai naturale seguito dei suoi lavori precedenti. D’Isa infatti ha al suo attivo già la pubblicazione di un graphic novel (I, Nottetempo) e due romanzi, Anna e Ultimo Piano, rispettivamente usciti per Effequ e Imprimatur. L’autore ha anche una formazione filosofica e artistica e cura il sito di critica artistica L’indiscreto. La stanza di Therese, coerentemente alla formazione di D’Isa, è un libro particolare. Innanzittutto è un romanzo epistolare: le lettere sono quelle scritte dalla protagonista Therese alla sorella, dalla stanza di un albergo in cui la donna si è isolata da ormai nove mesi con un unico fine, riflettere su un problema da cui è ossessionata da tempo: il concetto di infinito e l’esistenza di Dio.

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Quello che sembra un dialogo è in realtà quasi un monologo: la destinataria delle lettere risponde solo tramite annotazioni sugli stessi fogli che rispedisce alla mittente. Dunque c’è sì una controparte, ma dalla presenza poco vigorosa, che non argina il flusso del ragionamento e si limita a porre piccoli dubbi. Piccoli, ma seminali: il discorso che Therese mette in atto attrae come il canto delle sirene e il lettore sarebbe portato a parteggiare completamente per lei, se non fosse per le osservazioni, fredde quasi fino al cinismo, che la sorella appone ai “deliri” della protagonista.

Il punto di forza del romanzo sta, di fatto, nella relazione tra testo e immagini. Fin dalla copertina, queste ultime costellano tutto lo scritto ed entrano in una relazione particolare con la parola. Si tratta per la maggior parte di illustrazioni didascaliche, schemi che esplicano i ragionamenti di Therese o riproduzioni degli oggetti o delle persone menzionati lungo le pagine. Ad esempio: una serie di cerchi concentrici per esemplificare una teoria sulla separazione tra la coscienza e il mondo; un diagramma che rappresenta il paradosso di Zenone, citato dalla protagonista; o ancora il vestito che Therese indossa nel momento in cui scrive la lettera o la planimetria della stanza. L’apparato grafico segue ogni rivolo del testo e il pensiero ossessivo di Therese, rivolto all’infinito, in realtà si rispecchia in un’attenzione per i minimi dettagli. Il libro è una riproduzione anastatica del carteggio, con tanto di ritagli dai volumi consultati e macchie di caffè sul foglio.

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Ho avuto modo di proseguire questo ragionamento direttamente con l’autore del romanzo, a Firenze, in occasione della prima presentazione pubblica del libro (il 20 aprile, nei locali della Cité – Libreria Caffè).

***

Vorrei fare con te un gioco simile a quello che nel libro Therese fa con la sorella: ti proporrò delle citazioni e poi da lì partiremo per sviluppare il discorso.
«La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dal poco che gli basta per staccarsi dalla città pur continuando a tenerla d’occhio» (Italo Calvino). Quanto è forte secondo te Therese nella sua determinazione eremitica, considerato che comunque tiene contatti con il mondo esterno – scrive alla sorella e parla con la madre?

Questo riuscire a ritirarsi pur mantenendo i contatti potrebbe essere il desiderio principale di Therese. Penso che sia il sogno di ogni eremita, riuscire a ritirarsi in qualunque momento, in qualunque istante. Ci riuscivano forse solo i soldati giapponesi che durante la seconda guerra mondiale si mettevano a meditare tra le bombe. Di certo a lei piacerebbe avere una tale forza meditativa.

«La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità» (Antonio Tabucchi). Come in Tabucchi, nel tuo romanzo c’è un bilanciamento ideale tra filosofia e letteratura. Come hai lavorato per ottenere questo equilibrio? Hai mai avuto l’impressione che l’elucubrazione filosofica a volte fosse troppo densa? O che, al contrario, quando Therese parla del suo incidente, o quando rievoca i ricordi da bambina, questo distogliesse dall’attenzione verso il ragionamento?

Dal punto di vista tecnico è stata la cosa più difficile in assoluto, e anche quella in cui l’editing e i suggerimenti dei lettori mi hanno aiutato più di tutti. Perché io ero più interessato alla parte filosofica che a quella narrativa e per questo l’equilibrio interno mi pareva difficile da raggiungere. In realtà questo stratagemma l’ho copiato da Kierkegaard che in tutti i suoi libri tirava in ballo voci di personaggi inventati, spesso contraddittori. Secondo me questo è un ottimo modo per affrontare la filosofia, vederle come una serie di contraddizioni connesse.

«C’è del metodo nella sua follia». È in Amleto, lo dice Polonio di Amleto stesso. l Succede qualcosa di interessante nel tuo libro: il lettore rimane affascinato dai ragionamenti di Therese pur riuscendo a mantenere la prospettiva dei “sani”, grazie agli appunti della sorella. Come hai fatto tu a rimanere “sano” – se ci sei riuscito? Cos’è stato per te scrivere questo libro, al di là del metodo di lavorazione, quanto ti ha coinvolto?

Mi ha coinvolto tantissimo. Ero folle quasi quanto Therese, se non di più, anche se facevo cose meno strane nel mondo esterno: non mi sono rinchiuso in albergo né ho lasciato il lavoro. Quello che si dice in Amleto, e che è implicito nella tua domanda, lo trovo spesso una questione di prospettiva. Therese sta facendo dei ragionamenti sensati. Vista dall’esterno è completamente pazza, ovvio, ma molte delle cose che facciamo tutti i giorni viste dall’esterno sono da pazzi completi. In un’altra intervista mi hanno chiesto una cosa simile e mi è venuto in mente per qualche strano motivo l’esempio di un controllore dell’autobus. Se io non so cosa sta facendo e lo vedo chiedere pezzi di carta alle persone, mi sembra uno psicopatico, se invece sono dall’interno e so cos’è mi appare meno strano. È lo stesso per Therese…

Si tratta quindi di una questione relazionale. Le relazioni che noi stabiliamo con le altre persone ma anche le relazioni che diamo ai comportamenti per trovare un senso all’esistere. E mi sembra che tutto il libro sia un’opera di relazione per Therese, dalla relazione con la sorella a quelle passate con i fidanzati, alla struttura del suo ragionamento filosofico stesso, che delle relazioni fa la base. Un’altra delle relazioni importanti è quella tra parole e immagini. E siccome il tuo editor Vanni Santoni durante la presentazione ha dichiarato che si può apparentare questo libro ad un graphic novel, a me è venuta in mente la definizione di Scott McCloud, che prova a definire il fumetto così: «Immagini e altre figure, giustapposte in una deliberata sequenza con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore». La sua è una definizione che mette l’accento sulle immagini. Mentre in Therese, se pur come hai dichiarato, proprio durante la presentazione, «togliere le immagini sarebbe come togliere la punteggiatura», io vedo una forma più simile a quella di un romanzo illustrato o addirittura per certi versi ad un manuale.

C’è sicuramente una sproporzione, c’è più testo che immagine ma l’immagine è indispensabile, è una parte di testo. Sono d’accordo comunque, è più un romanzo illustrato che un graphic novel.
La questione delle relazioni invece è assolutamente centrale. La teoria di Therese parte dall’assunto che tutto è solo se è in relazione, il che poi è anche un assunto della filosofia buddista quindi ha discendenze antiche. Ciò la porta a conseguenze che non ci sono nel buddismo ma che valgono per lei. Ovviamente essendo questa l’impronta di tutto il libro, le relazioni la giocano un po’ su tutto tra cui la relazione tra testo e immagine, tra le figure, tra parola e cancellatura.

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A proposito di cancellature, tutti i nomi di luoghi sono cancellati ma se ne salvano alcuni. Ad esempio ci sono Lisbona e Parigi, che però appaiono come menzogne che Therese racconta alla madre, e Londra e Roma che invece sono luoghi che fanno parte del passato “reale” dei personaggi e che non vengono cancellati. Perché quest’eccezione?

Mettendomi nei panni della sorella, ho cancellato solo ciò che rimandava a qualcosa di privato, tutti i nomi propri e quelli che riconducevano al luogo di origine di Therese. I ricordi quindi si potevano tenere, ma l’indirizzo andava cancellato.

D’altronde è logico che in un libro sull’infinito abbia poca importanza il particolare.

Sì esatto, quello era lo scopo di tutte le cancellature. Tutti i nomi particolari sono come variabili in un linguaggio logico e infatti non hanno alcuna importanza.

Se volessimo continuare il paragone di Therese come mistica,penso che alcune delle immagini del libro che appaiono all’improvviso, come ad esempio il vestito che lei indossava oppure i ragni, possano essere paragonate in senso lato alle visioni degli eremiti.

Quelle immagini dei ragni sono di Ernst Haeckel, uno zoologo che ha pubblicato un libro sulle forme della natura. E seguono l’ordine dei ragionamenti di Therese.

E come hai scelto quali rielaborare e quali no?

Non c’è stato un ordine preciso, era un processo artistico. È un po’ come se mi chiedessi perché hai scritto questo paragrafo e non l’altro, non saprei risponderti.


Mattia Rutilensi ha scritto articoli e racconti per Riot Van, Concretamente Sassuolo, 404 – File Not Found, Lezère. Ama intervistare persone interessanti e leggere un po’ di tutto, anche solo per poterne poi scrivere. Si è laureato in Italianistica con una tesi su Abbiamo le prove.

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