[Quella Brutta China] Beckett dice le parolacce: sugli scarabocchi di Maicol&Mirco

 – Giovanni Bitetto –

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Al di là della retorica che magnifica la rete come la panacea di tutti i mali della democrazia – o al contrario la denigra come il Far West della cattiveria rosicona – è chiaro che un mezzo così pervasivo e con un linguaggio così mutevole (pur rimanendo codificato) possa aiutare un altro medium cangiante e iconoclasta per definizione: quello del fumetto. I social hanno propiziato la fortunata parabola di Maicol&Mirco – entità bicefala dietro cui si nasconde il sanbenedettese Michael Rocchetti – che dalle torme di like su Facebook è passato a pubblicare le sue vignette per Linus e Rolling Stone, approdando all’editoria con i volumi editi da Bao Publishing.

Il successo delle vignette di Maicol&Mirco è stato decretato da alcuni elementi peculiari: in primis la forma e il linguaggio. Trattandosi di vignette autoconclusive – dunque di sketch dalla fruizione immediata – si prestano facilmente alle dinamiche virali dei social, lo scarto fra le vignette e i meme è semplicemente linguistico: le vignette incarnano un poetica coesa (di cui si parlerà a breve), mentre i meme in genere si configurano come contenuti più variegati e di natura episodica; tuttavia il contenuto informativo – inteso come tempo speso nel decifrare l’immagine e cogliere l’ironia – è pressoché identico in entrambe le forme. L’ironia delle vignette si basa sull’estetica minimalista – che ricorda il tratto iconoclasta dell’estetica punk ma anche la libertà di vincoli dello scarabocchio infantile (non per niente le vignette vengono chiamate proprio in questo modo) – ma soprattutto sul linguaggio cinico e politicamente scorretto.

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Il lavoro di sottrazione dal punto di vista grafico sposta il focus sulla componente linguistica: l’ironia è tutta nel procedimento di détournement al fulmicotone dei capisaldi della morale dominante. Per questo negli scarabocchi si parla in modo scanzonato di suicidi, assassini, incesti e ogni altro tabù che – trattato in maniera farsesca, dunque astratto e stigmatizzato a forma essenziale grafica e linguistica – si trasforma in un proiettile nell’armamentario comico dell’autore. Ovviamente il cinismo è lo strato più esterno del processo satirico, all’interno della poetica di Maicol&Mirco possiamo ritrovare le reminiscenze di secoli di filosofia, anch’essi sminuzzati e compattati in una brodaglia organica pronta a concimare il territorio del non-senso.

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L’esistenzialismo nelle sue forme più estreme sembra il candidato principale ad assurgere il ruolo di referente letterario degli scarabocchi. Nei personaggi esangui di Maicol&Mirco si dispiega in forma dialogica l’amara brillantezza di Emil Cioran. Il filosofo rumeno riguardo l’ironia scriveva: «Al culmine della disperazione, solo la passione dell’assurdo può rischiarare di una luce demoniaca il caos. Quando tutti gli ideali correnti – di ordine morale, estetico, religioso, sociale, ecc. – non sanno più imprimere alla vita una direzione né trovarvi una finalità, come salvarla ancora dal nulla? Vi si può riuscire solo aggrappandosi all’assurdo, all’inutilità assoluta, a qualcosa, cioè, che non ha alcuna consistenza, ma la cui finzione può creare un’illusione di vita». L’attitudine di Maicol&Mirco è più inconsapevole – soprattutto più improntata al riso – tuttavia permane quel sentimento di riscatto, di catarsi ideale da una realtà assurda e pervasiva.

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Altro – supposto – termine di paragone è riscontrabile nella poetica di Samuel Beckett. Sin dal confuso segno grafico gli ominidi del fumettista (punk ricoperti di borchie come porcospini, bambini dalla testa enorme, vecchi dal naso spropositato, esseri che agitano fiori appassiti) ricordano i personaggi esangui e i clochard metafisici dell’autore irlandese. L’atteggiamento minoritario nei confronti dell’esistenza e la refrattarietà a uniformarsi a un ordine di senso condiviso acuiscono la sensazione di trovarsi dalle parti dell’incomunicabilità di Beckett. Negli scarabocchi un gesto compiuto sovente – percepito come liberatorio – vede il personaggio di turno puntarsi una pistola alla testa per poi premere il grilletto. La forma plastica dell’azione ricorda la meccanica corporea reiterata del teatro di Beckett, quella componente slapstick individuata anche da Gianni Celati nel suo saggio sull’irlandese (in Finzioni Occidentali).

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Eppure il relativismo di Maicol&Mirco non si gioca furbescamente sulle sponde di un facile quanto patinato nichilismo – forma troppo abusata dai linguaggi della società moderna per risultare ficcante come nelle intenzioni di Rocchetti. La catarsi innescata dagli scarabocchi approda a un sentimento di comunione con il lettore, una “social catena” declinata nello sguardo disincantato dell’autore che comunica il sentimento di impasse generalizzato, la fraternità fra lettore e scrivente al cospetto dell’assurdità della vita.

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Il papà di Dio presenta tutti gli elementi degli scarabocchi, ma li raffredda sulle quinte di un teatrino metafisico. Il corposo volume – circa 900 pagine – si compone di tavole dal tratto ridotto all’osso: i personaggi di Maicol&Mirco campeggiano come titani in ambienti perlopiù composti da sfondi neri, bianchi, rossi; la materia cartacea restituisce con maggior forza l’effetto di astrazione metafisica che intuiamo dagli scarabocchi online. Tanto più che in un buon numero di tavole i personaggi sono assenti dalla scena o parlano da un altrove che va oltre la pagina: insomma il vuoto metaforico domina come mai prima d’ora. Eppure ancora una volta è necessario far notare il rovescio della medaglia: scorrendo le pagine in sequenza possiamo vedere i personaggi muoversi, prendere vita, l’effetto cinematico ci restituisce quella componente ludica ineliminabile nel fumetto.

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La storia ha come protagonista il papà di Dio che ha proibito al figlio di creare, nella trama sfilacciata e minimale rientrano anche il Diavolo – quasi da “aiutante” o suggeritore di Dio – e il fratello del papà di Dio, un primo Dio che, non avendo voglia di esercitare la professione, ha lasciato il posto al fratello. Rocchetti riduce dunque – attraverso una storia dall’assurdo massimalismo – la religione a mero sberleffo. La metafisica e la filosofia si colorano delle beghe quotidiane di un gruppo di personaggi spiantati quanto nevrotici, delle divinità sotto pressione, capricciose, pronte ad abiurare qualsiasi progetto a fronte del desiderio del momento. Sono divinità che hanno la forma, come da personale codifica dell’autore, del triangolo, della palla, del demonietto cornuto (ma sempre senza tratti facciali, perché in fin dei conti i personaggi di Rocchetti sono delle monadi, simboli vuoti che spernacchiano per bocca dell’umanità intera), insomma delle miniature iconoclaste ma toccanti nella loro fragilità. In effetti la loro debolezza – le refrattarietà con cui si approcciano al loro compito di creatori – ricapitola le insicurezze del lettore: l’autore ritrae divinità ‘umane’ non per sbeffeggiare icasticamente la morale dominante (giacché quello è il terreno di partenza, lo sfondo monocolore è già assenza di valori) ma piuttosto per allegorizzare un rapporto uomo-mondo che si è fatto frattura insanabile. Non vi più è nessuna gerarchia a guidare l’occhio che scorre sulla pagina, nessuna teodicea che possa spiegare l’agire di queste divinità, non rimane che appellarsi al già citato esistenzialismo beckettiano, al buon senso che esula dal senso comune, alla battuta a volte amara a volte esaltante, ma in ogni caso catartica.

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Lo scarto fra gli scarabocchi e Il papà di Dio sta nell’ambizione di espandere l’umanissimo relativismo al di fuori del contesto autoconclusivo delle scenette, per farlo si punta direttamente al mondo superno, al Dio vessato dal conflitto familiare, come un qualsiasi adolescente. Ecco che il Creatore si disperde in una molteplicità di ruoli e legami familiari, si dissolve nelle colpe addossate ad altri, nella fuga perenne. Maicol&Mirco prende atto della dissoluzione e orchestra un’ironia che fa da ponte, un universo linguistico in cui la battuta possiede le proprietà del senso e del non-senso e dà l’illusione di essere un approdo sicuro. Che tali considerazioni avvengano consciamente nella mente dell’autore o siano solo supposizioni dello scrivente – o di qualsiasi altro lettore che ha la propria teoria sull’operato di Rocchetti – poco importa: il sarcasmo agrodolce di Maicol&Mirco in qualche modo riesce sempre a strappare un sorriso dal significato molteplice.

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Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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