Su ‘Una Storia Nera’ di Antonella Lattanzi

– Maddalena Vatti –

Il 28 marzo è uscito per Mondadori l’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi.
Una storia nera è un noir la cui trama si dipana attorcigliandosi sull’omicidio di Vito Semeraro, uomo a cui tutti gli altri personaggi, per la maggior parte donne, sono legati. Principali figure della storia sono l’ex moglie Carla ed i tre figli Nicola, Rosa e Mara; l’altra donna, l’amante Michela, con la figlia adolescente Paola; e Mimma, sorella maggiore di Vito.
Non ci si deve addentrare molto nel romanzo per venire a sapere che Vito è stato un uomo violento che ha abusato della moglie per trent’anni, regolarmente e spesso di fronte ai loro figli. Sono passati due anni da quando Carla ha chiesto la separazione. I due non si vedono più e Carla frequenta un altro uomo, Manuel.
In occasione del terzo compleanno di Mara, la più piccola dei tre, la famiglia Semeraro si riunisce. È un ritrovo intimo, solo per loro cinque, e all’apparenza senza nuvole all’orizzonte. Le tracce di Vito però si perdono qui, e a questa notte si tornerà per tutto il romanzo, cercando di capire cosa successe, chi era presente, chi vide cosa e perché si tace.
Siamo nel mezzo di un’estate romana, forse la più calda di tutti i tempi, e fra le strade della periferia di Roma i figli, le mogli, le amanti e le sorelle, come colti da uno spleen collettivo si consumano alla ricerca di Vito, fino a che la polizia non ne ritrova il corpo, abbandonato in una discarica nei pressi di Ostia, e ormai già sfigurato dai gabbiani.
Tutta la seconda parte del romanzo segue i passi che la giustizia compie verso lo svelamento del mistero. Inizialmente è un lungo interrogatorio che, separatamente, indaga gli alibi delle due maggiori sospettate, Carla e Milena. Ma è Carla a confessare quasi subito la sua colpevolezza.
Il resto di Una storia nera è il lungo ed estenuante processo a Carla, fra un’accusa che la vuole colpevole per premeditazione assieme al compagno Manuel, ed una difesa che invoca il movente di legittima difesa. Nel tribunale di Roma, Lattanzi allestisce un teatro umano in cui tutti i personaggi, essendo chiamati a testimoniare, combattono fra l’irrazionale dolore di una tragedia privata e il contegno ostentato di fronte al pubblico ufficio.
Uno degli elementi più straordinari di questo romanzo è l’affresco di donne dipinto dall’autrice. Usando Vito come spin del contenuto narrativo ed emozionale del testo, Lattanzi si sofferma ad analizzare uno spettro della femminilità indagato attraverso il ruolo che ogni donna ha occupato nella relazione con Vito: es. la sorella maggiore, la moglie e ‘l’altra donna’, la figlia di sangue e quella illegittima.
In quest’affresco, la moglie vittima di abusi diventa anche una bambina piccola e quasi figlia fra le mani di un uomo che si comporta da padre severo e geloso; una figlia adolescente assume sempre di più i tratti della vedova affranta, mentre la sorella piange il fratello morto come lo piangerebbe una madre.
Una storia nera ritrae così un mondo piccolo e familiare in cui le donne sono portate a prendere su di sé quelle responsabilità affettive che coincidono col ruolo che esse occupano all’interno della famiglia. In modo particolare, Lattanzi ci mostra come il più alto grado di responsabilità queste donne lo sentano per i doveri che esse hanno verso gli uomini, siano essi padri, mariti o fratelli. Nel crollo della figura maschile che genera un immediato riassestamento di ruoli nell’universo femminile che la circonda, si percepisce la dipendenza dolorosa che lega il ruolo della donna a quello dell’uomo. Qui il romanzo delicatamente tocca un nervo scoperto: quel legame stretto e soffocante fra femminilità, famiglia e identità all’interno della cultura italiana.
Lattanzi rinuncia alla retorica di un dualismo fra uomini cattivi e donne vittime della loro violenza. Infatti la grande mossa di questo romanzo è che il cattivo della storia muore prima che la storia inizi.
Allora perché si respira ancora un senso di profonda ingiustizia? Rimangono i vivi a e da giudicare, rimane la rete di un male più sottile da dipanare.
Sfumando preconcetti su colpa e responsabilità attraverso una tensione costante fra legge pubblica e giustizia privata, Una storia nera forza il lettore a porsi domande difficili sul ‘giusto’ comportamento delle istituzioni e dei singoli privati di fronte all’omicidio. Al centro di questo romanzo sta la grande questione eternamente dibattuta sin dalla nascita del tragico, che l’autrice affronta suggerendo che la linea fra vittima e carnefice talvolta sbiadisce dissolvendosi.

Lattanzi scrive che ‘tutti quanti sono il mostro e la persona, tuttavia dietro il mostro c’è sempre la persona’. Ma se è vero che dietro il mostro c’è sempre la persona, come stabilire dove finisce l’uno e inizia l’altro, e come assolvere la persona e condannare il mostro? Rinunciando così a puntare il dito contro il mostro, Una storia nera invita a ripensare la materia controversa del male e della violenza, tendendo l’impasse morale del lettore fino al punto di esasperazione ultima in cui è impossibile determinare chi faccia violenza a chi, e quali siano le ragioni che lo muovono.
Sebbene il romanzo si lasci leggere tutto d’un fiato come spesso si fa con un giallo, Una storia nera non rinuncia ad addentarsi nella complessa psicologia dei propri personaggi, dei quali si lasciano sempre intravedere sia le luci che le ombre, in un chiaroscuro che fa dell’ambiguità il valore aggiunto di questo romanzo anti-retorico. E poi, come nei migliori noir, ci sono i risvolti, i colpi di scena e le rivelazioni, che contribuiscono a mettere il lettore nella condizione di dover rivedere costantemente non solo le proprie posizioni morali ma anche le sue ipotesi narrative.
Infatti, come è possibile che la vita dell’uomo violento possa trasfigurarsi nell’esistenza di un martire, punito ingiustamente da una moglie cattiva? Eppure l’urlo d’amore viscerale di Mimma chiede vendetta per il fratello ucciso, invocando una giustizia le cui radici sono affettive, e che si perdono negli occhi di una sorella cieca per devozione familiare. Eppure, sono la stessa moglie violentata ed i figli testimoni che assolvono e giustificano, perché c’è sempre una metà della mela che ancora non è marcia.
Eppure, però, c’è l’atto al centro della storia, quello che forse non giustifica. E’ la violenza condannata dall’omicidio attorno a cui il romanzo ruota, l’omicidio che muove la macchina giudiziaria e sconvolge le vite dei personaggi, ma del quale la disamina esatta rimane sempre nascosta, impigliata in un fondale di narrazioni apocrife. Giocando con la morbosità della cronaca nera, Lattanzi mostra la facilità con la quale ‘un caso’ diventa ‘il fenomeno’, ‘un imputato’, ‘il mostro’. Se questo romanzo fosse una tragedia, i media sarebbero il coro.
Così la colpevolezza di Carla ha mille portavoce, mentre a difenderla è il silenzio, protratto dall’imputata fino all’ultimo, struggente monologo in aula. Nel suo silenzio Carla ricorda l’imputato de Lo Straniero di Camus, parlato da tutti gli altri personaggi, dal PM dell’accusa, dall’avvocato della difesa e dai giornali, ma che fino alla fine si astiene dal proferir parola. Così i media chiamano Carla ‘la grande assente’, colei che è dappertutto ma che comunque tace. Eppure nel silenzio di Carla non c’è omertà, ma grazia, dignità e forza. Eppure Carla, alla fine, parla.
E’ interessante che le uniche a comprendere l’atteggiamento muto di Carla siano le donne del carcere presso cui Carla è detenuta durante il processo. Queste, proprio in virtù del suo tacere, le dimostrano il più alto grado di rispetto, si fanno quiete anche loro quando Carla le passa di fianco, le mostrano, senza parlare, sostengo e comprensione. Qui Lattanzi dimostra l’abilità di una scrittura insieme delicata e impietosamente cruda nei suoi ritratti femminili, dipingendo il carcere come l’unico luogo in cui può esistere ancora un sentimento come la compassione, fra donne che la Legge ha abbandonato alle loro tragedie private.
Una storia nera è un romanzo potente il cui patetismo è sempre controbilanciato dalla visione lucida dell’autrice. Non c’è dubbio che sia all’altezza dell’hype letterario che lo circonda


Maddalena Vatti è la prova vivente che si può sopravvivere a Londra. Dopo aver studiato Lettere Moderne all’Università di Bologna e Comparative Literature a UCL, adesso lavora freelance per la casa editrice Granta Books e scrive di food & popular culture sulla sua rivista www.drunched.com.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...