[Quella Brutta China] L’Unità è un trauma grottesco: su Il grande sgarbo di Stefano Cardoselli

 – Giovanni Bitetto –

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Stefano Cardoselli è un fumettista italiano più noto all’estero che in patria: disegnatore di lungo corso, nel suo curriculum annovera pubblicazioni per molteplici case editrici come Cold Blooded Chillers, Resolution Comics, Thirsty Shadow, 407 Studios, Chimaera studios o Broken Trees e tavole che sono apparse su Heavy Metal – la controparte americana della prestigiosa rivista Mètal Hurlant. A ravvivare l’attenzione su questo interessante fumettista ci ha pensato Effequ pubblicando Il grande sgarbo, ultima eversiva fatica di Cardoselli. Sin dall’introduzione ci vengo fornite le coordinate interpretative dell’opera:

In Italia il Risorgimento è sacro. È il nostro mito fondativo: non puoi raccontarlo se non in termini agiografici. È stato anche oggetto di satira feroce, ma è sempre quel tipo di invettiva che si riserva alla sfera del sacro. Qui invece il Risorgimento è solo uno degli ingredienti, un terreno fertile dove le storie si intersecano e si dipanano senza alcuna reverenza. Il sangue non è quello degli Eroi, è sangue e basta. E le parabole che compiono i personaggi sono, passatemi il termine, squisitamente punk.

Non vi sarà dunque nessun intento pedagogico nelle vicende disegnate da Cardoselli, bisognerà procedere a tentoni per seguire il peregrinare di Ferdinando Ragozzino – burocrate del Regno delle Due Sicilie – che decide di uccidere Garibaldi.

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Sì avete capito bene: l’uccisione di Giuseppe Garibaldi sull’Aspromonte costituisce il prologo di quest’opera originale. L’ucronia di Cardoselli germoglia dalle vicende dell’Unità d’Italia e si struttura come un universo caotico, in cui si mischiano spettacolarità gore e fascinazioni gotiche. Scopriremo che Ferdinando Ragozzino è un signore locale messo in crisi dall’avanzata delle forze garibaldine perché capisce che l’evento rappresenta il trapasso del suo mondo. Dietro di lui una cospirazione ecclesiastica ordita dall’intransigente sorella Marcella Ragozzino – una sorta di femme fatale da convento, una monaca di Monza dal ghigno in penombra (il gioco di Cardoselli è scoperto: attingere dai segni della storia ufficiale per invertirne la polarità) – lo utilizza come ultima pedina del piano per bloccare l’Unità.

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Il tratto dell’autore – tagliente e minimalista, quasi da fanzine autoprodotta – traccia le spigolosità di personaggi in chiaroscuro e sempre sopra le righe, volti dallo sguardo allucinato sul punto di esplodere o maschere dal ghigno grottesco. Sono le espressioni di chi si perde nel torchio della Storia, sono le reminiscenze del gotico fantastico di un Meridione visto come frontiera, Ragozzino si presenta come un cavaliere solitario, un Django incattivito (d’altronde la sua arma d’elezione è la pistola), la sua missione parte dall’immaginario del Castello di Otranto fino a schiantarsi in un’orgia di riferimenti pulp e sequenze splatter: non mancano gli arti esplosi o le gragnuole di proiettili.

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A commentare l’andamento forsennato della storia vi è un impianto didascalico-narrativo che rimodella l’italiano ottocentesco in una sorta di birignao landolfiano: l’eloquio forbito contrasta i dialoghi al fulmicotone. La questione linguistica è di primaria importanza: se l’italiano manzoniano rappresenta un elemento fondamentale del Risorgimento, negarlo attraverso la parodia è un atto iconoclasta, una dinamica che replica a livello linguistico ciò che avviene sul piano visivo. Allo stesso modo la wasteland dell’Italia meridionale – tutta conventi e spazi aperti – rivisita in una chiave più cruda la Lombardia dei Promessi Sposi. La sensazione è che si sta assistendo a un mondo movie in cui vengono messe alla berlina le idee e le azioni di un momento storico traumatico, l’esotismo analizzato – sulla pagina come fosse uno schermo cinematografico – non è quello degli animali: la furia animalesca risiede già negli uomini, nelle istituzioni, nei valori che sorreggono la società. Il taglio del fumetto – che predilige i primi pianti e la molteplicità dei punti di vista, soprattutto nelle sequenza d’azione – intensifica la componente rocambolesca della vicenda.

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Benché l’opera di Cardoselli di tenga ben lontano dall’imbastire una riflessione politica organica, la scelta del tema e la volontà di declinarlo nel modo più eversivo possibile evidenzia un intento preciso: andare al di là della storiografia ufficiale, rielaborare con la cultura fumettistica – ovvero con gli strumenti di un’ermeneutica sghemba – il trauma non ancora sviscerato di un’Italia divisa dall’interno. Il folle microcosmo meridionale di Cardoselli prende le mosse dal presupposto che l’Unità è stato un progetto calato dall’alto, un disegno livellatore portato a termine con metodi coloniali. Lo spazio del romanzo grafico si organizza come sberleffo – o sgarbo, come da titolo – in primis verso una Storia che non ammette alternative: la possibilità di deviare le vicende storiche è nelle mani di un folle, come nella mano del fumettista vi è la matita che immagina mondi fantastici in cui ritrovare echi della realtà che li ha prodotti. E come nel caso di Sergente Romano il modo migliore per spezzare le maglie del discorso ufficiale è dare vita a personaggi furfanteschi, perché la vita in tutte le sue forme – anche quelle meno eticamente corrette – esorcizza il pericolo della sclerotizzazione. Stefano Cardoselli è riuscito nell’intento di risultare ironico, cinico, originale e portare l’arte del fumetto al suo apice: trasfigurare la realtà sulla pagina, dare la possibilità al lettore di pensare nell’ambito dell’immagine.

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Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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