[Quella Brutta China] L’immagine inafferrabile: il perturbante in Panter di Brecht Evens

   – Chiara Impellizzeri –

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La piccola Christine vive da sola in una grande casa, insieme al suo papà e alla gatta Lucy. Quando la nostra storia incomincia Lucy è ammalata; il papà la porta dal veterinario e torna con il gattino in un sacchetto – sacchetto che verrà messo nel freezer in attesa di degna sepoltura. Al ritorno da scuola Christine, sconvolta dalla morte dell’animaletto, corre a chiudersi in camera piangendo. Mentre singhiozza sola nel letto, circondata dai suoi giocattoli, ecco che dal cassetto del comò comincia sentire un tonfo, poi un toc toc, come di qualcuno che domandasse permesso. Infine il cassetto si spalanca magicamente e da un vaporoso fumo giallo-dorato si materializza, ruggendo, una maestosa e coloratissima pantera, con i minacciosi occhi sbarrati, i denti aguzzi e un elegante cravattino.
L’animale annusa l’aria attorno, feroce, poi posa i suoi occhi sulla bambina, si rizza in piedi e con fare improvvisamente gentile e compunto domanda: «Oh, sei forse tu la bambina che ho sentito piangere?».
Inizia così l’amicizia della piccola Christine con Panter, favoloso principe di Panterland, venuto a consolarla dalla tristezza. Personaggio istrionico e solare, dai modi aristocratici e raffinati, Panter riesce subito a affascinare Christine: le fa il baciamano e l’inchino, le mostra piccole magie, inventa giochi che fanno ridere la bambina, l’incanta con i suoi racconti sul magico reame di Panterland.

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Come ‘amichetto immaginario’, Panter è grande e grosso, fuma la pipa, si atteggia a «uomo di mondo»: in lui riconosciamo intuitivamente non tanto coetaneo della bambina, ma un adulto amorevole e protettivo, un po’ goffo e ciarlatano. Questo rapporto adulto-bambino è ben chiaro sin dalle prime scene, nelle quali Panter descrive tutte le creature fantastiche del suo regno: sirene, maghi, cavalli che giocano a scacchi… La pantera, meno creativa di Christine, accoglie nel suo racconto tutti i suggerimenti della piccola, ma si diverte goffamente a introdurre dettagli inquietanti e spaventosi, come i terribili Meatmen (uomini di carne che acchiappano le prede e gli rivoltano la pelle di dosso), salvo poi consolare la bambina terrorizzata e vedersi costretto a riscrivere il racconto.

«Dai, Christine, non piangere. Ops, ho detto che ti rivoltano la pelle ? Volevo direi i vestiti! Ti rivoltano i vestiti!»
«E non son fatti di carne !»
«Oh, ho detto fatti di carne? Volevo dire legumi… Sono uomini fatti di legumi… Scusa, ho sbagliato, è che non parlo bene la vostra lingua…».

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Insomma, l’altalena emotiva è assicurata – e si sa che l’altalena è uno dei giochi preferiti dell’infanzia, terrore e gioia dello spingersi sempre più in alto solo per tornare indietro su un terreno sicuro. Panter è divertentissimo, affascinante, è un piacere anche per il lettore starlo a ‘sentire’ e guardarlo mutare continuamente forme, vestiti, facce. In ogni singola scena Brecht Evens sfoggia una creativa gamma di colori, cambiando sottilmente i modi in cui l’animale è rappresentato e, persino, l’appartenenza tassonomica del felino: a tratti la pantera si fa gatto, leopardo, lince, iena, e infine di nuovo pantera – pur mantenendo per il lettore una sostanziale uniformità dello stile e identità del personaggio.
La piccola Christine ogni notte si addormenta sotto la sua amorevole sorveglianza dall’amorevole, la stanza invasa da disegni di bellissime forme della fantasia e dei sogni.

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Dal punto di vista grafico, in Panter il testo è diviso in capitoli titolati, ma non possiede didascalie. Non abbiamo una scansione precisa delle vignette in riquadri, ma sulla pagina bianca, senza delimitazioni e come in uno sketchbook, si susseguono le figurine dei personaggi. A pagine in cui le strisce si affiancano fittamente si alternano pagine bianchissime con una sola piccola scena o un solo oggetto disegnato ai bordi, e pagine all’opposto dominate dall’horror vacui, che esplodono di colori e figure psichedeliche (brandelli di oggetti, figure fantastiche, gambe, cavalli, farfalle, funghi), senza una sola traccia di bianco. Allo stesso modo non esistono i baloon: quando i personaggi parlano le parole li accompagnano come parte del disegno. Il font delle battute non è convenzionale, e alle parole di ogni personaggio è attribuito un colore (rosso scuro per Christine, blu per il padre, viola per l’orsetto); la pantera però è la sola ad avere tanto un colore personale (verde o nero) che un font proprio, un elegante corsivo che dona un ulteriore potere ammaliante alle storie che ‘escono’ dalla sua bocca.

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Per quanto riguarda la tinta dei colori, i pochi momenti raffigurati nel mondo quotidiano (la cena con il papà, il pomeriggio in cortile) sono inquadrati da una monotonia bicroma rosso-blu che permette di far risaltare la straordinarietà delle scene con Panter. In queste ultime troviamo, al contrario, di preferenza acquerelli delicati, dove predominano sfumature chiare di giallo, verde, azzurro e rosa, in una palette allegra e armoniosa. Se le pagine più ‘bianche’ contribuiscono a creare un effetto di sospensione incantata, di semplicità e leggerezza aerea, che ben si sposa con la delicata fantasia infantile che stiamo leggendo, le pagine più esplosive restituiscono gli eccessi dell’entusiasmo e dell’immaginazione infantile, in una gioia feroce. Colori e disegni, movimenti tra una pagina e l’altra e tra una scena e l’altra, tutto contribuisce a coinvolgere e raccontare al lettore ancor più delle parole scritte.

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Eppure già dopo poche pagine,il lettore comincia a rendersi conto che qualcosa non torna. Come quelle morbose immaginazioni che Panter non riesce a fare a meno di inserire nelle sue storie, rovinando le fantasie di Christine, qualcosa suona distorto nel fumetto che abbiamo tra le mani. Panter, simpatico e ciarlatano, comincia ad apparire anche come vagamente manipolatore, isola Christine dal resto dei suoi giocattoli, fino a far scomparire Gonzo, il suo orsetto preferito. Quando Gonzo riappare, uscendo dallo stesso cassetto del comò, sostiene di esser stato in visita a Panterland: ma il suo aspetto è mutato, ha un sorriso inquietante e denti aguzzi, è volgare in modo inappropriato per un peluche. Trascina infine con sé altri ‘amici’ (una scimmietta in smoking, una giraffa senza volto) che ben presto cominceranno a comportarsi in modo brutale e, nonostante le proteste di Panter, aggrediranno la bambina sul tavolino della cameretta, dove stavano simulando un the con biscotti, strappandole i vestiti di dosso.

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La fantasia alla quale il lettore stava assistendo si rovescia dunque a poco a poco in qualcosa di inafferrabile: cosa abbiamo appena letto? È tutto un incubo crudele e insensato? È la storia di una bambina che viene abusata dai suoi amichetti immaginari? È il racconto di uno stupro reale – ma descritto nella prospettiva immaginifica di un bambino che rimuove e si aliena dai fatti? È una trasposizione violenta e metaforica del tradimento della fiducia di un bambino da parte degli adulti – dalla gattina, portata dal veterinario e fatta sopprimere, alla più cupa violenza finale?  Il lettore è costretto a voltare indietro le pagine per realizzare ciò che, probabilmente, ha percepito solo sotto traccia fino a un certo punto: i mille volti e gli occhi sgranati di Panter, la lingua di fuori e i denti aguzzi, la violenza, subito placata, di certe scene, la lascivia nei momenti in cui il corpo della pantera avvicina la bambina. Nonostante la palette di colori e il tratto infantile, come se il racconto fosse perennemente filtrato dalla prospettiva ingenua della bambina, notiamo qualcosa di torbido e dissonante.

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All’inizio le immagini funzionano quasi come un test di Rorschach: il lettore adulto ha tendenza a dirsi che non è possibile, che le sta leggendo male, e se vede in esse un secondo livello è colpa della sua malizia da adulto. È interessante, da questo punto di vista, leggere i commenti online nei siti popolari di recensioni non specializzate (per esempio Amazon o Goodreads), nei quali traspare lo sgomento dei lettori e anche una certa volontà di continuare a non credere a cosa si è visto: una lettrice arriva a citare l’ultima pagina ‘nascosta’ (un doppio foglio nascosto nel cartonato, dove è raffigurata Panterland) come prova del fatto che «è tutto un sogno, non c’è nulla di vero»; e per quanto ingenua e incorretta sia l’idea di ‘vero’ di questa lettrice rispetto a un’opera di finzione, capiamo cosa vorrebbe sostenere. Eppure la fine lascia sempre meno adito a dubbi, fino alla tremenda frase finale di Panter, quando tutto è finito, gli animaletti sono fuggiti e i due sono sdraiati a letto: «È bello quando riusciamo a stare in silenzio insieme, eh? Pelliccia contro pelle… A volte mi fa fare le fusa: prrr, prrr. Sopratutto quando mi coccoli. Non che… [con imbarazzo] non che tu sia OBBLIGATA a coccolarmi o altro… Solo se ti va… È una tua scelta».

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Tutto il fumetto, in realtà, non fa che ricostruire attraverso le immagini l’alienazione e la scissione tipiche dei meccanismi protettivi di rimozione: all’inizio infatti l’abusatore non è riconosciuto nella figura del salvatore amichevole e protettivo, ovvero Panter, ma in un’altra figura familiare, che la precede, l’orsetto Gonzo. Si tratta, però, si noti bene, di un Gonzo trasfigurato e incattivito dal viaggio nel regno della pantera.
Quando avviene l’abuso, Brecht Evens oscura la scena e nella sequenza vediamo che l’acquarello progressivamente perde colore fino a diventare totalmente grigio. La camera sembra venire risucchiata da una spirale, poi il tratto grafico muta in una successone di punti neri che scompongono i volti. Su spazio bianco a tutta pagina, il volto stilizzato e punteggiato di Gonzo appare, poi lascia spazio a una tavola di soli punti grigi che infine si ricompongono, talvolta dopo tavola, in linee continue e nette che lasciano emergere dal chiaro sfondo bianco il volto di una pantera.
La successione, che appare quasi ridarci la visione in soggettiva di Christine, sembra rappresentare il momento del cortocircuito creato da narrazioni incongruenti, fino all’emergere improvviso e rivelatorio dell’informazione rimossa.

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Resta tuttavia incerta per il lettore la ‘reale’ identità di questo abusatore, ammesso che abbia senso porsi tale domanda all’interno di un’opera di finzione così costruita: Panter è metafora di qualcuno? Si tratta di un adulto incontrato fuori casa? O si tratta del padre stesso? Come interpretare le scene in cui è presente quest’ultimo, amorevole ma distaccato, così diverso da Panter, nonché le immagini finali della graphic novel, che ritornano verso di lui? Suggeriscono una coincidenza tra il personaggio immaginario e l’uomo (la vignetta infatti, per la prima volta, esplode di colori, come nel caso delle vignette di Panter, e non più solo bicroma), o piuttosto rimandano all’ignoranza degli adulti – ignoranza che il lettore ha fino a qui in parte condiviso – rispetto a ciò che accade ‘nella stanza accanto’?

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Non è altrettanto importante dare una risposta univoca a queste domande, quanto notare come il disegno, se da un lato ci lascia nell’incertezza dell’indicibile – e indecidibile – verità finale, la più pesante da ammettere nella rimozione, dall’altro ci induce paranoicamente a sfogliare all’indietro la storia scorgendo in tutto una ‘foresta di segni’ che preannunciavano l’evento e che non abbiamo saputo interpretare bene (e che in parte restano un mistero fino alla fine): la statuetta di un drago che decora la casa, la cui smorfia somiglia a quella della pantera; il padre di Christine raffigurato spesso di spalle, con i tratti del volto mutevoli e inafferrabili (come Panter, come il nuovo Gonzo, irriconoscibile eppure familiare); il nero che la notte invade la camera della bambina addormentata e la inghiotte progressivamente, immagine che alla fine non leggiamo più come semplice descrizione della sera che cade e del sonno, ma alla quale tendiamo ad attribuire un sovrasenso ‘morale’.

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La genialità crudele di questo incredibile graphic novel sta nella sua capacità di mettere il lettore in una serie di posizioni quanto mai scomode: quella del bambino tradito, perché coinvolti dalle fantasie di Panter ci sentiamo come Christine traditi, umiliati e pieni di vergogna per la nostra ingenuità; quella dell’adulto malevolo, che comincia a scorgere doppi sensi e si trova incapace di condividere fino in fondo la ‘purezza’ del punto di vista infantile; quella dell’adulto che non vuole capire, non afferra, nega la realtà di cosa sta accadendo sotto i suoi occhi perché fuori tono rispetto al mondo incantato dell’immaginifica infanzia che fa da pendant al racconto; infine quella dell’adulto che assiste impotente, o che non ha saputo prevenire e proteggere l’evento. Si potrebbe persino riflettere sul modo in cui al lettore è presentata l’immagine di Panter, se non vi sia, anche, una vaga pena che sprigiona per lui, mentre tutto l’odio si riversa nettamente su altri personaggi, come Gonzo e i suoi ‘amici’. Rispetto a questi, anche nelle pagine finali Panter non è mai una figura totalmente malefica e repulsiva, anzi, nella sua morbosità è timido, affettuoso, come il professor Humbert Humbert per la sua Lolita. Vi è, lungo tutto il testo, un’incapacità – che è quella propria della rimozione, quando l’attentatore è una persona amata – a rappresentarlo con i soli tratti del carnefice: esso resta, inafferrabile, in una zona grigia.

La grande arte grafica di Brecht Evens si rivela nella capacità di raccontare quell’orrore per approssimazione e asintote. In un modo che lo accomuna, seppur alla lontana, all’uso del colore e del disegno infantile in Blast di Larcenet, Evens spinge l’acquerello a raccontare laddove le parole non possono: ai colori spetta il compito di evocare emozioni, alle forme di rimandare ad altre forme, suggerire una storia senza mai dirla. L’immagine inafferrabile della memoria è la stessa dell’acquerello sfocato, dei volti mai chiari e sempre mutanti, della pantera la cui figura, nella pagina finale, sembra scomporsi in lingue nere e linee che ricreano, con il potere di una ricca immaginazione, una fantasia che aiuti a vivere.

[Panter, del belga Brecht Evens, è stato pubblicato in tedesco nel 2014 per Uitgeverij Oogachtend. Sono seguite le traduzioni in francese, per Actes Sud, nel 2014 e in inglese per Drawn & Quarterly nel 2016]


Chiara Impellizzeri è redattrice di 404: File Not Found e coordina la rubrica Quella Brutta China. Ha studiato Filologia Moderna a Catania, Siena e Parigi. Vive attualmente nella capitale francese dove, dopo vari lavoretti, ha trovato un posto come insegnante di italiano, con contratto a tempo determinato perennemente rinnovabile. Da ottobre insegna francese ai richiedenti asilo in un’eccezionale associazione di volontariato chiamata BAAM.

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