[TraDueMondi] La “rivoluzione silenziosa”: le rimesse degli emigrati italiani, 1861-1914

– Andrea Incerpi –

Copertina

I precedenti articoli di Gabriele Cappelli e Giacomo Gabbuti hanno descritto le principali caratteristiche dell’emigrazione italiana per gli anni 1870-1945. Tra queste le rimesse degli emigrati, il denaro che gli italiani inviavano alle famiglie rimaste in patria, rappresentano un argomento ancora oggi dibattuto all’interno della letteratura scientifica. La loro importanza può essere compresa attraverso un’analisi che ne metta in luce sia l’impatto sulla contabilità nazionale, in termini macroeconomici, sia il ruolo che queste hanno ricoperto per il sostentamento di alcune aree e fasce di popolazione, secondo una prospettiva microeconomica. L’arco temporale preso in esame fa riferimento, più o meno, ai primi cinquant’anni della storia del Regno d’Italia, dal 1861 al 1914, in un contesto internazionale marcato da quella che gli storici definiscono “prima globalizzazione”. Proprio in questa fase si assiste, in particolare in l’Italia, al fenomeno delle migrazioni di massa, prima verso l’Europa poi oltreoceano, e al conseguente incremento dei flussi di denaro provenienti dai redditi da lavoro degli italiani espatriati.

Quantificare le rimesse: una “fantastica pioggia d’oro”?

Prendendo in prestito parte del titolo dell’articolo di Esteves e Khoudour-Castéras, cerchiamo di fare luce sulle ricostruzioni statistiche delle rimesse che sono state prodotte nel corso degli anni. Il primo passo per la comprensione di questo fenomeno, infatti, passa necessariamente attraverso qualche dato numerico. Fornendo un ordine di grandezza e confrontandolo con altre variabili economiche aggregate è possibile avere una panoramica delle rimesse e della loro rilevanza, in termini assoluti, per la storia economica italiana.

Uno dei primi accurati tentativi per una quantificazione delle rimesse è condotto da Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d’Italia dal 1900 al 1928, all’interno di uno studio specifico Su la bilancia dei pagamenti tra l’Italia e l’estero per gli anni 1909-10. Lo studio mira a definire la posizione netta, di credito o debito, dell’Italia nei confronti dell’estero, guardando alle principali voci di attivo e passivo della bilancia dei pagamenti del periodo, ovvero di quel documento contabile che registra tutte le transazioni tra i residenti di un paese e i residenti in paesi esteri, siano essi soggetti privati o istituzionali. Su un totale di 1100 milioni di lire correnti per le voci dell’attivo, 450 milioni provengono dalle rimesse. La ricerca di accuratezza nell’indagine condotta da Stringher si riflette nelle sue stesse parole:

dobbiamo presumere che questa somma rappresenti effettivamente in valore la trasmissione di fondi dall’estero verso l’Italia per conto e nell’interesse degli emigrati e delle loro famiglie poiché le investigazioni promosse dalla Banca d’Italia ebbero questo scopo precisamente dichiarato nelle lettere di richiesta; e poiché […] gli Istituti di credito chiamati a collaborare risposero soltanto dopo lungo e paziente esame dei loro atti. […] A ogni modo qui non si può pretendere una precisione per unità, ma un’approssimazione per decine, trattandosi di un movimento tanto cospicuo.

Sfortunatamente non si ha traccia delle investigazioni menzionate da Stringher, pertanto un atto di fede storiografica, al cospetto di una personalità tanto rigorosa, parrebbe, se non dovuto, quanto meno giustificato. Tuttavia alcuni studi successivi concordano su una significativa sottostima da parte di Stringher. Ciò può essere spiegato con la mancata considerazione delle rimesse a mezzo voglia postali che costituiscono, come vedremo, una parte cospicua dell’ammontare totale.

Nella prima ricostruzione di una serie storica di ampio respiro dal 1861 al 1955, l’Istat fornisce stime annuali per tutto il periodo dalle quali emerge che il peso delle rimesse sulla bilancia dei pagamenti italiana inizia a farsi consistente già a partire dalla fine degli anni ‘80 dell’Ottocento, con un flusso annuale attorno ai 200 milioni di lire correnti che supera quota 700 milioni alla vigilia del primo conflitto mondiale. La serie Istat pubblicata nel 1958, pur essendo il punto di riferimento della maggior parte degli studi che si sono occupati delle rimesse e dei conti con l’estero, è stata oggetto di critica da parte di molti storici economici (tra questi si veda, come contributo specifico, l’analisi di Tattara. In particolare, senza entrare nei dettagli di un dibattito tecnicamente complesso, si può genericamente sostenere che la serie Istat ha in sé il “peccato originale” per uno storico di mestiere: la mancanza di una descrizione precisa ed accurata di come sia stata ricostruita. Pertanto, non fornendo alcuna informazione al riguardo, la serie non può essere replicata ed eventuali dubbi su alcuni valori annuali restano impossibili da scogliere. Due stime più recenti, quella di Morys e l’altra di Gomellini e O’Grada, sebbene propongano una nuova serie delle rimesse, in realtà si basano fortemente sul lavoro dell’Istat, senza prenderne eccessivamente le distanze.

Un approccio alternativo è stato invece intrapreso in due studi del 2003 condotti dalla Banca d’Italia da parte di Biagioli-Picozza e Marolla-Roccas, limitati purtroppo ai soli anni benchmark 1891 e 1911. Nel primo studio la ricostruzione delle rimesse è effettuata guardando alla destinazione degli emigranti per paese a alle variazioni dell’indice dei salari reali stimata da Williamson all’interno di un ampio lavoro comparato. Tenendo conto di tali variazioni è possibile, secondo gli autori, ottenere una stima più realistica dei flussi di rimesse in entrata, trattandosi di una quota dei redditi da lavoro. La stima per il 1911 si basa invece sulla scomposizione delle diverse modalità di trasmissione delle rimesse, di cui tratteremo nel prossimo paragrafo, utilizzando i dati forniti da Stringher e quelli raccolti all’interno dell’Annuario statistico dell’emigrazione italiana. L’annuario, voluto fortemente dallo stesso Mussolini per tentare una raccolta sistematica delle statistiche sull’emigrazione, è curato dal Commissariato Generale dell’Emigrazione, ente costituito nel 1901 allo scopo di tutelare, almeno formalmente, gli emigranti italiani e l’invio dei propri risparmi, ritenuti essenziali per l’equilibrio dei conti con l’estero. La necessità di una conoscenza più approfondita del fenomeno è ribadita in alcune righe introduttive all’Annuario:

[…] poiché l’emigrazione occupa un posto di primaria importanza tra i fenomeno sociali, gli studi statistici su tale argomento sono seguiti con maggior interesse, perchè costituiscono il mezzo più efficace per poter controllare le vicende del grande fenomeno e per poter determinare da parte della pubblica Amministrazione i sistemi più adatti per la disciplina dei servizi ad esso attinenti.

Le due metodologie proposte nei due anni benchmark da parte della Banca d’Italia sono state adottate in una personale ricostruzione per coprire tutto il periodo considerato. Il risultato di questa nuova analisi, condotta in merito al progetto della mia tesi di dottorato, è confrontato, nel grafico seguente, con le altre serie menzionate in precedenza al fine di osservarne le maggiori differenze.

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Il grafico ripropone le diverse serie dei flussi netti delle rimesse, espressi in lire correnti. Elaborazione dell’autore su: Morys (2005), Istat (1957), Esteves (2011), Incerpi (2017, forthcoming).

La nuova serie fornisce valori più bassi rispetto alle altre. Il trend è sostanzialmente costante fino all’inizio del Novecento quando, grazie all’incremento delle modalità di trasmissione delle rimesse e a nuove ondate migratorie transoceaniche, le entrate aumentano sensibilmente. L’aumento risulta perciò proporzionale rispetto all’andamento dei flussi migratori, nel caso soprattutto delle rimesse trasportate a mano, e rispetto allo stock di emigrati italiani residenti all’estero per la altre forme di trasmissione (per qualche informazione aggiuntiva si rimanda a De Rosa). Il crollo o la semplice diminuzione in alcuni periodi, come ad esempio a metà degli anni ’70 o nel primo decennio del Novecento, sono dovuti alle congiunture economiche internazionali e nazionali, segnate da crisi del mercato del lavoro o dalla diminuzione dei flussi migratori. La serie di Esteves si basa invece sul lavoro di Morys, da cui deriva la contrapposizione tra le due linee nel grafico.

Per capire l’incidenza delle rimesse sull’economia italiana del periodo è opportuno un confronto con un altro parametro macroeconomico. Il grafico seguente mostra il valore percentuale delle rimesse in rapporto al Pil italiano, secondo i confini dell’epoca, misurato a prezzi correnti.

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Il grafico rappresenta il rapporto percentuale tra le rimesse ed il Pil nazionale, entrambi espressi in lire correnti. I dati delle rimesse sono da Incerpi (2017, forthcoming); il Pil è da Baffigi (2015). Elaborazione dell’autore.

Le rimesse restano al di sotto dell’1% per il premio trentennio di storia del Regno, per poi aumentare con una media superiore al 2,5% negli anni tra il 1903 e il 1914, registrando balzi attorno al 4%. Il grafico completa l’analisi precedente confermando la crescente importanza delle rimesse sull’economia aggregata a partire dagli anni ’90 dell’Ottocento. Sebbene le rimesse siano parte rilevante della bilancia dei pagamenti italiana del periodo, la definizione di “fantastica pioggia d’oro” risulta ridimensionata dalla nuova stima. Altre voci di attivo concorrono, per quantità ed importanza, alla stabilizzazione dei conti con l’estero: il turismo e i gli investimenti di capitali stranieri (sia diretti che di portafoglio).

Vaglia, banche private, lettere

L’andamento delle rimesse riflette, in parte, anche le modalità a disposizione degli emigrati per l’invio del denaro in madrepatria. I primi mesi del 1901 rappresentano pertanto un momento di svolta, come si è accennato. Due leggi, emanate tra gennaio e febbraio, non solo decretano la nascita del Commissariato Generale dell’Emigrazione ma stabiliscono una serie di norme a tutela del risparmio e della sua trasmissione in Italia, limitando i numerosi abusi che gli emigrati Italiani sono costretti a fronteggiare. Le leggi si concretizzano con l’affidamento al Banco di Napoli dell’incarico di istituire uno specifico servizio di supporto, raccolta e distribuzione delle rimesse.

Prima del 1901 gli emigrati Italiani possono trasmettere i propri risparmi in patria servendosi di banchieri privati, vaglia internazionali, vaglia consolari oppure dell’invio in busta di biglietti di Stato o delle Banche di emissione (Banco di Napoli, Banco di Sicilia e, dopo il 1893, della Banca d’Italia). Una rassegna dettagliata delle modalità di trasmissione si trova nell’articolo di De Rosa. La varietà delle alternative rispecchia altrettante difficoltà. Il ricorso alle banche private italiane avviene principalmente negli Stati Uniti, dove la riluttanza dei banchieri americani a trasmettere oltreoceano modeste somme di denaro e l’incapacità degli emigrati di interagire in lingua inglese con il servizio postale americano, costringono ad affidarsi a canali alternativi. Il Department of Labour del governo statunitense conta, nella sola New York, circa 150 banche private gestite da Italiani. Il numero si spiega con la mancanza di una regolamentazione specifica, come ad esempio la richiesta di un capitale iniziale all’apertura della società. A queste condizioni è lecito pensare, come sostiene Koren, che nessuna di queste banche private sia in regola con la normativa bancaria dello Stato. Spesso inoltre tali servizi, di modesta entità, sono gestiti accanto ad altre tipologie di attività come ristoranti, drogherie, pensioni, fabbriche di maccheroni o barbieri, caratteristica attraente per un emigrato italiano senza riferimenti in un paese straniero ma che tuttavia desta qualche perplessità sull’effettiva efficienza del servizio. Banche private sono numerose anche nelle altre città americane dove la comunità italiana è ben radicata, come ad esempio Philadelphia, Boston, Chicago e New Orleans. Queste sollevano l’attenzione della stampa locale e nazionale per i crescenti casi di truffa portati alla luce. Negli anni ’90 dell’Ottocento sono infatti sempre più numerosi gli episodi di spoliazione degli emigrati da parte dei banchieri privati che non trasmettono in Italia le somme ricevute, fino ad arrivare a casi più estremi come la “fuga del banchiere italiano”, divenuto un titolo piuttosto comune sulle prime pagine dei quotidiani. Non mancano però esempi di efficienza. A Napoli la Meuricoffre e C., casa bancaria di origine svizzera, si adopera per funzioni di credito più raffinate, contando corrispondenti negli Stati Uniti e un sistema di raccomandate con le ricevute di ritorno dei vaglia che assicura l’effettiva consegna dell’ammontare corrisposto in Italia.

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Un esempio di vaglia postale di fine Ottocento. Fonte: Accademia della Posta

Tra gli altri strumenti utilizzati per l’invio di denaro i vaglia occupano un ruolo rilevante nei primi decenni post-unitari, coprendo circa il 30% della quota totale delle rimesse. Il loro impiego è però limitato ad alcuni paesi. Il servizio, ad esempio, è assente in Brasile, dove la comunità italiana è numerosa, mentre negli Stati Uniti gli uffici postali sono solitamente lontani dai luoghi di lavoro degli emigrati. Inoltre l’invio a mezzo posta non offre alcun tipo di garanzia sull’effettiva trasmissione: in caso di dispersione del vaglia l’emigrato, a seguito del reclamo, incorre in lunghe procedure burocratiche complicate dalla difficoltà linguistica. Le stesse difficoltà valgono anche per i vaglia consolari. I consoli italiani all’estero alla fine dell’Ottocento sono pochi e concentrati nelle grandi città, pertanto le possibilità di invio delle rimesse, rispetto al numero di emigranti presente, sono molto basse.

La trasmissione di biglietti di Stato o di biglietti delle banche di emissione italiane è invece più rilevante grazie alla capacità degli Italiani di aggirare il divieto di inviare denaro sfruttando i regolari canali postali, come ad esempio le lettere. I biglietti, a cui si aggiungono talvolta monete d’oro, vengono incastrati in un pezzo di cartone forato con le sagome delle monete da 25 lire o dei biglietti stessi in modo da non poter uscire. Il cartone nella lettera è infine giustificato con la precisazione, sulla busta, di contenere fotografie. L’ “arte di arrangiarsi”, a quanto pare, è un social capability trend corroborato anche da questo piccolo episodio.

Dopo il 1901 il Banco di Napoli diventa l’ente istituzionale incaricato di organizzare il servizio delle rimesse mentre i servizi postali offrono rinnovate condizioni di trasmissione che forniscono tutele aggiuntive agli emigrati. Occorrerà qualche anno prima che il Banco di Napoli si sostituisca definitivamente all’attività dei banchieri privati. Il processo è a buon punto nel 1906, quando il Banco costituisce un proprio Ispettorato a New York, sostituito, qualche anno più tardi, nel 1909, da due agenzie: una con sede nella stessa New York e l’altra a Chicago.

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Un centro di smistamento postale lombardo, durante la prima guerra mondiale. Fonte: Wikipedia.

Un bilancio tra prospettiva macro e micro

È riduttivo valutare l’impatto delle rimesse con giudizi eccessivamente netti. Un approccio cauto e possibilmente vario sembra essere, come in ogni campo di ricerca storico, la migliore strada da seguire. Ed è la stessa battuta da Ercole Sori all’interno del proprio volume. Per la sua analisi, Sori adotta infatti una duplice prospettiva, macro e microeconomica, presa in prestito anche in questo paragrafo.

Guardando al punto di vista macroeconomico, si può sostenere che le rimesse riflettano alcune caratteristiche generali dell’emigrazione italiana, come, ad esempio, la sua natura prevalentemente temporanea e l’esigua partecipazione di interi nuclei familiari. Un’emigrazione che Sori definisce «proletaria» e che si affida, nel caso di appartenenza ad aziende agricole a conduzione familiare, tipica nel sud Italia, alla sicurezza derivante dal ricevere una forma aggiuntiva di reddito da lavoro.

La pressoché totale assenza di aspetti negativi per il bilancio dello stato, sia per i noli passivi che per il denaro trasportato fuori dall’Italia alla partenza, inducono i vari governi del tempo ad evitare frizioni al crescente trend delle rimesse. Il saldo dei conti con l’estero, segnato da una bilancia commerciale costantemente in deficiut e da un considerevole ammontare di interessi sugli investimenti privati e pubblici, può così contare su una forma di “finanziamento” che si auto-alimenta a fronte di costi amministrativi quasi nulli.

Altri benefici sono riconosciuti unanimemente dagli storici economici che si sono occupati di emigrazioni (si rimanda a Sori per un’ampia bibliografia di riferimento). Tra questi le rimesse hanno dato un contributo fondamentale nel triplicare le riserve d’oro delle banche a partire dalla fine dell’Ottocento, garantendo una lira italiana più forte sul mercato dei cambi e, più direttamente, permettendo la crescita, seppur lenta, dei risparmi. Allo stesso tempo il risparmio degli emigrati italiani è stato essenziale per il rimpatrio di una parte del debito pubblico collocato all’estero, la “Rendita”, riducendone il tasso di interesse e alleggerendo il passivo della bilancia dei pagamenti.

Il dibattito dell’epoca sull’importanza dell’emigrazione e delle sue conseguenze presenta argomentazioni contrastanti. Da un lato parte della borghesia, venute meno le intenzioni farsesche di sfruttare le ondate migratorie per la colonizzazione economica di nuove aree del mondo, comprende la rilevanza di questo flusso di denaro per finanziare indirettamente le industrie del Nord. Sintomatiche le parole di Gramsci nell’analisi della Questione Meridionale:

il governo offrì dei buoni del tesoro a interesse certo e gli emigranti e le loro famiglie, da agenti della rivoluzione silenziosa, si mutarono in agenti per dare allo Stato i mezzi finanziari per sussidiare le industrie parassitarie del Nord.

Dall’altro lato le osservazioni di Pasquale Villari, storico e politico italiano dell’epoca, contrastano i sostenitori dell’emigrazione, rei di non coglierne le frizioni morali, sociali ed economiche che essa comporta alla fragile economia italiana del periodo, in un contesto turbato dalla crisi finanziaria del 1907.

La prospettiva microeconomica induce invece ad osservare il ruolo delle rimesse nel contesto sociale delle famiglie degli emigranti e, più in generale, guardando al mercato del lavoro. L’arrivo di denaro trasmesso dal proprio familiare espatriato e la quantità media ricevuta sono forse le prime motivazioni che inducono e orientano la partenza. Una famiglia proletaria si trova così di fronte a valutazioni inerenti alla resa di determinati contesti lavorativi e ai relativi costi di trasporto e di mantenimento all’interno di aree geografiche molto diverse. Come ricorda Sori, il “rendimento” di un espatrio può variare sensibilmente: lo stesso anno di lavoro in Europa frutta 600 lire mentre negli Stati Uniti può arrivare fino a 1500 lire, a fronte di un lavoro stagionale in Europa centrale che può rendere circa 300-500 lire. Queste motivazioni, insieme ad un maggiore stabilità dei cambi, guidano l’emigrazione verso gli Stati Uniti contribuendo, allo stesso tempo, a far diminuire i flussi verso l’America Latina, frenati dall’instabilità valutaria.

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Una famiglia di emigranti italiani arrivata negli USA, 1910. Fonte: Zanichelli Scuola

Le rimesse hanno inoltre un forte significato simbolico per le famiglie. Rappresentano il denaro negato dalle esperienza della vita quotidiana e lo strumento per tentare di rivedere il rapporto di forza con le classi abbienti attraverso un meccanismo di lotta di classe diverso da quello strettamente politico. I pagamenti delle imposte, dei debiti e delle ipoteche sono i primi passi per un’emancipazione a cui la media famiglia proletaria costantemente ambisce. Inoltre, la presenza di una fonte di reddito alternativa apre, almeno idealmente, ad una maggiore libertà nel differenziare i consumi e gli investimenti in una prospettiva diversa dalla stringente sussistenza. Ma le rimesse, nel medio periodo, pur garantendo certamente un miglioramento della stabilità economica delle famiglie proletarie, si presentano come un mero palliativo. Le sfide che queste devono affrontare, davanti ad una marcata posizione di subalternità rispetto alle classi più agiate della borghesia capitalista, vanno oltre un semplice, ancorché consistente, flusso di risparmio trasmesso da un paese straniero. Inflazione, instabilità dei redditi, pressione tributaria, scarsa disponibilità di terre (soprattutto al Sud), sono resistenze impossibili da fronteggiare per un mondo, quello proletario, che non ha ancora robusti riferimenti istituzionali e politici. Pertanto il beneficio immediato delle rimesse si diluisce nel rigido tessuto sociale, lasciando tracce rilevanti ma non determinanti.

Il giudizio sull’importanza e il ruolo delle rimesse nell’Italia liberale passa da piani di lettura diversi che ne sottolineano la complessità. Se da un lato è indiscusso e rilevante l’impatto macroeconomico sulla bilancia dei pagamenti e, a livello micro, sul reddito delle singole famiglie, dall’altro considerare le rimesse come la panacea per il malessere sociale ed economico delle classi contadine e proletarie sarebbe un giudizio avventato. Ancora una volta la Storia, interpellata attraverso le fonti, si dimostra il giudice più imparziale e rispettoso con cui confrontarsi.


Andrea Incerpi, storico di formazione, è dottorando in Economia presso l’Università di Siena. I suoi interessi di ricerca nell’ambito della Storia Economica riguardano la storia della finanza e del commercio internazionale.

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