La fotografia che mangia il tempo. Riflessioni semiserie intorno alle ultime novità di Instagram.

– Roberta Agnese –

Chronophage. La prima volta che ho sentito questa parola è stato quando una mia collega di dottorato francese l’ha usata per descrivere una serie di attività collaterali alla ricerca – quella sì strettamente utile a uno scopo, ovvero la redazione della tesi – che avevano la caratteristica di togliere tempo. Chronophage. Bella, questa parola. “Ma esiste in italiano?” Pensai. No, almeno non mi pare. Per tradurla è necessario ricorrere a delle perifrasi che però mi lasciano insoddisfatta. Dispendioso in termini di tempo, che richiede troppo tempo, lungo e oneroso… nessuna di queste espressioni, infatti, mette l’accento su ciò che veramente conta. E cioè che esistono delle cose che mangiano il tempo, lo divorano, lo riducono in briciole, in frammenti sparsi, cose che ingurgitano il nostro tempo, lo fanno fuori.

Chronophage. Un’attività tanto banale quanto diffusa, che può fregiarsi pienamente di questo titolo, è la fotografia. La fotografia in generale, sì, quella con la F maiuscola, e non solo perché qualcuno ha detto che essa è l’istante decisivo. L’otturatore, click!, morde il tempo, lasciandocene delle briciole, a noi che speriamo così di tenercelo stretto, di conservarlo, per assaporarlo poi nel ricordo, per mangiucchiare la storia o per rifocillarci e sfamarci, quando, mai sazi di ripercorrere e sbirciare le nostre e le altrui vite, piluccheremo qua e là, dai nostri cassetti, dalle vecchie scatole o dalla galleria di immagini dei nostri cellulari.

Mangiare con gli occhi: ecco cosa fa la fotografia ed ecco qual è la sua portata rivoluzionaria. Se, come osserva Carlo Ginzburg, la fotografia, come la prospettiva lineare prima di lei, ha aperto “una serie di possibilità cognitive: un nuovo modo di vedere, di raccontare e di pensare”, tra le novità più importanti da essa introdotte c’è anche un nuovo modo di relazionarsi col tempo. O di mangiarselo piuttosto.

Ma in che senso?

Lo storico francese François Hartog ha definito “presentista” il modo in cui la nostra epoca si situa rispetto alla temporalità storica. Presentista è un regime di storicità, un rapporto col tempo in cui vige “la tirannia del presente”, dell’istante, un presente onnipresente che è l’unico orizzonte possibile, l’unica attualità, persino l’unica storia, poiché il presente presentista guarda se stesso “come se fosse già storia”.
Il presentismo mangia il tempo, o meglio lo divora e lo consuma per mezzo di strumenti che lo “comprimono” e che proprio mentre comprimono, contribuiscono all’instaurazione e al mantenimento di questo regime di storicità. “L’economia mediatica del presente – scrive Hartog – non smette di produrre e di consumare l’evento […]. Il presente, nel momento stesso in cui si svolge, desidera guardarsi come se fosse già storia, come se appartenesse già al passato”, anticipando e prevedendo in tal modo – ovvero determinando – lo sguardo che si porterà su di esso: “Ma questo sguardo è quello che lo stesso presente rivolge a se stesso”.
I media, i mille occhi della nostra epoca, sono dunque strumenti presentisti, strumenti di façonnage del tempo, di sagomatura, di foggiatura. La fotografia in questo senso dunque mangia il tempo, lo mastica e lo sputa, lo cattura e gli conferisce una forma.

Chronophage dunque è la nostra epoca, così come il suo rapporto presentista col tempo. Chronophage e presentista, proprio la fotografia lo è massimamente, poiché – dicevamo – essa produce e consuma il tempo. Quando “tra il vedere il far vedere ormai c’è solo la distanza di un click”, come osserva sempre Hartog, noi forgiamo il tempo delle nostre vite social come presentissimo ed effimero, lo produciamo e lo consumiamo nella condivisione dell’evento.

Quotidianamente, tramite Instagram, noi spilluzzichiamo continuamente il tempo delle nostre vite. Instagram, primo mass-medium poetico secondo Lev Manovich. Instagram “un modo semplice per catturare e condividere gli istanti della vita”, secondo la presentazione dell’applicazione. Instagram, che ormai da qualche tempo propone una gallery accessibile solo online (a meno di scaricare app aggiuntive), perché Instagram è fatto per condividere l’attimo, non per conservare una memoria delle cose viste e filtrate secondo l’umore, il mood come dice Manovich, di quel momento.
L’attitudine adottata da Instagram con gli ultimi aggiornamenti sembra quella di “Spingere il presentismo fino al suo limite estremo!”, come scrive Hartog verso la fine del suo libro, e aumentare ellitticamente la cronofagia propria alla fotografia istantanea. Le “Instagram stories” e lo strumento “Boomerang” sono le ultime novità che indicano una virata dell’applicazione verso una maggiore esaltazione dell’attimo. L’istantaneità – che porta con sé i valori di autenticità e trasparenza (#nofilter) – è del resto la cifra di Instagram, come il nome lascia intuire, l’applicazione che ha trasformato il nostro cellulare in macchina fotografica, facendo di quest’ultima un medium onnivoro e non solo cronofago, in grado di parassitare e di installarsi in un altro medium, il telefono, surriscaldandolo, per parlare con McLuhan.

Le “Instagram stories” sono dei post effimeri, foto o filmati da 15 secondi al massimo, che esisteranno in linea, visibili scorrendo una timeline orizzontale, per 24 ore al massimo (basta con la preoccupazione per l’abbondanza di post, dicono da Instagram, anche se si possono accumulare stories in sequenza).
Boomerang è un’estensione dell’applicazione che consente di realizzare brevissimi video di 4 secondi, composti a partire da una sequenza di fotografie, che riproducono in loop un movimento che si sviluppa e si riavvolge, che ritorna su stesso come, appunto, un boomerang (l’icona dell’estensione è significativamente il simbolo matematico dell’infinito, l’otto adagiato).

L’unione combinata delle due risorse di Instagram – possibile e molto sfruttata – ci fornisce un perfetto strumento presentista: una boomerang story mette in scena una temporalità infinita eppure effimera, presentista appunto, attraverso un movimento che non conosce svolgimento ma solo un riavvolgimento continuo e costante. Una boomerang story mangia il tempo, lo divora, lo corrode e lo consuma nella ripetizione potenzialmente senza fine di un presente che si guarda e si riguarda, in un lasso di tempo che è però compresso, finito, socialmente delimitato. Boomerang, l’eterno ma limitato ritorno dell’uguale.

Se come dice Hartog, il nostro rapporto col tempo non può essere decretato definitivamente ma solo descritto, con Instagram possiamo guadagnare un punto di vista sul nostro presente per provare a dirne qualcosa. Un presente che si mostra e si lascia scrutare, che porta l’effigie di una gorgone dai mille occhi pietrificanti, ma che rivela in fondo il nostro stesso volto, il nostro mood nel modo del qui e dell’ora.


Roberta Agnese è romana, fa una tesi di dottorato in filosofia a Parigi e si occupa, per lavoro e per passione, di fotografia contemporanea. Le attività che predilige e a cui dedica la maggior parte del suo tempo sono i corsi di estetica per gli studenti della sua stessa università e l’aggiornamento costante del suo account Instagram. Le periferie sono casa sua.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...