[TraDueMondi] Invasori o brava gente? L’emigrazione economica italiana, parte II (1918-1945)

– Gabriele Cappelli e Giacomo Gabbuti –

foto 5.jpg
Vignetta satirica sulle politiche dell’immigrazione – si noti l’enfasi sulla ‘assisted emigration’ da parte dei governi europei. Brooklyn Daily Eagel, 1903. Fonte: MeM-Memoria e Migrazioni

[Questo articolo, parte del focus TraDueMondi sulla storia economica italiana, è la seconda parte di un approfondimento sulle migrazioni italiane dall’Unità al Fascismo. La prima parte  è disponibile qui]

Migrazioni e Fascismo

E poi che aveva venuto quella maledetta dettatura fascista, che aveva proibito a tutte e lavoratore di amicrare nelle altre nazione, perché dovemmo morire sofocate tutte, d’ongnuno ai suoi paese, e neanche si poteva antare allavorare in Francia, perché Mussuline si aveva sciarriato con tutte (…)

Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi 2007, p. 152

Così ricorda l’avvento del fascismo Vincenzo Rabito, cantoniere semianalfabeta, in un ‘diario di vita’ che è diventato qualche anno fa un caso editoriale. La drammatica riduzione delle possibilità di migrare all’estero costituì, per molti come lui, una grave restrizione alla possibilità di conseguire livelli di vita più alti. Eppure, sembra che anche per l’emigrazione sia valido ciò che Rolf Petri scrisse sull’apertura commerciale: la chiusura italiana fu una mera reazione alla disintegrazione dell’economia atlantica, la fine della prima globalizzazione del tardo Ottocento, iniziata con le spinte al protezionismo e sfociate nella Prima Guerra Mondiale. Nonostante la classica enfasi sulla ‘distorsione’ introdotta dal fascismo (che del resto, con la sua propaganda autarchica, faceva di tutto per accollarsene la responsabilità), Petri rileva come il grado di apertura dell’economia italiana – calcolato come il peso della media tra importazioni ed esportazioni sul totale del Pil – sia crollato negli anni successivi alla Grande Depressione (tra il 1930 e il 1932), e dunque ben prima della svolta autarchica del 1934. Allo stesso modo, le restrizioni all’immigrazione furono imposte da molti paesi di destinazione intorno alla Prima Guerra Mondiale, ben prima del Fascismo. Nel libro citato nella prima parte dell’articolo, O’Rourke e Williamson segnalano come queste abbiano costituito il primo segnale del ‘contraccolpo’ (backlash), o rigetto, della prima globalizzazione. Le più famose sono le misure degli Stati Uniti, che – dopo alcuni interventi puramente razzisti – iniziano a introdurre legislazione finalizzata ad evitare gli immigrati meno qualificati. Dopo aver introdotto il requisito dell’alfabetizzazione (1917), nel 1924 il Congresso approva delle vere e proprie quote paese, ripartite sulla base della presenza storica negli Stati Uniti. Dato lo scarso livello di alfabetizzazione degli immigrati italiani (soprattutto meridionali: per alcuni dati, si veda la prima parte, o il precedente articolo sulla Questione meridionale) e la ridotta presenza italiana in proporzione alla popolazione, queste misure ebbero un impatto particolarmente forte sui flussi di migrazione dall’Italia.

foto-6
Tessera dei Fasci Italiani all’Estero – Fascio di Londra, 1934. Fonte: delcampe.net

Al contrario, la politica del primo governo fascista era decisamente aperta all’emigrazione. Un documento utile a rendersene conto è uno dei discorsi più emblematici di Alberto De’ Stefani, economista, fascista della prima ora e ministro delle finanze del primo governo Mussolini. Nell’ottobre del 1922, a Napoli si teneva il Congresso del Partito Nazionale Fascista. De’ Stefani aveva preparato una relazione sul tema “il fascismo e l’economia nazionale”, che nei fatti annunciava le future linee guida della sua energica azione di risanamento delle finanze pubbliche, e della più ampia politica economica ‘liberista’ del primo fascismo. Non ebbe modo di prepararla, tuttavia, perché “partì per le sue provincie per partecipare alla rivoluzione del 28 ottobre”; venne pubblicata come articolo, sul Resto del Carlino del 24 ottobre, e poi raccolta nel volume Discorsi. Significativamente, De’ Stefani individua “il fattore predominante” della crisi italiana del primo dopoguerra nella “sproporzione tra la popolazione e i mezzi materiali di produzione”. Accanto al “rallentarsi dell’incremento di capitale”, prodotto dalla Guerra e dalla “distruzione di ricchezza” delle politiche socialiste (così venivano definite le misure fiscali emergenziali dagli ultimi governi liberali per fare fronte alle spese belliche), trova spazio il “naturale incremento della popolazione”. La sovrappopolazione che questo fenomeno crea porta De’ Stefani e i fascisti a rigettare come “illusionista” la politica dei lavori pubblici. In un paragrafo significativamente intitolato Oltre i confini è la salvezza, il futuro ministro si esprime così sull’emigrazione:

Noi dobbiamo affrontare la realtà senza ricorrere a mezzi ingannevoli (…). Apriamo bene gli occhi. L’Italia è un piccolo paese così per superficie agraria come per materie prime, relativamente alla sua popolazione. Essa deve riversare oltre i confini la propria eccedenza umana. (…) Il protezionismo demografico degli Stati cui è rivolta la nostra emigrazione si accentua ed è reclamato anche dai lavoratori di quegli Stati. Di fronte alla nostra pressione demografica esiste dunque la pressione di una cintura che chiude il nostro Paese e che gli impedisce di riacquistare l’equilibrio fra capitale e popolazione. A meno che non accettiamo il fatto della fame, noi dovremo sfondare o con mezzi pacifici e persuadendo il mondo delle nostre necessità, o violentemente, per una ragione suprema di conservazione.

La politica estera del Fascismo è dominata dalla tensione demografica interna. Essa è chiara, precisa, segnata da traiettorie determinatissime. Ci sono degli Stati che dovranno scegliere tra gli accordi e un rapporto di spinte. Il nostro è un piccolo Paese che contiene un grande popolo. Abbiamo superato il pacifismo socialista. La necessità della emigrazione potrebbe, ove venisse disconosciuta, dar luogo a fenomeni di altro ordine.

Alberto De’ Stefani, Discorsi, Imperia 1923, pp. 177-182.

L’emigrazione, dunque, in continuità con il periodo liberale, è ancora per De’ Stefani una risorsa ineludibile di politica economica. Il ministro manifesta consapevolezza delle tensioni che questa crea nei paesi di destinazione, ed individua – per certi versi confermando l’interpretazione di O’Rourke e Williamson – proprio nella richiesta di difesa dal lavoro dequalificato l’avvio del ‘protezionismo demografico’. Del resto, lo stesso Mussolini aveva un passato da migrante economico: dopo aver passato un biennio in Svizzera, tra il 1902 e 1904, lavorando come manovale e garzone, secondo Christopher Duggan avrebbe pensato all’emigrazione ancora nel 1919, alla luce dei pessimi risultati della prima avventura elettorale fascista. Piuttosto che fermarne la partenza, obiettivo del fascismo, già delineato nel discorso di De’ Stefani, sarà piuttosto trasformare “le folle di emigranti che urgono sulle panchine dei nostri porti” nei “pionieri della nuova e grande storia d’Italia”. Per farlo, era necessario secondo De’ Stefani dare agli italiani in procinto di partire, “insieme colla capacità tecnica, l’orgoglio della Patria e una disciplina da legionari”. Se già nel 1920-21 alcuni connazionali di simpatie fasciste avevano dato vita spontaneamente a Fasci di Combattimento – quello di Londra, fondato dal professore di letteratura Camillo Pellizzi, conterà una ventina di membri nel 1921, per quanto scarsamente attivi –, già nell’agosto del 1922 una figura chiave come Giuseppe Bottai si era fatto portavoce dell’“urgente bisogno” di organizzare i fascisti fuori dall’Italia. I Fasci Italiani all’Estero (FIE) dovevano farsi carico di una vera e propria missione rivoluzionaria; il sottosegretario agli esteri Dino Grandi fece prevalere una linea più moderata, e i FIE si tradussero in luoghi come gli immigrati italiani potevano trovare solidarietà e rinsaldare i legami con la madrepatria. Come sottolineato da Villani, fu proprio il fascismo a coniare la terminologia di italiani all’estero, mentre la classica dicitura di ‘emigrante’ fu vietata, sostituita nelle statistiche ufficiali con il più anonimo ‘lavoratore’. Pochi anni dopo il discorso di De’ Stefani, Mussolini concludeva a Roma il primo congresso dei FIE, e ne invitava gli iscritti a

considerarvi in ogni opera vostra e in ogni momento della vostra vita come dei pionieri, come dei missionari, come dei portatori della civiltà latina, romana, italiana.

Benito Mussolini, ‘I Compiti dei Fasci all’Estero’, Il Popolo d’Italia, 31/10/1925

Non è dato sapere se i membri dei FIE francesi avessero questa missione in testa, quando, dodici anni più tardi, presero parte all’uccisione dei fratelli Rosselli; in ogni caso, l’attività di queste organizzazioni avranno un ultimo sussulto nel 1939, quando, in ragione dell’imminente avvio della guerra e di possibili ritorsioni contro i nostri connazionali, vengono incaricati di organizzare il rimpatrio di coloro che ne avessero fatto richiesta – episodio raccontato da Villani, che ne segue appunto le vicende nel complicato contesto dell’edilizia popolare romana negli anni ‘30.

foto-7
Il Governatore Italo Balbo accoglie migranti italiani in Libia.

Come noto, alla chiusura delle frontiere il fascismo italiano provò a effettivamente a rispondere con l’alternativa esposta da De’ Stefani. Come ha raccontato in un recente articolo Alessio Gagliardi, al “protezionismo” altrui seguì il tentativo della “colonizzazione demografica”, obiettivo principale, almeno a livello propagandistico, delle imprese coloniali fasciste. È proprio ai braccianti, o meglio i disoccupati agricoli, che il colonialismo demografico intendeva offrire uno sbocco alternativo, dopo che la tradizionale via delle Americhe era stata interrotta. Ci se ne rende conto leggendo i numerosi diari e racconti autobiografici disponibili. Va in Africa, per esempio, il fratello di Clelia Marchi, la contadina di Poggio Rusco che ha ricamato la sua vita su un lenzuolo da corredo; in Libia cerca fortuna Mulieri, uno di quei Contadini del Sud di cui Scotellaro raccoglieva le testimonianze. E sia in Libia che in Etiopia, in effetti, cerca con ogni mezzi di farsi mandare anche il nostro Vincenzo Rabito:

Io, che aveva quella testa di antare affare solde all’Africa, non lo perdeva maie quello penziero d’antare all’Africa. Macare che antava a morire di fame, era tanto impresionatto di questa Abissinia che per forza voleva partire. Cosí, offatto la domanda e mi ha venuto subito accetata.

Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi 2007, p. 195

In quali forme, non solo economiche, “questa Abissinia” impressionasse i giovani disoccupati italiani, lo ha ricostruito Igiaba Scego, in diversi, preziosi contributi su Internazionale. Nel suo impatto sulle popolazioni locali, il colonialismo fascista fu ben altro che una mera versione ‘stracciona’, e quindi in fondo bonaria ed innocua, dei più ‘seri’ Imperi britannico e francese. E la portata culturale che ebbe sull’immaginario italiano, a partire dal tema della Venere Nera, è stata di recente meritoriamente oggetto di attenzione in una delle sezioni dell’ultima Quadriennale d’Arte di Roma, chiusasi a gennaio al Palazzo delle Esposizioni. Dal punto di vista demografico, tuttavia, l’effetto complessivo fu davvero modesto. Se nel 1940, un attimo prima che il secondo Impero de cartone venga stracciato dall’avanzata britannica, i dati ufficiali riportano 300.000 italiani nell’Africa Orientale Italiana. La gran parte di questi erano però, ci dice Gagliardi, lavoratori edili, coinvolti nei lavori di costruzione di strade, ponti e altre infrastrutture, e non migranti, venuti a colonizzare la terra etiopica. A questi si sommavano gli amministratori coloniali, e i soldati, necessari anche a fronte della pacificazione (mai realmente portata a termine) dell’Etiopia. I dati riportati da Gagliardi registrano meno di mille famiglie di coloni nell’AOI, sommate ad appena più di 3.500 in Libia, per un totale di poco superiore ai 30.000 individui.

Le migrazioni interne: un accenno

Durante il Fascismo, per uno sbocco che si chiudeva,  un altro si apriva: quello delle migrazioni interne. Fino al 1900, non abbiamo dati per quantificare l’effettiva “libertà” di movimento interno; da allora, i dati delle cancellazioni anagrafiche forniscono una base minima, elaborata da Bonifazi e Heins.

migrazioni-interne
Tassi di mobilità interna in Italia (‰), 1902-2008. Fonte: Figura 1 in Corrado Bonifazi e Frank Heins, “La mobilità interna nei 150 anni di storia unitaria”, in Sveva Avveduto (a cura di), Italia 150 anni: popolazione, welfare, scienza e società, Gangemi 2011

Secondo questi dati, fino alla Grande Guerra, i movimenti interni rimasero su livelli estremamente bassi, del tutto trascurabili se confrontati con quelli delle migrazioni internazionali. E tuttavia, nel momento in cui crollano i tassi di emigrazione, la mobilità interna sale. Gli anni ’30 vedono anzi un picco, nonostante la celebre legge dell’aprile del 1931 che, istituendo il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna, rese di fatto illegale la migrazione interna. Per molti versi, esattamente come oggi, chi si spostava senza aver già ottenuto un lavoro era a tutti gli effetti un clandestino. Questo spiega fenomeni come l’espandersi delle baracche nella città di Roma, di cui discute un recente lavoro di Stefano Chianese. Il picco della serie al 1961 – in gran parte artificiale, dato che in quell’anno il Commissariato viene finalmente abolito, e molte situazioni dunque si “regolarizzano” – rende difficile confermare l’apparente proporzione, che vede le migrazioni degli anni tra le due guerre sovrastare, almeno in rapporto percentuale alla popolazione, quelle ben più presenti nella memoria popolare come quelle degli anni del Miracolo. In ogni caso, la realtà sembra ancora una volta essere diversa da ciò che si potrebbe inferire dall’accesa campagna ideologica “anti-urbanistica” di quegli anni. Assieme a Roma, tutte le città del centro-nord vivono in questo momento una prima fase di grande espansione. Sono proprio le campagne, infatti, a svuotarsi nelle città, mentre i movimenti massicci dal Sud al Nord saranno più tipici del secondo dopoguerra – per approfondire, si vedano il classico lavoro di Anna Treves, e il più recente di Stefano Gallo.

Gli effetti delle migrazioni sullo sviluppo economico italiano

Il lavoro di Gomellini e O’Grada richiamato nella prima parte dell’articolo, quella sull’Italia Liberale, può essere letto anche per comprendere gli effetti dell’emigrazione di massa sull’economia italiana e sulle sue prospettive di crescita nel lungo periodo. Naturalmente, le considerazioni che seguono non rendono giustizia alle storie personali degli emigranti italiani: pur raggiungendo luoghi che offrivano spesso nuove opportunità, essi si trovavano anche a soffrire per situazioni nuove e difficili, come ci ricordano alcuni racconti raccolti dal Centro Internazionale di Studi sull’Emigrazione Italiana (CISEI). In queste storie si possono rinvenire alcuni dei fattori che giocarono un ruolo importante nelle decisioni e nella vita dei migranti italiani:

[…] Nick, come lo avrebbero poi chiamato negli Stati Uniti, emigrò nel 1904, all’età di 18 anni, per evitare di essere arruolato nell’esercito italiano e per cercare migliori condizioni di vita, avendo già negli U.S.A. un punto di riferimento, il fratellastro Pietro che l’aveva preceduto di qualche anno e si era stabilito con la famiglia a Sonora. Nei primi anni cambiò più mestieri: fu minatore nelle miniere d’oro, poi scalpellino in una cava di marmo ed infine artigiano in una fabbrica di telai per finestre. Questa attività frenetica ed una naturale parsimonia (non per nulla era un Ligure) gli consentirono di risparmiare denaro a sufficienza per iniziare la sua prima attività imprenditoriale; fu così che con il fratellastro acquistarono, nel 1912, l’Europa Hotel, un misto tra albergo e pensione, che tennero fino al 1918 quando Pietro morì di febbre spagnola. Cedute le proprie quote alla cognata, Nick acquistò una piantagione di pere a Columbia, California per rivenderla quasi subito per comprare, assieme a Luigi Martini e Giuseppe Joe Podestà, 80 acri nella vicina Linden. Da lì non si sarebbe più mosso ed iniziò la costruzione della propria casa nel 1923 […].

Estratto da Una rete familiare tra le sponde dell’oceano. Storia delle famiglie Zappettini e Olivieri. L’intera storia, insieme ad altri racconti, è disponibile qui.

La crescente disponibilità di capitale nelle Americhe, insieme alla già grande quantità di nuove terre e alla crescente disponibilità di capitali che venivano proprio dai paesi europei, avevano fatto aumentare molto la domanda di lavoro, risultando in salari relativamente alti rispetto agli standard europei e italiani. Ma anche chi rimaneva nel paese beneficiava della migrazione all’estero: c’era meno pressione sulla terra, ma anche su un sistema economico ancora molto carente dal punto di vista delle infrastrutture pubbliche e private, il che contribuì alla crescita del salario e alla convergenza salariale fra le due sponde dell’Atlantico (si veda, su questo, il contributo di Williamson). D’altra parte, l’emigrazione aveva diverse conseguenze negative: per esempio, il fatto che ad andarsene fossero i più giovani, più in salute e, comunque, più istruiti della (bassissima) media, privò certamente diverse zone del paese della forza lavoro più dinamica e forse intraprendente, che ricorda non troppo da lontano il problema odierno della fuga dei cervelli. Abbiamo visto di recente su questa rubrica evidenza di come anche i lavoratori qualificati partecipassero a questo flusso; tuttavia, mancano ancora ricerche più estese sul rapporto fra istruzione, capitale umano e migrazione per l’Italia durante la prima globalizzazione, soprattutto per quanto riguarda le differenti esperienze regionali e provinciali. In un lavoro del 2015, Giffoni e Gomellini sostengono che gli alti tassi di migrazione, uniti al ritorno di molti migranti dall’estero, abbiano avuto un effetto positivo sulla frequenza delle scuole elementari e serali nelle maggiori città italiane. Secondo gli autori, il meccanismo alla base sarebbe stata la maggiore consapevolezza acquisita dai migranti e le loro famiglie riguardo l’importanza dell’istruzione. Un altro canale sarebbero state le rimesse, ossia il denaro risparmiato dagli emigranti all’estero e riportato o spedito in Italia, che avrebbero ridotto il costo-opportunità dell’investimento nell’educazione dei figli. Una dinamica, quindi, rovesciata rispetto a quello che sappiamo oggi dell’emigrazione, ad esempio, degli europei negli USA, descritta come ben sappiamo nei termini del brain drain.

Proprio le rimesse hanno giocato un ruolo molto importante, seppur poco enfatizzato, nella storia economica italiana. Il flusso di risparmi che entrava in Italia fu in media, secondo le serie Istat rielaborate da Gomellini e O’Grada, pari al 2,7 percento del PIL italiano, nel periodo tra il 1876 e il 1913, raggiungendo punte fino al 5,8 percento. Il loro impatto fu cruciale per il nostro Paese, impegnato nel difficile compito di mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, per restare all’interno delle regole del sistema monetario internazionale di allora, noto come Gold Standard. Le rimesse ebbero anche, ovviamente, un effetto positivo per le economie locali che le ricevevano (soprattutto al Sud, dati i livelli di reddito iniziali inferiori), influenzando positivamente lo sviluppo del sistema bancario e dei suoi servizi. A livello aggregato, questo aspetto è stato discusso da Esteves e Khoudour-Castéras. In questo periodo, il numero di conti correnti postali crebbe molto proprio per consentire l’accumulazione del risparmio dei migranti. Alcuni servizi innovativi – come la Western Union (1871) – nacquero proprio nel contesto della grande migrazione. I dati analizzati dagli autori sembrano suggerire un fenomeno interessante: le rimesse verso i Paesi della “periferia Europea” di allora (Italia, Spagna Portogallo, ma anche Austria-Ungheria e Scandinavia) seguivano infatti un andamento anti-ciclico rispetto alle economie dei paesi di origine dei migranti. Quando l’economia italiana andava male, insomma, i nostri connazionali all’estero inviavano più soldi a casa, per poi ‘compensare’ quando le cose andavano meglio. Data la scarsità di meccanismi di protezione del salario e del potere d’acquisto nell’Italia di fine ‘800, per le famiglie con parenti emigrati questo rappresentava forse l’unica vera “protezione sociale”. Dopo una prima, naturale flessione dovuta alla Grande Guerra, le rimesse torneranno per un breve periodo quasi ai livelli pre-bellici. Negli anni ‘20, pur continuando a svolgere un ruolo importante, cominceranno la parabola discendente – probabilmente, frutto sia della riduzione dei flussi, che dell’impatto della crisi sul benessere dei migranti stessi – per diventare già negli anni ’30 quantitativamente molto meno rilevanti. L’inizio del conflitto etiopico segna un punto di minimo, e il conflitto mondiale le farà cessare del tutto. Anche dopo la guerra, con ripresa dell’emigrazione di massa verso il Nord Europa, non raggiungeranno mai la rilevanza relativa del passato; l’Italia è oramai un paese in via d’industrializzazione, e il Pil cresce a tassi ben più sostenuti delle rimesse dei suoi pur numerosi migranti.

Tenendo conto di questi diversi effetti, Gomellini e O’Grada tentano di stimare l’effetto complessivo che la migrazione ebbe sulla crescita dell’economia. Il loro esperimento, riportato nella figura qui sotto, porta a concludere che, senza i flussi migratori, già nel 1910 il PIL dell’Italia sarebbe stato il 2,4 percento inferiore di quanto fu effettivamente raggiunto. Secondo gli stessi autori, l’emigrazione avrebbe contribuito anche alla convergenza fra i redditi delle regioni italiane, beneficiando maggiormente il sud nel periodo tra il 1890 e la Prima Guerra Mondiale.

grafico-impatto-gdp
L’impatto delle migrazioni sul Pil italiano. Fonte: Gomellini e O’Grada, Figura 11

Non conosciamo stime altrettanto precise sull’impatto delle migrazioni nel periodo tra le due guerre. In effetti, la riduzione del fenomeno potrebbe aver portato a consierarne gli effetti poco rilevanti. Piuttosto, come abbiamo riassunto sopra, la letteratura ha enfatizzato lo scarso rilievo dei tentativi di colonialismo demografico. Tuttavia, tenuto conto che la mancata migrazione fu subita, e non una politica volontaria dell’Italia fascista, sembra opportuno ragionare delle possibili conseguenze. Oltre alla riduzione delle rimesse, che resero ancora più fragile l’Italia in un periodo di crescente distruzione dei mercati internazionali dei capitali (e anche di grande instabilità del sistema bancario italiano, come discusso qui), è bene sottolineare come la mancata migrazione abbia con ogni probabilità aggravato la portata della Grande Depressione, rendendo impossibile utilizzare questo canale come valvola di sfogo. La maggiore offerta di lavoro avrà ridotto i salari con un effetto, con ogni probabilità, anche sulla disuguaglianza. La valutazione dell’entità di questo impatto, rispetto alle scelte politiche e agli altri eventi economici del periodo, richiede tuttavia ulteriori studi.

Come abbiamo accennato in precedenza, l’emigrazione fu, secondo la ricostruzione di O’Rourke e Williamson, fondamentale anche nel dare un contraccolpo alla prima globalizzazione. Probabilmente ben più di oggi, l’impatto complessivamente positivo dell’emigrazione – che portava forza lavoro verso economie ricche di terra e capitali, attutendo l’eccesso di manodopera del Vecchio Continente – ebbe infatti effetti negativi sui salari e i livelli di occupazione di quei lavoratori comuni che, nei Paesi del Nuovo Mondo, non erano al riparo dalla competizione diretta con i migranti. Così come i proprietari terrieri italiani chiedevano protezione contro il grano a buon mercato, quote crescenti della classe operaia americana chiesero la restrizione dei flussi di lavoratori non qualificati, come quelli provenienti dal nostro Paese, contribuendo alla creazione di alleanze protezionistiche che daranno i loro frutti già prima del definitivo collasso della cooperazione e dei flussi internazionali, a seguito della Grande Guerra.

Tra due mondi? L’emigrazione e l’economia italiana ieri e oggi

Se è fuori discussione quanto il mondo di ieri fosse ben diverso da quello in cui viviamo oggi, non per questo è privo di utilità concludere con alcune considerazioni sulle analogie tra le grandi migrazioni italiane, e i più recenti fenomeni migratori, in entrata ed uscita, che occupano gran parte del nostro dibattito quotidiano. Da un punto di vista squisitamente economico, l’emigrazione ottocentesca ha avuto un impatto sicuramente positivo, soprattutto a lungo termine. Non furono solo rose e fiori, e i nostri connazionali pagarono il prezzo salato della discriminazione, dentro e fuori i posti di lavoro: eppure, chi migrò vide migliorare le possibilità di salario (e prima ancora, di trovare un lavoro), e inviò a casa denaro utile ad andare avanti in periodi di magra, o nei casi più fortunati, per studiare, comprare una casa o un pezzo di terra. Ne beneficiò il Paese nel complesso, alleggerendo la pressione della disoccupazione, e potendo godere di flussi di rimesse cruciali nei momenti di instabilità. Il blocco dei flussi migratori seguito alla Grande Guerra si fece sentire, tanto sull’economia nazionale, quanto sulle biografie dei più poveri tra gli italiani, come ci ricordano le loro rare e preziose autobiografie. Secondo chi scrive, è dal proprio passato di miseria – e di riscatto consentito proprio dalle migrazioni -, non certo da un presunto “buonismo”, che originano gli obblighi di solidarietà dell’Italia nei confronti dei migranti, siano essi rifugiati o “semplici” (sic!) migranti economici. Proprio per dare una terra da lavorare ai nostri “transmigratori”, del resto, l’Italia si armò. Le deportazioni di massa, i campi di concentramento, le stragi e i bombardamenti con armi chimiche che resero “celebre” Rodolfo Graziani, trovarono ragion d’essere proprio nel “diritto” dell’Italia all’emigrazione di massa, e dovrebbero far pensare due volte prima di usare il termine “invasione” per parlare delle migrazioni di oggi. Sicuramente, l’esperienza storica degli Stati Uniti dimostra come le migrazioni, anche quando complessivamente beneficiano l’economia, portano con sé conseguenze sulla distribuzione del reddito, e quindi potenziali ricadute politiche. Tuttavia, rispetto all’America di allora, l’Europa di oggi ha ereditato, proprio dai decenni successivi alla Grande Guerra, gli strumenti redistributivi offerti dallo Stato Sociale. Anziché alimentare fobie xenofobe, o trasformare il dramma dei rifugiati nell’ennesima emergenza da trasformare in business e corruttele, una politica responsabile dovrebbe individuare nel rafforzamento della protezione sociale lo strumento idoneo a compensare le ricadute negative dell’immigrazione.
Altro problema, rispetto al passato, è la fuga dei cervelli. Pur perdendo, come abbiamo detto, forza lavoro giovane e in media più istruita, l’Italia dell’Ottocento beneficiava dall’emigrazione per il suo impatto complessivo sul mercato del lavoro. I cosiddetti expat di oggi, sempre più spesso in possesso di titoli di studio superiore ancora “rari” nel nostro Paese, hanno un effetto ben più qualitativo che quantitativo. In cambio di un misero 0,8% di Pil in rimesse, l’emigrazione qualificata priva il Paese di risorse cruciali in un’economia sempre più basata sulla conoscenza e l’innovazione. Se stimarne l’effetto è oggi probabilmente meno facile, la storia delle migrazioni ci consegna l’urgenza di disegnare politiche in grado di salvaguardare libertà individuali e diritti sociali, e al contempo reagire al declino economico dell’Italia.


Gabriele Cappelli è attualmente Visiting Professor all’Università Autonoma di Barcelona. La sua ricerca si occupa di ricostruire l’evoluzione della quantità e qualità dell’istruzione nel lungo periodo, nonché far luce sulle sue determinanti.

Giacomo Gabbuti, romano, vive a Oxford, dove studia Economic and Social History. Si occupa di benessere e disuguaglianze in prospettiva storica, con occhio soprattutto all’Italia Fascista. È redattore di 404: file not found, per cui coordina il focus TraDueMondi sulla storia economica italiana.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...