La precaria felicità e la provvisoria tristezza dell’italiano adulto: “La Piena” di Andrea Cisi

– Martina Moramarco –

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“La realtà è una merda” canta un coro di voci bianche duettando con Dario Brunori  in “Il costume da torero”, traccia dall’ultimo, bellissimo album della Brunori S.a.s. A casa tutto bene. Una canzone che parla di qualcosa che appare al candido Brunori, calabrese del Sud e cantautore italiano, come la parola chiarificatrice di questo nuovo millennio: lo spavento. L’intero album, ha raccontato egli stesso in varie interviste, è un tributo al guardare fuori dalla porta di casa per cercare di raccontare non tanto quanta paura fa il mondo, ma con quanta paura noi, uomini dell’oggi, lo osserviamo. C’è chi registra il proprio spavento urlando “al lupo lupo” nell’altro da sé. E c’è chi si ritaglia un giardinetto coltivando ironia e belle parole. Brunori in questo album fa un’operazione diversa, un esperimento di onestà, parola tanto in voga quanto disonesta. Se non ci si mette d’accordo su quali sono i confini della realtà.

E sono i confini della realtà che si ritrovano in un romanzo, edito da minimum fax nell’ottobre 2016. La piena di Andrea Cisi che è, forse, il romanzo più bello, vero e onesto letto nell’anno appena passato. Minimum fax si conferma, ancora una volta, una fucina prolifica per la letteratura italiana attuale, sia per la selezione degli scrittori, che, a me pare, per la libertà lasciata agli stessi di sperimentare. E il romanzo di Andrea Cisi può essere considerato un romanzo di esperimento. Ha uno sguardo sul reale e un modo di raccontarlo che suona originale, senza voler rompere e mettere in discussione le maglie del linguaggio e della narrazione. È un romanzo che parla di una bella storia, le cui corde sono il lavoro, l’amore, la famiglia e la provincia. E la melodia racconta della precarietà di una generazione che è ormai adulta. Questa sintesi tuttavia è una banalizzazione e un tentativo di etichettare l’operazione di Cisi con parole – precarietà, generazione – così comuni nel lessico pseudo-sociologico che ogni giorno prova a raccontare l’Italia del nuovo millennio. A queste parole, a questi temi, La piena dà una profondità. Che poi è quello che si richiede alla Letteratura.

Come sottolineava Frederika Randall nella sua recensione a La piena, su “L’Internazionale”,  il romanzo è “costruito su una materia tradizionalmente associata al romanzo domestico femminile: il matrimonio, l’essere genitore, la fragilità emotiva ed economica del protagonista”. La voce del protagonista, il suo racconto in prima persona è invece tutto maschile. È la voce di Umberto, operaio in una piccola azienda della provincia di Cremona, della relazione, complicata e silenziosa, con Lisa, fidanzata storica, compagna e madre di Ale, tre anni, sapientemente chiamato “il Nano” tra le pagine del romanzo. Ma è anche la storia nel nucleo famigliare del protagonista, di una madre, anche lei silenziosa e presente, di un “Vader” ubriacone e figlio di un’Italia che non esiste più, di un fratello più giovane, Sante, andato via di casa a 18 anni compiuti, per scappare, per guardare il mondo che è fuori dall’Italia, per fare un dispetto alla mamma che lo aspetta. Ma il mondo de La piena non si esaurisce nell’orto della famiglia. È un universo popolato di operai specializzati, di un Boss di fabbrica convertitosi alla filosofia Zen dopo aver visto Kung Fu Panda, di compagni di calcetto. Di una vasta umanità spaventata.

Lo sguardo dello scrittore, ed è qui l’arte di Andrea Cisi, è negli occhi del protagonista che osserva e annota, tuttavia, con una sincerità che è “l’esatto contrario di un atto performativo o (che poi è l’altro lato della medaglia) di una posa intellettuale”, come puntualmente registra Veronica Raimo nella sua recensione su “Rolling Stone”. Umberto, voce narrante, non indugia mai su se stesso. Registra le parole degli altri, senza mai commentarle se non per confermare che lo sguardo altrui, la vista di chi è altro da te, può renderci più ricchi. Ricchi di dubbi, sicuramente. Ma in una società in cui l’arte del dubbio è esercitata soltanto per infangare l’operato altrui, questa stessa arte ha del rivoluzionario se invece serve a mettere in discussione se stessi, come avviene in questo romanzo. 

«“Pensi mai a un mondo ideale”, chiedo. “Perché dovrei”»

È un mondo, quello di Umberto, in cui è inevitabile oscillare tra l’accettazione parziale e provvisoria di quello che si ha e il desiderio di muoversi, di cambiare, non di rivoluzionare, ma di modificare di pochi metri la casa, di pochi membri la famiglia, di pochi soldi il lavoro. L’ambivalenza delle due voci, che pur dialogano nello stesso protagonista, è affidata al personaggio di Lisa.

“Ha questa capacità invidiabile di non rassegnarsi all’idea che la vita debba necessariamente essere questa”, la descrive Umberto nelle prime battute del romanzo. La struttura della narrazione è tripartita. Cisi rinuncia alla divisione in brevi capitoli, scegliendo di nominare soltanto tre sezioni nella storia “Inverno, Darth Vader, La piena”, quasi a segnalare che c’è effettivamente un inizio, uno svolgimento e una fine, provvisoria, delle vicende narrate.

La Piena è un romanzo che ha la straordinaria capacità di assorbire il lettore, di parlare, di consolare, quasi. Ha la capacità di sintesi letteraria di un modo di vivere nell’Italia di oggi. Un’Italia precaria, sì, però che conserva un lieve sorriso beffardo, l’arte di arrangiarsi e di trovare, nei vuoti, nei silenzi, nelle piccole scelte non rivoluzionarie, una breve, provvisoria felicità.


Martina Moramarco è nata e ha cominciato a leggere libri a Castellaneta – Taranto. Ha continuato a leggere e a studiare Lettere all’Università di Bari. Ha fatto ricerca in letteratura inglese e ora insegna italiano e storia nel variopinto mondo della scuola.

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