Morti di paura fra Danze macabre e Trionfi

– Giulia Concina e Federico Pozzoni –

Abbiamo deciso di intraprendere un viaggio. Abbiamo preso la macchina e siamo partiti. Una parte insieme, dal Friuli verso l’Istria, prima nella parte slovena e poi quella croata, risalendo fino all’Austria. Altri tragitti sono stati individuali, passati, futuri: Clusone, Palermo, la Svizzera; interiori. Queste sono le tracce di quasi un anno di visioni.

– Che cosa dipingi?
– La danza della morte, che prima o dopo danza con tutti. […] Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire
– Non servirà a rallegrarli
– E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente: che guardino e piangano! […] Apriranno gli occhi: un teschio spesso interessa di più di una donna nuda.”

Così Bergman nel Settimo sigillo ci regala una riflessione universale e moderna attraverso le labbra del pittore di una danza macabra del Medioevo.

Oggi viviamo in un mondo in cui la morte viene allontanata, respinta, nascosta, tenuta distante, quasi eliminata: abbonda nei telegiornali, nelle televisioni, ma senza quella che era sempre stata la sua accezione quotidiana, domestica, materiale, piuttosto che virtuale: presenza nella vita di qualunque società.
Ora neghiamo la morte: se prima era parte della quotidianità, era annunciata (tutti nei paesi riconoscevano il suono della campana dell’agonia e sapevano per chi stesse suonando), ora è temuta, sconosciuta, innominabile: capita sempre più spesso di leggere epigrafi che annunciano persone che “si sono ricongiunte ai loro cari”, o la cui anima “ha raggiunto la pace”. Non si muore più.

Il nostro linguaggio è pieno di espressioni idiomatiche: guardare la morte in faccia, ho visto la morte. Ma che faccia ha veramente la morte? C’è chi l’ha sognata, evocata, temuta e c’è chi l’ha ritratta, chi l’ha dipinta.
Gli esempi più famosi di raffigurazione della morte risalgono all’epoca medioevale, quando l’immagine e il simbolico erano il linguaggio universale, erano onnipresenti: narravano di verità comuni, facendo da cornici a riti e cerimonie che scandivano il tempo del racconto, che scandivano il tempo della vita.
Una delle maggiori declinazioni della raffigurazione della morte è la Danza macabra, che insieme alla tematica iconografica del Trionfo della morte è la più diffuse nella storia dell’arte occidentale.

L’etimologia di macabro è incerta e appare molteplice: la convinzione più diffusa la fa derivare dall’arabo, in cui “Kabr” significa “tomba” e “makabr” significa “cimitero”; la parola “macheria” in latino indica un muro, una parete: proprio quelle sulle quali venivano dipinte le danze di morte, nelle chiese o nei cimiteri. Un’altra prospettiva vede nell’etimologia una suggestione uditiva, quasi onomatopeica, per cui “macabro” deriverebbe dall’inglese “make/ break”, cioè “spezzare”, per indicare il rumore delle ossa; un’altra possibile origine sembra derivare da un nome: Macabrè, riferito al personaggio biblico Giuda Maccabeo che, primo fra gli Ebrei, compì sacrifici espiatori per le anime dei defunti. Altra etimologia possibile è da ricondursi al francese “macabre”, dal latino Machabeum, riportandosi al racconto biblico dei sette fratelli Maccabei che, condannati a morte, scompaiono uno a uno dalla danza rappresentativa del loro martirio: a partire da questo episodio si organizzarono delle “danze” in cui i partecipanti si tengono per mano e, a uno a uno, professavano la propria fede e lasciavano il girotondo, ricordando la condotta eroica dei fratelli ebraici.
Questo della Danza Macabra, Totentanz in tedesco, Dance of Death in inglese, Danse macabre in francese, è un tema che si diffuse nel Tardo Medioevo: molti studi ricollegano questa tendenza con l’avvento della peste che imperversò in Europa intorno al 1340.
In realtà la comparsa del primo affresco macabro si attesta intorno al 1260 nel Duomo di Atri, con la vicenda dei “tre vivi e dei tre morti”, rappresentata poi anche a Subiaco, al camposanto pisano, a Clusone.

Oratorio dei Disciplini di Clusone - Danza macabra, wikimedia commons
Oratorio dei Disciplini di Clusone – Danza macabra, wikimedia commons

La leggenda narra di tre giovani cavalieri che, durante una battuta di caccia nella foresta, si trovano davanti a tre cadaveri (esistono varianti successive dello stesso tema in cui i cadaveri sono in bare aperte o sono in piedi): questa immagine ha un’importanza eccezionale in quanto è la scoperta da parte dell’uomo del proprio stato fisico dopo la morte. I cadaveri non fanno altro che mostrarsi nel loro essere, per il loro essere. È quindi il desiderio di vedere direttamente cosa resta del proprio corpo, il proprio destino materiale: all’interno della visione religiosa, che fino ad allora era attenta unicamente al destino soprannaturale, ci si preoccupa del destino del corpo dell’individuo, delle sue spoglie mortali. Da una parte si è immortali, con lo spirito, dall’altra si comincia ad attestare che si è morituri.

All’inizio del Trecento comincia a comparire la personificazione del potere distruttivo della morte e ha inizio l’evoluzione del tema del Trionfo di essa. Spesso il Trionfo è connesso al tema del giudizio universale: la morte, portatrice e artefice di un senso di giustizia, brandisce una spada, una falce o un arco con frecce e faretra e, aiutata da demoni o altri scheletri, colpisce diverse categorie di persone: dai ricchi ai poveri, dai mercanti agli schiavi.
Gli esempi più famosi sono il Trionfo della morte di Buonamico Buffalmacco, della metà del Trecento a Pisa, il Trionfo della morte, di ignoto, metà del Quattrocento, a Palermo, visto probabilmente da Picasso prima di comporre Guernica, e il Trionfo della morte di Pieter Bruegel il Vecchio, fiammingo, nella metà del Cinquecento.

Palermo, Palazzo Abatellis, Trionfo della morte, wikimedia commons
Palermo, Palazzo Abatellis, Trionfo della morte, wikimedia commons

La Danza Macabra è la tappa successiva nell’iconografia della morte: compare in Francia per diffondersi poi, con inclinazioni diverse, in tutta Europa, dalle Alpi al Baltico, quasi sempre sotto forma di affresco murale. In tutti i casi, la “Danza” rappresenta una processione o un girotondo di uomini vivi di differente età, sesso e classe sociale, intervallati da scheletri o carcasse danzanti.
Quando le raffigurazioni sono ben strutturate e dettagliate, la fila comincia con i potenti (re, papi, vescovi, principi) per poi procedere via via con ricchi e borghesi, fino ad artigiani, poveri, contadini, ragazzi e bambini. Altre volte, si tratta invece di una processione di coppie, con i morti beffardi che invitano alla danza i vivi impauriti, una danza che in questo caso è essa stessa la rappresentazione di agonia e morte.
Nella danza macabra gli scheletri affermano sui viventi un potere ineluttabile, significano la loro condanna a morte. La danza è un movimento in cui i morti trascinano i vivi renitenti; non si presentano armati, non li dominano dall’alto o non sorgono da terra: li portano via, quasi con gesti familiari. La personificazione della morte si frantuma in varie riprese: ogni cadavere ha un gesto, uno strumento.

L’idea probabilmente ha un’origine popolare e deriva da un tentativo di drammatizzazione della morte: una rappresentazione mimata di un sermone sulla morte, da parte di qualche predicatore che intendeva inscenare la verità della sua predicazione: la morte, maledizione divina, sarebbe arrivata sulla terra dopo la disubbidienza di Adamo ed Eva, e personaggi vestiti da papa, imperatore, re, soldato e lavoratore, venivano presi e condotti via da mummie. Queste rappresentazioni avrebbero dovuto colpire gli spettatori, suscitando il terrore.
In realtà sarebbe più corretto considerare il tema della Danza, che compare anche in poemetti e poesie volgari, come luogo d’incontro tra cultura dotta e cultura popolare: nell’immaginario collettivo la morte è la rivincita sulle disuguaglianze sociali ed è rivelatrice della vanità del potere e della ricchezza.
Ecco come la Danza macabra riesce ad avere una funzione pedagogica, essendo allo stesso tempo un memento mori e satira sociale: abbiamo esempi già in epoca etrusca e romana di coppe e vasi con “danze” di morte: scheletri che suonano o che si agghindano con fiori, mentre reggono bilance con farfalle e con una borsa (simboli di desideri e dell’anima), sotto pergamene con scritto “godi finché sei in vita, il domani è incerto”.

La Danza macabra più importante in Italia è a Clusone, in provincia di Bergamo, sulla parete esterna dell’Oratorio dei Disciplini. Altri sono sparsi in tutta la penisola, anche in Istria: a Hrastovlje, in Istria slovena, e a Beram, in Istria croata, entrambe all’interno di piccole chiese di campagna.
L’esempio di Hrastovlje è caratterizzato da una vivacità di colori che rafforza l’attualità del messaggio ed è uno dei pochi esempi in cui oltre al mercante, al papa, al vescovo, danza verso il trono della morte persino un bambino, rappresentazione molto rara.

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Hrastovlje, Slovenia, Danza macabra, foto degli autori

Nella Danza di Beram, del 1474, una delle rappresentazioni più antiche e meglio conservate, gli scheletri accompagnano i rappresentanti delle categorie umane in processione verso una tomba. Anche qui è presente un bambino, mentre la morte suona una cornamusa, dettando il ritmo della danza.
In Carinzia, a Meitnitz, c’è un esempio di Danza macabra del Quattrocento, ben conservato all’interno del Museo ad essa intitolato (l’originale, a due passi di distanza, si trovava sull’esterno di una piccola cappella della chiesa del villaggio): anche qui è presente un bambino che danza, tenuto per mano da uno scheletro.

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Meitnitz, Austria, Danza macabra, foto degli autori

A partire dai Trionfi e dalle Danze si assiste piano piano all’affermarsi del macabro come categoria estetica: aspettando i cimiteri, che verranno edificati nell’Ottocento con l’Editto di Saint Cloud, prendono piede in Europa gli ossari: spesso le ossa vengono utilizzate per creare candelabri, stemmi familiari, lampadari e decorazioni degli ossari stessi (San Bernardino alle ossa a Milano, l’ossario di Sedlec, vicino Praga, quello dei frati a Roma, o quelli ancora a Palermo e a Parigi e via dicendo).
Tutti questi esempi di rappresentazione della morte ci ricordano come nel passato essa fosse una condizione ben presente nella consapevolezza sociale, nella vita di una socialità che la viveva come un fatto universale, più attenta all’aspetto comune che a quello individuale.
In epoche in cui il linguaggio visivo era quello predominante, si è riusciti a creare delle immagini che sono sopravvissute per arrivare a noi, con la stessa potenza di quel tempo: riusciamo ancora ad essere attratti da queste figurazioni, fatte da mani umili di semplici pittori, il più delle volte, pur essendo la nostra un’epoca in cui il visivo ha una pregnanza assoluta. Probabilmente è cambiato il filtro con cui ci approcciamo ad opere come queste: non le comprendiamo fino in fondo o ne siamo sorpresi con senso di stupore, restando interdetti. La loro vista ci affascina ma ci respinge: comprendiamo il messaggio, perché morituri anche noi, ma non comprendiamo la leggerezza della danza, perché forse in questi secoli abbiamo dimenticato qualcosa.

BIBLIOGRAFIA

– Elisabeth Arlt, “Auch Geld und Guth bei mir nichts helfen tuth” in Totentanz- Darstellungen im sakralen Raum in Osterreich, Verlag St. Peter Salzburg, 2010
– La Storia in Diretta, La danza Macabra: la morte nelle arti visive, Istituto Italiano edizioni Atlas, (pdf).
– Recanati, M. G., a cura di, Iconografia della morte: la danza macabra, Istituto Italiano edizioni Atlas, Vol. 1 Percorso 2, 1-14, pdf).
– Scandella, Mino & Bucherato, Eugenio, L’oratorio dei disciplini di Clusone o di San Bernardino con il suo ciclo di affreschi, EQUA srl, Clusone
– Tanfoglio, Alessio, Lo spettacolo della morte: il cadavere e lo scheletro. I temi: incontro, trionfo della morte, danza macabra, Youcanprint, 2012.

SITOGRAFIA

http://kigeiblog.myblog.it/2011/10/06/l-artista-fiammingo-pieter-bruegel-il-vecchio-ed-il-trionfo/
http://www.bergamopost.it/vivabergamo/cassiglio-la-bella-danza-macabra-e-un-paio-di-altre-sorprese-artistiche/
http://www.deprisco.it/tesoro/schede/coppascheletri.htm
http://www.latelanera.com/abisso/articolo.asp?id=183
http://www.romanoimpero.com/2014/11/argenti-romani.html
http://www.sintesidialettica.it/leggi_articolo.php?AUTH=210&ID=432
http://www.turismocultura.altervista.org/europa/slovenia.html
http://www3.varesenews.it/blog/labottegadelpittore/?p=10256


Giulia Concina, classe 1986, è figlia delle nebbie del Friuli. Dopo la laurea in Musica, Cinema e Teatro presso l’Università degli Studi di Siena ha tentato, come cineasta, di aprire una casa di produzione filmica di matrice surrealista tra le mura di casa. Così ha iniziato a dipingere icone bizantine e falsi d’arte, passando anche per il mosaico. Sarta a metà, si barcamena tra le ripetizioni al Liceo, la redazione di una rivista, i canali di Venezia e la coltivazione di orchidee.

Federico Pozzoni è un biologo marino trapiantato sulla terraferma, dove fa l’antropologo e il progettista europeo. Cresciuto in Brianza dal 1988, vive e lavora tra Genova, Milano e il Perù. Dilettandosi di collage, ha pubblicato nove libri su una piattaforma online. Collabora saltuariamente alla redazione del blog musicale Mestolate e della casa editrice in progress Call me Ishmael.

3 Comments Add yours

  1. cristinadipietro ha detto:

    Interessante approfondimento. Vi segnalo un’altra danza macabra, quella conservata presso il Museo Regionale di Capodistria. Anche questa vede la figura di un bambino ed è dipinta da Giovanni da Castua.
    http://www.pokrajinskimuzejkoper.si/it/zbirke/umetnostno-zgodovinska-zbirka/mrtvaski-ples

  2. cristinadipietro ha detto:

    Ops! Forse è solo una riproduzione, scusate :)

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