[TraDueMondi] Invasori o brava gente? L’emigrazione economica italiana, parte I (1870-1914)

– Gabriele Cappelli e Giacomo Gabbuti –

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“Una famiglia di immigrati appena arrivata a Ellis Island, cerca all’orizzonte la Statua della Libertà (New York)” Fonte: MEM-Memoria e Migrazioni

Il 2017 marca il 125° anno dall’apertura di Ellis Island, a New York, come centro federale di raccolta degli immigrati. A partire dal 1892, infatti, il centro – inizialmente responsabilità del solo stato di New York – fu gestito dal governo degli Stati Uniti. Questo dà il senso della dimensione che la questione dell’immigrazione raggiunse nella seconda metà del XIX secolo, nel periodo che gli storici economici definiscono ‘prima globalizzazione’. Con globalizzazione, gli economisti tendono principalmente a indicare l’integrazione dei mercati a livello globale, misurato in prima battuta dalla convergenza dei prezzi di beni e servizi. Sul finire dell’Ottocento questa crescente integrazione, che riguardò in modo particolare i paesi sulle due sponde dell’Atlantico, prese la forma di massicci flussi di capitali, merci e servizi, ma soprattutto di una vera e propria migrazione di massa.

Limitandoci agli Stati Uniti, fra il 1892 e il 1924 ben 24 milioni di persone varcarono le porte di Ellis Island; ma si stima che, fra il 1850 e i primi anni ’30, circa 60 milioni di persone si spostarono nel complesso sulle sole rotte atlantiche. È comunque bene ricordare, come fa Timothy Hatton in una recente rassegna, che massicci flussi migratori interessarono in quel periodo anche altre regioni del mondo, soprattutto l’Asia – con la differenza che questi hanno ricevuto meno attenzione da parte degli studiosi, soprattutto a livello quantitativo.

Gli immigrati di Ellis Island, così come le molte persone che entrarono in Sud America, venivano soprattutto da paesi europei; l’Italia, che fino alla seconda metà dell’Ottocento non era un paese da cui partivano molti migranti per gli Stati Uniti, spicca invece per il numero degli arrivi a New York fra il 1892 e il 1924, come mostrato dai dati recentemente pubblicati da Oriana Bandiera e coautori, riportati nel grafico qui sotto.

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Nazionalità dei migranti arrivati ad Ellis Island (1892-1924), e percentuale di popolazione straniera residente negli USA al censimento del 1880. Fonte: Bandiera et al., fig. 2.

L’emigrazione italiana diventa imponente durante la prima globalizzazione, dunque, dopo un avvio ‘ritardato’. Una seconda ondata si verifica nel secondo dopoguerra – quando grandi migrazioni interne si affiancano a quelle verso i paesi ricchi del Nord Europa. Infine, si possono riallacciare questi episodi a una nuova ondata di emigrazione dall’Italia di oggi – anche se le cifre assolute non rendono forse giustizia a un simile paragone. Gli ultimi dati sugli iscritti all’Aire, resi noti lo scorso ottobre attraverso il Rapporto Italiani nel Mondo 2016 della Fondazione Migrantes, vedono infatti un allarmante numero di residenti all’estero, con più di quattro milioni in totale e un aumento nel 2015 di centomila unità rispetto all’anno precedente. Se questi dati colpiscono oramai ogni anno l’opinione pubblica, il 2015 ha costituito una tappa simbolicamente importante, segnando l’avvenuto sorpasso degli italiani residenti all’estero rispetto agli stranieri in Italia. Se il caso di Aragona, in provincia di Agrigento, è certamente suggestivo ma poco rappresentativo, va pur detto che la quota di italiani registrati all’estero ha raggiunto numeri importanti ormai ovunque: assai significativo è il 10 percento di Roma, tradizionalmente immaginata come terra di immigrazione (interna) più che di emigrazione (esterna). In una rubrica attenta ai numeri come la nostra, è anche il caso di notare che quelli forniti dall’Aire riportano solo le persone ufficialmente registrate come residenti – quelle che trasferitesi all’estero per periodi “superiori ai 12 mesi” hanno fatto richiesta di cambio di residenza. Per questo le cifre sottostimano necessariamente il numero di connazionali in uscita dal Paese, dal momento che non catturano migrazioni di minore durata. Per quel che concerne gli autori di questo articolo, entrambi residenti all’estero, solo Giacomo, in Regno Unito dal 2015, è iscritto all’Aire. Gabriele, arrivato in Spagna da quasi un anno, per motivi legati alla durata del suo contratto iniziale ha fatto richiesta solo due mesi fa, e per questo risulta ancora residente in Italia.

In un altro focus di 404, Solo Andata, si raccontano e raccolgono le storie di questa nuova migrazione: questo articolo vuole invece riassumere cosa sappiamo complessivamente della prima, grande ondata migratoria italiana – dai suoi inizi, nei primi decenni unitari, fino alla forzata riduzione avvenuta durante il regime fascista. Come mostra il grafico seguente, è prima della Grande Guerra che si registra il picco nei tassi di emigrazione italiani.

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Flussi di emigrazione (linea blu) e migrazioni di ritorno (verde) da e verso l’Italia, numeri assoluti (1876-1972). Fonte: Gomellini e O’Grada, fig.1.

Anche se è alla seconda migrazione del dopoguerra – più vicina, resa in qualche modo più sopportabile dal successivo miracolo e dagli elevati tassi di ritorno – che risalgono le nostre memorie dirette, ci sembra interessante ricostruire il profilo della prima migrazione di massa, dato che spesso anche commentatori ‘autorevoli’ sembrano prendere qualche abbaglio sulle dinamiche in atto. Proveremo dunque a fornire un resoconto, in primo luogo quantitativo, fornendo le stime disponibili sul movimento dei migranti, la loro origine e le loro caratteristiche. Descriveremo i fattori che, secondo gli storici economici, contribuirono all’emigrazione, e quale effetto questa ebbe sull’economia del paese, oltre che su quelli di destinazione. Infatti, ciò che accomuna le ondate d’emigrazione italiane, dall’Ottocento ad oggi, è l’essere di natura meramente economica. Ci fu certo chi lasciò il paese da esule durante il fascismo, ma questo, come vedremo, avvenne in un momento di bassi tassi complessivi di emigrazione. Al contrario, le fasi di maggiore intensità dei flussi avvennero in periodi, come il ‘decollo’ Giolittiano, in cui la nostra economia iniziava finalmente a girare – così come durante il Miracolo Economico, quando ci ‘aiutavano a casa nostra’. Chiarire questo dato, sottinteso alla letteratura scientifica, è quanto mai utile a fronte della strumentalizzazione politica della differenza tra odierni rifugiati e migranti economici. Ancor più utile è cercare di fornire un po’ di contesto su quelle che erano le politiche pubbliche in cui le migrazioni avvenivano. In due puntate, cercheremo di fare tutto questo, offrendo anche quando possibile delle istantanee sulle storie personali di chi lasciava la sua terra e la sua comunità, alla ricerca di quei fili che legano due epoche così diverse.

L’Italia liberale e l’avvio delle grandi migrazioni

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Venditore italiano di scope a Rio de Janeiro, Brasile (c.1885). Fonte: MEM-Memoria e migrazioni

L’Italia del XIX secolo, da poco un Regno unificato sotto un’unica bandiera, è un paese che non ha ancora conosciuto lo sviluppo economico che si diffonde in Europa sull’onda della Rivoluzione Industriale inglese. Parliamo di una nazione estremamente povera, come abbiamo in parte visto discutendo della Questione Meridionale. Il reddito pro capite, come al solito, dà un’idea delle grandezze in gioco: nel 1870, secondo le cifre del Maddison Project, il reddito italiano si attestava a poco più di 1500 dollari internazionali pro capite (un’unità di valuta fittizia pensata per comparare i livelli di benessere fra diversi paesi, che riflette la cosiddetta condizione di parità dei poteri d’acquisto); questo era meno di metà di quanto a disposizione dei cittadini britannici, appena il 55 percento del reddito dei francesi, e già oltre 15 percento in meno di una Germania che celebrerà a breve con la guerra Franco-Prussiana la nascita del Reich e la consacrazione del suo ruolo di grande potenza industriale. Al contrario, come ricorda Toniolo nel suo classico, la nuova ‘potenza’ italiana è un fatto di natura meramente demografica. Guardando ad altre dimensioni legate al benessere, il quadro si fa solo più mesto: oltre il 40 percento di famiglie vivevano in povertà, e l’aspettativa di vita si attestava in media al di sotto dei trent’anni – oltre 10 anni in meno che in Francia. Il dato forse peggiore è quello sui tassi di alfabetizzazione, che per i giovani dai 15 ai 20 anni erano in media molto bassi, fra il 30 e il 40 percento; ma l’analfabetismo toccava anche punte del 90 percento in alcune province del Sud. Per mettere questi dati in prospettiva, si pensi che il tasso di alfabetizzazione della popolazione dai 15 ai 24 anni, nella maggior parte dei paesi africani, è oggi più alto del 50 percento, anche di molto . Del resto, il primo censimento che si occuperà di misurare l’attività dei bambini tra i 10 e i 14 anni rileva come quasi il 65 percento di loro sia occupato – una cifra che resterà sopra al 30 percento ancora fino agli anni ’30.

Proprio per la sua diffusa povertà, l’Italia non è tra i primi paesi a unirsi all’ondata migratoria che prende avvio nella seconda metà del XIX secolo. Il reddito è sicuramente un fattore di primo piano per quanto riguarda la decisione di emigrare o meno, ma le due cose non sono necessariamente legate da una relazione negativa – per cui per esempio si avrebbero più alti tassi di emigrazione laddove c’è più povertà, cosa che normalmente si pensa. Al contrario, non è affatto strano osservare un aumento dell’emigrazione quando il reddito di un paese povero – come l’Italia appena unita – aumenta. Come sappiamo anche dalle migrazioni contemporanee, il costo di un biglietto e dei documenti necessari per migrazioni di lungo raggio può equivalere a mesi di stipendio. È solo verso la fine del secolo, in corrispondenza del primo decollo industriale tradizionalmente datato all’alba del Novecento, che gli italiani possono finalmente investire nella possibilità di un reddito maggiore, in un futuro lontano da casa.

Gomellini e O’Grada hanno recentemente fornito delle stime quanto più possibile accurate dei movimenti relativi alle migrazioni dall’Italia nel lungo periodo, occupandosi delle sue determinanti e del suo impatto: i dati presentati di seguito sono tratti in larga parte dal loro contributo, a cui si rimanda per approfondimenti. Secondo l’Annuario Statistico dell’Emigrazione Italiana dal 1876 al 1925, fonte ufficiale pubblicata dal Commissariato Generale dell’Emigrazione, circa 14 milioni di italiani lasciano il paese soltanto nel periodo che va dal 1900 al 1913, principalmente diretti verso altri paesi europei, gli Stati Uniti e l’America Latina. Proprio le differenze regionali di reddito spiegano come mai, nell’Ottocento, ad andarsene sono soprattutto gli italiani del Nord; ma da subito la proporzione degli emigranti dalle regioni del Sud cresce rapidamente, fino a diventare la quota più grande già all’inizio del XX secolo.

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L’emigrazione italiana per fonti di provenienza: Nord Italia (azzurro), Centro (grigio) e Mezzogiorno (blu scuro) (1876-1972). Fonte: Gomellini e O’Grada, fig.2.

Tutto questo avviene sotto lo sguardo attento e interessato del governo italiano, che fa quello che può pur d’incentivare la migrazione all’estero. Se, da un lato, come ha evidenziato in un recente articolo sulle politiche migratorie Marco Soresina, si voleva preparare un quadro legislativo che permettesse la colonizzazione di territori in Africa nell’immediato futuro, dall’altro lato si agiva principalmente al fine di ridurre l’offerta di lavoro nel paese, ancora caratterizzato da sotto-occupazione diffusa (si vedano i passaggi relativi a ciò nel libro di Manfredi Alberti sulla storia della disoccupazione), e nella speranza che le rimesse degli emigrati aiutassero l’accumulazione di capitali nel Paese.  La Legge 6866 del 1888 incentiva quindi l’emigrazione, ma le pessime condizioni di viaggio e la vita precaria dei migranti al momento dell’arrivo fanno sì che si intervenga ancora con la Legge 23 del 1901. Il governo italiano è interessato a garantire protezione legale contro lo sfruttamento dei suoi emigranti negli USA e negli altri paesi d’arrivo, anche perché le rimesse – che dipendevano dalle condizioni di lavoro e dal reddito – stavano diventando una fonte importante per tenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti. Così la classe dirigente dell’Italia liberale considerava l’emigrazione come un fatto positivo, da incoraggiare e sostenere. In una serie di volumi pubblicati dall’Accademia dei Lincei per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell’unità, uno dei più prominenti economisti e statistici dell’epoca, Francesco Coletti, fu incaricato di una monografia sul tema dell’emigrazione. Esprimendo un approccio fondamentalmente liberista, Coletti illustrava la necessità di una politica che garantisse una valvola di sfogo per la sovrappopolazione, e in particolar modo opportunità di miglioramento delle condizioni di vita del contadino, soprattutto al Sud: per i contadini meridionali salari più elevati avrebbero permesso, insieme alle rimesse, di accumulare più facilmente i capitali necessari per comprare piccoli terreni. Erodendo progressivamente i grandi latifondi, dunque, l’emigrazione avrebbe costituito la base per uno sviluppo reale delle terre meridionali – una sorta di ‘riforma agraria invisibile’, verrebbe da dire.

Chi erano i migranti, e perché se ne andavano

Usando le liste dei passeggeri imbarcati su navi come il transatlantico Roma, che faceva la spola tra Napoli e New York diverse volte l’anno nei primi tre decenni del secolo,  Gomellini e O’Grada ci danno un’idea, necessariamente parziale, dell’età e genere degli emigranti italiani dell’epoca. Tra i nostri connazionali che migravano verso gli Stati Uniti, oltre 7 emigranti su 10 erano uomini  – proporzione lievemente superiore ai due terzi rilevati da Bandiera et al. per gli arrivi complessivi a Ellis Island. L’età, in entrambi i casi, era molto bassa: più di metà dei maschi aveva tra i 15 e i 29 anni – ed era tendenzialmente celibe. Stupisce tuttavia, nei confronti internazionali, una quota non indifferente (tre su dieci) di persone sopra i trent’anni. Ma l’elemento decisamente anomalo della migrazione italiana si può inferire dalle differenze stagionali nelle migrazioni maschili: al contrario delle donne, che partivano in età più avanzata e con flussi costanti durante l’anno, un numero maggiore di uomini lasciava l’Italia nei primi mesi dell’anno. Questo è spiegato dalla grande quota di migrazione ‘stagionale’: avendo iniziato ad emigrare in un momento in cui i costi dei biglietti erano già ben inferiori rispetto a metà Ottocento, e forse anche per maggiore attaccamento al luogo natio, molti nostri connazionali migravano infatti per periodi brevi, facendo la spola anche più volte l’anno tra le Americhe e l’Italia, tanto da guadagnarsi l’appellativo di birds of passage, o golondrines (rondini). In molti, dunque, lasciavano il paese nel periodo in cui i campi davano meno lavoro, per poi fare ritorno nella stagione estiva. Questa stagionalità – tratto assolutamente distintivo dei migranti italiani – chiaramente riduceva l’incentivo all’emigrazione dei familiari, dato anche dal fatto che per donne e bambini era più difficile lavorare. A questo si aggiunge una tendenza ben maggiore a fare ritorno, dopo un periodo più o meno lungo, in patria. Stime come quelle di Glyn indicano in quasi il 49% la quota di italiani che rimpatriò nel periodo 1905-1920. Gomellini e O’Grada ci dicono che i meridionali avevano maggiore propensione alla stagionalità, con l’eccezione dei Sardi (che tendevano a non migrare, ma nei pochi casi in cui ciò avveniva, non tornavano) e dei Liguri, che, al contrario degli altri settentrionali, avevano tassi di ritorno sopra la media.

Il reddito rimase sicuramente il fattore principale nella scelta di emigrare o meno. Ma più che il reddito assoluto, quello che importa è la differenza fra il reddito nel paese di origine e quello nel paese di destinazione, e la differenza salariale fra i paesi delle Americhe e l’Italia (ma in realtà in molti altri paesi europei) era notevole. Sempre Gomellini e O’Grada fanno i conti: da una prospettiva di 500 lire a casa (sempre che si riuscisse a trovare un lavoro!), una volta emigrati negli USA gli italiani potevano sperare di quintuplicare il salario, ottenendo altrettanti dollari. È importante considerare anche il cosiddetto skill premium, cioè il reddito aggiuntivo che si può ottenere rispetto al reddito di base grazie a più istruzione ed esperienza, e quindi ad un lavoro meglio retribuito (questa letteratura si basa sul cosiddetto modello Roy-Borjas, per un’applicazione all’epoca della migrazione di massa si veda il lavoro di Stolz e Baten). Lo skill premium era più alto negli Stati Uniti che in Italia negli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento. Non sorprende quindi che gli emigranti italiani fossero molto più istruiti dei loro connazionali che rimanevano in patria: nel 1880 il tasso di alfabetizzazione per gli italiani presenti nel censimento degli Stati Uniti era del 63 percento per la classe d’età dai 15 ai 20 anni, e del 70 percento per gli adulti (più di 15 anni); al contrario, il dato per quelli rimasti in Italia era uguale al 43 e al 36 percento per le stesse classi d’età. Nel 1900 questo gap si era ridotto molto, soprattutto per via della nuova composizione territoriale (Nord-Sud) della migrazione verso gli Stati Uniti: 67 (15 – 20 anni) e 53 percento nel censimento USA, contro 60 e 47 in quello italiano (I dati per gli USA provengono da elaborazioni degli autori su dati IPMUS USA, mentre i dati sui tassi di alfabetizzazione nei censimenti italiani sono medie non pesate a partire da dati provinciali).  Come ha scritto Chiara Martinelli su queste stesse pagine, una fuga dei cervelli sembra essere esistita anche a cavallo fra Ottocento e Novecento, non solo oggi.

A parte le considerazioni di carattere squisitamente economico, i contatti e la rete d’informazione erano fondamentali per i migranti: se guardiamo all’insieme delle regioni italiane, gli italiani tendevano a spostarsi in massa di più dove già avevano amici, familiari e conoscenti, per via del valore molto importante delle informazioni, per esempio sulle condizioni di vita, il mercato del lavoro, le abitazioni ecc. Anche la demografia italiana, caratterizzata da un forte pressione della popolazione rispetto alla terra, influenzò positivamente i tassi di migrazione prima del 1900.

(La seconda parte dell’articolo, sull’Italia fascista, le migrazioni interne e gli effetti complessivi delle migrazioni sullo sviluppo economico italiano, uscirà il 10 febbraio).


Gabriele Cappelli è attualmente Visiting Professor all’Università Autonoma di Barcelona. La sua ricerca si occupa di ricostruire l’evoluzione della quantità e qualità dell’istruzione nel lungo periodo, nonché far luce sulle sue determinanti.

Giacomo Gabbuti, romano, vive a Oxford, dove studia Economic and Social History. Si occupa di benessere e disuguaglianze in prospettiva storica, con occhio soprattutto all’Italia Fascista. È redattore di 404: file not found, per cui coordina il focus TraDueMondi sulla storia economica italiana.

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