Da Storie della tua vita a Arrival. Un profilo di Ted Chiang

– Giulio Argenio –

Il 19 Gennaio, dopo l’anteprima al Festival del Cinema di Venezia, approda nelle sale italiane Arrival, l’ultima prova del regista Denis Villeneuve accolta con entusiasmo e approvazione da larga parte della critica europea e statunitense. Il successo del film ha portato alla ribalta anche Ted Chiang, l’autore di Storia della tua vita, racconto di fantascienza dal quale il film è tratto.
Per l’occasione, l’editore Frassinelli ha ripubblicato (con una nuova traduzione a cura di Christian Pastore) l’antologia Storie della tua vita, precedentemente portata sul nostro mercato da Stampa Alternativa/Nuovi argomenti nel 2008 e che raccoglie le fatiche dell’autore fino al 2002.
Combinare riuscita artistica e successo commerciale non è cosa di tutti i giorni, particolarmente in un contesto (quale quello fantascientifico) spesso costretto a snaturarsi per venire in contro alle aspettative del grande pubblico. Esploriamo allora alcuni degli spunti più interessanti offerti dal lavoro di Ted Chiang, senza rifiutare un confronto con la sua trasposizione filmica, capace di rendere giustizia alle trovate dell’autore pur senza allontanarsi dai dogmi hollywoodiani.

PRESENTAZIONI

Ted Chiang e Denis Villeneuve sono nati entrambi nel 1967, uno a Long Island, da genitori cinesi emigrati a Taiwan e poi negli States, l’altro in Canada, a Gently nel Quebec. Il primo è scrittore pluripremiato, ma non prolifico e potremmo dire nemmeno professionista: lavora infatti come technical writer per aziende software, o così almeno riportano tutte le interviste e i profili. Il secondo, invece, è regista in grande ascesa, sbarcato a Hollywood con Prisoners (2013) e Sicario (2015) e oggi alla ricerca della definitiva consacrazione attraverso Blade Runner 2049, seguito atteso e scivolosissimo del capolavoro di Ridley Scott. A unire le due figure c’è ora Arrival, con Amy Adams, Jeremy Renner e Forest Withaker, i cui volti fanno capolino, in rigoroso ordine di grandezza, sulla locandina del film, che fornisce al libro la sua appariscente copertina.
Involucro a parte, nelle storie di Chiang non c’è nulla di stucchevole. Quattro premi Nebula e altrettanti Hugo e Locus awards testimoniano il credito di cui gode l’autore nell’ambiente fantascientifico, ma è forte la sensazione di trovarsi al cospetto di uno scrittore le cui qualità non potranno passare inosservate al grande pubblico. Lo stile sofisticato ma piano con cui esplora i temi delle sue storie conquista gli addetti ai lavori senza respingere i semplici lettori: se infatti i Nebula Awards sono assegnati da una giuria professionista, accade il contrario per il premio Hugo, intitolato al nume tutelare della fantascienza periodica Hugo Gernsback e dal carattere programmaticamente popolare.
Si è usato il termine “storie” non a caso. Chiang non ha ancora prodotto infatti alcun romanzo: tutta la sua carriera è stata fin’ora all’insegna di forme letterarie concise, dal racconto al romanzo breve, apparse in periodici di carattere vario, prima di venir raccolte (nel 2002) nell’edizione originale dell’antologia in questione. Questa scelta produttiva lo pone in continuità con la tradizione fantascientifica, per la quale le riviste (soprattutto quelle specializzate) e la forma del racconto hanno sempre rivestito un ruolo centrale. Un numero contenuto di caratteri è sempre apparso ottimale per l’esplorazione dei thought experiments, le ipotesi fantasiose, ma animate da sincero razionalismo scientifico, che compongono il nucleo di tanta science fiction. La ridotta estensione può ostacolare lo sviluppo approfondito di personaggi e psicologie, ma fornisce al colpo di scena finale, al ribaltamento prospettico, al fulmen in clausola forza e significanza notevoli.
Non confonda insomma l’appetibilità mainstream: Chiang è uno scrittore di fantascienza convinto, che non si vergogna di sfruttarne forme e tematiche. Il gusto e l’acume con cui compie questa operazione, tuttavia, conferiscono alle sue fatiche una versatilità che le rende adatte a contesti editoriali diversi. Quando Chiang ha esordito, nel 1990 con The Tower of Babylon, lo ha fatto su Omni, rivista dedita alla divulgazione scientifica che ha pubblicato lavori importantissimi per la fantascienza cyberpunk come Burning Chrome e Johnny Mnemonic di William Gibson. Allo stesso tempo, però, un suo lavoro è stato ospitato a inizio millennio nell’allora neonata rubrica Future di quell’istituzione della ricerca che risponde al nome di Nature. L’adattamento cinematografico non potrà che ampliare la risonanza dei lavori di Chiang, di cui si stanno interessando ora le grandi testate estere: il Guardian l’ha definito un «science fiction genius», il New Yorker ha di recente descritto la sua fantascienza come «soulful», ed è di questi giorni una recensione sulla New York Review of Books.

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ALIENI ALLO SPECCHIO

«Quando si tratta di aneddoti relativi all’apprendimento linguistico, la mia fonte preferita è l’acquisizione del linguaggio da parte dei bambini.»

Se questo è l’autore, veniamo ora all’opera.
Sono sbarcati sulla terra gli eptapodi, forma di vita extraterrestre imperscrutabile di cui l’umanità sa pochissimo e di cui il governo (e Chiang con esso) vuole rivelarci ancora meno. Di uno degli alieni che compaiono nel racconto ci viene detto soltanto: «somigliava a una botte, sospesa nel punto in cui i suoi sette arti s’incontravano. Aveva una simmetria radiale, e ognuno degli arti poteva fare sia da braccio sia da gamba». L’aspetto non è tutto e tanto ci basti. Si capirà bene come per la macchina hollywoodiana, abituata fin da La guerra dei mondi di Herbert George Wells (1897) a poter mettere in scena ben più appariscenti design alieni, un così scarso interesse per i visitors possa rappresentare un ostacolo. Scaltramente, allora, si sopperisce con l’accattivante livrea delle astronavi eptapodiche e con il titolo: qualcosa è arrivato sul nostro pianeta e la forma del loro mezzo, inconsueta ma non troppo (come una sedia d’artista), fornisce ai viaggiatori spaziali tutta la materialità che il marketing ritiene pertinente. Non solo in questo, tuttavia, Chiang (e Villeneuve con lui) si distaccano dagli stereotipi dell’incontro ravvicinato. L’alieno, simbolo per antonomasia di un’alterità e di un diverso che solo la scienza più avanzata avvicina, sfugge a due delle sue più comuni rappresentazioni: nemico e oggetto di studio. In Storia della tua vita non si spara, non si scappa, non si negozia, ma nemmeno si indaga, si seziona o si trafugano tecnologie aliene. Nel racconto, soprattutto, si parla e si ricorda.
Protagonista e narratrice in prima persona è infatti Louise Banks, linguista incaricata dai vertici militari di decifrare e imparare l’idioma alieno. Con lei, a comporre una delle numerose squadre che tentano in tutti i modi di instaurare relazioni con i visitatori, vi è Gary, fisico, «uno a cui la parola “fantastico” non bastava, doveva perfino aggiungere “altamente”». La dottoressa Banks è abile studiosa, ma non è donna d’azione, non è una Ellen Ripley tutta d’un pezzo, del suo aspetto fisico nulla trapela ma ci è dato intuire che essa è single e, in qualche modo, madre. Alla figlia che ha perso (ma dovremmo dire perderà) è indirizzato il suo racconto, storia del contatto alieno, del suo concepimento e, in fondo, della sua vita.
Fin dall’inizio almeno tre piani temporali sembrano sovrapporsi. Uno è quello che potremmo chiamare “centrale”, dal quale prende le mosse la narrazione:

«Tuo padre sta per chiedermelo. È il momento più importante della nostra vita e voglio essere attenta, cogliere ogni dettaglio.»

L’altro, lo diremo “inferiore”, è il segmento temporale passato, il resoconto del periodo che la protagonista passa a contatto con gli eptapodi, nel tentativo di impararne la lingua:

«So come finisce questa storia, ci penso spesso. Penso spesso anche a come è cominciata qualche anno fa, quando nell’orbita terrestre comparvero le navi e i loro congegni apparvero nei prati.»

L’ultimo, per comodità consideriamolo “superiore”, è quello che si sviluppa nel futuro, a partire dal concepimento della figlia di Louise fino alla sua morte, a venticinque anni:

«Ricordo l’obitorio, tutte quelle piastrelle, quell’acciaio, il ronzio dei refrigeratori e l’odore di disinfettante. Un inserviente abbasserà il lenzuolo rivelando il tuo viso. Per non so quale motivo apparirà diverso, ma saprò comunque riconoscerti. “Sì, è lei”, dirò. “È mia figlia”.» Quel giorno avrai venticinque anni.»

Una certa confusione, a questo punto, è del tutto legittima. Cos’è questo intrecciarsi di tempi verbali? Come si può conoscere il futuro, come si può conoscerlo in anticipo, talmente in anticipo, da averne dei ricordi? La risposta scontata è che non si può, a meno che non si ammetta la possibilità della premonizione o del viaggio nel tempo. Sarebbe forse riduttivo ricondurre ciò che accade nel racconto di Chiang a queste due eventualità. Ci troviamo piuttosto al cospetto di un diverso approccio cognitivo al tempo.

SAPIR-WHORF

In diverse riflessioni su Storie della tua vita (e letteralmente durante Arrival), si fa riferimento alla cosiddetta “Ipotesi di Sapir-Whorf”, che prendendo il nome da due antropologi statunitensi postula una relazione diretta fra visione del mondo ed espressione linguistica. A un certo modo di esprimersi farebbe seguito una particolare concezione della vita, un organizzazione del pensiero e delle percezioni peculiare e legata allo specifico idioma. In maniera un po’ meccanica allora, imparando un nuovo linguaggio fino a interiorizzarlo, si potrebbe acquisire la filosofia dei suoi native speakers. È in parte quanto accade alla dottoressa Banks attraverso lo studio e l’analisi della comunicazione aliena.
Flapper e Raspberry (rinominati nel film Abbot e Costello, i Gianni e Pinotto italiani) sono i due eptapodi con i quali i nostri protagonisti si confrontano. Dialogando con loro, l’acuta Louise scopre che fra l’espressione orale e quella scritta degli alieni non vi è continuità: la loro è una scrittura «semasiografica», che si sviluppa acefala, come una ragnatela, non ha verso e direzione, non ha punteggiatura.

«A seconda dello sviluppo dei semagrammi, le inflessioni venivano indicate variando la curvatura di certi tratti, il loro spessore o l’ondulazione. Oppure a cambiare erano le dimensioni di due radici […] non potevano essere isolati dal resto del semagramma.»

Scritta senza soluzioni di continuità, una frase in «Eptapode B» non prevede inizio e fine, si sviluppa plasticamente senza alcun riguardo per la struttura del foglio: «ciò stava a significare che già prima di tracciarlo, l’eptapode sapeva come si sarebbe sviluppato il resto della frase». Questo comportamento, impossibile e assurdo per l’uomo, si chiarisce quando, finalmente, gli scienziati riescono a intrecciare con gli alieni una comunicazione sui temi che realmente interessano le gerarchie del potere: la scienza, la tecnica e la sua applicazione. Gli eptapodi si dimostrano del tutto incapaci di afferrare gli elementari concetti della nostra algebra e geometria, ma riconoscono il principio di Fermat, secondo cui la luce, nel transitare da un punto A a un punto B adotta «sempre un percorso estremo, un percorso cioè che minimizza il tempo di percorrenza o che lo massimizza»

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È quindi un principio «variazionale», e come tale non segue una formulazione causale in cui a una causa corrisponderebbe un effetto, a un’azione una reazione e a un passato un futuro influenzato da esso. «Il raggio di luce, pensai fra me e me, deve sapere dove finirà prima di decidere in che direzione andare», esattamente come un eptapode al momento della scrittura. Si misura in questa concezione tutta la diversità fra uomo e alieno, gli anni luce di distanza, la barriera che inevitabilmente li separa.

«Gli uomini avevano sviluppato una coscienza di tipo sequenziale, e gli eptapodi ne avevano sviluppata una di tipo simultaneo. Noi percepiamo gli eventi secondo un ordine […] loro percepiscono tutti gli eventi in una volta sola, a partire da un obiettivo che li collega tutti quanti. Un obiettivo di massimo o di minimo»

Attraverso l’apprendimento linguistico anche Louise si immerge in questa mentalità e ne sperimenta saltuariamente le sensazioni.

«Di tanto in tanto, ho degli sprazzi in cui predomina l’Eptapode B […] La mia coscienza diviene brace, una brace lunga cinquant’anni che arde al di là del tempo. Nel corso di questi brevi sprazzi, percepisco l’intero periodo simultaneamente. È un periodo che abbraccia il resto della mia vita, e per intero la tua.»

Il contatto con questo diverso spaziale lascia in eredità alla protagonista la consapevolezza del suo futuro, del suo matrimonio e del suo divorzio, della maternità e della perdita della figlia, futuri ma contemporaneamente già accaduti. I ricordi di questo avvenire, teneri nella loro essenziale banalità, si fanno così strada nel resoconto della visita aliena, dettandone il ritmo senza spezzarlo. Con certosina precisione il montaggio di Chiang ricostruisce un andirivieni temporale ed emotivo fra episodi di vita familiare e sessioni di scambio linguistico, animando l’altrimenti esile intreccio e donandogli una gustosa completezza.
Per descrivere le relazioni che intercorrono tra i vari piani temporali, l’alternanza fra paragrafi è orchestrata mediante una serie di rimandi interni via via più fitta. Così facendo Chiang riesce a coniugare due temi portanti della fantascienza: quello dell’alterità aliena come misura dell’uomo e quello dello scorre del tempo.
D’altronde i richiami fra un blocco di testo e l’altro servono anche ad aggirare le limitazioni di un supporto scrittorio come la pagina. La numerazione consequenziale dei fogli e la loro bianca disponibilità è terreno privilegiato per il dispiegarsi della concezione umana del tempo, ma rischierebbe di imbrigliare quella aliena. Anche in Capisci, secondo racconto della raccolta, il protagonista (un individuo dalle facoltà intellettuali medicalmente aumentate) apprendendo un nuovo linguaggio si rende conto che esso «non potrebbe essere riportato attraverso una serie di parole allineate, ma piuttosto con un immenso ideogramma, per essere assorbito come un tutto».
L’interazione fra i segmenti divisi è anche il meccanismo che dà forma alla progressiva scoperta dell’altro. La voragine che separa alieno e umano è infatti un riflesso di quella che si apre tra madre e figlia: come quella degli eptapodi, anche quella della bambina sulla terra è una presenza transitoria, concentrata nel tempo, con un inizio e una fine. Anche la sua è una visita, in qualche modo. Per quanto prevista, però, il suo svolgersi non può che risultare sorprendente per una madre, dolorosamente sempre impegnata a scoprire «che non puoi essere un mio clone». Conoscere in anticipo il futuro non può eliminare lo stupore per una figlia che cresce:

«Non potrò credere che tu, una donna più alta di me, bella da spezzare il cuore, sei la stessa bambina che dovevo prendere in braccio per farla bere alla fontanella.»

Confrontarsi col diverso significa aver a che fare con motivazioni e comportamenti, spesso difficilmente decifrabili, sia che si tratti di alieni che di adolescenti.

«Non smetterò mai di stupirmi per la velocità con cui passi da una fase all’altra del tuo sviluppo. Vivere con te sarà come mirare a un bersaglio in movimento. Sarai sempre un po’ più in là di dove mi aspetto che tu sia.»

Storie della tua vita è quindi testimonianza di due contatti dei quali la vera misura è l’asimmetria. Quando la figlia impara a camminare la protagonista non può che assistere impotente e preoccupata ai suoi continui capitomboli, esattamente come nessuno può impedire agli eptapodi di andarsene dalla terra così come sono arrivati.
Il viaggio di Louise nel ricordo è fatto, in conclusione, di incontri che non possono che lasciarla sola. L’unica acquisizione solida è quella linguistica e quindi della consapevolezza temporale.

«Il lavoro con gli eptapodi ha cambiato la mia vita. Ho conosciuto tuo padre e ho imparato l’Eptapode B, e sono queste due cose a fare sì che ti conosca già adesso […] alla fine, fra diversi anni, non avrò più né tuo padre né te. L’unica cosa che mi resterà sarà il linguaggio degli alieni.»

Ma è possibile assorbire serenamente la solitudine e la morte? La consapevolezza può davvero diventare accettazione?

“COME UN CANE CHE VI CONOSCE E CHE VI AMA”

In appendice alla raccolta si trovano alcune brevi annotazioni dell’autore riguardo ciascuno dei racconti. A proposito del tema di Storie della tua vita Chiang cita una frase di Kurt Vonnegut: «Abbiate pazienza. Il vostro futuro verrà da voi e si sdraierà ai vostri piedi come un cane che vi conosce e che vi ama, qualunque cosa voi siate».
Mattatoio n. 5 è un classico della fantascienza e Chiang non fa mistero dell’ispirazione che ne ha tratto. I paralleli sono evidenti: Billy Pilgrim, reduce americano del bombardamento di Dresda, acquisisce la capacità di viaggiare nel tempo dopo essere stato rapito da una specie aliena particolarmente fatalista e domestica con la quarta dimensione. Pilgrim in una sua lettera si esprime così:

«La cosa più importante che ho imparato a Tralfamadore è che quando una persona muore, muore solo in ‘apparenza’. Nel passato essa è ancora viva, per cui è molto sciocco che la gente pianga ai suoi funerali. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. I tralfamadoriani possono guardare ai diversi momenti come noi guardiamo un tratto delle Montagne Rocciose. Possono vedere come siano permanenti i vari momenti, e guardare ogni momento che loro interessi. E’ solo una nostra illusione di terrestri quella di credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che una volta che un istante è trascorso è trascorso per sempre.»

Una frase tipica dei tralfamadoriani e di Billy Pilgrim è «così va la vita». L’esistenza è grama e senza senso? Gli uomini muoiono come mosche per cause inutili e puerili? So it goes. Il cinismo e l’accettazione ironica dell’assurdo sono le uniche armi che consentono a Vonnegut (il vero reduce dell’allied bombing) di mettere per iscritto la sua storia, tramutando in destino le scelte consapevoli dei potenti.
Anche nell’opera di Chiang il destino e il libero arbitrio svolgono un ruolo importante.
Louise e gli eptapodi, pur a conoscenza del futuro che li aspetta, non vi si oppongono e anzi agiscono secondo modi che ritengono conformi a esso. Il passaggio da una coscienza causale a una teleologica ha un portato antropologico inevitabile.

«Se venendo a conoscenza del futuro una persona cambiasse? E se si risvegliasse in lei un senso di necessità, la sensazione che sia inevitabile agire esattamente come previsto?»

Parlare per gli alieni equivale a una performance, al «mettere in scena una cronologia». La questione della libertà nemmeno si pone, ci si attiene al copione. Sembra una limitazione intollerabile, ma alla protagonista non sfugge che anche noi umani proviamo piacere quando si compie ciò che è stabilito. Quando la figlia mal sopporta le sue improvvisazioni durante la lettura de La storia dei tre orsi, Louise chiederà: «Bè, se la conosci già, perché mi hai chiesto di leggertela?» solo per sentirsi rispondere «Perché la voglio sentire».
Per sua stessa ammissione, il problema del libero arbitrio e ciò che più interessa Chiang quando scrive storie che hanno a che fare con la conoscenza del futuro. È un tema che è possibile rintracciare in molte opere dell’autore. Nella già citata Capisci, il libero arbitrio si dissolve perché ogni possibile scelta è risolta dalla totale capacità computazionale di un individuo d’intelligenza sovrumana. Nel racconto, echeggiante Borges, intitolato Torre di Babilonia la costruzione dell’ingegno umano non raggiunge i suoi scopi poiché Yahweh stesso ha posto dei vincoli al suo completamento. Il protagonista di Divisione per zero, pur conscio di dover inevitabilmente allontanarsi dalla moglie, non può sfuggire al senso di colpa. Nel bellissimo Amare ciò che si vede: un documentario l’ostacolo alle libere scelte è la manipolazione del gusto operato dallo spettacolo e dalla pubblicità, ma la soluzione chirurgica a questo problema dev’essere obbligatoria o frutto di una decisione individuale? Ancora, in What’s Expected of Us (qui non incluso) un semplicissimo passatempo elettronico ha dimostrato l’inesistenza del libero arbitrio eppure c’è chi deve, necessariamente, applicarsi per non far sprofondare l’umanità in un fatalismo distruttivo. Anche se i suoi sforzi non possono influenzare un destino già scritto.

I NOVE MILIARDI DI NOMI DI DIO

La riflessione sul libero arbitrio non può che intrecciarsi a quella sulla religione, e nei restanti racconti che compongono Storie della tua vita Chiang non disdegna di confrontarsi con questo tema (specialmente ne L’inferno è l’assenza di Dio) e con quello dell’intelligenza artificiale. Settantadue Lettere, con i suoi riferimenti alla cabala e a una Londra dall’esotismo quasi steampunk, rielabora il mito ebraico del golem, fino a considerarlo come un antesignano degli automi e delle macchine elettroniche programmabili. Il giusto nome, scritto su di un foglio di carta, permette alle creazioni artificiali di animarsi e compiere semplici consegne, a ulteriore dimostrazione dell’importanza che il linguaggio riveste per il nostro l’autore. L’esecuzione meccanica di un compito assegnato apre però ulteriori spazi di ragionamento, portati avanti in The Life Cycle of Software Obejcts, qui assente ma già tradotto in italiano, dove Chiang osserva da vicino la nascita e la progressiva decadenza di un gruppo di intelligenze artificiali, dei loro creatori e della community di utenti. Sballottati dai continui mutamenti dell’industria informatica i teneri cuccioli digitali, ormai grandi e senzienti, diventano soggettività con cui i padroni devono fare i conti. Può un’intelligenza artificiale programmata per intrattenere essere artefice del proprio destino fino a prostituirsi, o la sua immaterialità la riduce giocoforza a un semplice passatempo nelle mani dell’utente? La bravura di Ted Chiang si misura tutta qui, nella capacità di farci provare empatia per i Tamagotchi che abbiamo abbandonato in gioventù.

GIÙ IL SIPARIO

Sforzandosi, sarebbe probabilmente possibile citare un grande numero di opere in dialogo con quanto presente in questi racconti. A partire da Il linguaggio di Pao di Jack Vance fino a Fiori per Algernon di Daniel Keyes le ispirazioni rintracciabili risulterebbero ugualmente moltissime, ma ciò che conta è forse altro.
Storie della tua vita è non solo ottima fantascienza, ma anche ottima letteratura, capace di dialogare con il presente coniugando rigore scientifico e sensibilità emotiva. I suoi personaggi, pur strumentali all’esplorazione di paesaggi ipotetici, non mancano di attrattiva e quelli femminili sarebbero senza dubbio da confrontare con le scienziate della Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer. Scopriremmo, forse, che la letteratura di genere sta proponendo proprio le donne come esploratrici privilegiate dell’ignoto e che l’industria cinematografica sembra, in minima parte, interessata ad adeguarsi. A Arrival infatti va riconosciuto di essere in grado di portare sullo schermo uno dei personaggi più riconoscibili di Chiang senza banalizzazioni eccessive e senza semplificare una materia non di certo canonica per i blockbuster hollywoodiani. Pur cedendo alla tentazione di movimentare l’intreccio attraverso un sottile senso di tensione e attribuendo agli eptapodi motivazioni forse un po’ prosaiche, il film riesce a rendere in maniera visivamente efficace la scrittura aliena e il confondersi dei piani temporali. Non capita spesso di vedere un film di fantascienza in cui gli unici proiettili esplosi sono fuori campo: non ci resta che sperare che il domani ce ne offra sempre di più.
Senza la possibilità di spostarci nel futuro per conoscere le nostre reazioni al seguito di Blade Runner vale allora la pena di cogliere ciò che il presente ci offre, riscoprendo attraverso un film un ottimo scrittore.


Giulio Argenio è nato nel nebbioso Nord-Est e studia Storia contemporanea a Pisa. Si interessa all’immaginario della fantascienza e al contesto nel quale questo nasce e si diffonde.

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