Cose viste, lette, sentite nel 2016 (parte 2)

Camilla Panichi

Libro: Sono andata in vacanza in un’isola non minore, ma con questo libro dalla scrittura fluida, al cui centro c’è il rapporto tra due sorelle e il mare, ma anche la veracità toscana con cui ci si incazza e scazza subito dopo, l’Italia sullo sfondo, ma non troppo, l’Italia continente ma non troppo, l’amore smisurato per la piccola isola, i suoi orizzonti infiniti.
Film: Ci sono, come al solito, molti film che vorrei segnalare, e niente, alla fine ho scelto questo perché la maggior parte dei redattori ha deciso di fare un commento per ogni roba che segnaliamo e io me la cavo perché ne ho già ampiamente scritto qui.
Album: Har Mar Superstar è un tizio che su wikipedia ha come foto un se stesso appena sveglio e in slip. Trasformista su scena ed esibizionista, ti fa fare un tuffo negli anni ‘50 con un tocco di pop e di elettronica.

Lorenza Pieri, Isole minori, edizioni e/o

Caterina resse le accuse e incassò la strigliata ma quando fummo sole mi torse un orecchio mentre stringeva i denti con rabbia: «Che ti è saltato in mente di raccontare, idiota?».
Dissi solo che mia mamma aveva chiesto cosa sognavo e io avevo raccontato il mio incubo, ma non le avevo detto della storia dello schiaffo e tutto. Fu chiaro fin da subito tra noi sorelle che dello schiaffo che aveva preso Caterina non si doveva parlare, né allora né mai. Non credo di essere stata consapevole che raccontare l’accaduto avrebbe potuto aggravare la portata dell’evento. Sapevo che Caterina voleva così. Lo sapevo e questo mi bastava per seguire la sua volontà. Mi aveva difeso nuovamente e io non ero stata in grado di difendere lei. L’ubbidienza al suo volere era l’unico modo in cui potevo dimostrarle la mia gratitudine.
Caterina il sole, io nella sua ombra.
Caterina che piange di rabbia, io che rido per niente.
Caterina e le sue storie, io il suo pubblico.
Caterina l’avvocato, io il cliente assolto.
Caterina rossa, tra i rovi e l’erba secca, io mora, tra i papaveri e le ginestre.
Caterina continente, io isola minore.

Claude Barras, Ma vie de courgette, Francia

Ross & Matt Duffer, Stranger things, Netflix

Har Mar Superstar, Best Summer Ever, Cult Records

Paul B. Preciado, Le lieu qui t’accueille, Liberation

C’est la Méditerranée. C’est le lieu où tu arrives. C’est la Grèce. C’est le lieu qui t’accueille. C’est le sol qui pourrait être sous tes pieds. C’est la mer qui te noie. C’est l’Europe. C’est le ciel qui semble être le même pour tout le monde mais qui ne l’est pas. C’est le monde. C’est le cash flow. C’est la terre que tu foules. C’est la rue que tu laisses derrière toi. C’est la ville dans laquelle tu entres. C’est le Parlement vide. C’est la place remplie. C’est Calais. C’est le monde. […] C’est l’état d’agrégation de la matière. C’est la sélection des cent meilleurs livres: une fois encore, tous sont écrits par des hommes, sauf deux. C’est la démocratie représentative comme couverture de la corruption. C’est la résistance des cartes au changement. C’est la Méditerranée. C’est l’Europe. C’est le lieu où tu arrives.


Fred Cavermed

C’è urgenza di umanità nel mondo. La storia corre veloce e i popoli europei tentano di guardarla restando al riparo. È un intento velleitario che ci permette di sentirci ancora al caldo e al sicuro. Ma abbiamo paura, perché sentiamo che la tempesta ci coinvolge. In un certo senso, è questo il sentimento che Thomas Ostermeier mette in scena quando ha a che fare con il grande classico russo Il gabbiano, di Anton Cechov: un manipolo di personaggi, con intermezzi musicali contemporanei e davanti a un’opera d’arte effimera che un’artista disegna in tempo reale sulla scenografia, trascorrono dei giorni di vacanza in un paesaggio tranquillo, dove esprimono la loro bassezza umana restando attaccati alle loro individuali sicurezze, ai propri piccoli interessi e piaceri. Il prologo, in cui si parla della Siria, svela che quella bassezza è la nostra.
La storia corre veloce e, tra gli eventi internazionali ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, c’è stata la questione della Grecia. Questa Grecia, la Grecia della crisi, ce la racconta Rhéa Galanaki, scrittrice cretese e figura eminente della letteratura greca contemporanea, nel suo romanzo L’Ultime humiliation, tradotto quest’anno in francese. È un romanzo di valore: con il tono lirico della tragedia e un filo di ironia, il narratore ci racconta le vicende di due matte da legare che si smarriscono nelle strade dell’Atene delle manifestazioni e dei senzatetto, nella Grecia dei miti antichi e della storia contemporanea. Un’odissea purtroppo non tradotta in italiano.
C’è urgenza di umanità. C’è bisogno delle verità che le vite comuni della gente comune costruiscono lontano dai centri del potere e del sapere. C’è bisogno di opere d’arte e di ricerche che restituiscano questa dignità al punto di vista dei piccoli, al formicolio umano che subisce e insieme fa la storia. Per questo ho deciso di chiudere con un docu-film che racconta la rivoluzione egiziana del 2011 dalla periferia agricola in cui vivono Farraj e la sua famiglia (di questo film ho già parlato qui).

Rhéa Galanaki, L’Ultime humiliation Galaade Éditions (traduzione di Loïc Marcou)

C’est ainsi que tu te retrouvas en hiver, à la tombée du jour, sur cette célèbre place du centre. Sur la scène de théâtre la plus insolite qui ait jamais été montée au cœur d’une capitale. Elle n’avait pas toujours eu cette forme, cette place. Déjà bien avant ta naissance, elle était devenue non seulement une double place mais aussi une place à double sens. On aurait dit que le ville-mère de la tragédie avait voulu à un moment étager sa scène principale sur deux niveaux distincts pour rappeler à ses habitants ce qu’était une représentation publique, ou ce qu’était une joute publique, ce qui revient quasiment au même. L’Athènes moderne, la nouvelle capitale, avait peut-être eu une autre ambition: rappeler à ses habitants que, dans la vie, tout peut devenir double et avoir un double sens – le sommet et la base, la puissance et la faiblesse, le mensonge et la vérité, le passé et le présent, l’équilibre et la folie, la liberté et l’esclavage, la vie et la mort, et ainsi de suite.

Thomas Ostermeier, Il gabbiano, di Anton Cechov

Anna Roussillon, Je suis le peuple, Francia, Egitto, Haut Les Mains Productions


Chiara Impellizzeri

Se avessi scelto un romanzo, questo sarebbe stato senza ombra dubbio Mémoire de fille di Annie Ernaux, che non esito a giudicare il terzo migliore libro dell’autrice dopo Gli anni e La place. Un romanzo molto liberatorio, che coniuga alla grazia stilistica propria dell’autrice la vividezza del personaggio e la spietatezza con la quale il suo soggetto – il ricordo delle prime, tremende e ingenue, esperienze sessuali – è trattato. Guardando al suo passato, la Ernaux riesce in modo magistrale e a mio giudizio inedito a tratteggiare un personaggio dal forte spessore psicologico, ingenuo e determinato allo stesso tempo, capace di sfuggire ai clichés delle narrazioni sulla fragile vittima. Lo riservo per le segnalazioni del prossimo anno, quando sarà tradotto in italiano, e scelgo invece un libro che mi piacerebbe fosse tradotto, un saggio brillante e di scorrevolissima lettura, Labour of love. The invention of dating di Moira Weigel, giovane dottoranda di Yale. Il libro della Weigel unisce ricostruzione cronologica e analisi tematica, studio dei classici del genere, fonti giornalistiche e attenzione alla cultura pop (romanzi rosa, rom-com, serie tv, manuali e siti di auto-aiuto) per mostrare in che modo fenomeni ritenuti privati e ideologie diffuse sull’amore e la coppia abbiano un’origine storica, sociale e siano evolute insieme alle mutazioni del sistema economico. Si tratta di un appropriato pendant al saggio di Eva Illouz, Perché l’amore fa male, con il quale condivide l’idea (esplicitata già dal titolo) di «trattare l’amore come Marx trattava le merci», permettendosi però alla fine di proporre non tanto un «rifiuto del lavoro» emotivo dell’amore, quanto una «riappropriazione» dello stesso e una «redistribuzione» del lavoro che eviti dinamiche di «sfruttamento». Al di là di un epilogo propositivo e militante, Labour of love complessifica certe equivalenze sempre troppo facilmente sostenute («liberismo economico = Sessantotto e rivoluzione sessuale = libero mercato dell’amore di oggi»), senza cadere nel deprimente ritratto dell’eroina alla Bridget Jones, inevitabilmente destinata a  perdere valore nel mercato contemporaneo (troppo presente invece nel saggio della Illouz, già dal titolo che motteggia i manuali di auto-aiuto). Il testo anzi rimette piuttosto in discussione la stereotipizzazione dei ruoli di genere e analizza la nascita e la diffusione recente di concetti generalmente ritenuti verità ‘naturali’ e assolute (uno su tutti: l’orologio biologico. Internazionale ha tradotto un suo articolo sulla questione, nel n.1170).

Per le altre scelte, ho meno da dire: Westworld è per me la migliore serie dell’anno, sia per la qualità registica e attoriale (a dir poco sconcertante) che per i modi in cui il classico tema fantascientifico dei robot è affrontato. Senza nulla voler togliere, va detto che brilla ancor di più in un anno fiacco in serie tv capaci di competere. Segnalerei anche The Affair, per me la migliore serie drammatica degli ultimi tre anni e Haters, back off!, promettentissima serie Netflix dall’umorismo grottesco. Per l’album, sono tentata dal suggerire un Kanye West, The life of Pablo: pasticciato, arrogante, sperimentale, splendore e monnezza dell’Auto-tune, ha tutta la mia simpatia. Ma preferisco di gran lunga il suo opposto, il più sobrio untitled unmastered di Kendrick Lamar: talento, rap, free jazz e rabbia mi vincono, insieme a una delle migliori performance live del 2016. Ho visto poco teatro purtroppo (e per ragioni meramente economiche) dunque mi limito a segnalare un visivamente molto suggestivo 6 am: How to disappear completely. Per l’articolo, Let them down di Naomi Klein, trascrizione di un intervento orale, che in modo lucido, semplice e partigiano invita a collegare tra loro battaglie in campi troppo spesso sentiti come diversi (migrazioni, difesa ambientale, critica del neoliberismo). Internazionale lo ha tradotto nel n.1169, recuperatelo!

Moira Weigel, Labour of love. The invention of dating, Farrar Straus & Giroux.

As rating and dating taught young people then to be captains of industry and good career girls and housewives, hooking up teaches us the flexibility that the contemporary economy requires. Today, the average millennial spends no more than three years at any job, and more than 30 percent of the workforce is freelance. Hooking up gives you the steely heart you need to live with these odds. Like a degree in media studies, it prepares you for anything and nothing in particular.

[…] Young people today are told that if we want to stand a chance, we must be mobile. We must be ready to move across the country in order to take a job, or to move in with family members after we lose one. We should chase promotions and freelance gigs where we can. With the possibility of a break looming constantly on the horizon, it can be difficult to feel sure enough about someone to commit. And when both members of almost any couple have to work, the prospect of the commitment always comes with the question of what professional opportunities you would be willing to give up later.

[…] As I neared the end of my research, I began to notice that our culture has a similarly split attitude toward love. On the one hand, we fixate on it. Americans gorge on romance novels, sentimental movies, and bride-themed reality shows; couples take on debt to stage industrial-size weddings, then slog through years of costly therapy trying to keep the promises they made at them. On the other hand, we accept social arrangements that leave many people little time to devote to personal relationships. Images and narratives about love that we consume constantly reinforce the message that only certain kinds of love can count.

Westworld, Season 1, HBO

Blitztheatregroup, 6 am: How to disappear completely

Kendrick Lamar, untitled unmastered, Aftermath Entertainment

Naomi Klein, Let them drown, London Review of Books (tradotto sul n.1169 di Internazionale)

A Calais i bulldozer radono al suolo gli accampamenti di migranti, migliaia di persone annegano nel Mediterraneo e il governo australiano rinchiude i sopravvissuti a guerre e regimi in campi sulle remote isole di Nauru e Manus. A Nauru le condizioni sono così disperate che ad aprile un migrante iraniano si è dato fuoco per cercare di attirare l’attenzione del mondo. Una somala di 21 anni ha fatto lo stesso pochi giorni dopo. Il primo ministro Malcolm Turnbull avverte gli australiani che “non possono lasciarsi commuovere da questi episodi” e devono “essere determinati nel perseguire il loro obiettivo nazionale”. Forse dovremmo ricordarci di Nauru la prossima volta che una giornalista di un quotidiano di Rupert Murdoch dichiara, come ha fatto Katie Hopkins l’anno scorso, che è ora che il Regno Unito “diventi australiano, mandi gli elicotteri d’assalto, costringa i migranti a tornare alle loro coste e bruci le barche”. Ha un significato simbolico anche il fatto che Nauru è una delle isole del Pacifico più vulnerabili all’innalzamento del livello dei mari. Dopo aver visto le loro case diventare prigioni per gli altri, probabilmente anche i suoi abitanti prima o poi dovranno emigrare. Le guardie carcerarie di oggi sono i profughi climatici di domani. Le due questioni sono frutto della stessa logica. Una cultura che attribuisce così poco valore alla vita di chi ha la pelle di un altro colore da lasciare che degli esseri umani siano inghiottiti dalle onde o si diano fuoco nei campi di detenzione sarà disposta a lasciare che scompaiano tra le onde o siano arsi dal sole anche i paesi in cui quegli esseri umani vivono. Quando accadrà, per razionalizzare queste mostruose decisioni si formuleranno teorie sulle gerarchie umane, si dirà che dobbiamo preoccuparci prima di noi stessi. Questa razionalizzazione è già in atto, anche se per ora resta implicita. Prima o poi il cambiamento climatico sarà una minaccia all’esistenza di tutta l’umanità, ma per ora discrimina, colpisce prima e con forza i poveri, che siano quelli abbandonati sui tetti di New Orleans durante l’uragano Katrina del 2005 o i 36 milioni che secondo l’Onu soffrono la fame nell’Africa orientale e meridionale a causa della siccità.


Claudia Crocco

Quest’anno ho letto soprattutto libri del passato, sia in prosa sia in versi; e ho letto saggi molto belli, che hanno cambiato il mio sguardo nel modo in cui, di solito, mi capita solo con i romanzi. Quindi ho letto Works di Vitaliano Trevisan (Einaudi, Stile Libero Big).
Ho scelto di segnalare Works, perché è una riflessione su ciò che dà senso all’esistenza e su ciò che crea un’identità – anzi, su ciò che dovrebbe creare senso e identità. Ad esempio il lavoro e il luogo in cui si è nati, due concetti che, nel libro, dipendono l’uno dall’altro: l’idea quasi calvinista di lavoro che il protagonista ha ereditato e che, ritornando ossessivamente, condiziona molte delle sue scelte, viene presentata come il risultato del contesto sociale. Riempire l’esistenza con il lavoro è parte di quell’origine veneta che spesso l’autore disprezza o ridicolizza, ma che è anche parte innegabile di sé. Works è un memoir e, allo stesso tempo, è un romanzo a tema: la vita di chi scrive è ripercorsa attraverso le sue (molte) esperienze lavorative, e questo vincolo viene rispettato fino in fondo: le relazioni sentimentali, il rapporto con il padre e quello con le figure femminili (la madre, la sorella, la moglie e svariate donne di passaggio), la depressione e le ossessioni entrano in scena sempre e solo per spiegare meglio lo stato d’animo o la condizione esistenziale che hanno portato Trevisan a lavorare in una fabbrica di gabbie per uccelli, in una di giostre, in uno studio di architetti, in un giro di spacciatori ecc. I desideri individuali sono sempre in contrasto con ciò che il mondo (inteso come contesto sociale che ha il proprio primo nucleo nella famiglia) si aspetta, e il risultato è uno scollamento emotivo, tanto che uno dei timori del protagonista è di perdere il lavoro perché non mostra abbastanza entusiasmo. Avere imparato ad evitare l’eroina in vena, a lavorare la calce e a disegnare interni di armadi si rivela utile, ma in fondo tutti gli atti necessari a svolgere questi lavori vengono compiuti quasi meccanicamente, non colpiscono chi li compie né rivelano nulla di lui.
Works è il primo libro di Trevisan che leggo, dunque non lo riporto in questa lista perché sono rimasta colpita dai continui riferimenti a romanzi, racconti e monologhi teatrali precedentemente pubblicati dall’autore: non avrei potuto identificarli, e d’altronde non sono inseriti per questo motivo (ogni volta viene indicato persino il numero di pagina). Questa forma di autocommento è composta anche dai lacerti di diario e da brani di altri autori (Beckett, Bernhard, ecc.), e alimenta una scrittura che supera le convenzioni del romanzo e dell’autobiografia; ma rispetta, a ben guardare, il vincolo dato a partire dal titolo: per quanto quasi in ogni capitolo venga sottolineato (esplicitamente o meno) che la scrittura non è una forma di lavoro, in realtà questo libro può essere visto come la storia di ciò che ha portato Vitaliano Trevisan a dare forma alla propria vita diventando uno scrittore.
La forza di Works è anche nelle sue parti saggistiche, perfettamente integrate con quelle più propriamente narrative. Questo è anche un libro sul Nord Est, su quel grigio misto di monti e fabbriche dismesse che solo attraversando il Veneto in treno (io in treno, Trevisan in moto) si può davvero comprendere: o meglio, sulle origini umane di quel paesaggio, e sulla profonda mutazione economica e sociale che lo ha plasmato negli ultimi decenni.
Non ho scelto un articolo, perché quest’anno essere online ha avuto su di me un effetto quasi sempre disturbante, incompatibile con la lettura e con la riflessione.
Ho guardato pochi film e molte serie TV, con lo stesso spirito con cui leggo i romanzi (per entrare in mondi altrui: talvolta per ricavarne una esperienza, in altri casi solo per anestetizzarmi). Mi sono piaciute Stranger Things e Westworld, cioè le serie dell’anno, ma in fondo le considero sopravvalutate e non così originali (anche se continuerò a guardarle). Continuerò a guardare anche Game of Thrones (anzi, aspetto con ansia [sic!] la prossima stagione), ma quest’anno mi ha infastidita, perché è diventato troppo politicamente corretto. Non ho ancora mai visto Bojack Horseman. Ho apprezzato molto American Crime (Felicity Huffman è sempre una garanzia, anche quando fa un ruolo da stronza), ma non potevo non scegliere Black Mirror (Charlie Brooker, Netflix). Qualcuno sostiene (anche nella redazione di 404: sì, sto parlando con te, Levacci) che con il passaggio a Netflix la serie abbia perso brillantezza e che le trame siano diventate più prevedibili. Forse è vero, in minima parte (ad esempio per quanto riguarda Nosedive e Playtest, i primi due episodi), ma il risultato mi sembra sempre di livello altissimo. La distopia di Brooker continua a svilupparsi soprattutto in due direzioni: da un lato la riflessione sulle relazioni, soprattutto su quelle di coppia; dall’altro la descrizione dei cambiamenti che l’evoluzione tecnologica comporta nell’idea di giustizia e di libertà individuale. Il primo punto di vista è quello che prevale (per quanto riguarda le precedenti stagioni) in The Entire History of You e Be right back, mentre il secondo è tematizzato in The National Anthem e in White Bear. Già a partire da White Christmas, lo splendido episodio uscito a dicembre 2014, i due aspetti sono intersecati; si fondono ancora di più in questa ultima stagione. L’episodio più bello è il terzo, perché manda in cortocircuito qualsiasi sistema morale: se fino a tre quarti della puntata lo spettatore è portato a empatizzare con il protagonista sedicenne, l’empatia crolla quando si scopre il motivo del suo coinvolgimento nella truffa virtuale.
E ora dovrei parlare di perché ho scelto A Moon Shaped Pool (Radiohead) come disco dell’anno, ma lo spazio è finito e, a proposito di distopie, ho giusto il tempo per dire che due puntate di serie distopiche, quest’anno, si chiudono con una canzone dei Radiohead (che poi è sempre la stessa: Exit music, tratta da Ok Computer, 1997). Una di questa è Westworld, l’altra è Shut Up And Dance di Black Mirror.

Vitaliano Trevisan, Works Einaudi

Vero, mi dicevo camminando verso casa, va sempre così: costruisco qualcosa, e poi subito faccio saltare tutto in aria. Del resto, se ero appena stato al negozio di lavoro temporaneo, era proprio perché, come da capitolo precedente, era andata ancora una volta esattamente così: appena ero riuscito a costruire qualcosa, avevo subito colto l’occasione per distruggere tutto, e così di nuovo fallire. E ogni volta il fallimento del presente sarà solo il sintomo, la conseguenza, di un fallimento anteriore, generale, assoluto, rispetto al mondo per come è il mondo, e per come sono io di fronte al mondo, fallimento il cui germe risiede in me da sempre […], mentre nient’altro dovrei fare se non trarre le dovute conseguenze, come si dice, e dire finalmente quel NO!, forte, chiaro, definitivo, che invece, ancora una volta, non trovavo il coraggio di dire, esattamente come non avevo trovato il coraggio di dirlo allora, nel momento esatto in cui avevo capito, e invece, per la disperazione e la vergogna, non riuscendo a togliermi del tutto, mi tolsi solo in parte, e iniziai a raccontarmi la storia che continuo a raccontare anche adesso, ma non qui perdio, non in questo libro. O meglio sì: anche qui, con la sostanziale differenza che la racconto esattamente per quello che è, cioè una storia come un’altra.
Disperazione, è per questo che scrivo, vale ora e valeva anche allora, mentre tornando verso casa ero caduto di nuovo nel buco nero di questi tristi pensieri [….]. Mi consolai pensando che andavo a lavorare in una ditta che faceva giostre. Giostre!, dissi ad alta voce, appena arrivato a casa, Pensa ti! E in effetti uno non ci pensa, pensai, ma ovviamente ci sono anche le fabbriche di giostre […].
Verso Brendola, periferia diffusa di Vicenza Ovest, uscita autostradale di Montecchio Maggiore: a prescindere che uno ci vada in autostrada, da qui deve passare, cioè per uno dei punti di congestione più irrisolvibili della provincia. In questo punto nero, del raggio di circa un chilometro, tagliato in due dalla linea ferroviaria, e in tre dall’autostrada A4, un cavalcavia collega Alte Ceccato, di qua, cioè dalla mia parte, con Brendola, che è di là, e naturalmente convoglia anche tutto il traffico di umani e di merci provenienti dalle due rispettive direttrici, cioè quello da Lonigo e area relativa – vocazione prevalentemente agricola e artigianale -, di là, con tutto quello proveniente da Arzignano-Chiampo-Valdagno- devastati distretti industriali della pelle, del marmo e del tessile, che esportano e importano da e per tutto il mondo […].

Black Mirror, Season 3, Netflix

Radiohead, A Moon Shaped Pool, XL Recordings

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