Cose viste, lette, sentite nel 2016 (parte 1)

Come da tradizione, ogni redattore di 404 ha preparato un elenco, stavolta brevemente commentato, con un libro, un film, una serie tv, uno spettacolo teatrale, un album, un post  – o un sottoinsieme di questi – che vuole suggerire fra quelli usciti nel 2016.

Buone letture, ascolti e visioni.


Silvia Costantino

Non è per niente facile questa piccola selezione: quindi il criterio di base è l’istinto. E allora Skeleton Tree, perché l’album esprime tutto quello che il film, forse, non riesce a dire davvero. E poi perché ho visto un paio di pellicole che mi hanno colpita maggiormente per strumenti narrativi, semplicità e potenza. Tipo Lo chiamavano Jeeg Robot, uno dei grandi casi del cinema italiano di quest’anno, e tipo VVitch: raccontare l’orrore, la psicosi, la fascinazione per l’occulto solo attraverso sguardi e giochi di luce non è poco. Per le serie tv è stato più facile, di tutte le serie che ho macinato Fleabag è stata l’unica per la quale ho passato un terzo del tempo a ridere come una cretina, un terzo a piangere come una cretina e il restante terzo ad ammirare la bravura (sia di scrittura che di recitazione) della Phoebe Waller-Bridge. Sull’articolo sono stata indecisa, ma ha prevalso la necessità di toccare due dei temi a me più cari: la questione di genere e l’editoria. Come si combinano? Lo spiega perfettamente Michela Murgia in un articolo molto bello che si inserisce in una discussione molto bella (e probabilmente infinita). Infine il libro: non volevo nominare grandi editori, che si fanno giustizia da soli. Ho preferito pescare tra i tanti piccoli che però producono cose di qualità: ne ho letti tanti, ma questo di Clichy, così potente che è già un mezzo caso letterario – per la seconda volta, essendo uscito originariamente negli anni 80 – merita tutta l’attenzione possibile, e non solo per il saggio di DFW.

David Markson, L’amante di Wittgenstein, Clichy (traduzione di Sara Reggiani)

cosa mi avrà impedito di ascoltare Maria Callas interpretare Medea senza niente addosso, nell’attesa?
Ricordo che faceva piuttosto caldo.
Ma, oh cielo.
Ovviamente no era Maria Callas a cantare senza niente addosso, ma ero solo io ad ascoltarla in quello stato.
Con quali assurdità il linguaggio si ostina a soprenderci.
E, comunque sia, ormai mi ero già infilata la maglietta.
E avevo già ascoltato abbastanza da aver capito che ciò che Maria Callas stava interpretando non era la Medea di Luigi Cherubini, bensì Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti.

Robert Eggers, The VVitch – A New England Folktale, Stati Uniti, Canada

Phoebe Waller-Bridge, Fleabag, BBC Three

Nick Cave, Skeleton tree, Bad Seed Ltd.

Michela Murgia, Cultura maschilista? Dai festival ai giornali, la sottorappresentazione delle donne, il Libraio

Non è importante quante donne ci sono, contano le idee e non chi le porta.
Se confronto questa affermazione con i numeri, sono costretta a pensare che la maggioranza degli operatori culturali sia davvero convinta che le idee in questo paese ce le abbiano soprattutto i maschi. Del resto, se fosse vero che contano le idee, i festival costruiti intorno a un’alta presenza di donne non sarebbero considerati festival femminili o di letteratura femminile. Pensare che gli uomini possano parlare per tutti mentre le donne solo per le donne è un pregiudizio di genere.


Marco Mongelli

Libro: Ho come l’impressione che di questo romanzo strano, complicato, iper-intelligente, sia stata colto e apprezzato solo l’aspetto sperimentale, linguistico, cerebrale, e non quello (altrettanto consistente) romanzesco in senso pieno, quello che racconta le vite particolari e contingenti di uomini, donne e adolescenti di una provincia italiana alla fine del Novecento. Ci sono pagine brillantissime e originali (i raduni dei cinghiali o il commento minuto per minuto di un film) e ci sono pagine classiche e profonde (due mamme che si incontrano al supermercato o una vecchia che ricorda la ricetta del cinghiale e insieme la sua gioventù): a mio avviso è soprattutto per via delle seconde che Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un grandissimo romanzo.

Film: Poco da dire. Il miglior cineasta della nuovissima generazione continua la sua coerentissima ricerca poetica con un film che consolida la maturità artistica dimostrata con Mommy senza abbassare l’asticella del rigore estetico e dell’intelligenza dello sguardo. Qui una notevole riflessione.

Serie tv: Rectify è due spanne sopra qualsiasi serie televisiva sia stata lodata e incensata negli ultimi 3-4 anni: un capolavoro senza discussioni. Il fatto che nessuno ne abbia parlato è niente di meno che un’ingiustizia enorme.

Teatro: “Freud è stato fortunato soltanto del fatto che a una certa ora la gente c’ha sonno”. Antonio Rezza è un autentico genio e i suoi spettacoli tanto intelligenti quanto esaltanti. Un’esperienza cognitiva, emozionale e ludica di altissimo livello.

Album: Ho segnalato 25 album usciti nel corso del 2016 (l’ultima qui) ma il primo che mi ha folgorato – e ancora resta il mio preferito – è quello dolentissimo e perfetto con la voce di Stuart Staples. Lunga vita ai Tindersticks.

Post: La mia venerazione per Jacobin è già assodata: avrei potuto segnalare altri venti articoli usciti su quella rivista. Questo va dritto al punto, al nervo reale della nostra contemporaneità, parlando di politica e prendendo posizione. Oltre la fuffa “culturalista”, la realpolitik per gonzi, il cinismo d’accatto e il nostalgismo testimoniale che invece tocca sorbirsi dall’intellettualità (istituzionale e bloggeristica) italiana.

Giordano Meacci, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, minimum fax

Per un momento, un momento soltanto,

le sembra di essersi dimenticata del ginepro. La mano della vecchia Antonia continua da sola a sfregare sui pezzi già tolti dalla brodaglia della marinatura: il secondo spicchio d’aglio ridotto a un sassetto poroso da intarsiare — ecco che la mano lo fa: il pollice destro spinge nella carne intrisa di vino rosso quasi volesse seminare un chiodo bianco oltre il primo strato gocciolante di muscolo. Il ginepro.
Non adesso, ché le mani si muovono da sole ripercorrendo a uno a uno i gesti ciechi di una vita — che è poi l’eternità vedovile della vecchia Antonia: così antica, e mirata, da ripassare
all’indietro le strade di anni incanalati a sabbia bianca, e poggi di cipressi e casali smurati e rabberciati a sassi di fiume; fino a ritornare polverosa, e immobile, al punto di partenza della Prima Guerra.

Xavier Dolan, Juste la fin du monde, Canada

Rectify, Season Four, SundanceTV

Rezzamastrella, Anelante

Tindersticks, The Waiting Room, Lucky Dog/City Slang

David Harvey, Neoliberalism Is a Political Project, Jacobin

I’ve always treated neoliberalism as a political project carried out by the corporate capitalist class as they felt intensely threatened both politically and economically towards the end of the 1960s into the 1970s. They desperately wanted to launch a political project that would curb the power of labor.


Giacomo Gabbuti

Libro: Tengo fede al mio ruolo e indico un noioso libro sulle disuguaglianze. Però Milanovic è tutto tranne che noioso, e dei millemila libri pubblicati sul tema questo porta davvero qualcosa di nuovo e importante. Dalle riflessioni sul ceto medio (che scompare in occidente per spuntare altrove), ai legami tra ciò e la crisi delle democrazie occidentali, l’approccio di Milanovic continua a cambiare il nostro modo di vedere le disuguaglianze in una prospettiva davvero globale, come sintetizzato alla perfezione dal suo famoso ‘Elephant Graph’ (qui sotto). Consigliatissimo seguirne il blog (e l’attivissimo account twitter)

Film: Mi spiace, ma io al cinema piango solo per Dory. E per Piper, il meraviglioso corto proiettato prima del film, che da solo valeva il prezzo del biglietto e farsi prendere in giro dai bambini presenti in sala. Son consapevole ci sia tanta arte in giro, ma questo è senza dubbio il film dell’anno, e qualcuno doveva pur dirlo.

Serie tv: Birmingham, 1919, un cocktail degli accenti inglesi più improbabili, tagli di capelli atroci, scommesse sui cavalli. Messa così è la cosa più inguardabile di sempre, ed invece Peaky Blinders, nonostante (o forse per) questo, è un capolavoro. Colonna sonora, atmosfere, regia assolutamente impeccabili, coppole meravigliose. E l’operazione culturalmente interessante di parlare di quei Narcos che prosperavano facendo business nel cuore della First Industrial Nation, al momento in cui si accingeva a passare il testimone di potenza mondiale. La prima stagione è del 2013, ma è arrivata in Italia lo scorso Ottobre. Il 2016 ha visto non solo il lancio della terza (che arriverà in Italia nel 2017) e il ritorno delle coppole nei centri commerciali di tutto l’occidente, ma soprattutto l’annuncio della BBC che sono in preparazione la quarta e la quinta. Decisamente opportuno mettersi in pari digerendo il panettone.

Post: Non serve più vivere in Inghilterra per rendersi conto di trovarci in questo incubo neovittoriano. Ma nel dubbio, per Natale ho chiesto delle scarpe da corsa.

Branko Milanovic, Global Inequality – A New Approach for the Age of Globalization, Harvard University Press
elefante

Steven Knight, Peaky Blinders, BBC Two

Andrew Stanton, Alla ricerca di Dory, Disney Pixar

Jason Tebbe, Twenty-First Century Victorians, Jacobin

Being fit now indexes class, saturating both fitness and food culture. As calories have become cheaper, obesity has changed from being a sign of wealth to a sign of moral failure. Today, being unhealthy functions as a hallmark of the poor’s cupidity the same way working-class sexual mores were viewed in the nineteenth century.
Both lines of thinking assert that the lower classes cannot control themselves, so they deserve exactly what they have and nothing more. No need, then, for higher wages or subsidized health care. After all, the poor will just waste it on cigarettes and cheeseburgers.


Luca Francesco San Mauro

Libro: Che i racconti non vendano lo prendo come un fatto di natura parzialmente incomprensibile. Ne intuisco le più ovvie ragioni, sì, ma non lo afferro ugualmente. I due libri più belli che ho letto quest’anno sono due raccolte di racconti, e casualmente coprono entrambe una produzione letteraria di circa quindici anni: Sette maghi di Harold Laxness (1925-1941); La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim (1999-2014).
Sono stato a lungo indeciso su quale due scegliere qui. Antrim ha, dalla sua, un uso stupefacente delle soggettive (vorrei dire, magistrale: è una scrittura dalla quale si l’impressione di capire come si formulano, dicono, e solo infine scrivono, certe sensazioni). Ma alla fine scelgo l’islandese. C’è qualcosa degli apologhi kafkiani nell’impianto quasi favolisitico dei brevi o brevissimi racconti di Sette maghi. Ma la luce è completamente diversa. I personaggi, qui, sono presi da grandi obiettivi (possibilmente smisurati: scoprire l’India, divenire Napoleone, ecc.), e però, quando questi stessi obiettivi sfumano la deviazione non porta alla vera disperazione. Insomma, contro la tronfia retorica dell’azione, da perculare laddove l’aviazione fascista incontra un garzone a Reykjavík, Laxness mi sembra suggerire una preziosa teleologia inversa: inseguire progetti, reali folli o ideali che siano, con pieno coinvolgimento; distrarsi; infine approdare a una qualche estesa pacificazione (“tutto ciò che farà d’ora in poi è giusto”).

Serie tv: Bojack, per quel che ho scritto qui.

Teatro: Si è detto del testo di Massini che sia teatro-da-leggere. È vero solo in parte. Il continuo ricorso alla terza persona, cioè il fatto che i personaggi commentino costantemente le cose che fanno mentre le fanno, produce sì un distanziamento ma allo stesso tempo restituisce perfettamente l’idea che l’epica del capitalismo sia in definitiva questo: una glossa a margine del testo della produzione così fitta da non potersi, decennio dopo decennio, più distinguere da quest’ultimo. Teoria a parte, è ovvio che una scrittura del genere potrebbe facilmente ridursi a un polpettone se messa male in scena, mal recitata, o persino (Dio non voglia) recitata naturalisticamente; tutti rischi, in questo caso, pienamente scampati. Ah, nella gara di bravura fra Popolizio e Gifuni – entrambi pesi massimi – vince il primo di un nonnulla.

Album: Le primissime volte che sentivo gli Autechre, da ragazzino, era di fatto troppo presto. Non capivo niente. Ma c’entrava appunto un qualche desiderio di incomprensibilità che soddisfacevo in modo sporadico e con poca dedizione. Viceversa, le cinque ore di elseq 1-5, ultima produzione del duo inglese, prolungamento di un trentennio trascorso a intendere suoni come strutture astratte, le ho sentite a pezzi (spessissimo), tutte di filate (due volte), di notte da solo, facendo colazione, rischiando di perdere la metro, lavorando, lucido, meno lucido, e insomma come protagonista o sottofondo possibile per quasi ogni cosa abbia fatto. Sarà che questo tempo si adatta bene agli Autechre (è la tesi di Valerio Mattioli qui); sarà che le mie giornate sono sempre più incomprensibili.

Harold Laxness, Sette maghi, Iperborea

“E non sei stato a sbaragliare i turchi, che l’avevano appena conquistata?”
Ma Napoleone Bonaparte si limitò a scuotere la testa con aria di rassegnazione, come se tutt’a un tratto gli fosse appena venuto in mente che non era poi valso la pena di prendersi tutto quel disturbo per sbaragliare i turchi, i quali magari non era un popolo peggiore di quelli che avevano soggiogato. Ecco quanto diventano futili le nostre vittorie di fama mondiale ai nostri occhi, con il passare del tempo; quando raggiungiamo quello stadio della vita che sta al di sopra di ogni vittoria; e di ogni sconfitta.
“Che ora è?” chiese Napoleone Bonaparte.

Bojack Horseman, Season 3, Netflix

Luca Ronconi, Lehman Trilogy, di Stefano Massini

Autechre, elseq 1-5, Warp

Christian Raimo, Come nasce lo scandalo dei rifiuti a Roma, e a chi conviene, Internazionale

Questa fossa nella terra era la cava dove i camion senza interruzione si svuotavano della spazzatura raccolta. Era un abisso davvero mostruoso di cui a stento si riusciva a intuire il fondo. La Bibbia chiama l’inferno la Geenna – dal nome della buca dei rifiuti che era situata fuori Gerusalemme. Avevo visto l’inferno, e tornando verso Roma, all’alba, con i polmoni ancora oppressi, mi ricordo che ripresi a osservare la città in modo diverso come se solo adesso avessi scorto il peccato originale che occultamente si portava addosso.


2 Comments Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...