Elucubrazioni, ramificazioni, meditazioni su Medusa di Luca Bernardi

– Tommaso Ghezzi –

medusa

Nel 1807, Friedrich Hölderlin, affetto da quella che – a posteriori – è stata diagnosticata come una schizofrenia catatonica, fu dimesso dalla clinica psichiatrica del professor J. H. Ferdinand Autenrieth, a Tubinga, ed affidato ad Ernst Zimmer, che dispose per il poeta una stanza al terzo piano della struttura di sua proprietà. Una torre circolare incassata in un colorato caseggiato, con vista sul Neckar. Hölderlin passa in questo luogo gli ultimi trentasei anni di vita, tra i pigmenti rossastri del Baden-Württemberg, nel corrugamento fatiscente di una convalescenza caratterizzata da allucinazioni uditive, sinestesie, crisi parossistiche, e anche da una fervida attività poetica, nonché dall’ossessivo studio del pianoforte. Secondo Karl Jaspers, Hölderlin fornirà, attraverso il lascito testuale di quel periodo (raccolto in un volume intitolato Poesie della Torre, edito in Italia da Feltrinelli), uno dei documenti poetici più espliciti, relativi alla dilatazione dissociativa della psiche, nel turbine della schizofrenia: liberazione dalle forme metriche chiuse, dilatazione dei campi semantici, piegamento linguistico sensitivo, progressivo congedarsi dalla dimensione ontica, esilio percettivo delle nozioni di tempo e spazio, in un complesso processo di astrazione costante. Risaltanti sono gli effetti letterari di quello che sembra un disturbo schizoide della personalità, il quale porta il poeta tedesco a firmarsi con nomi diversi: Salvator Rosa, Scarivari, Buonarroti e Scardanelli.

Proprio quest’ultimo eteronimo, che nella produzione complessiva della torre risulterà il più prolifico, è stato intelligentemente recuperato da un giovane autore bolzanese, Luca Bernardi, per essere inserito nel serbatoio narrativo del suo romanzo d’esordio ad inquadrare un personaggio-chiave nella disposizione narrativa del testo. Il romanzo è uscito recentissimamente per i tipi Tunué, all’interno dell’ormai incensatissima collana di narrativa diretta da Vanni Santoni. Si intitola Medusa. È lungo centotrentaquattro pagine e costa dodici euro.

Come nella fase finale della parabola esistenziale di Hölderlin, anche Medusa appare come la resa romanzesca di un’esperienza schizofrenica, una separazione delle unità spazio-temporali, un andirivieni narratologico che taglia il dispositivo del racconto in più parti, che si fanno irrazionali, complesse, rarefatte. Nonostante le continue analessi e i cambi di contesto e di ambientazione, nonostante l’assenza di indicatori grafici nei discorsi diretti, nonostante la scelta consapevole di una lingua forzatamente alta, mescolata ai toni parodici di un giovanilismo esasperato – nonché a frammenti di pop culture – nonostante l’autore faccia di tutto per rendere offuscati i panneggi e le definizioni delle scene, tutto in questo testo regge, si dimostra comprensibile, secondo un’invisibile geometria ipotattica. Sebbene la dispersione percettiva e le falangi di virtuosistico lirismo, che si alternano in maniera estremamente veloce alle stringhe di azione pura, sembrino inizialmente minare l’organicità del testo, l’impalcatura tiene saldamente la struttura muraria del racconto. A domanda che il lettore si pone vi è, da qualche parte, nelle centotrentaquattro pagine, una risposta, tanto caustica quanto conforme alla dissipazione dell’io che, nella corrente fluviale della prosa, accelera. I non-detti si reificano in pertinenti cardini atmosferici, con la funzione precisa di testimoniare una psicosi.

Il testo è interpretabile come un caso clinico, un flusso in prima persona, una catena di enunciati – spesso non congrui – sparpagliati su due atti narrativi, intitolati Tirreno e Adriatico. In Medusa il lettore si ritrova a seguire le vicende di un io intradiegetico, il quale proietta immagini zampillate dalle sue stesse turbe, in quella che sembra una liquefazione burroughsiana delle percezioni (in filigrana si manifesta stilisticamente, qua e là, il Pasto Nudo della traduzione di Franca Cavagnoli, che pare una delle eco più presenti nell’elaborazione della prosa di Luca Bernardi). Una lingua schizoide, dalla semantica disciolta, accompagna la storia di un giovane adulto, in uno squadernamento diffuso di tempo e spazio, incongruente e mescolato: annoiato, il protagonista, passa l’estate con i genitori (gli Obsoleti) in uno stabilimento balneare sulla costa tirrenica, tra partite di ping pong, piccole escamotage erotiche con giovanissime ragazze e l’ossessione per la pubblicazione del suo Dizionario Semiologico Abissale. Una sera, insieme ad una sghemba comitiva di amici dal passato turbolento, decide di attraversare il centro-nord e raggiungere la costa opposta, quella adriatica, più «scopereccia», invitato dal cugino – un rapper di relativo successo – ad un suo concerto a Riccione.

Il protagonista commercia con gli alieni: paga cioè in carati sensitivi le pillole linguistiche aliene che riceve dai corpi extraterrestri (i Senzavolto), delle quali si serve per la costituzione del suo lemmario privato, il suo Dizionario di «antidefinizioni», di «de-significazioni», che nella diffrazione fotonica del protagonista contribuiscono a corollare riusciti elementi di psicosi linguistica. Con gli alieni, il protagonista, è entrato in contatto grazie ai rapporti con un suo vecchio professore, lo Scardanelli di cui sopra, un guru ex-professore in pensione, ormai recluso nel San Benedetto di Pesaro, dopo una discesa catatonica nell’alcolismo.

Così cominciò la mia doppia attività di mediatore commerciale e lessicografico. Barattavo emozioni per quisquiglianze. L’uovo sterzava nei fotoni. Gli universi fuggivano. Le mie domande non sempre erano ben accette. Non diventammo amici. Mi affilai. Nelle versioni di greco prendevo dieci senza aprire il vocabolario. Avevo il dono delle lingue? No, erano loro a provarci con me. Non mi lasciavo corrompere. Eccolo, dicevano i Senzavolto, ricasca nel vizietto della parola magica. Aspiravano i carati con la cannuccia e si rotolavano impazziti sfiorandosi con le losanghe blu la sommità del tronco. Quando l’effetto si attenuava mi chiedevano se nell’ebbrezza fosse loro spuntata una faccia. No, dicevo, solo mezza bocca. E gli occhi? No, dicevo, per quelli bisogna essere guardati. (p. 49)

Lungo tutta la vicenda il protagonista sembra nascondere qualcosa. Un passato frazionato di convivenze, rapporti morbosi, strane frequentazioni e irregolari studi universitari; un passato che si mostra per cesellature al lettore, come un puzzle scomposto, un mosaico sparpagliato, tra le cui acervate componenti si intuiscono traveggole oscure. La lettura diventa così una regressione deduttiva, il cauto scioglimento di un enigma setacciato da un testimone reticente.

Ma è la lingua il perno identificante di Medusa. Sulla lingua, Bernardi gioca la sua riconoscibilità: la stilistica di questo testo si veste di ondulati veli aspartamici, i periodi fiottano, i discorsi diretti, scevri di punteggiatura, increspano la tessitura del discorso, come fossero – tanto per restare in tema di meduse – filamenti di nematocisti.

Dentro la bocca di mio figlio disinfestato prima di diventare biondi, fine, intelligente finché i tentacoli sterrano un cunicolo nel mediterraneo la cui volta è rischiarata da meduse impalate corro nelle stanze inchiavardate, corro nei corridoi azzerati, corro sempre più invisibile nelle camere attorcigliate finché la zona liquida diventa un uovo della morte, dizionario del silenzio, luna aperta. (p. 130)

C’è un racconto – splendido – di Tommaso Landolfi intitolato Dialogo dei Massimi Sistemi, in cui il personaggio principale, nominato con la sola indicazione grafica “Y”, illustra come, in letteratura, l’avere a disposizione mezzi espressivi ricchi e vari sia «condizione tutt’altro che favorevole»: nel racconto, Y decide di farsi insegnare il persiano da un sedicente capitano inglese, al fine di conoscere una lingua “imperfattemente conosciuta” che lo obbligasse a sostituire parole precise ad indicare oggetti o sentimenti con perifrasi o “immagini” alternative, «con quanto più vantaggio per l’arte». L’elaborazione poetica con una lingua aliena sembra inizialmente perfetta ai fini lirici di Y, se non fosse che tale lingua non combaci affatto con il persiano, ma si rivela una “neolingua” attiva, generata da interpretazioni vaghe d’un formulario desunto dal parlato. Una lingua che di fatto «non esiste», una lingua autoindotta, ma che produce nel poeta precise immagini e contestualmente efficacia lirica.

Le molteplici riflessioni che potrebbero scaturire dal racconto di Landolfi sono particolarmente affini a quelle leggibili in Medusa. Il protagonista è autore di un Dizionario Semiologico Abissale, un abbecedario che superi il linguaggio, la lessicografia idiomatica, e debutti nel suffragare una semantica spuria, sensitiva, iconica. Un aspetto, questo, che intrinsecamente alle capacità di scrittura di questo giovane autore, gioca un ruolo decisamente rilevante: la scrittura di Bernardi è di fatto ricerca linguistica e prosodica, che abbia come base il guazzabuglio linguistico di stampo post-strutturalista. Una prosa che, nel suo identificarsi come contemporanea, contestuale quindi ai nuovi paradigmi percettivi, deve rifarsi a ritmi di una coscienza non tradizionale, dove le immagini, da cui gli “idiomi” dovrebbero formarsi, vengano prima delle parole, e non viceversa. Bernardi non usa il linguaggio come mero artificio retorico, bensì come assimilazione ritmica del presente, formulando figure che schizzano all’interno dei sintagmi come spruzzi di cellule gliali.

Secondo Scardanelli serviva un principio fondante, un atomo comune a qualsiasi intelletto sul quale costruire variabili e trasposizioni. Questo sarebbe stato il compito del Dizionario Semiologico Abissale, primo dizionario a fornire un ponte fra umani e non, fossero questi artropodi o venusiani. (p. 28)

Ecco, quello che potrebbe essere decifrato come un ingenuo esercizio stilistico, è in realtà un raggiungimento percettivo ulteriore di ciò che significa scrivere, trovare un’eloquenza propria, limare le gonfiature e i lieviti – fisiologici – durante la ricerca di una scrittura che si possa dire matura. A differenza di molti altri colleghi esordienti, caratterizzati dalla stessa vocazione, nel testo di Bernardi (e qui è necessario rammentare il suo essere nato nel 1991) c’è, preponderante, una vicenda che non è un semplice pretesto per esibire una stilistica soggettiva. La storia, per quanto fluidificata dalle veloci istanze e dagli enunciati sconnessi, e per quanto inacidita dai rimbombi fraseologici di poesia contemporanea (di cui, immagino, Bernardi sia attento lettore), sussiste di per sé, tiene in piedi il testo e si lascia leggere con piacere.
Medusa è una temeraria prova di volo sulle pendici della sperimentazione, con strizzate d’occhio al giovanilismo, e vaghe mescite cyberpunk (potrei a buon diritto azzardare che l’irrinunciabile film d’animazione Heavy Metal del 1981, sia uno dei serbatoi d’inalazione contemplativa che Bernardi ha usato per la definizione delle atmosfere). Sebbene sia chiaro come il tono basilare del romanzo sia, per intendersi, più vicino all’immaginismo che alla concretezza razionalistica, per usare due metri contemporanei, è interessante giustificare la posizione di questo romanzo nella superficie attuale dell’editoria e della letteratura italiane. Il target è quello dei giovani lettori consapevoli, che tramite testi speculari ad una condizione generazionale, con stilistiche catchy e accattivanti (lungi da me considerare dispregiativi questi due termini), possono ricevere input all’approfondimento ulteriore. In altre parole, è molto probabile che un giovane lettore di Medusa, magari digiuno di lezioni universitarie di letteratura contemporanea, si ritrovi, soddisfatto, a ricercare sensazioni affini e incappi – chi lo sa – in La Ragazza dai Capelli Strani. Seguendo quindi una celebre metafora vittoriniana del panorama letterario italiano configurato come un sistema cardio-circolatorio, nel quale esistono libri “arteriosi”, che distribuiscono nutrimento alle parti dell’organismo, e libri “venosi”, che riportano ‘materia prima’ al cuore, Medusa trasporta linfa alla base delle pulsazioni vitali dell’universo editoriale italiano, traghetta cioè, con intelligenza, lettori popular su un piano più colto dal quale intraprendere consapevolmente percorsi di approfondimento.


Tommaso Ghezzi è nato a Sinalunga nel 1989. Scrive di cultura, spettacolo e costume su magazine e riviste locali toscane. In ambito teatrale collabora, in vesti diverse, con il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, la Fondazione Teatro Orizzonti di Chiusi e con l’Accademia degli Arrischianti di Sarteano. Ha lavorato come speaker radiofonico, bibliotecario e operatore culturale. Chitarrista virtuoso mancato, si diletta ascoltando gigabytes di musica, guardando terabytes di film e leggendo tonnellate di libri.

copertina via.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. luca nico ha detto:

    L’ingenuo esercizio stilistico è tutto del recensore. “Figure che schizzano all’interno dei sintagmi come spruzzi di cellule gliali”: forse solo un estensore di cataloghi di mostre d’arte potrebbe essere altrettanto ridicolo. Lettura consigliata a Ghezzi: “Estrosità rigorose di un consulente editoriale” di Giorgio Manganelli. Peace & Love.

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