Quando gli oggetti raccontano la violenza. Intervista a Harry Parker

– Nicolas Gruarin –

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Foto di Elisa Caldana

Anatomia di un soldato di Harry Parker (Sur, 2016, traduzione di Martina Testa) narra la storia del giovane capitano Tom Barnes, rimasto gravemente ferito alle gambe durante una missione, e degli amici d’infanzia Faridun e Latif, divisi da scelte opposte. Il conflitto in cui i personaggi sono implicati viene descritto da quarantacinque oggetti – tra cui un sacco di fertilizzante, una radio, una sedia a rotelle, uno specchio, una banconota, un rasoio, una borsetta – che prendono voce per ricomporre le vicende di chi deve fare i conti con la violenza della guerra. Un romanzo di sorprendente realismo che rivela uno scrittore di sicuro talento. Harry Parker ha prestato servizio nell’esercito britannico in Iraq e in Afghanistan, dove in seguito a un incidente ha perso entrambe le gambe. Lo abbiamo incontrato alla libreria MarcoPolo di Venezia, in occasione del suo tour promozionale in Italia, assieme a Martina Testa, che ringraziamo per la traduzione simultanea.

Anatomia di un soldato non è un reportage né l’ennesimo memoir che si scaglia contro la guerra. Sebbene le vicende del protagonista Tom Barnes siano molto vicine alle sue, si avverte il bisogno di andare oltre la propria esperienza. Perché ha scelto di scrivere un romanzo?

Il mio intento era di raccontare la migliore storia possibile. Non volevo parlare della mia esperienza, ero molto più interessato al lavoro di scrittura. Ogni elemento autobiografico del libro è narrato attraverso le vicende dei vari personaggi. Gli oggetti inoltre sono stati un filtro che mi ha permesso di esprimermi in modo creativo – diversamente dal reportage e dalla non fiction – e trasformare ciò che ho vissuto in qualcosa di completamente nuovo.

I quarantacinque oggetti del romanzo, per l’appunto, hanno destini e funzioni diverse, ma tutti cominciano a raccontare nel momento in cui vengono usati o entrano in relazione con un personaggio – arrivando talvolta a leggerne i pensieri e le emozioni – fin quando non vengono posati o abbandonati. Persino Tom viene spesso definito dal suo numero di matricola BA5799. Come ha lavorato alla struttura del romanzo? L’aveva presente da subito o ha proceduto per tentativi?

Inizialmente credevo fosse molto stimolante, come scrittore, mettere questi oggetti in relazione con i personaggi, permettendo di mostrare la storia da angolazioni differenti. A un certo punto ho dovuto scegliere se gli oggetti fossero in grado di capire i sentimenti e i pensieri degli umani. Temevo che per alcuni lettori questa decisione potesse risultare poco credibile, perciò mi diedi una regola: solo gli oggetti che erano affettivamente vicini ai personaggi o che entravano in contatto con il loro fisico avrebbero avuto accesso alla loro interiorità.

Ho scelto gli oggetti in base alla costruzione narrativa. Avevo in mente una struttura generale, ma il processo della scrittura è molto sorprendente: non sai sempre dove stai andando. Quando sono arrivato alla fine ho notato che casualmente gli oggetti erano quarantacinque. Molti di loro sono contraddistinti dal numero di matricola di Tom perché volevo mostrare come un soldato possa essere un ingranaggio all’interno di quel grosso meccanismo che è la guerra. Tom però ha una forte umanità e costruisce delle profonde relazioni sia con i suoi compagni in missione che con i pazienti dell’ospedale, dove la freddezza dei luoghi si contrappone all’affetto dei suoi familiari. Mi interessava descrivere questa tensione tra l’essere al tempo stesso un oggetto passivo e il centro di calore umano.

Spero che il ricorso agli oggetti non crei troppa distanza rispetto all’intensità emotiva della storia. Quando diedi da leggere le prime pagine del romanzo a mia moglie, disse che le sembrava un espediente. Ho continuato a scrivere per dimostrarle che si sbagliava. Se per qualche lettore questa scelta può sembrare eccessiva, lo capisco ma non posso farci niente. Ogni lettore è diverso, così come ogni libro è diverso.

A ogni capitolo il lettore assume il punto di vista di un oggetto che rilancia il racconto e insieme lo definisce, come fossero porzioni da assemblare. La sua scrittura è molto visiva e ricca di dettagli precisi. Quanto del lavoro sulla distanza e la messa a fuoco degli oggetti è dovuto ai suoi studi artistici compiuti prima di entrare nell’esercito? Quali differenze e analogie vede tra la scrittura e il disegno?

Come dicevo, talvolta un soldato può sentirsi una piccola parte dentro a qualcosa di molto grande. Assumere il punto di vista degli oggetti mi ha permesso di avere delle finestre da cui osservare quest’esperienza attraverso delle carrellate molto vicine o lontane dall’azione per raccontare lo stesso episodio da prospettive differenti. Anche nei miei disegni provo a mostrare le cose in maniera sempre sottilmente diversa. Nella mia mente scrivere e dipingere funzionano allo stesso modo: vedo un’immagine e cerco di esprimerla. Non sento una grossa differenza tra questi due processi creativi, a parte il fatto che il disegno ha una sua compattezza formale mentre questo romanzo è un’esplosione, come se i capitoli fossero frammenti saltati in aria da dover ricomporre. Per un certo periodo ho pensato che il libro si potesse leggere in qualunque ordine, mescolando i capitoli, ma poi mi sono reso conto che non era possibile, anche se idealmente mi sarebbe piaciuto.

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Anatomia di un soldato è un romanzo di opposti – militari e civili, infedeli e insorti, abili e inabili – dove tutti stanno per essere coinvolti in una forma di violenza. Nel libro ci sono almeno tre movimenti: il primo racconta il viaggio di Tom verso l’incidente, il secondo ne mostra le conseguenze e il terzo descrive la popolazione locale della zona di guerra. È d’accordo con questa tripartizione?

Purtroppo non ho portato il mio taccuino per mostrarle che queste sono proprio le tre narrazioni da cui sono partito per la stesura del romanzo. Si tratta inoltre di una storia composta da situazioni che si rispecchiano e contrappongono come il capitolo in cui parla l’anfibio del soldato e quello in cui prende voce la scarpa di Latif, oppure il capitolo all’inizio del libro in cui Tom corre con le sue gambe e quello finale in cui corre con le protesi. Ho lavorato molto a queste corrispondenze. L’opposizione principale, comunque, rimane quella fra Tom e Faridun: entrambi hanno un padre e una famiglia, ma mentre da una parte si tratta di una storia di speranza, dall’altra c’è un esito tragico. Mi interessava esplorare questa dicotomia tra il mondo occidentale in cui le cose si risolvono e le popolazioni delle zone di guerra dove la realtà è molto più dura.

«Non cambierei quello che mi è successo» dice Tom. Il romanzo è anche – o soprattutto – un percorso di accettazione che non cede mai al vittimismo o ai limiti della disabilità. Al contrario, dalle pagine emerge una forte determinazione e fiducia nel futuro. Condivide l’affermazione del personaggio?

Volevo inserire nella storia un sentimento che provo realmente: la mancanza di rabbia per ciò che mi è accaduto. Mentre scrivevo era molto importante contrastare la distinzione troppo netta tra noi e loro, buoni e cattivi, perché i cosiddetti “nemici” sono in realtà persone esattamente come me. Anche se possiedono un background culturale profondamente diverso dal nostro, esiste un’affinità, una base comune su cui poter costruire.

Il suo romanzo è stato sostenuto da autori importanti e diversi come Alan Bennett, Edna O’Brien e Nadeem Aslam. Quali sono, se presenti, i suoi scrittori di riferimento? E quali invece sono i suoi artisti preferiti?

È difficile nominare alcuni scrittori in particolare. Durante la stesura del romanzo ho letto Hemingway. Ammiro l’opera di Iain Banks e di recente ho letto Pincher Martin di William Golding, storia di un naufrago isolato in uno scoglio in mezzo all’Oceano Atlantico dove l’ultima frase del romanzo cambia la prospettiva sull’intera vicenda. In merito agli artisti, stimo molto Frank Auerbach, Peter Doig e Robert Smithson.

 Lei ha dichiarato che Londra è il posto migliore dove vivere perché lì «sei solo uno dei tanti freaks». A seguito del voto sulla Brexit, ha scritto che il Regno Unito ha commesso «un gesto di masochismo equivalente al darsi una coltellata in un occhio». Quale futuro immagina per il suo Paese – e per gli inglesi – con l’uscita dall’Unione Europea?

L’esito del referendum sulla Brexit è stato un momento emotivamente pesante. Ho prestato servizio al fronte anche perché avevo un’idea tradizionale, e forse ingenua, di ciò che rappresenta il Regno Unito. Provavo un grande amore per il mio Paese perché pensavo di conoscerlo. Ero convinto di vivere in una società libera e aperta, mentre questa decisione è nata dalla xenofobia e dal razzismo. D’ora in avanti non so bene cosa potrò fare. Voglio essere il più possibile gentile e sorridente col prossimo perché se ognuno di noi si comportasse così, il domani potrebbe essere migliore, o quantomeno accettabile. Mi rendo conto che si tratta di una risposta inadeguata, ma più di questo, al momento, non posso dire.


Nicolas Gruarin è nato nel 1987. Collabora con le riviste 404: file not found, Lavoro culturale e Flanerí.

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