Tutti Bambini: intervista a Giuseppe Zucco

– Sara Marzullo –

zucco

Tutti bambini (egg edizioni, 2016) è la prima raccolta di racconti di Giuseppe Zucco. Le otto storie che compongono il suo debutto letterario – tra cui Il prodotto interno lordo, già comparso all’interno dell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) – descrivono un mondo abitato da bambini. Più che una raccolta sull’infanzia, questa sembra un’indagine sul mondo visibile, sulle ombre, sull’indicibile, attraverso una lingua che pare essersi formata nella distanza, come ricerca e accumulo di immagini, frammenti e vibrazioni. Ciò che Zucco dice è che nella nostra lingua è disciolta quella di chi ci ha preceduti ed è un modo esatto di raccontare come funziona la nascita di una voce.

La prima di queste, Carta da parati, è stata pubblicata sul blog di minima&moralia.

Nato nel 1981, lo scrittore di Locri ha esordito ne L’età della febbre, a cura di Alessandro Gazoia e Christian Raimo. Altri suoi racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, minima&moralia, Colla, Vicolo Cannery. Nel 2017 uscirà il suo primo romanzo per minimum fax.

Tutti bambini è la tua prima pubblicazione, dopo l’esordio in L’età della febbre: otto racconti sul mondo dell’infanzia. Mi racconti come è nata questa raccolta? La apri con i Radiohead e accompagni con le citazioni di molti scrittori, da Sylvia Plath a Clarice Lispector, quasi fosse la somma di una formazione letteraria.

La storia è più o meno questa. Per quattro lunghi anni ho provato a scrivere un romanzo. Il mio giudice interiore mi ha fermato prima che completassi gli ultimi due capitoli. E aveva ragione, faceva abbastanza schifo. Così mi sono trovato nella spiacevole situazione di buttare via, in un istante, anni interi di lavoro.
Per un po’ ho fatto finta di niente. Nell’estate del 2013, quando gli impegni di lavoro si sono diradati, ho pensato che era inutile stare lì a compiangersi. Così ci ho riprovato, concentrandomi però su narrazioni più brevi, che era possibile chiudere di volta in volta in un paio di mesi. Il primo racconto che ho scritto è stato Il prodotto interno lordo. Al netto della trama, avevo un bambino che faceva esperienza di se stesso e della materia dentro i confini di un appartamento. Mi si è subito spalancato un mondo da esplorare. Allora ho scritto un nuovo racconto e un altro ancora, sempre intrecciando storie di bambini negli appartamenti di famiglia – ma scrivendoli uno al contrario dell’altro. Se un racconto era scritto in prima persona, il successivo sarebbe stato scritto in terza, se quello prima era lungo, quello dopo sarebbe stato breve, e così a seguire.
Mi rendo conto che questa disparità di stili potesse sembrare come una prova muscolare della mia scrittura, per dimostrare – a me per primo – che ero ancora in grado di governare un’ampia girandola di subordinate e personaggi, ma ricordo che il libro che stavo scrivendo mi è diventato più chiaro quando ho incontrato il verso di una poesia di Emily Dickinson, «Aurora è lo sforzo». Lì davanti, mi è subito apparsa chiara la connessione tra i primi passi, i primi sentimenti di un bambino e gli attimi in cui la luce prova a dispiegare se stessa tra le tenebre. In quei momenti, c’è una specie di bellezza, ma anche uno sforzo immane. Ecco cosa mi piacerebbe fare, allora, mi sono detto – raccontare la formazione della materia e dei sentimenti in posti scomodi da raggiungere. Poi non so se ci sono riuscito. Ma per tutto il tempo, il libro, prima di trovare il titolo definitivo, si è chiamato Aurora.
Per quanto riguarda le citazioni che accompagnano i racconti, fanno parte di un’idea che viene da lontano. Dalla lettura, durante la prima adolescenza, dei racconti di Edgar Allan Poe. È stato allora, leggendo un racconto in particolare, Il cuore rivelatore che ho pensato che un giorno, se ne avessi mai avuto la forza, avrei scritto dei libri. Molti di quei racconti misteriosi e inquietanti, portavano in cima un’esergo, la citazione di un libro, di una poesia. La cosa mi ha subito affascinato, senza capire perché – la rivelazione l’avrei avuta molto più tardi, quando ho iniziato a scrivere seriamente. I libri non sono mai degli orfani. Nella piccola o grande cassa armonica di un libro risuona e riverbera sempre quanto è stato scritto prima del loro avvento. Nella nostra lingua è disciolta la lingua di chi ci ha preceduti. E ripensandoci, quel gesto di Poe, di mettere un esergo in cima ai suoi racconti, mi sembra addirittura commovente. Nel mio piccolo, per quanto la cosa possa valere, non ho fatto altro che riformulare quel gesto lontano, facendo risuonare a mia volta alcuni libri che mi avevano aiutato a crescere, a pensare, a scrivere.

Più che all’infanzia, mi sembra che tu in realtà sia interessato a raccontare un mondo crepuscolare e questi bambini di cui costelli i racconti si rivelano gli interlocutori perfetti per indagare una soglia, una realtà liminare. Il mondo che racconti è sempre chiuso dentro le mura domestiche: i tuoi bambini sembrano vivere intrappolati dentro questo spazio che non è mai protettivo; anche il luogo più sicuro di tutti, insomma, non è mai libero da ombre. Da piccoli si ha paura dell’uomo nero che si nasconde sotto il letto, ma basta tenere la luce accesa per tenerlo lontano – in questa raccolta, invece, sembra impossibile allontanarsi da questa oscurità.

Nei racconti ci sono tutti questi bambini. Ma non ho mai pensato di parlare di infanzia. Scrivendo, non cerco un tema, né provo a svolgerlo. La cosa mi paralizzerebbe all’istante. Invece, come dice Deleuze, scrivo sempre sul limitare della mia ignoranza. Quindi, anche qui, ho solo seguito il corso delle storie. La rotta di questi piccoli personaggi. Scrivere, per me, è come attraversare una stanza infinita, senza finestre, colma di tenebra, avendo dalla mia solo il fascio luminoso di una torcia minuscola che rischiarerà quella stanza una mattonella per volta. Non so dove andrò, cosa toccherò – ho solo fiducia, questa sì, smisurata, che qualcosa lungo il percorso, per quanto piccola, accada.
Forse ha ragione Carmelo Bene quando dice che gli intenti si possano ricavare dagli esiti. E di certo hai ragione tu – più che all’infanzia, scrivendo, ero interessato a costruire un mondo. Un mondo in cui i bambini erano i depositari e i messaggeri di un segreto. Il segreto «che il reale è a più strati, e l’intero Creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione.» Sono le parole di Anna Maria Ortese, custodite in un romanzo bellissimo, L’iguana. Ed è stata proprio la presenza di questi bambini a spalancare e fare espandere il piccolo mondo che andavo costruendo dentro poche stanze.
Quando ho iniziato a scrivere i racconti, raccogliere il mondo dentro i confini di un appartamento era soprattutto una sfida tecnica, riuscire a collocare storie diverse in un ambiente strettissimo. E invece questi bambini, da subito, vivono i corridoi come cunicoli, gli armadi come caverne, le stanze come foreste all’imbrunire. Gli ambienti, sotto i loro occhi, acquistano i tratti di una seconda natura. Forse, per i bambini, a quell’età, tutto è natura. Ogni cosa si muove e agisce al di là del male e del bene. Da qui, forse, la paura che tu avverti. Se le pareti non riescono a delimitare il dentro dal fuori, se non c’è una reale distinzione tra interni e esterni, se tutto è vivo come nel più fitto dei boschi, allora diventa impossibile nascondersi – questi bambini sono semplicemente esposti a tutte le possibilità che la materia offre.
Ma c’è di più. I bambini sanno che è impossibile liberarsi dalle ombre. Che non c’è riparo dai fantasmi. Ombre e fantasmi ci costituiscono. Siamo noi, con le nostre azioni, i nostri pensieri, i nostri ricordi, a generarli. E tutto ciò finisce per impregnare lo spazio che abitiamo. Oltre ai bambini, anche la letteratura ne sa qualcosa. La letteratura, per questa estrema vicinanza è uno dei luoghi più infestati dai fantasmi. E i fantasmi non si possono scacciare. Bisogna imparare a convivere con la loro presenza. E in alcuni momenti, chiedergli asilo e colloquio.

Leggendo i tuoi racconti, mi è tornato in mente un racconto di Raymond Carver, Mio, in cui una coppia che si sta lasciando litiga per il figlio. La madre lo tira per un braccio, il padre lo strattona per l’altro; si chiude così: “Tirò con molta forza. Così la questione fu risolta”. Ha lo stesso tono, tra la favola e la storia dell’orrore che hanno i tuoi racconti: come se si dovesse tirare fuori un insegnamento, ma il senso non si precisasse mai. Ce n’è anche uno di David Foster Wallace, Incarnazioni di bambini bruciati – faccio questi due esempi, perché sono due autori che non citi, quindi mi interessa di più portarti lontano da quelli che scegli tu. Qui i genitori non riescono a capire il dolore del figlio neonato, finché non muore e svanisce “l’anima della sua persona un tanto di vapore lassù in alto”. Forse c’è qualcosa di inconoscibile nell’infanzia, qualcosa che si dimentica, o forse è che niente è più terrorizzante di chi non sa esprimersi che con il dolore. Ecco, c’è questo senso di indecifrabilità che mi pare importante raccontare.

Carver, Foster Wallace. Non li direi così lontani. Ai tempi dell’università li ho letti e riletti. Ma quando ho iniziato i racconti non avevo modelli letterari. Desideravo soltanto che miei piccoli personaggi fossero toccati dalla grazia dello stupore, e che scoprissero il mondo e ne facessero esperienza diretta con i sensi. Ma poi, leggendo, ho trovato uno dei più bei ritratti dell’infanzia in letteratura. Si tratta di Pearl, la bambina de La lettera scarlatta di Hawthorne. Lì, in quel ritratto, c’era un’indicazione chiarissima – i bambini vivono un’età in cui non c’è una reale distinzione tra possedere il mondo e farsi possedere dal mondo.
Da adulti, si crede, e con una certa arroganza, di poter definire il mondo, di poterlo scomporre, catalogare in parti, possederlo nella sua minuta fattura. Ma da bambini, questo movimento, è doppiato da un altro, la percezione, o meglio la sensazione – tutta corporea, mai spendibile in parole – che il mondo ci abiti e ci possieda, che la stessa energia che ci governa e ci attraversa appartenga alle piante, agli animali, alla materia circostante, che tutte le cose siano profondamente connesse, e che ogni cosa parli l’una nell’altra. Ciò dipende non solo dal fatto che i bambini non siano padroni del linguaggio, ma dal modo in cui è fatto il loro corpo – questo non è ancora definito, è in movimento, si sta formando, subisce di continuo grandi cambiamenti, così come avviene alla realtà che persiste fuori dal loro corpo, nei cicli della natura. Forse è questo che dimentichiamo dell’infanzia. Possedere e farsi possedere nello stesso istante.
Ma la letteratura può aiutarci a recuperare quanto avevamo dimenticato. Come l’infanzia, anche la letteratura è un luogo in cui tutto è profondamente connesso e intrecciato – tutti i sentimenti, la materia, le epoche – e anche qui, leggendo, scrivendo, avvertiamo senza alcuna distinzione questa doppia cattura – possedere il mondo, farsi possedere dal mondo. Il bambino che è in noi, come un fantasma, non se n’è mai andato davvero, infesta il nostro corpo, e attraverso la letteratura possiamo dargli modo di parlare, sì, per come possibile, ancora.


A proposito di quel che si dimentica: a volte ho avuto l’impressione che i bambini di cui scrivi non siano che delle forme abbreviate di adulti, seri e ostinati, come se non fossero uno che lo specchio dell’altro. Ad esempio il piccolo Ivan, di La pelle è l’orizzonte, viene educato al silenzio, a dare meno fastidio possibile ai genitori che stanno lavorando; sembra che tu descriva lì il momento in cui il bambino inizierà a crescere e a fratturarsi, sempre più distante dai genitori e allo stesso tempo il loro trasformarsi nella versione adulta e finita di Ivan. È come se avessi descritto un mondo infantile con una legislazione propria, nello stesso modo in cui, per dire, anche i Peanuts di Schultz sono scritti o i bambini de Il tempo materiale di Vasta agiscono, mettendo in pratica le dinamiche dei adulti.

Non credo che la serietà e l’ostinazione siano proprietà esclusiva degli adulti. Guardando giocare dei bambini, noto che non c’è creatura al mondo più seria e ostinata nel far iniziare e progredire un gioco. A volte, questi giochi ricoprono il mondo intero, come se per i bambini fosse impossibile uscire dal gioco, come se fuori dai confini del gioco non esistesse altro. Dentro al gioco, i bambini fondano un territorio, e trovano le regole per abitarlo. Da qui l’idea, di cui parli tu, di una legislazione propria. Così, gioco e vita sono la stessa cosa. Non c’è niente di più serio di giocarsi la vita, di stare al gioco. Anche da adulti, quel modo di organizzare il mondo continua a pervaderci. E se ci pensi, nella sua drammaticità, giocarsi la vita è un’espressione adulta, ma è quasi impossibile capirla se non si ritorna al mondo dei bambini, a quella serietà.

È interessante nel tuo modo di scrivere, come costruisci le figure: le madri che diventano minerali e poi aria, le vene del collo che sembrano fili elettrici, ecco, queste immagini sembrano derivare più da una certa poesia che da altre forme di scrittura. Ma soprattutto, c’è un forte senso del fisico e anche di dolce indecenza: indugi sul sesso, su come lo percepiscono i bambini. Tutto è materiale, ma anche esoterico, sconosciuto.

Sì, leggo molta poesia. Non sarei la stessa persona se, nell’adolescenza, i racconti di Poe non mi avessero spinto verso Baudelaire e la poesia. E scrivendo, ho sempre fatto uso delle immagini di cui tu parli, è una cosa mia, mi appartiene da sempre, le immagini mi fioccano in testa seguendo ciò che mi succede – ma la lettura di poesia mi ha permesso di accogliere meglio questa capacità, questo modo di muovermi e oscillare tra senso e suono.
Mi piace molto questa cosa che hai notato, cioè che nei racconti «tutto è materiale, ma anche esoterico, sconosciuto». Di fronte alla materia, al modo in cui è fatto il mondo, e il corpo umano, ma anche quello delle altre specie, puoi provare solo profondo stupore. È al colmo del loro stupore che i bambini fanno esperienza del mondo – poi, questo stupore, crescendo, con il consolidarsi delle abitudini, dei dati acquisiti, si stempera, si diluisce, si da tutto per scontato, e si vive per come si può, illudendosi di possedere il mondo, senza più farsi possedere dal mondo. Forse, quello stupore torna, quando vivendo, leggendo, studiando si scoprono cose che vanno oltre le capacità della nostra ragione. Che è possibile amare un’altra persona e nel caso essere corrisposti. Che 1,5 miliardi di anni fa un organismo unicellulare ha rappresentato il comune antenato evolutivo delle piante e degli animali. Che conosciamo solo il 15% della materia che costituisce l’universo, e che il resto è composto da materia oscura, e energia oscura, che non interferisce con noi, che potrebbe ospitare altri universi e altri abitanti, proprio qui, da qualche parte, sotto i nostri occhi. Questo per dire che, volendo, allargando lo sguardo e le conoscenze, abbiamo ancora la possibilità di garantire a noi stessi lo stupore per il resto della nostra vita.


Nel corso del 2017 uscirà anche un tuo romanzo per minimum fax: queste due pubblicazioni, in un certo senso, sono per te un doppio debutto. Com’è passare alla forma del romanzo? Un’evoluzione o un cambio di direzione? E cosa resta del mondo di Tutti bambini?

Ho finito di scrivere Tutti bambini due anni e mezzo fa. È stato più facile scriverlo che farlo pubblicare. I racconti, a quanto pare, vendono poco, e quindi è stato complicato trovare un editore interessato. Fino a quando Alessandro Gazoia non mi ha proposto di pubblicarlo con Egg Edizioni di Carla Piras, e così è stato. Intanto il tempo è passato, ho fatto nuove esperienze, ho letto molti altri libri, sono cambiato, anche la mia scrittura è cambiata. E ho scritto un romanzo, sì. Credo di avere trovato una voce che mi somigli di più e che mi permetta di aderire meglio alle idee che mi vengono in mente. Ma nel passaggio dai racconti al romanzo non è cambiato il metodo – so poco o nulla, di quello che avverrà, scrivendo. E così, un passo per volta, una frase per volta, al mattino presto, la notte tardi, nei fine settimana, durante le ferie, lavorando più che posso, cerco di meritare il mondo che piano piano albeggia e mi si dispiega davanti.


Uno dei racconti di Tutti bambini, Il prodotto interno lordo, era già apparso nell’antologia under 40 di minimum fax, L’età della febbre. A più di un anno dalla sua uscita, che ruolo ha avuto per te questa esperienza? Abbiamo appena parlato del tuo libro in uscita con la stessa casa editrice, ma quello che a me interessa è capire se un lavoro collettivo abbia potuto modificare la tua scrittura, renderla più consapevole o meno distinta dalle altre, se, in definitiva, un’antologia serva non a creare una nuova generazione, ma a mettere in connessione voci differenti.

Quella dell’antologia, per me, è stata un’esperienza che conservo tra i ricordi più cari. Ho esordito così, senza apprensione, perché intorno avevo molti altri scrittori, più bravi di me, voci già affermate, che mi hanno subito accolto nel gruppo, sebbene io non avessi pubblicato ancora nulla – e penso che questo sia anche dovuto al lavoro che hanno fatto i due curatori dell’antologia, Alessandro Gazoia e Christian Raimo, e tutta la casa editrice. Spero un giorno di essere all’altezza della loro fiducia.
Ma questa pubblicazione non ha influito sul mio modo di scrivere. Quando è uscita l’antologia, Tutti bambini l’avevo già finito. Il romanzo nuovo era già scritto per metà. Però ricordo che a un certo punto è venuta fuori questa cosa che i racconti dell’antologia erano generazionali – che i racconti rappresentavano una generazione. Non so come l’hanno presa gli altri, ma la cosa mi ha immalinconito un po’. All’università, in un corso di sociologia, mi avevano spiegato che le generazioni sono entità distinte, lontane tra loro, che si differenziano le une dalle altre soprattutto per come e quanto spendono. Sono i consumi – materiali e immateriali – a definire le generazioni. Sono le aspettative e l’appagamento che questo consumi producono a conferire alle generazioni questo scintillio irripetibile negli occhi. E allora mi sono detto che se la letteratura, come il mercato, finisce per segmentare un insieme di persone, separando gli uni dagli altri, alzando piccoli e oppressivi steccati sociali, senza più la possibilità di toccare tutti e chiunque, c’era qualcosa che non andava. Poi, però, mi sono ricordato di Cime tempestose. Del dolore e del lenimento che mi aveva sciolto nelle vene un libro scritto centosessantanove anni fa da una donna che non avrebbe mai saputo immaginarmi davanti a un computer e che comunque riusciva a toccarmi al punto da farmi tremare e farmi sentire parte di un mondo più vasto e sorprendente di quello in cui credevo di abitare. E va bene, mi sono detto. Il mio racconto verrà dimenticato, com’è giusto che sia. Ma la vera letteratura travalica sempre il tempo, lo spazio, le generazioni. Non c’è segmentazione di mercato che regga al confronto. E così, consapevole e grato della presenza evanescente di due amanti fantasma sulla brughiera aspra e selvaggia dello Yorkshire, mi sono grattato una tempia, e poi non ci ho pensato più.


Sara Marzullo si laurea in Arti Visive, ma scrive soprattutto delle sue due cose preferite: i libri e le città. Collabora con Il Mucchio Selvaggio, ma suoi articoli sono apparsi su minima&moralia, The Towner e Rivista Studio. Quando lavorava alla Shakespeare and Company, può dire di aver incontrato Ethan Hawke.

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