[Quella Brutta China] Case editrici e nuove forme di autoproduzione: una chiacchierata su Flag Press con Gabriele Di Fazio e Ratigher

 – Zazie Vostok-

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[Quella Brutta China è il focus di 404 dedicato all’arte del fumetto e dell’illustrazione. Ogni mercoledì ci proponiamo di ospitare saggi, recensioni, segnalazioni brevi e interviste. Potete leggere i primi articoli cliccando qui]

[Questa intervista è stata precedentemente pubblicata su Dancing Asteroid, il blog dell’autrice]

Ciao Francesco, ciao Gabriele, mettetevi comodi, siete assolutamente i benvenuti. Partirei con la prima domanda se per voi va bene. Ho letto su Just Indie Comics, la pagina web di Gabriele, che tu, Francesco, gli hai parlato di Flag Press al Fumetto Festival di Lucerna circa un anno fa. Volevo sapere come mai hai pensato a Gabriele come compagno di questa impresa. E allo stesso tempo chiederei a te, Gabriele, con che spirito ti sei avvicinato a questo progetto e cosa ti ha convinto a dire «Sì, ci sto!».

Ratigher: Ho chiesto a Gabriele di collaborare perché ho scoperto che è molto simpatico, pacato e ha un senso dell’umorismo sbilenco e delizioso. Ad entrambi non frega di essere il Capo, vogliamo fare solo delle cose per bene senza romperci la schiena, e senza fregare nessuno. Mica facile beccare soci simili.

Gabriele: Me ne ha parlato a Lucerna ma molto vagamente, riferendosi a un progetto che aveva in testa da tempo e che non poteva ancora rivelare. Insomma faceva il misterioso, probabilmente mi stava ancora studiando. E chissà quante altre persone ha spiato e analizzato per capire se potevano collaborare con lui. Poi qualche tempo dopo mi ha chiamato chiedendomi di essere il suo socio e io ovviamente, da ragazzo facile quale sono, non potevo che rispondere di sì. Anche perché l’idea mi è piaciuta sin da subito.

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Teoria, pratica e ancora teoria di Ratigher

Ecco, ora potrei passare a chiedervi quale sia il ‘Manifesto’ di Flag Press, ma non voglio che questa intervista si interrompa qui, quindi ritiro la domanda e entro subito nel merito del progetto. Visto che l’idea è partita da te, Francesco, come mai hai pensato al Flag Comic? Avevi in mente qualche riferimento particolare, o ti sei semplicemente affidato al tuo istinto? Per inciso, lo devo dire: da appassionata sia di fumetto che di illustrazione, ne sono rimasta folgorata. Teoria, pratica e ancora teoria (il primo della serie, disegnato da Ratigher) non è solo enorme, come proporzioni, ma è ‘gigantesco’ come storia, come colori, come espedienti grafici. È stato un acquisto di cui è valsa davvero la pena. Ho avuto difficoltà a riarrotolarlo, nel senso che stavo rimanendoci intrappolata dentro, ma questa è un’altra storia, che francamente non penso interessi a nessuno

Ratigher: La verità è che ci avevo pensato ai tempi di Donna Bavosa, la mia vecchia etichetta di autoproduzioni. Ne avevo anche stampati un paio, molto più piccoli di quelli Flag Press, ma a quei tempi ero tutto preso dalle chitarre distorte e dalle serate distorte e non gli ho dedicato il giusto impegno. L’idea nasceva, come spesso nel mio caso, dalla frustrazione: frustrazione dovuta al fatto che quando facevo i banchetti di fumetti vendevo soprattutto i manifesti, mi innervosivo e maledicevo gli acquirenti che preferivano comprarsi dei disegni rispetto a dei fumetti. «Qua c’è una storia! invece questo ti arreda la casa e basta!», gli dicevo, poi ghermivo i loro denari e mi zittivo. «Come faccio a propinare fumetti a quelli che vogliono arredarsi casa?», questa era la domanda che mi assillava. L’idea dei fumetti/poster è nata da lì, poi si è molto raffinata fino alla forma che ha preso Flag Press. Sono molto felice che ti sia piaciuto il mio primo poster, ed in particolare sono felice che ti sia piaciuto in quella maniera. L’obiettivo che ci poniamo è quello di pubblicare fumetti che sfruttino la dimensione, per espandere le possibilità del racconto.

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Teoria, pratica e ancora teoria – in fase di lavorazione

Visto che questo progetto parte con un’apertura ad autori internazionali che, già nelle loro opere, hanno trovato forme non convenzionali di esprimersi attraverso il fumetto, pur rispettandone i codici, volevo sapere se avete avuto da subito un’idea precisa degli autori che avevate intenzione di coinvolgere.

Gabriele: Il mio collega, avendo covato l’idea da tempo, aveva già una lista di autori che voleva contattare. Io ovviamente ne ho aggiunti altri. Ad alcuni abbiamo già proposto di lavorare con noi, ad altri no, ma abbiamo già una rosa di nomi che ci consentirebbe di coprire le pareti delle case di un piccolo paese di montagna. Poi chiaramente è da vedere se ci dicono di sì, quando hanno la possibilità di lavorare al progetto, quando noi riusciamo ad andare in stampa, se il fumetto che ci propongono è quello giusto. Chiaramente la nostra attenzione è rivolta principalmente ad autori che possano sfruttare al meglio il grande formato, che nel corso della loro breve o lunga carriera abbiano già dimostrato di saper uscire dai confini della pagina disegnata per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima o dove almeno ci sono stati in pochi. Questo per iniziare: poi non è escluso che proporremo anche materiale esteticamente più canonico e più basato sul contenuto, ossia sulla narrazione pura e semplice; o che decideremo di lavorare con qualche esordiente. Ma per il momento stiamo scegliendo autori già conosciuti e che abbiano un forte impatto figurativo.

Siete entrambi molto attenti e interessati sotto aspetti diversi alla realtà dell’autoproduzione. Francesco, tu ne hai fatto per molto tempo l’unico modo di pubblicare i tuoi lavori. Hai inventato il metodo ‘Prima o Mai’, che ha riscosso molto successo. Addirittura sei arrivato a vincere il Micheluzzi 2015 al Napoli Comicon con un’opera auto-prodotta (ndr. Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra) e continui ad alternare autoproduzione a pubblicazioni editoriali (penso a Grrrz, penso a Saldapress, penso adesso all’antologia La rabbia edito da Einaudi Stile Libero Extra). Tu, Gabriele, attraverso Just Indie Comics sei alla continua ricerca di autori interessanti da proporci e te siamo grati, soprattutto americani o comunque anglosassoni – correggimi se sbaglio – che molto spesso si auto-producono oppure sono prodotti da etichette indipendenti.
Quindi, arrivo a chiedervi: cosa rappresenta per voi l’autoproduzione? Cosa ne pensate in riferimento a quello che è il lavoro di un autore? E’ un modo per acquistarne in autonomia? E se sì, in che termini? Oppure spesso ci sono autori indipendenti anche molto dotati che semplicemente non riescono ad essere prodotti da grandi case editrici? 

Gabriele: È vero, Just Indie Comics si concentra soprattutto sul mondo del fumetto nordamericano. Da lì vengono le cose che mi piacciono di più e che mi hanno entusiasmato nel corso delle mie letture. Poi ho ampliato il mio campo d’azione anche ad altri ambiti e soprattutto ai fumetti italiani, ma non mi vergogno a dire che sono sempre stato un esterofilo. Le autoproduzioni americane, che siano stampate in proprio dagli artisti o pubblicate da etichette talmente piccole che non possono essere definite case editrici, hanno mediamente un livello qualitativo davvero notevole e questo dipende dall’abitudine sin da giovani ad avere a che fare con i linguaggi del fumetto (che i bambini studiano anche a scuola), da una tendenza all’individualismo che da noi è più difficile trovare (tradizionalmente il cartoonist americano è solo, quello europeo si muove in gruppi o collettivi) e anche dalle letture privilegiate a cui si può accedere da quelle parti. Tanto per fare un esempio, per i giovani aspiranti cartoonist americani è normale a 15-16 anni leggere i fumetti di Daniel Clowes. Da noi è chiaramente più difficile. Tutto ciò ha portato alla creazione di autoproduzioni che sono già dei prodotti compiuti di autori maturi. Se penso a quanto uscito negli ultimi anni, mi vengono in mente i fumetti di Conor Stechschulte, Sam Alden, Lale Westvind e tanti altri. Ma anche in Europa non scherziamo, comunque: oltre al mio compare Ratigher, che avrebbe potuto far uscire Le Ragazzine per qualsiasi casa editrice, anche artisti come i belgi Max de Radiguès e Olivier Schrauwen si sono inizialmente pubblicati da soli dei lavori bellissimi come L’âge dur e Arsene Schrauwen, poi ristampati da case editrici in patria e all’estero.

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Lale Westwind, Hyperspeed to nowhere. Fonte: lalewestvind.tumblr.com

A mio parere questo testimonia che l’asticella si sta sempre più alzando, tanto che è sempre più difficile distinguere tra l’ambito del self-publishing e quello dell’editoria tradizionale dal punto di vista del linguaggio, dei contenuti, della grammatica: non è più come una volta, quando bisognava autoprodursi per fare uscire certi fumetti perché per l’industria erano troppo trasgressivi. Ormai i confini sono labili e difficilmente distinguibili, e ci sono tantissime etichette talmente coraggiose da proporre materiale più sperimentale di quello delle autoproduzioni, come la 2D Cloud di Minneapolis o l’inglese Breakdown Press, che sta pubblicando anche autori americani. Ma tutto ciò non scalfisce comunque il valore dell’autoproduzione, che rimane sempre il modo migliore per esordire, per farsi notare, per gestirsi in proprio dal punto di vista economico e per fare quel che si vuole senza che nessuno presenti obiezioni di qualsiasi tipo.

Ratigher: Ho sbirciato la risposta di Gabriele e concordo in pieno, aggiungo due parole più in generale. L’autoproduzione ti obbliga ad imparare a fare i libri, conoscere tutti i passaggi, ti costringe a rendere plurale un lavoro normalmente svolto in solitudine. Ho conosciuto la razza protetta dei ‘Tipografi’, ho imparato a trattare con la temibile categoria degli impiegati postali, ho scambiato i fumetti con altri autori autoprodotti con i quali sono diventato amico e a volte nemico e a volte andato a cena. Ora so cosa vuol dire “fare” i fumetti, stimo con piena consapevolezza chi li fa bene e non mi faccio fregare da chi sa solo raccontarla. Se ti autoproduci diventi più intelligente, sveglio e con una vita più varia. Che sballo.

A proposito di Prima o Mai e prima di porre un’altra domanda, volevo fare una considerazione mia, Francesco, visto che ne ho la possibilità. Come hai spesso dichiarato, il “metodo” in sé funziona sia in termini di vendite, sia in termini di diffusione dei lavori, nel momento in cui li pubblichi gratuitamente su Retina la piattaforma di distribuzione e promozione di fumetti in formato digitale, gestita da Davide Catania e Elena Orlandi, che peraltro ospita fumetti bellissimi.
Il problema si pone nel momento in cui chi non è riuscito ad avere la copia cartacea non si accontenta della versione digitale. Ci sono tanti che non ne fanno un problema, qualcuno che preme perché se ne faccia un’altra edizione.
Riguardo a questo, per me due sono le questioni chiave:
La prima è il rispetto del ‘metodo’, che è il modo in cui un autore ha deciso di pubblicare il proprio lavoro. E di conseguenza il rispetto nei confronti dell’autore che quell’opera l’ha creata e ha deciso di pubblicarla. Cercando, fra l’altro di tirarci fuori il meglio per sé, da tanti punti di vista, non ultimo quello economico. La seconda è più una questione ‘culturale’, che ha che fare con il nostro modo di essere fruitori e anche lettori. Su questo, secondo me, occorre lavorare per cambiare mentalità. Probabilmente, nel caso del fumetto, che è anche oggetto di collezione, questo tipo di atteggiamento si moltiplica all’ennesima potenza. È chiaro, a tutti farebbe piacere possedere tutto, ma è anche vero che tutto non si può possedere (e detto da una bibliofila questo, forse, ha ancora più senso).
E se, davvero, si desidera avere l’opera di un autore che si stima, ma che autoproduce, allora si può almeno momentaneamente rinunciare a quella di una grande casa editrice, che può permettersi una tiratura maggiore. Forse tutto potrebbe risolversi semplicemente con l’imporsi delle priorità.
Visto che questo tema è stato toccato più volte dai tuoi lettori, volevo sapere se per te può essere un’occasione per parlarne. Magari anche discutendo del tuo approccio come lettore di opere autoprodotte, o lettore in generale.

Ratigher: Dico sempre che il Primo o Mai ha molti vantaggi e alcuni limiti, e forse sono proprio i limiti la parte più interessante dal punto di vista culturale. L’editoria classica per me si è rotta, da anni, continuando a proteggere in maniera goffa e truffaldina un modo di agire che non ha senso negli anni che stiamo vivendo. Parlo in generale e non nello specifico dell’editoria a fumetti, ma il discorso vale anche per lei, che come l’editoria classica continua a rimanere impantanata, in stasi quando va bene e in regresso quando va normale. Prima o Mai è un modo rischioso di agire, è questo il grosso distinguo. Dobbiamo rischiare per ottenere qualcosa, soprattutto in un momento in cui è così facile rischiare perché non abbiamo altre alternative. Come se fossimo in cima ad un fiordo inseguiti dai lupi, il progetto non può essere quello di farci spolpare nel tempo più lungo possibile ma piuttosto quello di lanciarsi in mare quando ancora siamo in grado di sopravvivere alla caduta. E poi dobbiamo sempre ricordarci di quanto marginali siamo e che nessuno (mille persone contro milioni) sente la necessità dei fumetti. Se non siamo autosufficienti e non curiamo il mercato con mosse inedite rimarremo sempre rumore di fondo. Che almeno questo rumore sia un fischiettare gioioso e non un coro di pernacchie.
Gabriele, questa domanda ovviamente vale anche per te. Qual è il tuo approccio come lettore?

Gabriele: A me il metodo Prima o Mai piace e ne sono un sostenitore. Mi sembra un buon modo per «imporsi delle priorità», come dici tu. E per dare al lettore quella spinta giusta per comprare subito qualcosa se la apprezza davvero, piuttosto che cadere nel tranello del «poi ci penso». Ristampare il materiale non avrebbe senso e i ritardatari hanno comunque tempo di cercare le copie che vengono acquistate da case editrici o librerie, oppure che sono disponibili ai festival.

Torno a rivolgermi a Francesco, pensi di continuare a pubblicare con il metodo Prima o mai, alternando altre forme di pubblicazione? Io, per esempio, sogno un’antologia di Intanto Altrove, la striscia che pubblichi su Vice, visto che c’è un precedente, ovvero Le incredibili avventure di Tuta Teschio che ora si possono leggere anche su Retina.

Ratigher: Prima o Mai continua, quando c’è una cosa figa da fare la faccio ma senza una pianificazione ferrea, può capitare che un anno si lancino 4 libri e quello dopo nessuno. Sto pensando di riutilizzare il Prima o Mai ovviamente anche per libri miei, e proprio la raccolta di Intanto Altrove è quella che sto progettando, ci hai preso!
Evviva!

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E ora torniamo a Flag Press. In questi giorni sulla pagina FB dedicata sono apparsi due frammenti del prossimo mega-poster che pubblicherete, affiancato dalle misteriosissime iniziali M.F.
Potete parlarne? O volete ancora mantenere la segretezza?

Gabriele: No, anzi. Si tratta di un autore che abbiamo deciso di pubblicare sin dall’inizio e che per noi ha realizzato un’opera densa di significato quanto formalmente sperimentale: Manuele Fior. Sembra brutto dirselo da soli ma Manuele ha colto da subito il senso del nostro progetto, cioè fare dei fumetti diversi dagli altri e che sfruttino appieno il formato gigante del poster, in questo caso sviluppando la storia su un senso di lettura tutt’altro che lineare. Prima esordirà a BilBOlbul e sarà disponibile sul nostro sito dopo qualche giorno. [N.d.R. il fumetto è attualmente disponibile sul sito di Flag Press]

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Zazie Vostok, sensibilissimo esposimetro dei fumetti. Coglie lo sfavillio di diamanti, zirconi o semplici cocci di vetro, godendo sempre e comunque di ogni piccolo sorso di luce poliedrica che riesce ad assorbire.

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