[Quella Brutta China] I giorni della rabbia: otto storie per il Crack Festival

 – Giovanni Bitetto –

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Applicare l’aggettivo “generazionale” a un prodotto culturale può essere un’operazione scivolosa: da un lato si suggerisce una lettura immediata della contemporaneità, una testimonianza di un preciso momento storico; dall’altro propizia i germi della dissoluzione che verrà, sottrae l’opera al suo carattere universale per relegarla a un ambito sin troppo stigmatizzato, come a dire che già da domani ne vedremo le idiosincrasie e i difetti. La scelta compiuta da Einaudi per La rabbia può essere interpretata in una due modi: sottolinea il ritardo cronico o la paura editoriale di chi ha bisogno di adoperare un’etichetta usurata per lanciare sul mercato un prodotto che non risponde ai soliti criteri di narrativa; evidenzia il cambiamento di linguaggio con cui si struttura gran parte dell’universo culturale odierno: un tempo “generazionali” erano Tondelli e i Cannibali, il primo prendeva i riferimenti di altri media e li trasformava letteratura, i secondi si spingevano oltre e – di tali media – ne imitavano la forma. Adesso “generazionale” è il dominio dell’immagine, non sappiamo se gli artisti di questo volume corrispondano per davvero a tale categoria, di sicuro sappiamo cosa li accomuna.

Il Crack Festival è un evento tenuto al Forte Prenestino che, ormai da dieci anni, si pone come aggregatore delle esperienze di autoproduzione del fumetto dell’area romana e non solo. Gli autori scelti da Valerio Bindi (già organizzatore del Crack) e Luca Raffaelli sono coloro che animano la rassegna da anni, l’intento è celebrare una scena che, partendo dall’underground, si è affermata in circuiti più ampi e ha donato nuova linfa all’arte della china. Le teste di ponte sono anche gli autori più conosciuti del lotto: Ratigher e Zerocalcare. Il primo sta collaborando al rilancio di Dylan Dog ed è autore di vari e fortunati romanzi grafici, ne La rabbia fa da cerimoniere e apre la raccolta sintetizzando in poche pagine il suo stile peculiare composto da ambientazioni contemporanee, tensione onnipresente, colpi di scena dal sapore splatter. L’attitudine di Ratigher riecheggia lo sberleffo del punk, spiazza perché inserisce elementi di tenerezza che mutano repentinamente nella carneficina e – nel tradire le aspettative – fanno ancora più male; il tratto gelido contribuisce a creare l’atmosfera di bizzarria orrorifica cercato dall’autore.

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Ratigher in “La rabbia”

Zerocalcare lo conosciamo tutti, la nota retorica non cambia neanche in questa occasione. Il nativo di Rebibbia declina il tema dell’antologia (la rabbia, spesso intesa come precarietà sociale e quindi esistenziale) adoperando i mezzi che gli sono congeniali: esasperato autobiografismo, rimando ammiccante alla cultura pop, commento in prima persona. L’autoreferenzialità dell’operazione, poiché palese, non viene mai nascosta dall’autore: la storia di Calcare si muove fra ricordi d’infanzia e critica dei social (ripercorrendo le reazioni al suo successo). Al netto delle critiche già mosse da tempo, ci si chiede per quanto ancora Zerocalcare possa andare avanti con armadilli, Ken il Guerriero e battute su Games of Thrones. Come si usura l’umorismo e l’immaginario tirato in causa, così il rischio dell’operazione ombelicale si fa sempre più grande.

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Vincenzo Filosa e Giusi Noce in “La rabbia”

Dietro i grossi nomi ci sono altri autori di chiaro talento: Hurricane orchestra una distopia psichedelica muovendosi sull’asse Robert Crumb – Professor Bad Trip, ne nasce una fulminante avventura sci-fi che centrifuga Ranxerox a toni da commedia. Il duo Nomisake/Trapani declina il privato in maniera onirica ed emotiva, illuminando i piccoli momenti di alienazione quotidiana. Più freddi risultano Filosa/Noce: l’oggetto è sempre la vita di tutti i giorni, lo svolgimento vede colori cupi, griglie grafiche geometriche, come fossero quadri in cui è cristallizzata la natura morta del vivere borghese. Si addentrano in territori più poetici Sonno e Tso/Primosig: il primo dipana il filo di una narrazione tenuta insieme da nessi logici occasionali, le scenette – architettate con un tratto poliedrico e cangiante – sono brevissime e dal sapore esistenzialista, i secondi inscenano un’edizione del Crack, il tratto algido fa da contraltare a un delicato onirismo da favola in cui la leggerezza del reale si mischia con dialoghi filosofici e pacati, inframezzati da inserti visionari, quasi a riecheggiare un certo gusto alla Calvino.

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Bambi Kramer in “La rabbia”

Discorso a parte per l’opera di Bambi Kramer, che pare la più riuscita del volume. Si tratta di un lungo rotolo su cui si dispone un’unica storia senza i tradizionali stacchi di vignetta, l’argomento è la tragedia della Diaz. I disegni partoriti dall’artista sono emanazioni del subconscio, gigantomachie dai contorni grotteschi e favolistici, fanno da contraltare delle epigrafi che ripercorrono in tono neutro le angherie del 2001. La forza della narrazione sta nell’opera di sottrazione: il nascondimento mette a nudo le parole, permette di percepirle nella propria cruda essenzialità. Allo stesso modo i disegni creano un riverbero di disagio, l’affermazione di un microcosmo agitato, eppure capace di attuare un processo di resilienza: la sensazione è quella di calarsi nelle viscere del nostro immaginario collettivo. La rabbia di cui si tratta ha molte tonalità: dalla fragilità del privato alla stemperata ironia, dall’irrisione cosciente alla gravità della colata di china, noi scegliamo l’universo alieno e possibile di Bambi Kramer per rispondere di questa “rabbia generazionale”. Sembra giusto indicare la via più originale di un libro che attesta la molteplicità – nonché la vitalità – del fumetto contemporaneo.

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