Per un NO politico. Perché opporsi a una riforma non solo costituzionale

 – Carolina Coriani –

In questi tempi di pazza campagna referendaria può capitare di tutto: scoprire improbabili affinità con vicini di casa che si credevano dispersi in altre galassie ideologiche, amicizie decennali mandate all’aria per un SÌ o un NO, comitati dell’una e dell’altra parte che gareggiano a chi fa perdere quanti più voti possibili alla propria causa. Può persino capitare di ritrovarmi qui e ora, io che non lo faccio quasi mai, a scrivere pubblicamente un post politico. Le ragioni sono puramente soggettive, così come privatissima è la echo chamber (sia virtuale che reale) da cui muovo e da dove in questi mesi ho letto e osservato tanto della discussione pubblico-privata sulla riforma Boschi.
Se in passato ho fatto ricorso a qualche stratagemma auto-destabilizzante per contrastare la ridondanza d’opinioni data dalla naturale conformità che mi lega ai miei stessi contatti, in occasione di questo referendum non ne ho avuto bisogno: la destabilizzazione è già servita lì, davanti ai miei occhi, nel mio feed, ogni giorno da mesi, con tutte le conseguenti emozioni forti del caso.

Oggi, come mai prima in questi anni, grazie a questo referendum si è potuto assistere a un progressivo sparigliarsi degli schemi più consueti, o almeno di quelli a cui ero, eravamo più assuefatti. Per quanto mi riguarda si può parlare di un rimescolamento dei tasselli, prima riuniti in più gruppi e ben schermati al rifugio di un nome, di un’idea, di un’immagine, ora attratti da due poli magnetici, SÌ e NO, di cui non immaginavo il potenziale disvelatorio. La scelta binaria impone necessariamente uno schieramento netto, che nelle sue realizzazioni personali a volte mi ha lasciato indifferente perché scontato, a volte mi ha disorientato, altre sconcertato. È il motivo per cui capita di provare un intimo dolore quando si scopre Silvio Orlando sostenitore del SÌ. È il motivo per cui stavolta non sono dovuta andare alla ricerca di profili leghisti o complottisti per trovare qualcosa con cui dissentire.

Del modo in cui molte persone si sono schierate per il SÌ, a turbarmi sono state tanto le idee, che in parte vorrei provare a discutere, quanto l’atteggiamento, che in un’era come quella renziana mi sembra contare più di sempre. Nell’ultimo anno ho assistito a una inaspettata renzizzazione che ha attecchito nelle maniere e nelle persone più insospettabili: i modi si sono fatti supponenti e insolenti oltre il tollerabile, i toni si sono incattiviti, di quella cattiveria rancorosa che può appartenere solo a chi pensa di aver finalmente raggiunto un obiettivo o uno status a lungo meritato e mai, fino a oggi, ottenuto. Oltre a questo, le strategie argomentative si sono appiattite in modo drammatico, fino ad arrivare alle rivendicazioni di autonomia della riforma rispetto alla legge elettorale (l’Italicum) o a paradossi del tipo: «non sta alla riforma stabilire come verranno scelti i nuovi senatori, sarà compito demandato a una legge ordinaria che non ci è dato conoscere: quindi un’argomentazione a favore del NO basata sull’opacità della riforma a questo riguardo non è legittima, non è nel merito». Che, considerato che si sta per creare un nuovo Senato, ha l’aspetto più di un mostro logico che di un richiamo all’ordine e alla razionalità.

Nel merito, comunque, per rifarmi al leitmotiv di queste settimane, ci entrerei volentieri. Con una lettura necessariamente obliqua e non sistematica che della riforma considera solo una di molte criticità possibili, ma sufficiente a farmi decidere: insomma l’unico tipo di lettura possibile per chi, non costituzionalista né laureato in giurisprudenza come me, e come molti di noi d’altronde, questa riforma vuole capirla un po’, se non in tutti i suoi aspetti giuridici almeno nei suoi risvolti politici.

Quello che leggo dove le cancellature e le aggiunte si fanno più fitte, è che stiamo per distogliere un grande numero di rappresentanti territoriali dai compiti per i quali sono stati eletti. Per cosa? Per accentrarli e farne sostanzialmente altro – un altro non ben chiaro, per giunta, col quale si attua il tanto sospirato superamento del bicameralismo paritario tramite un bicameralismo rabberciato. Al tempo stesso, e fatto ancor più grave, se ora su certe materie fondamentali lo Stato interviene a legiferare, ma di concerto e intesa con le Regioni in un regime di reciproca lealtà, con la riforma le decisioni in merito saranno affidate a due Camere delle quali una non controllerà più l’operato dell’altra. Quelli che stiamo per consegnare alla legislazione esclusiva dello Stato sono ambiti tutt’altro che trascurabili come «disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale». Le Regioni niente potranno.

Forse per inquadrare meglio la posta in gioco presente in queste poche righe di virgolettato è opportuno fare un passo indietro e tornare allo Sblocca Italia: le cosiddette «misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive». Si scoprì in fretta che l’unica urgenza era quella di far prevalere l’interesse a eseguire le opere sull’interesse generale, anche a costo di aggirare il dissenso regionale in proposito e, così, violare la Costituzione. Il decreto, infatti, fu dichiarato in parte incostituzionale, grazie al ricorso della Regione Puglia: l’incostituzionalità veniva evidenziata in riferimento agli art. 117 e 118 (Titolo V), che, guarda caso, definiscono proprio le competenze legislative di Stato ed enti territoriali di cui sopra; guarda caso, gli articoli che questa riforma intende modificare nel modo più evidente e rivendicato. «Ah, il mio decreto legge è incostituzionale? E allora cambio la Costituzione»: un riflesso perverso che la ministra Madia illustra in modo quasi innocente quando afferma che «se votiamo SÌ non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi l’innovazione di tutto il Paese».

È storia molto recente quella dello Sblocca Italia, purtroppo già dimenticata. Ma sarebbe bene che chi ha memoria di questo antesignano della famigerata «legge obiettivo» di era berlusconiana e propende per il SÌ avesse chiaro (così come l’ha chiaro, una a caso, Confindustria) cosa succederà quando sarà la Costituzione stessa a stabilire la supremazia dell’esecutivo, qualsiasi esecutivo, e insieme a essa l’irrilevanza delle Regioni in ambiti cruciali che oggi prevedono una legislazione concorrente. Si passerà di fatto dalla cooperazione inter-istituzionale allo scontro politico su scala nazionale, perché l’unico strumento che rimarrà alle regioni per discutere le scelte del governo sarà quello del referendum abrogativo. E la deroga, dopo decenni di abuso che l’hanno resa metodo sotto la maschera della retorica emergenziale, finalmente si farà istituzione permanente, costituzione, nessun governo avrà più bisogno di aggirare o scavalcare alcunché – e a noi rimarrà da guardare.

In questi mesi la riforma Boschi è stata sviscerata da tutti i lati: derive autoritarie, CNEL, riduzione dei costi della politica, bicameralismo, etc. Ci sono tanti motivi per dire no a un testo che, come è stato ampiamente evidenziato da molti, è intenzionalmente vago e pasticciato. Ma il motivo che trovo sufficiente a ritenere questa riforma estranea alla mia visione del mondo e della politica risiede in tutti i rischi conclamati, peraltro ampiamente sperimentati, che comporta: il sacrificio della rappresentanza nel nome della governabilità, il definitivo compiersi del decennale, inesorabile spostamento del baricentro dall’interesse per il bene comune all’interesse affinché si faccia, si operi, si sblocchi, si decida a prescindere. D’altronde questo è il governo del fare; con buona pace di chi pensa che la possibilità di confronto, di controllo e di tutela sia un principio inalienabile; con il plauso, invece, di chi può finalmente vedere i propri privati interessi propugnati non più clandestinamente ma alla luce del sole, sotto il sigillo oggi indiscutibile della semplificazione e della velocità. Tanto meglio se, come è prevedibile, si apriranno scenari di sviluppo economico e infrastrutturale degni del XIX secolo.

È in questo slittamento che la riforma, nonostante la sua veste costituzionale, conferma l’ideologia già apertamente dichiarata dal Jobs Act e dalla Buona Scuola, ed è in questo che il referendum che ne decide le sorti è a pieno diritto un referendum politico. Tanto basta, per me, a dirla una riforma sciagurata. E alla luce di tutto questo, poco conta chi altri voterà NO, che si tratti di Salvini, di Brunetta, o del Movimento 5 Stelle; poco importa il ricatto dell’«ora o mai più»: ora, ma mai così. Insomma: preferirei di NO.


Carolina Coriani (1992) ha studiato lettere a Bologna, Cambridge e Berkeley, a breve Parigi. Si laureerà con una tesi su Luca Rastello e ha una grande passione per la musica dal vivo.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giuseppe Maria Greco ha detto:

    Mi dispiace che una così giovane persona sia già chiusa dentro degli a priori non confessati da cui discende però come conseguenza tutto ciò che dice con sicurezza. Mi dispiace che abbia, a supporto delle sue tesi, trovato tanti sostenitori del Sì faziosi e impudenti, e che non abbia esplorato però il mondo del No, che è macchiato dagli stessi, identici difetti. Perché il problema non sta nel prendere le ragioni dell’altro, assunto come avversario proprio perché è “altro”, e dedurne come necessaria conseguenza la perfezione delle proprie convinzioni: è infatti possibile capovolgere questo metodo a favore della parte opposta, proprio perché è un a priori che finge di non esserlo. Il problema, dal mio punto di vista, discutibile quanto indiscutibile appare ritenersi quello dell’articolista, non sta affatto nel Sì e nel No, posizioni in sé legittime e obbligate da una scelta costituita da un bivio, ma nel modo, di cui si fa responsabile anche l’articolo, con cui la scelta si trasforma da opzione personale in una scelta di campo. E allora ecco che Renzi diventa vergogna e scudo a seconda che si scelga di stargli di fronte o di dietro. Come se, dovendo io progettare una casa comune, dipendessi non dal mio gusto e dalle mie capacità costruttive, ma da quello che dice Renzi, il papà che l’adolescente contesta e che l’adulto già piange : “Ah, quando c’era papà!” Io non ho bisogno del parametro Renzi per fare la mia scelta. Il motivo? Ho un progetto in testa. Non un progetto sognato di notte. Ma qualcosa che emerge da esperienze di anni. Mi piacerebbe Chiedere a Carolina Coriani: secondo lei, quali sono le tendenze già in corso oggi che richiedono, oggi per il domani, un’ “aggiornamento” della Costituzione? A me, da inadeguato personaggio, sembra questo il tema più importante di quanto non sia un Sì o un No? E, per dirla tutta, ho provato più volte a fare questa domanda ai sostenitori del No (non solo a loro, ma a loro in particolare perché si dichiarano critici verso, così sostengono, il sostegno renziano ai “poteri forti”, e quindi è particolarmente logico chiedere cosa succederebbe dei poteri forti col No, che quindi un progetto devono averlo), ma nessuno mi ha mai risposto. Preciso che non mi sono schierato per nessuna opzione (questo mi è costato una valanga di insulti da parte dei militanti del No: “renziano!”, “indeciso!” “vergogna!” ecc., anche con tutte le maiuscole), ma ho sempre chiesto quanto ora chiedo anche a Coriani: cos’ha in mente, quando pensa di mantenere o di modificare questa Costituzione? Grazie in anticipo

    1. Carolina Coriani ha detto:

      Gentile Giuseppe, proverò a procedere con ordine. Mi rimprovera di non aver esplorato a sufficienza “il mondo del NO”: proprio all’inizio del pezzo dico che né il mondo del NO né quello del SÌ sono stati convincenti; aggiungo che entrambi a mio parere hanno utilizzato, chi più chi meno, argomenti e toni sbagliati. Questo però non significa che io non possa avere una visione del mondo sulla base della quale decidere di votare SÌ o NO. In questo di aprioristico c’è solo una mia sensibilità politica che penso sia poco legittimo mettere in discussione: tutti l’abbiamo, o almeno tutti dovremmo averne una (auspicabilmente malleabile, in continuo aggiornamento, ma una: altrimenti vivremmo in un mondo di pretesa neutralità, che trovo molto più pericoloso di un mondo di schierati). Neanche io ho bisogno del “parametro Renzi”, per decidere cosa votare: mi è bastato leggere la riforma con occhio quanto più critico possibile, e mi è bastato quello che so sullo sfruttamento delle risorse e dell’ambiente in Italia.
      Lei mi chiede di nominare “una tendenza già in corso che richiede un aggiornamento della Costituzione”: beh, questo non è nel merito della discussione referendaria e non è su questo che si voterà domenica, per quanto lei lo ritenga importante. Nell’articolo parlo al contrario di una tendenza già in corso che NON RICHIEDE AFFATTO un aggiornamento della Costituzione: l’obiettivo che si persegue con la riforma del Titolo V è in via di realizzazione da decenni (prova ne sono lo Sblocca Italia, tutte le deroghe ai piani urbanistici di qualunque città, tutti i VIA aggirati della storia ambientale italiana… l’elenco sarebbe davvero infinito), e se c’è un punto sul quale la Costituzione dovrebbe restare uguale a se stessa è proprio questo, perché i rischi sono davanti ai nostri occhi, tangibili, già compiuti. (Ho citato Confindustria solo perché per me la sua convergenza sul SÌ è rivelatrice, ma non è niente più di una conferma di un dato già ampiamente acquisito.) Questo mi pare un motivo sufficiente per votare NO. Quanto ai poteri forti, avranno le loro ragioni, io le mie.

  2. Giuseppe Maria Greco ha detto:

    Non sono soddisfatto, perchè non risponde alla mia domanda. La ragione che avanza per giustificare la non risposta è che “non è su questo che si voterà domenica”. In sostanza, lei afferma che la fine del percorso è decisiva sul contenuto del percorso. Mi permetta di osservare che stiamo parlando di Costituzione, cioè della casa nella quale tutti dovremo muoverci, anche se ognuno avrà il proprio modo di abitarci. E la Costituzione, come primo punto, contiene questo criterio: il lavoro è il fondamento della democrazia. Già, ma le sembra che il lavoro sia una cosa fissa, chiara e univoca? La realtà dimostra che non è così. Quale progetto ha lei in testa circa il lavoro, che ormai è sempre più privo di territorialità e sempre più soggetto alla concorrenza tra pari? Forse questo non incide sulla convivenza? Forse questo si affronta con il No o comunque con una scelta finale? Da questo punto di vista, le convergenze sul Sì e sul No sono ininteressanti: non mi interessa schivare Confindustria o Forza Italia, per decidere se optare per un supporto a una riforma o al sui rigetto. Un’ultima osservazione: stiamo assistendo, grazie anche alla rinuncia di noi cittadini a scegliere la strada della comprensione tra di noi in favore dello schierarsi, all’identificazione di noi stessi con i partiti che accusiamo di essere casta, assumendo le stesse loro connotazioni di lotta di potere. Non mi sembra che lei sia disposta a riflettere su questo punto. Ma non si sa mai. Aspetto quindi una sua reazione che non sfugga al merito. Grazie.

    1. Carolina Coriani ha detto:

      Giuseppe, lei pretende da me opinioni che esulano dal voto di questa domenica e dall’argomento di questo articolo, ed è il motivo per il quale ho cercato di mantenere la discussione sui binari con il mio commento precedente: ripeto, di tutte le direzioni che poteva prendere una riforma costituzionale, quella in cui va la riforma Boschi è per me sbagliata e quindi NON va scelta. Ma dato che sembra tenerci particolarmente, l’accontenterò: penso che se abbiamo un bisogno oggi, non è quello di modificare la Costituzione. Penso, al contrario, che se ci occupassimo più di metterla in pratica che di cambiarla, ci accorgeremmo di quanto è preziosa. A cominciare dal lavoro, che lei cita. Sappiamo bene entrambi che in Italia di lavoro non ce n’è: la soluzione sarebbe quindi modificare la Costituzione nel suo primo articolo perché parla di «una Repubblica fondata sul lavoro»? No, non penso proprio. Credo al contrario che la soluzione sia agire in una direzione diametralmente opposta rispetto alle politiche del lavoro attuate da questo governo, che non ha fatto altro che facilitare i licenziamenti, creare più precarietà, di fatto regalare soldi alle imprese, tradendo così il dettato costituzionale. Se ci togliessimo dalla testa questa ossessione per le riforme costituzionali – come se tutti i nostri mali originassero dalla Carta e non dalle politiche scellerate che la rinnegano sistematicamente – ne guadagneremmo tutti in lucidità, e magari anche in ragionevolezza dell’agire politico.

  3. Giuseppe Maria Greco ha detto:

    Vedo che non ci intendiamo. Peccato. Forse ci saranno occasioni migliori, magari dopo il voto. Grazie e buon lavoro.

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