Solo andata

40. Vivere a parte. Riflessioni di un’attrice squattrinata in Danimarca

– Sara Moscardini –

Wifredo Lam, Your Own Life, 1942
Wifredo Lam, Your Own Life, 1942

Quando sono arrivata per la prima volta ad Holstebro (Danimarca) era il 2013, avevo 23 anni ed avevo già trascorso un anno da emigrante in terra francese, a Parigi per la precisione. L’esperienza della migrazione si attesta attualmente, nella mia biografia, intorno a un valore di quattro anni e tocca due paesi europei differenti. Francia e Danimarca, luoghi inavvicinabili tra loro se non per la passione della seconda per i formaggi e le sonorità linguistiche della prima. A questi due paesi se ne aggiunge un terzo, il mio, l’Italia. Quando ancora abitavo in Italia non avrei mai immaginato che le mie due passioni più grandi, l’antropologia – nello specifico gli studi di genere – ed il teatro mi avrebbero condotto in questi due paesi. In Francia ho studiato, in Danimarca sto lavorando.

In Italia non c’erano corsi di studi di genere decentemente concepiti e il mestiere dell’attore non svetta tra le professioni più ambite, tant’è che dal 2012 l’ENPALS (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza ai Lavoratori dello Spettacolo) è confluito nelle fila dell’INPS, perdendo tutti i suoi vantaggi economici più appetibili. Quando me ne sono andata, però, non l’ho fatto per un’urgenza lavorativa particolarmente pressante. In verità non ci pensavo proprio all’ENPALS, ai corsi di studi malfatti e vetusti sull’antropologia di genere. Sono partita perché dopo aver messo qualche soldo da parte, avevo voglia di sapere che cosa significasse davvero fare l’esperienza dell’emigrazione, di andare, fare, brigare, vedere e imparare. Dopo due anni trascorsi nella ville lumière, accompagnata dal solito brontolio che molti conoscono quando si parla della ville lumière nei suoi aspetti più negativi, troppo traffico, troppo costosa, troppa scortesia, troppe persone che cercano una stanza o un appartamento à louer, ecco che sulla mia strada si disegna un cammino che non era nei piani: il freddissimo Jutland danese, o altresì la parte più brutta della Danimarca. Non sono io che lo dico ma i danesi stessi. Le fonti dalle quali attingo sono informali: persone della mia età o più giovani che stanno preparando le valigie dopo anni di buona formazione nei settori più disparati dell’educazione, soprattutto di natura artistica e musicale. Mi colpisce la loro serietà nell’affermare che qui nello Jutland non c’è niente per i giovani sotto i 35 e che magari torneranno, certo, ma per metter su famiglia o invecchiare.

Ma dunque, perché finire nel paese che le statistiche riportano come il più felice d’Europa ma capitare proprio nella parte più desolata e spopolata da cui anche i danesi stessi se ne vanno a frotte? Perché capitare in un luogo pianeggiante, freddissimo, i cui pericoli più grandi possono essere i trattori che sfrecciano per le strade che conducono ai limitrofi landsby (villaggi)? Perché passare da una metropoli a una cittadina che sembra quella in cui sei nata ma con un idioma che assomiglia all’ostrogoto, se si vuol essere gentili (oppure, ad essere un po’ più realistici e sferzanti, a un idioma che sembra parlato con una patata bollente in bocca)?

La risposta è una sola: un grande teatro, l’Odin Teatret, che ha dato la possibilità ad un giovane regista di costituire un gruppo di giovani attori e musicisti provenienti da tutta Europa, Francia e Italia nello specifico per l’appunto. Un breve excursus sull’Odin Teatret, che vanta oggi un’attività pressoché ininterrotta da oltre cinquant’anni: è qui che il regista Eugenio Barba, nei lontani anni Sessanta, conia la tecnica sperimentale della drammaturgia dell’attore, rendendo così l’Odin Teatret un caposaldo della tradizione teatrale novecentesca.

Nel 1964, Barba e un manipolo di giovani attori arrivano ad Holstebro dalla ancora più lontana Oslo invitati da un sindaco con una spiccata sensibilità per la cultura, pronto a sostenerli economicamente e ad offrire loro un’ex-stalla in cui poter costruire il loro teatro1. In questi cinquant’anni si fanno grandi, tutto il mondo parla di loro, i loro spettacoli girano con tournée lunghissime che toccano tutti gli angoli del mondo, Venezuela, Cina, Canada e via discorrendo.

In questo teatro, da dieci anni, lavora un giovane regista che affianca il grande Barba nella creazione dei suoi spettacoli e che si chiama Pierangelo Pompa; è grazie a lui se adesso mi trovo tra le nuvole bianche e mutevoli dello Jutland. Io e Pompa ci siamo incontrati nel 2013 durante un workshop da lui diretto e un anno dopo, insieme ad altri giovani attori e musicisti, siamo entrati a far parte del gruppo Altamira Studio Teater, in residenza artistica presso l’Odin Teatret. Tuttavia, era stato deciso che l’obiettivo del gruppo doveva essere di uscire fisicamente dal teatro di Barba per trovare una nuova casa in cui costruire gradualmente il proprio teatro e il proprio avvenire artistico. Così, adesso che l’Odin non è più la nostra casa, siamo stati scaraventati in un Paese che si profila del tutto nuovo e sconosciuto, in cui facciamo quotidiana esperienza di estraneità.

La nostra routine lavorativa, nonché la nostra costituzione associativa, non ci permette di amalgamarci con incidenza al tessuto sociale circostante. Lavoriamo molte più ore di quelle di un danese medio, il nostro stipendio si attesta ad un livello elegantemente sotto la soglia di povertà (uno studente, in Danimarca per il solo fatto di essere studente riceve un assegno mensile di 800 euro al mese e noi non siamo studenti, per capirci), le nostre ferie non si adeguano al calendario danese per il quale, durante i mesi freddi, c’è almeno una settimana di vacanza ogni tre settimane di lavoro. Non siamo inclusi nella fibra economica e lavorativa del Paese; frequentiamo la scuola di lingua ma non viviamo a contatto con gli autoctoni per praticarla quotidianamente. La lingua parlata nel nostro gruppo è l’inglese, quando non è l’italiano o il francese, data la stroncante maggioranza dei due paesi sull’irrisoria presenza danese nel gruppo (1 a 7). I nostri unici rapporti ormai consolidati, son quelli che abbiamo con l’ufficio delle imposte che ci osserva come corpi estranei da ormai due anni. Una volta, una segretaria dell’ufficio SKAT (così si chiama l’agenzia di riscossione tributi in Danimarca), prendendo in considerazione il mio salario, mi comunicava al telefono la sua seria preoccupazione: come facevamo a pagare le tasse in Danimarca con uno stipendio del genere? Le ho affabilmente risposto che grazie a certi sacrifici strategici possiamo mangiare, pagare le tasse, le bollette e andare anche a cena fuori. Non ci ha creduto. E invece è esattamente così.

Faccio il lavoro che ho sempre sognato e, insieme al mio gruppo, creiamo un presente che non è ancora definitivo o facilmente perseguibile, proprio in virtù del fatto che il cammino è sconosciuto. Questo è il paese in cui un gruppo di persone straniere che parlano uno stentato danese possono comunque trovare la possibilità di esistere come risorsa artistica per il bene collettivo della popolazione. Nessuno ci ha mai escluso e siamo stati, come gruppo e non come individualità , coinvolti e chiamati ad interagire artisticamente con le parti più sensibili della comunità danese, persone anziane e bambini nella fattispecie, pur conservando tutte le nostre differenze, altrove insormontabili.

Il fatto di vivere ai margini dell’economia e della produttività di un Paese, non esclude che non si possa abitarne le sue strutture sociali con una chiara e “innovativa” funzione sociale: il teatro. Attraverso il teatro e il suo linguaggio di relazione che va al di là della lingua parlata dai soggetti coinvolti, si può penetrare realmente la costituzione sociale e civica di una comunità. In Danimarca ho scoperto quanto sia necessaria la funzione che ha il teatro di mediare un incontro tra parti altrimenti inavvicinabili. Nei nostri progetti abbiamo incluso giovani adulti con bambini di pochi anni e bambini di pochi anni con vecchi ragazzi di 60 anni più anziani di loro; abbiamo coinvolto piccoli danesi di seconda generazione le cui famiglie sono arrivate, almeno dieci anni fa, da paesi più caldi e belligeranti e li abbiamo fatti incontrare con bambini i cui trisavoli hanno combattuto per la corona nella guerra danese-svedese del 1808-1809; abbiamo fatto teatro parlando apertamente delle screpolature di un Paese che solo recentemente ha scoperto di essere divenuto uno Stato di accoglienza straniera e che dibatte quotidianamente sulle divergenze e le sperequazioni che il suo sistema di welfare ha nei confronti dei suoi cittadini e nei confronti della forza lavoro straniera.

Se metto i miei occhiali di cittadina europea che si affaccia su un Paese anch’esso europeo ma con numerose clausole ed esteso riserbo verso l’Europa stessa, vedo una Danimarca in profondo cambiamento. Negli ultimi cinque anni si sta intensificando anche qui la crisi sociale ed economica di portata secolare che tutta l’Europa sta vivendo. Dopo molti anni di socialdemocrazia al governo, alle ultime elezioni svoltesi nel 2015 il partito della destra (Venstre) è risultato nettamente vincitore, e anche il partito dell’estrema destra danese (Folkeparti, Il partito del popolo) ha ottenuto moltissimi voti. Entrambe le formazioni politiche propendono per una politica di riduzione della spesa pubblica nella cultura, nell’educazione e nella sanità, nonché ad una politica più regolamentata degli ingressi nel Paese di cittadini europei ed extraeuropei. Eppure, malgrado le prime avvisaglie di cambiamento anche nel mio settore lavorativo, questo Paese continua a nutrire un profondo rispetto ed un riconoscimento economico e sociale verso la professione dell’attore: la Danimarca e le sue istituzioni pubbliche e private ancora pagano gli artisti un minimo di 30 euro all’ora (240 corone danesi); li ingaggiano per avere un’offerta pedagogica e formativa alternativa nelle scuole; credono in un teatro di comunità sostenendolo economicamente e logisticamente, come lo dimostra il virtuosissimo modello culturale di Holstebro che quest’anno festeggia i suoi cinquant’anni.

In questo roseo contesto, non posso fare a meno di pensare al contesto dal quale provengo, quello italiano. Quando ho provato a fare teatro nella città in cui sono nata, è capitato spesso di dover lottare contro un’amministrazione comunale restia ad introdurre piani culturali teatrali alternativi nei suoi spazi pubblici. Nel mio caso, il fatto di non appartenere ad un teatro nazionalmente riconosciuto entro il quale proporre progetti e attività ma, al contrario, di far parte di un gruppo autonomo di giovani artisti intenzionati a sviluppare i legami con la comunità, è stato fortemente penalizzante. Nonostante queste esperienze precedenti, io sono qui che mi domando: sarà il caso di tornare a casa e portarmi dietro l’apertura di vedute del paese in cui adesso abito, per vedere se possiamo cambiare una situazione di ristagno politico e sociale, lavorativo ed economico, operando artisticamente nelle piccole comunità? Mi chiedo se non sia il caso di procedere con piani e progetti culturali più strutturati e poliedrici che lavorino per il bene comune e che abbiano a cuore un modello educativo basato, tra le altre cose, sull’incontro, sulla formazione e la sensibilizzazione verso sé stessi e gli altri. Non lo so davvero.

Per il momento mi appresto ad affrontare un rigidissimo inverno, coi colori infuocati dell’autunno che pian piano si staccano dai rami degli alberi e ricoprono le strade di un manto uniforme giallo e marrone, aspettando che, copiosa, la neve si faccia largo.


1. Kaj K. Nielsen, sindaco di Holstebro tra il 1964 ed il 1982, oltre a sostenere economicamente il nascente Odin Teatret, volle e comprò per la sua città una statua di Alberto Giacometti kvinden på kærre (Donna sul carro), tuttora uno dei simboli identitari più forti di questa piccola cittadina dello Jutland.


Sara Moscardini nasce a nella provincia di Livorno nel 1989. Da allora ha avuto modo di: laurearsi a Siena in Discipline Etno-antropologiche, ottenere un Master in studi di genere a Parigi, fondare un gruppo di teatro nello Jutland (Danimarca) dove tuttora lavora come attrice. Le poche cose che fa o che sogna richiedono molto tempo e dedizione, ma per adesso sogna perlopiù delle vacanze e di viaggiare lontano lontano.

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