[Quella Brutta China] Su “Morire in piedi” di Adrian Tomine

 – Silvia Costantino –

Con tutto che i fumetti, prima dell’avvento del cosiddetto graphic novel, si sono sempre contraddistinti per la forma breve, nella mia seppure non scarsissima dimestichezza con il genere non avevo mai pensato alla possibilità di una raccolta di racconti a fumetti. Forse perché le due cose mi sono sempre apparse separate: da una parte c’erano i Topolino e gli episodi dei fumetti Marvel e le infinite serie di tankobon allineate nella scrivania, dall’altra c’erano i cosiddetti romanzi grafici, dalla progettualità più ampia e coesa, con le loro lunghe storie uniche divise in capitoli (capitoli, non episodi). Un primo, primissimo tarlo di una possibile affinità mi ha morsa quando ho avuto modo di leggere la splendida raccolta di Daniel Handler, Avverbi (Alet, 2007, tradotto da Anna Mioni) la cui copertina è illustrata da Daniel Clowes, l’autore di quel capolavoro che si chiama Ghost World. Se quel libro è bellissimo lo è anche grazie alla copertina: non è difficile immaginare i protagonisti dei racconti con i tratti di Clowes, ma non solo, non è difficile pensare che Clowes possa avere scritto quei racconti. Sicuramente li ha letti, perché non un dettaglio, in quella copertina, è casuale. La vicinanza di temi, di stile, quel misto di paradossale e di tristissimo che c’è in entrambi gli autori rende perfetta e indissolubile la commistione.

avverbi

Non è facile capire quanto contino le definizioni: quale è, in effetti, la differenza tra un bel volume di storie autoconclusive scritto dall’autrice di M.a.r.s. e un racconto a fumetti? Solo il nome, e forse, la nazionalità. Dopo la prima stesura di questo pezzo ho fatto una piccola indagine su twitter. Chiedevo: «Se dico racconti a fumetti cosa mi rispondete?». In pochi hanno pensato subito al graphic novel inteso come l’opinione comune lo intende, la maggior parte tra coloro che ha risposto ha citato subito Dylan Dog e vari albi ‘a puntate’. Se aggiungevo «…ma non albi di fumetti», si creava in quasi tutti lo stesso corto circuito che è capitato a me: quanto può una definizione.

Will Eisner

Eppure la definizione di graphic novel nasce proprio perché gli editori non volevano pubblicare ‘comics’: è stato Will Eisner il primo a definire i propri lavori «romanzi grafici» in modo consapevole e volontario, e A contract with God, la sua prima pubblicazione, non è che una raccolta di quattro racconti. La bipartizione in racconto e romanzo, così semplice e istintiva nella narrativa solo scritta, insomma, non si è riprodotta fedelmente in quello che è ancora considerato un sottogenere. Rimane, come ho provato a dimostrare in modo un po’ confuso, solo un’altra bipartizione, quella più pericolosa e ambigua tra fumetto e graphic novel, ovvero tra prodotto «per le masse» e «prodotto di qualità». Ovvero: Bonelli, Marvel, Planet Manga da una parte e Rizzoli Lizard, Coconino Press, Bao o Tunué dall’altra. Che è quasi assurdo, se si pensa al fatto che alcuni degli autori pubblicati tra i secondi hanno esordito in piccole strisce (quanto di più lontano dal novel possibile) sulle riviste; e i primi sono quasi feuilleton. Sono forse distinzioni pelose: Sei tu mia madre? è “più” un romanzo rispetto a Dykes to watch out for, ma sono figli della stessa autrice e raccolti dallo stesso editore sotto la medesima definizione.

17760

C’è però chi, da queste sottigliezze, ricava una poetica più o meno precisa, più o meno volontaria. Nel 2016 Rizzoli Lizard pubblica Morire in Piedi, di Adrian Tomine (classe 1974 e già autore di quattro raccolte e di svariate copertine del New Yorker). Una copertina che ammicca a un Hopper decadente e modernizzato, con il cubo blu dell’IKEA che si defila sul margine destro nel tramonto rosa e giallastro, il titolo (originariamente Killing and Dying, ma niente da ridire sulla traduzione) stampigliato grosso e sbandierato a sinistra sull’immagine, come in una qualunque cartolina da facebook, il nome dell’autore piccolo in stampatello, in alto al centro, e, piccola piccola, in verticale, poco sopra l’IKEA, la scritta “racconti” (stories, in inglese).

As a serious cartoonist, one secretly hopes to create “That Book”: a book that can be passed to a literary-minded person who doesn’t normally read comics; one that doesn’t require any explanation or apology in advance and is developed enough in its attitude, humanity and complexity that it speaks maturely for itself… Adrian Tomine’s Killing and Dying may finally be That Book, and I’m amazed and heartened by it.

Chris Ware

I sei racconti di Morire in Piedi, tutti slegati tra loro, sono storie di persone comuni, che provano e – spesso – falliscono, che, come recita la quarta di copertina, si sforzano «di mantenere il controllo in situazioni che puntualmente sfuggono di mano». Si tratta quasi sempre di incontri, più o meno desiderati, che possono cambiare la vita o trasformarsi in ossessioni, in incubi come nell’opprimente Forza Gufi, o in tentativi di avvicinamento come nel racconto eponimo, una storia agrodolce di padre e figlia. Inutile, forse, raccontare le trame: come nei migliori racconti realisti, riassumere uno di questi frammenti di vita significherebbe banalizzarlo.

Cosa invece riesce a esaltare i pregi, già notevoli, delle storie di Tomine è il suo stile: semplice, quasi da fumetto anni ’50 – addirittura nel primo racconto la coloratura emula (o è fatta con) la retinatura, la tecnica che Lichtenstein ha esaltato e ingrandito nelle sue opere. Il talento di Tomine sta soprattutto nella capacità di variare, e in qualche modo di adattare il suo tratto al racconto. Tradotto dal giapponese: è un brevissimo racconto disegnato in modo minimalista e preciso, due, massimo tre tavole grandi per pagina quasi senza figure umane, dalle linee nette e pulite, dai colori spesso freddi; un richiamo non solo all’ambientazione del racconto ma anche al suo contenuto, il racconto di un taglio netto e di un’assenza. Quasi specularmente il primo dei racconti, Una breve storia della forma d’arte nota come “Ortiscultura”, è più caotico, le figure sono spesso agitate, ci sono onomatopee e nuvolette di movimento; la divisione è classicamente quella a quattro a quattro dei fumetti su giornale, con tanto di titoletto su ogni vignetta per ricordare al lettore cosa stia leggendo. Parrebbe quasi di leggere una storia di Dagoberto e Blondie, una striscia di Andy Capp, se non fosse per l’angoscia che scaturisce dalla ripetitività delle scene. E ancora, Amber Sweet è un racconto pop disegnato in modo pop, Morire in Piedi sono tante piccole istantanee che raccontano l’evoluzione di un rapporto, Forza Gufi è spessa e netta e Intrusi è grossolana, claustrofobica.

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morire in piedi

Ma lo scarto di qualità, ciò che ancora di più rende evidente il grandissimo talento di Tomine, sta nell’uso dei colori. Forse ancora più che con il tratto, Tomine riesce a dare ai propri racconti una vera e propria fisicità, che sia il pop pastello di Amber Sweet o il seppiato spento di Forza Gufi (che, se non si fosse capito dalla frequenza con cui lo nomino, è uno dei miei due racconti preferiti – l’altro è Morire in piedi). E senza perdere niente di una propria assoluta originalità e riconoscibilità.

Quella di Tomine è, di fatto, una raccolta di racconti a fumetti: anche se manca, o non è sufficientemente avvalorata, la definizione di «graphic short stories», questo libro si inserisce perfettamente nella migliore tradizione degli scrittori di racconti americani, quelli con l’alcolismo più o meno latente e una visione di fondo cupa, ma tutto sommato innamorata della vita. Carver ovviamente, Rick Moody, Patricia Highsmith, Alice Munro (ok, è canadese, ma come non citarla?), Deborah Willis e via andando, ognuno di loro con la propria interpretazione della provincia americana, della vita che sfuma verso i margini e cola lungo i bordi della Storia che non li considera degni di attenzione mai, se non per un luminoso istante. Non so se questo significa che è necessario introdurre una nuova distinzione, quella appunto tra racconti grafici e romanzi grafici, o se semplicemente sia necessario interrogarsi meno sulle etichette e sui generi e considerare buona letteratura tutto ciò che è buona letteratura, che sia disegnato o scritto; certo è che in una mia ideale libreria le storie di Manuele Fior starebbero lì tra la narrativa italiana contemporanea; e Morire in piedi starebbe accanto al libro di Handler, di pieno diritto dopo Carver e Moody.

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Silvia Costantino Ama i libri, la fotografia, le serie tv e i film della Marvel. Vive a Firenze, dove ha organizzato il festival Firenze RiVista e ogni tanto presenta un libro. È fondatrice e redattrice di 404: file not found, è nella board editoriale di The FLR, ogni tanto appare su Abbiamo Le Prove. Ha un alter ego, Giorgeliot, che si diverte a raccontare i fatti suoi.

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