[Quella Brutta China] Un incontro tra vecchi amici: su “Catarsi” di Luz

 – Celeste Bronzetti –

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[404 inaugura oggi Quella brutta china, focus dedicato all’arte del fumetto, del disegno e dell’illustrazione. La rubrica raccoglierà recensioni, saggi, reportage, interviste, segnalazioni. Per collaborare basta inviare una mail a 404online@gmail.com]

Maggio 2015. Cinque mesi dopo il massacro di Charlie Hebdo, Luz, disegnatore del periodico e superstite casuale della strage, annunciava la sua decisione di lasciare il giornale a fine settembre per «ricostruirsi» e «riprendere il controllo della sua vita», come spiega in un intervista a Libé[1]. Proprio in quei giorni, usciva Catharsis, un libro in cui Luz si mette a nudo, apre le porte della sua vita privata e interiore e ci racconta il travaglio artistico e esistenziale dei mesi dopo l’evento che ha indelebilmente macchiato la sua esistenza. Catharsis è il racconto di un ritorno alla vita e al disegno, ma soprattutto del cammino febbricitante attraversato dopo quella grigia mattina d’inizio gennaio.

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“Mi racconti ciò che ha visto.” “Posso avere un foglio e una matita?” “Certo. Faccia pure con calma.”

C’è qualcosa di tremendamente fisico nel disegno di Luz, qualcosa che si fa corpo e materia a ogni curva, c’è una capacità di dare contorni ma soprattutto corpo a concetti immensi come l’assurdità della vita e della morte, l’ingiustizia, lo sradicamento. Il risultato non è una graphic novel, non è un reportage né una semplice testimonianza autobiografica, non è nemmeno una raccolta di racconti perché il legame tra le sue parti è troppo forte per poterle definire dei racconti indipendenti. Siamo di fronte a una di quelle opere che sembrano naturalmente precisarsi più in base a ciò che non sono. Catharsis racchiude in sé un groviglio di aneddoti, scene di vita intima, pensieri e sogni che hanno in comune una cosa in particolare: l’urgenza di essere raccontati. Catharsis non è intero, assomiglia più à un insieme di frammenti che cercano l’unità.

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“A dire il vero non ho visto granché…”

L’urgenza del disegno

Sin dalle prime pagine di Catharsis, una delle cose che colpisce di più è il bisogno improrogabile di Luz di materializzare la sua angoscia: gli autoritratti si moltiplicano, le smorfie del viso, la postura di certe parti del suo corpo sono disegnate con un tratto impreciso, nervoso, come in un gesto impulsivo e incontrollato del corpo che ha bisogno di far uscire un malessere sceso fin troppo in profondità. Una pagina dopo l’atra, Luz sembra risvegliarsi da un brutto sogno ricorrente e ossessivo, ogni volta mosso dall’impellente bisogno di raccontarlo, come se il racconto potesse sdrammatizzarlo, farlo rientrare nei confini leggeri e fumosi di un divagare notturno, nei tratti grigio scuri e abbozzati di uno schizzo innocente. Il libro è una composizione di sezioni, paragrafi, se fosse una canzone tutte le sue parti sarebbero probabilmente delle strofe, in cui i confini tra la testimonianza autobiografica e l’allucinazione si mescolano costantemente.

Leggere Catharsis comporta un’immersione in un universo ossessivo, in cui i tentacoli emotivi di un trauma si ramificano tutt’intorno all’opera. Il disegno passa da un estremo all’altro, da viscerale si fa concetto: Luz si mette in scena mentre si lascia invadere dai suoi fantasmi, mentre diventa loro ostaggio, e dopo essersi lasciato invadere li riversa sulla pagina, come un corpo estraneo, in un disegno illuminato ma disconnesso. A tratti l‘angoscia diventa poesia e sono spesso momenti in cui non c’è spazio per le parole, il disegno e il movimento che da esso si genera occupano tutta la pagina, diventano musica che dà corpo e vita. È quello che succede nella sezione «tak, tak, tak» in cui dei corpi armati e appesantiti dal fardello storico che portano diventano sempre più leggeri e stilizzati, fino a divenire figure danzanti di un’eleganza sublime, attraverso un’incantevole transizione figurativa.

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E poi c’è il rosso, vera presenza carica di significato dell’opera. Unico colore delle tavole insieme a qualche tocco di blu, il rosso occupa un ruolo ambivalente e centrale nel percorso catartico di Luz. Inizialmente chiaro riferimento al sangue versato nella strage del 7 gennaio, il rosso macchia più avanti di rabbia e follia i ricordi di un uomo nudo e paralizzato dalla violenza dell’ingiustizia. Luz sembra voler espiare la colpa di esistere ancora, di non poter perdonare, la colpa di essere giunto qualche minuto dopo la strage, di aver fatto l’amore al risveglio la mattina del suo compleanno, in quel 7 gennaio freddo che sembrava un giorno come tanti altri.

Ma il rosso diventa anche la via della speranza, il colore della passione e dell’amore per una donna che lo sostiene perseverante e innamorata, Camille, sempre al suo fianco, da sempre e per sempre, come in quella mattina, vestita di un cappotto blu e un filo leggero di rossetto.

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“Non so se riuscirai a entrare amore mio… è un massacro… un massacro” “Merda… Arrivo lo stesso, non sarò lontano…” “Sono qui, amore mio, sono qui” “Ti amo, cazzo!”

Visibilità ridotta

Tutto è sensoriale in Catharsis, anche quando i sensi sembrano ottenebrati, confusi. Uno dei frammenti più poetici dell’opera si svolge in una serata nebbiosa in cui tutto si cancella in una sorta di evanescenza opaca. Gli acquerelli scuri danno una consistenza spenta alla nebbia e l’impossibilità di distinguere chiaramente i tratti delle cose in questa serata tetra, aggiunge una pesantezza quasi paradossale all’acquarello. Il colore vaporoso crea uno schermo che impedisce l’affermarsi delle forme, dei colori, come se tutto stesse sparendo, come se la pagina ridiventasse bianca. Con un abile gioco di contrasti, Luz ci rivela in queste stesse pagine qualcosa di fondamentale della sua poetica e della sua arte: come su un’oasi sospesa in mezzo alla nebbia, un uomo seduto in un bar ride a squarcia gola leggendo Idées Noires di Franquin. Luz capisce in quel momento di aver sempre aspirato a parlare a quel tipo di lettore, a qualcuno che riesce a ridere in mezzo alla nebbia.

Il centro nevralgico di Catharsis sembra trovarsi proprio in questa tensione tra l’angoscia sconfinata della pagina bianca e l’energia incontenibile che si può liberare da un nuovo inizio. Il riso esiste ancora in potenza, come una vecchia abitudine che non si perde mai del tutto, ma Luz sembra temere che non possa avere più la stessa potente irriverenza di una volta: Catharsis sembra uno slancio amaro verso un domani che fa paura, un riso strozzato nel cuore di un pianto isterico, una voglia violenta di riconoscersi, nella nebbia, uno sfrenato desiderio di sopravvivere.

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“C’era una volta un uomo nudo come un verme, diventato capace di guardare solo nella penombra, la notte come il giorno.”

 

Chi è Luz, chi è Charlie

Prima di Catharsis, ma soprattutto prima del 7 gennaio 2015, l’immagine di Luz coincideva con quella di un giovane brillante disegnatore, conoscitore appassionato di musica. Luz scriveva e disegnava per Charlie Hebdo, di cui condivideva soprattutto un punto di partenza, una visione del mondo. Per spingersi un po’ più in là e leggere oltre l’immagine di un’opera che parla del dramma di un sopravvissuto, è interessante addentrarsi nell’universo di Charlie: tristemente riconosciute in tutto il mondo, le prime pagine del giornale sono oggi molto spesso oggetto dei commenti di un pubblico eterogeneo e planetario, spesso molto distante dal lettore originario di Charlie Hebdo. Ma chi è questo lettore? Chi è Charlie Hebdo?

Charlie nasce e vive in una tradizione libertaria e anarchica francese capace di spingere il libero pensiero e la libera espressione fino al confine della legalità. Su questo terreno la provocazione diventa un gioco e la caricatura un’enormità esplosiva che vuole mettere alla prova l’umorismo di cittadini che si definiscono liberi. A Charlie Hebdo si è da sempre convinti che se si hanno delle libertà è per poterne usufruire fino in fondo, una repubblica laica non può decidere al posto dei cittadini quando un oggetto è sacro e quando non lo è, questo è compito delle religioni. Non possono esistere atti di blasfemia nel territorio della cittadinanza francese, perché non c’è nessuna divinità da rispettare, tantomeno oggetti intoccabili. E questo vale per tutti i simboli, anche quelli della Repubblica stessa: si pensi all’ironico appello di Charb a ‘oltraggiare’ l’inno o la bandiera francese in risposta al decreto che introduceva il concetto di reato di «vilipendio alla bandiera o a altro emblema dello stato». Esprimersi contro gli islamisti radicali non è sinonimo di razzismo, ma una denuncia del mancato rispetto dei diritti fondamentali, invitare gli artisti a sporcare o strappare la bandiera francese non è un invito all’odio razziale, ma un appello beffardo a liberarsi di un oggetto materiale che può diventare un simbolo pericoloso.

Si è parlato spesso d’irresponsabilità riguardo a Charlie Hebdo : muovendosi nel territorio dell’attualità, i disegni di Charb, Cabu e Luz sono stati letti molte volte come l’ingiuriosa volontà di provocare il fuoco in una zona già segnalata per l’alto pericolo d’incendi. Ai confini della legalità, le vignette di Charb e i suoi compagni sono state denunciate a più riprese per ingiuria, diffamazione o incitazione all’odio razziale : da sempre, la principale attività del giornale è muoversi intorno ai limiti delle libertà di stampa per sfidarne le zone d’ombra e mettere alla prova la democrazia. In Charlie Hebdo si concentrano due tensioni opposte tipiche delle sinistre radicali : una fiducia di base nelle azioni della giustizia repubblicana e un bisogno costante e provocatorio di sfidare i vincoli e i fondamenti liberticidi di ogni legislazione.

Una delle battaglie principali dei redattori di Charlie Hebdo consiste nel ribadire che la costituzione francese distingue in modo netto la sfera pubblica e laica in cui si muove il cittadino, da quella privata, in cui l’individuo è libero di credere e professare la propria religione, nutrirsi e vestirsi come desidera. Nella sfera pubblica parlare dell’esistenza di un Dio, accusare d’iconoclastia, proibire l’uso di certi alimenti o vestiti non ha alcun senso poiché si tratta di nozioni proprie alla dimensione privata o religiosa dell’individuo. Le prime pagine di Charlie Hebdo creano spesso forte indignazione quando sfidano la zona di demarcazione tra il pubblico e il privato, perché è lì che si trovano dei terreni umani complessi, difficilmente controllabili dalla legge come la soggettività, la percezione di sé e dell’altro, la sensibilità.

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“Oh, merda!” “Ha ancora disegnato Maometto!” “Eeh? Ma non è Maometto, è una macchia” “Ti vieto di paragonare Maometto a una macchia, miscredente!” “Ah, non, non ricominciamo mica? Dove lo vede Maometto qui?!” “Non ho il diritto di guardare, non ho il diritto di guardare!”

Questo è il territorio di Charlie Hebdo, questo è il clima intellettuale di cui si sono nutriti Luz e i suoi compagni che hanno perso la vita negli attentati di gennaio 2015. La nebbia di Catharsis è la nebbia in cui si ritrova Luz di fronte a un enorme tragico paradosso, la nebbia della ragione di fronte alla strage di un gruppo di amici, morti per aver giocato con la libertà e contro gli assolutismi.

Catharsis penetra con umiltà nella vita privata di un uomo interrotto, dà voce a idee sommerse e confuse e alla totale mancanza di senso in cui Luz si sente soffocare dopo gli attentati. Nella nebbia s’intravvedono elementi di continuità e prossimità all’universo Charlie da cui proviene: Catharsis è un’immagine di coerenza intellettuale, non è un capolavoro e mai aspira a esserlo, è un urlo disperato ma mai patetico, è l’eco lontana di una risata impudente, è un corpo a corpo quotidiano contro il dolore e l’horror vacui della pagina bianca, è il gesto estremo di uomo che si riappropria del suo linguaggio dopo aver attraversato il buio e il silenzio.


Celeste Bronzetti ha studiato letteratura tra Italia e Francia e si è specializzata in traduzione e letterature comparate. Oggi lavora a Parigi come project manager nell’industria della cultura digitale.

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