Cronache e pratiche dalla Torino Punx: “FRANTI, perché era lì”

– Tommaso Ghezzi –

«Uno solo poteva ridere mentre De Rossi
diceva dei funerali del Re. E Franti rise.»
Edmondo De Amicis dal libro Cuore

Quella della scena punk e hardcore italiana (e spazi limitrofi) è una tematica largamente trattata su molteplici piani, ma ancora controversa, di difficile approfondimento per chi non l’ha vissuta in prima persona. La generazione che ha attraversato gli anni zero come decennio formativo, risente molto dell’esplosione e sfarfallamento dell’universo underground, nonché della “brutta fine” perpetrata da alcuni leader storici e istituzionalizzati di quella koinè, il recente sconfinamento dell’indie nella popular music, il “compromesso” compiuto da molte entità referenti a quel contesto. È altresì plausibile che oggi, esattamente come nei rumorosi anni Ottanta, sia ancora tremendamente impalpabile il limitare trasparente tra la provocazione e l’impegno, tra l’impeto e la razionalità, tra la mordace dissipazione dei contenuti e la cosciente edificazione di un movimento.

Per un dispositivo analitico efficace è fondamentale, ancora oggi, fondare spunti e riflessioni sulle testimonianze dirette di questo frame culturale. Ne abbiamo moltissima, di letteratura e filmografia, in questo senso (da Marco Philopat a Federico Guglielmi), ma una “testimonianza diretta” della scena punx, per essere veramente conciliante con quell’impeto, non è contenibile in un’intervista o in un documentario tradizionale, vista l’entità dei dati materici e simbolici, la quantità di figure, il flash di fulmicotone che deborda dai rumori di uno dei fenomeni culturali più importanti della storia dell’Italia repubblicana (sebbene questo peso sia ancora scarsamente percepito).

È inimmaginabile fornire uno storytelling univoco e oggettivato di una deflagrazione ideologica, composta da splendidamente deliranti nuances e indefinizioni. Come fare, quindi? La risposta, formale, ci è suggerita da un volume di recente pubblicazione nel quale le modalità espositive dei testi e la loro collocazione, nonché la loro cornice, adducono grandissima parte dei contenuti che questi racchiudono.
Franti – Perché era lì, antistorie da una band non classificata, curata da Luca Buonaguidi e Cani Bastardi, editore Nautilus Autoproduzioni è un’interessante opera di collazione di testi (non documenti, non interviste, ma Testi) provenienti dai polsi plurali di Canibastardi che vuole celebrare la vicenda artistica del progetto FRANTI, storica e inclassificabile band degli anni Ottanta. Tra i contributi esterni al gruppo Canibastardi, spiccano ospiti d’eccezione come Miro Sassolini, il cui testo è accompagnato dalle immagini di Fabio Magnasciutti e Angelo Gambetta. Ci sono poi Pete Wright dei CRASS e lo stesso Stefano Giaccone, leader insieme a Lalli (al secolo Marinella Ollino), del gruppo. Luca Buonaguidi, che ha curato l’edizione, firma alcuni contributi interni, dal piglio espositivo e centrifugo: sfrutta cioè il nucleo argomentativo di FRANTI per condurre addizioni di immagini, riferimenti, giustapposizioni di ampissimo respiro che sono puntuali nutrimenti conoscitivi.

franti-perche-era-li-1

Il libro è diviso in quindici capitoli, anzi “quindici pietre” citando, attraverso questo gesto, il titolo dell’ultimo disco di FRANTI, “Il Giardino delle Quindici Pietre”, il quale cita, a sua volta, l’antica leggenda del tempio di Ryõan-ji di Kyoto, detto anche “Tempio del Drago della Pace”, in cui – si dice – delle quindici pietre presenti è possibile vederne, da tutte le angolazioni possibili, solo quattordici: una resta sempre nascosta dalla nostra pretesa conoscitiva. Quindici suggestioni, quindi, quindici nuclei che ridanno l’idea di antagonismo, il corroborante ordigno poetico post-punk, attraverso molteplici forme: prosa lirica e testi argomentativi, ibridi narrativi e testi spuri, che ricalcano perfettamente i vettori espressivi delle fanzine di inizio anni ottanta. I capitoli mescolano prosa, poesia, fotografia e disegno, e sono accompagnati da squisite citazioni estrapolate dagli autori più distanti, che sembrano conciliare il sottofondo rombante di quegli anni; è quella dilatazione di possibilità ermeneutiche che spinse il collettivo FRANTI a ordire il più potente dispositivo artistico anarcoide italiano. La mobilità tentacolare del testo, la varietà stilistica, che vuole essere disomogenea per meglio consegnare ai lettori l’attitudine punx, dimostra come il collettivo torinese fosse, con la sua forte impronta di contaminazione, la declinazione italiana dei grandi collettivi punk europei e americani.

Nelle note di copertina dell’omonimo e ultimo disco dei Franti, il più ineffabile, si legge: «Certo: volendo (e potendo) salire in alto, si sarebbero visti tutti i massi, ma per gioire di un giardino bisogna camminarci in mezzo», camminarci in mezzo come le formiche, annullando il pensiero, diventando il pensiero, cantando il pensiero che si è e si è annullato al contempo. Vanni Picciuolo scrive: «L’intelligenza combatte contro l’apparenza, l’illusione e la mistificazione; ma non c’è fumo senza arrosto: è l’intelligenza che ha nascosto la quindicesima pietra dallo sguardo. Chi è immerso nel giardino non ha i mezzi per vedere le cose dall’alto, per tirare fuori il naso dalla merda e capire che esiste qualcosa di più». In un ipotetico dialogo, gli risponde Stefano Giaccone: «E qui ci stanno le nostre storie, il nostro lavoro, la nostra cultura, la nostra tecnica, fantasia, scienza: nostre perché impegnano la nostra vita in un giardino di pietre. Le quindici pietre costringono a viaggi d’esplorazione che lasciano sempre indietro, introvata, una pietra diversa». (Luca Buonaguidi)

Torino negli anni ottanta viveva un particolare cozzo – simbolico e pratico – determinato dagli effetti ambivalenti del riflusso. La città-operaia di Mirafiori, dopo il trauma dei quarantamila quadri FIAT e il successivo deterioramento delle unità sindacali e operaie, conosce l’avvento della cultura underground, l’afflato antagonista che non arrivava più dai libretti rossi e dalle pagine di LC, ma dal collettivo CRASS, da Jello Biafra, dalle compilation internazionali di Dave Dictor, da Rockerilla, dalla cultura DIY. Al contrario delle altre città italiane che si fanno capoluoghi del movimento punx, a Torino non avviene (o avviene solo in parte) quel contrasto tra antagonismi, che segna profondamente l’evoluzione del movimento a Milano e soprattutto a Bologna, dove la cesura tra punk e nomenclature militanti “tradizionali” non avverrà mai e il gioco dei rovesciamenti retorici, post-ideologici, si trascinerà alle estreme conseguenze con l’esperienza dei Disciplinatha. Torino, invece, è terreno fertile per un’edificazione libera di nuove estetiche, di sciolinature, mescolanze, compenetrazioni. FRANTI traghetta il capoluogo piemontese dalla sua fase di assestamento al suo ruolo di capitale della musica indipendente italiana nei tardi anni Ottanta e primi anni Novanta.

«Noi siamo un gruppo musicale autonomamente definitosi, nella misura in cui reputiamo la cultura antagonista nei contenuti e, soprattutto, nelle forme uno specifico motore rivoluzionario del movimento. Pensare, discutere, suonare, scrivere, sperimentare cose che hanno sempre fatto parte del nostro modo di essere come collettivo di persone, in questi anni fuori da ogni business e logica di mercato.» (FRANTI)

Se ne desume che il progetto FRANTI fosse, a metà degli anni ottanta, l’unica realtà italiana capace di dialogare con ciò che avveniva in Inghilterra e in Germania nello stesso periodo, irradiando con la stessa forza dei CCCP – forse finanche maggiore – una certa idea di produzione artistica. Quanto più vicini al dettame mcluhaniano medium is the message, FRANTI ha percorso la linea avvoltolata dell’Alt-Rock europeo a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, iniziando come band compostamente prog canterburiana per poi dissociarsi dall’insieme dei complessi progressive italiani, quando quell’esperienza era divenuta troppo autoreferenziale. Convogliati nell’insieme atmosferico della New Wave, sposano il pubblico delle aree autonome e i centri di produzione dell’hardcore, nei nascenti centri sociali, senza radicalizzare alcuno stilema, musicale, ideologico, estetico o poetico definitivo, ma assimilandoli tutti e proponendoli in forma assolutamente originale ed efficace. I criteri transmediali delle loro multiformi poetiche erano simili a quelli dei CRASS: la profonda consapevolezza artistica, la pretesa – riuscita – intellettualistica, l’impavida scioltezza di mescolare il free jazz al punk, la tradizione cantautorale italiana, le canzoni di protesta e il blues al progressive.
Emblematiche sono le interpretazioni di Robert Johnson e di Bob Dylan, sia durante i live collettivi, così come (è il caso di quella di Dylan) nello split condiviso con i – decisamente più ruvidi – Contrazione (fratelli, da parte della stessa madre musicale – la band 5° Braccio dalle cui ceneri si sono costituiti – dei più noti Negazione). In altre occasioni FRANTI canta i versi di Cesare Pavese sopra le chitarre distorte, senza un apparente metodo, senza una struttura, secondo un codice comportamentale assolutamente punk rock, rispondendo a mere urgenze espressive, come il discolo raccontato da De Amicis da cui il collettivo prende il nome, nel pieno afflato che quella vallata spaziotemporale respirava.

In quel panorama di creste, spille, jeans strappati, birre e birre e birre e tipi, finalmente,poco da provincia piemontese, arriva sul palco un gruppo che di punk, in senso estetico, non ha una bella minchia di niente! Intorno si respira un’aria di profondo rispetto. Il pogo lascia il passo a un ascolto consapevole, le birre vengono momentaneamente riposte nelle loro fondine, il tipo dall’aria fusissima che mi basculava accanto fino a cinque minuti prima sembra un leone addomesticato. Nessuno lo ha riempito di calmanti; e la potenza dolce ma ferma delle parole dei testi dei Franti. Resto un po’ colpito dal quietarsi del casino e dal fatto che queste persone cosi in apparenza diverse, vibrino in modo uguale. (Guido Rossetti)

Essere punk era innanzi tutto essere indefinibili, ineffabili, l’epitome di cui i FRANTI si fanno simboli, esempi di genuinità e dilatazione artistica. Nell’ottantasette si fermano e raccolgono il materiale inedito in “Non Classificato”. Un altro titolo-emblema che ribadisce il totale disallineamento da una qualsiasi forma di categorizzazione. Stefano Giaccone d’altronde ha sempre avuto le idee chiare sulla sua presumibile collocazione all’interno dello spazio culturale: «Noi non abbiamo mai suonato punk, tra l’altro per noi non è mai stato – e credo per altri gruppi che ci circondavano – un genere musicale. io “sono” punk, non sono un “punk”» afferma fieramente in una delle poche interviste che si trovano in rete.

franti-104

I Franti scelsero anche di non distribuire foto di sé stessi durante gli anni di attività del collettivo: in un articolo apparso su Rockerilla, chiesero di pubblicare, al posto delle loro foto, i dati in forma grafica dei morti per tossicodipendenza in Italia dal 1973 al 1982, accanto a quelli sulla salute dei lavoratori di uno stabilimento Barilla in provincia di Parma. Così con questi stessi criteri non categorizzabili, nel verso libero del pensiero, la dinamica caustica del punk, il coacervo anarchico delle parole, con la stessa struttura che de-struttura i significati, con la poetica pungente delle fanzine basiche e originarie, l’autoproduzione Nautilus Franti – Perché era lì, antistorie da una band non classificata ci fornisce un impianto idealistico, una reificazione del concetto di DIY. Il libro è per scelta «senza (e contrario al) copyright e ne invitiamo alla diffusione con qualsiasi mezzo, come di prassi per tutto ciò che concerne Franti», ed è un piacere quantomeno sfogliarlo per perdersi nelle parole, nelle immagini, nel vorticare delle ellittiche di quello splendido e fulgente periodo storico. Assolutamente Storico e Sociale, prima che culturale.

Per ulteriori e affini illuminazioni:

  • Serena Zuccheri, Punk in Cina: nuovi fuochi di rivolta dopo Tiananmen, Castelvecchi, 2004
  • Marco Philopat, Lumi di punk: la scena italiana raccontata dai protagonisti, Agenzia X, 2006
  • Diego Nozza, Hardcore. Introduzione al punk italiano degli anni ottanta, Edizioni Crac, 2011

Tommaso Ghezzi è nato a Sinalunga nel 1989. Scrive di cultura, spettacolo e costume su magazine e riviste locali toscane. In ambito teatrale collabora, in vesti diverse, con il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, la Fondazione Teatro Orizzonti di Chiusi e con l’Accademia degli Arrischianti di Sarteano. Ha lavorato come speaker radiofonico, bibliotecario e operatore culturale. Chitarrista virtuoso mancato, si diletta ascoltando gigabytes di musica, guardando terabytes di film e leggendo tonnellate di libri.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. stefano giaccone ha detto:

    Volevo dirvi grazie. Al vostro ascoltare e fare. Scrivo dal Galles. Mi chiamo Stefano Giaccone. Ho a che fare con il gruppo musicale FRANTI, di Torino. Ho visto che ne avete parlato, ho passato del tempo (parecchio e molto intenso) sul Vs sito. Dal 1mo al 3rzo di Dicembre sono a suonare in Toscana (Firenze, Pistoia e Massa). Sarebbe bello incontrarsi. Ho finito da qualche tempo un secondo libro di racconti, dal titolo “Film del cazzo”. Il primo si chiamava “Nati per questo” e lo ha pubblicato un piccolo editore di Cosenza, “Erranti”. Mi piacerebbe farvelo avere, magari leggere. Non sto cercando un editore, sto cercando compagni di viaggio. Spero di vedervi ai concerti, darsi un abbraccio, bere una volta. Mai soli SG

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...