[TraDueMondi] Misurare la Questione Meridionale: breve storia dei numeri dietro il divario

– Giacomo Gabbuti –

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Sin dall’unificazione italiana – e forse anche prima – l’esistenza di un divario significativo e persistente tra le regioni meridionali e settentrionali del Paese ha animato un intenso dibattito. Questo non si è limitato alla politica nazionale, ma ha presto interessato studiosi delle più disparate scienze sociali, spesso e forse prevalentemente al di fuori dei confini nazionali. E immediatamente, alle differenze di natura più strettamente economica, si è finiti per collegare differenze di ben altra natura. Dal ruolo della ‘geografia’ e delle risorse naturali, sino allo studio del ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico (ne avevamo in parte discusso qui), passando per i concetti di ‘cultura’ e ‘capitale sociale’, la maggior parte delle teorie sulle origini e la persistenza nel lungo periodo della ‘ricchezza delle nazioni’ hanno trovato nella cosiddetta ‘Questione Meridionale’ un valido ‘esperimento’ su cui testare la propria efficacia (quando non proprio la fonte di ispirazione). Tuttavia, nel discorso pubblico queste interpretazioni spesso coprono la descrizione fattuale dei divari e della loro evoluzione storica. Lo scopo di questo articolo è dunque proporre una rassegna dei principali risultati quantitativi prodotti dalla storiografia economica. Una ‘storia della storia’ della Questione meridionale – almeno nel suo lato ‘storico-quantitativo’ – pensata in primo luogo a divulgare i risultati più recenti a un pubblico non specialistico, così come a ragionare di come queste stime nascono e come le si possa interpretare. Pur non volendo essere esaustivi, dovendo selezionare tra un materiale vastissimo e in continua espansione, il lettore perdonerà la scarsa sintesi, finalizzata a rendere possibile un approfondimento individuale dei diversi dettagli.

Chiaramente, la quantificazione del divario può non essere l’aspetto più interessante di una simile Questione. Non tutto è quantificabile, e focalizzarsi su ciò che è misurabile porta al rischio inevitabile di sottovalutare aspetti cruciali ma più qualitativi, di natura sociale o culturale. In epoche storiche, inoltre, doversi aggrappare a stime più o meno approssimate comporta altri rischi. Eppure, nel caso della Questione Meridionale, l’esistenza di un divario economico, la sua ‘eccezionalità’, e la sua natura estremamente dualistica – Nord vs. Sud – sono stati la condizione necessaria per costruire spiegazioni dicotomiche. Perché tali narrazioni risultino logicamente fondate, è necessario che i divari economici tra Nord e Sud Italia risultino anormali in prospettiva storica e comparata, rispetto alle inevitabili disuguaglianze prodotte dallo sviluppo economico. Appena un decennio fa, nell’introdurre il suo libro sulla storia dello sviluppo economico italiano, Rolf Petri illustrava come avesse deciso di dare poco rilievo alle disuguaglianze regionali. Analizzando i differenziali del Pil pro capite tra le diverse regioni, difatti, l’Italia si trovava a livelli analoghi al Regno Unito (Paese di assai più lunga storia unitaria), e assai inferiore a paesi per certi versi assimilabili come Francia e Germania, ma anche del ben più piccolo Belgio.  Allo stesso tempo, è importante capire se simili teorie debbano illustrare una ‘arretratezza’ assoluta, un Sud incapace di progredire, o piuttosto un ritardo relativo, rispetto a regioni tra le più avanzate al mondo. In una recente e preziosa disamina della storia ‘intellettuale’ della Questione, Salvatore Lupo ricorda come – pur restando “indietro” – il Sud non sia «rimasto sempre lì», e sia anzi progredito raggiungendo standard elevati di benessere, incompatibili con narrazioni che lo vorrebbero schiavo di culture premoderne e pauperistiche.

Fin dai primi decenni post unitari, dunque, gli economisti tentarono di fornire stime “eroiche” del divario economico tra regioni italiane. Nel 1891, Maffeo Pantaleoni – «il principe degli economisti italiani» –  propose una stima della “Ricchezza” delle diverse regioni d’Italia. Se il termine in italiano può risultare ambiguo, nel gergo economico con ricchezza si intende cosa ben distinta da reddito. Il reddito è una variabile di flusso – le entrate che un individuo, o un paese, registrano in un dato periodo. Al contrario, la ricchezza costituisce l’ammontare delle risorse possedute in un dato momento. Se un salario (mensile, annuale) costituisce parte dei vostri redditi, una casa di proprietà fa parte del vostro ‘stock’ di ricchezza. Adam Smith nel 1776, così come Corrado Gini, ancora nel 1914, parlavano della ricchezza delle nazioni perché nelle economie pre-moderne, dove il reddito tende ad essere stagnante, il benessere (o il potere) sono inevitabilmente legati alla ricchezza. Recentemente, l’economista francese Thomas Piketty, spaventato dal ‘ritorno’ di un simile ‘capitalismo patrimoniale’, ha riportato in auge questa idea – anche e forse soprattutto facendo riferimento ai romanzi francesi e inglesi di fine diciannovesimo secolo, dove le eredità e i patrimoni giocano un ruolo così importante (Marco Baliani ne trasse un efficace reading per il Festival dell’Economia di Trento). Motivato dagli “interessi” e dalla “concorrenza” regionali, dunque, Pantaleoni – dopo aver faticosamente ricostruito la ricchezza nazionale per il periodo 1872-1889 (1890) – provò a verificarne la distribuzione tra le zone della “Alt’Italia”, dell’“Italia media” e “Italia bassa”. Una ricchezza nazionale molto inferiore alle attese – la ricchezza francese era valutata in oltre 200 miliardi – veniva dal Pantaleoni suddivisa, in modo quasi egualmente tra le provincie del Nord (Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto) e tutto il resto del Paese.

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Fonte: Maffeo Pantaleoni, “Delle regioni d’Italia in ordine alla loro ricchezza ed al loro carico tributario“, Giornale degli Economisti (Gennaio 1891)

Tali stime, come dicevamo, erano assai eroiche: un metodo molto ingegnoso, messo a punto dal francese De Foville, prevedeva di moltiplicare l’ammontare delle eredità trasmesse in un dato anno (ottenuti dalle statistiche fiscali) per alcuni coefficienti come la distanza media tra le generazioni (stimato su dati demografici) e i tassi di evasione fiscale, ovviamente non osservati. Il metodo, per gli interessati, viene ricostruito in dettaglio da un interessante lavoro di Alberto Baffigi; qui può essere sufficiente ricordare che Francesco Saverio Nitti, nell’ambito di una delle prime fasi di acceso dibattito sulle ragioni dell’arretratezza meridionale, userà la stessa metodologia per sostenere la sproporzione nella pressione fiscale tra Nord e Sud. All’epoca, secondo il Nitti, erano però le regioni del Sud a pagare di più, in proporzione alle loro più esigue risorse economiche: le sue stime per il 1901-1903 raffiguravano Lombardia, Piemonte e Liguria già come un mondo a parte, più ricche rispettivamente del 25, 50 e oltre 75% della media nazionale. Il materiale su cui si basavano rendeva tuttavia molto precarie conclusioni così disaggregate. A mo’ di esempio, il trevigiano Gini riteneva che i suoi conterranei veneti (forse per effetto della lunga dominazione straniera) fossero assai più propensi ad evadere queste tasse. Assumendo tassi di evasione uguali da Nord a Sud, Nitti avrebbe sottovalutato la ricchezza del Veneto – che nelle sue stime risulta povero quanto la Basilicata. Soprattutto, una fonte come le eredità finiva per tenere sempre meno conto delle più moderne forme di accumulazione della ricchezza (titoli azionari, conti correnti, e simili), più facilmente occultabili rispetto alle tradizionali proprietà immobiliari e terriere. Con il procedere del tempo e l’avanzare dello sviluppo economico, i termini della ‘Questione’ andranno sempre più spostandosi dai differenziali di ricchezza a quelli di reddito, divenuto l’unità di misura preferita dagli economisti per misurare il livello di sviluppo economico.

Così, mentre dal secondo dopoguerra l’Istat ha cominciato a produrre stime del Pil, prima nazionale e poi regionale, gli storici economici hanno provato a ‘tirare indietro’ queste serie, producendo stime comparabili per il primo secolo post-unitario. Come sempre, è bene ricordare che le stime dei divari si basano su ricostruzioni necessariamente ipotetiche. Sviluppato in seguito alla Grande Depressione, il Pil è legato inevitabilmente al contesto di economie industrializzate (Stati Uniti e Regno Unito), ed era finalizzato a misurare in breve tempo la variazione del reddito e dell’occupazione. Adoperare il Pil per economie pre-industriali, o in via di industrializzazione, richiede dunque un numero non indifferente di assunzioni e compromessi che è necessario mettere in conto, e di cui il lettore, specialista o meno, può legittimamente dubitare – il lettore interessato trarrà grande beneficio dal recente lavoro di Baffigi sulle serie nazionali del Pil.

Il primo tentativo ‘moderno’ di quantificare queste differenze è, probabilmente, un articolo dell’economista dell’MIT Richard S. Eckaus. Esperto di sviluppo economico, in particolare nelle economie arretrate, in un articolo pubblicato nel 1960 su Moneta e Credito, tradotto l’anno seguente su uno dei ‘top journals’ internazionali di storia economica, Eckaus guardava all’Italia come ad una «opportunità di controllare, per quanto permettono i dati, alcune teorie moderne sullo sviluppo economico e sugli effetti dell’integrazione economica». In modo molto moderno, l’articolo cercava nella storia economica ‘dati’ per testare moderne teorie economiche: tuttavia, doveva riscontrare l’impossibilità di ottenere stime dei «dati fondamentali che bisognerebbe conoscere», e cioè «il reddito totale prodotto in ciascuna regione, la sua distribuzione, la sua composizione settoriale ed il suo rapporto con lo stock disponibile di capitale». Per questo motivo, con ragguardevole attenzione a evitare di perdere il dettaglio delle grandi differenze all’interno di Nord e Sud, procedeva a raccogliere quanti più «indicatori indiretti» possibile, pur considerando che «questi ultimi non sono sempre guide sicure». Mettendo insieme dunque le statistiche disponibili sui censimenti delle forze di lavoro, «capitali fissi sociali» (prevalentemente chilometraggio ferroviario e stradale, ma anche «il sistema scolastico», nella forma di dati sull’alfabetismo), produzione agricola, attività industriale, Eckaus era spinto a certificare la «chiara superiorità del Nord rispetto al Sud, al tempo della unificazione, in termini di produzione e redditi pro-capite». Certo, un simile giudizio dipendeva «necessariamente, in certa misura, da giudizio individuale»: ma se «la sola eccezione» a questo quadro derivava da una maggior quota di addetti industriali al Sud, «un calcolo del reddito pro-capite in agricoltura assegnerebbe al Nord almeno un vantaggio del 20% rispetto al Sud». E mentre i censimenti della popolazione industriale costituiscono una fonte assai problematica, per via della definizione assai labile di ‘industria’, in un contesto largamente arretrato come l’Italia di metà 19° secolo, gli altri indicatori mostravano maggiori «capacità di ulteriore sviluppo» nel Nord Italia.  Il citato capitale fisso sociale, così come dalla qualità delle produzioni agricole e industriali, facevano pensare a Eckaus che «il trapasso da antichi a moderni modi di vita era già bene avviato al Nord mentre era ai primissimi inizi nel Sud».

Uno sguardo ‘esterno’ non è sempre garanzia di ‘imparzialità’. Proprio in ambito anglosassone, studi più recenti hanno sottolineato l’esistenza di un approccio ‘orientalista’ al Sud (italiano quanto globale). Eppure, è assai sorprendente come diversi elementi – l’attenzione alle diverse ‘questioni’ dentro il Nord e il Sud; l’importanza di elementi sia quantitativi che qualitativi dello sviluppo economico; la stessa attenzione ai ‘potenziali’ di sviluppo futuro – verranno largamente confermati dagli studi dei successivi decenni. Dai tempi di Eckaus, difatti, l’evidenza disponibile è sensibilmente aumentata. Lo sforzo di diverse generazioni di storici economici ha lasciato in eredità al Paese diverse stime dei livelli di reddito sperimentati dalle diverse regioni a partire dal 1871. Prima di questa data, in cui sia il processo di unificazione che la stessa formazione dello Stato unitario e della sua statistica ufficiale raggiungono uno stadio più avanzato, sembra ancora assai difficile trovare cifre rispondenti ai criteri condivisi dalla comunità scientifica internazionale. In larga parte costruita sulla base del lavoro di Stefano Fenoaltea, e riassunta recentemente da Emanuele Felice in un libro di taglio volutamente divulgativo, questa evidenza sembra piuttosto concorde nell’indicare un gap di qualcosa meno del 20% nel reddito pro-capite tra il triangolo industriale del Nord-Ovest (Piemonte, Liguria e Lombardia) e il ‘Sud’ – definito come il preesistente Regno delle Due Sicilie più la Sardegna. Rispetto alle prime stime disponibili per la ricchezza, è interessante notare come regioni come Lombardia e Campania risaltino maggiormente rispetto a Piemonte e Sicilia; rimane invece, tutto sommato a sorpresa, un valore molto alto per il Lazio. Allo stesso tempo, come anticipato, i divari individuati da Felice ‘confermano’ in modo rassicurante l’unica cifra che Eckaus azzardava oltre cinquant’anni prima.

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Fonte: Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, appendice statistica

Evidenza non vuol dire, chiaramente, ‘verità’, ed è parte della ricerca storiografica che esistano versioni alternative. In particolare, rielaborando in modo differente le stesse serie prodotte da Fenoaltea, Federico, e lo stesso Felice, ma aggregandole con diverse metodologie, Vittorio Daniele e Paolo Malanima ottengono risultati (per il 1891) più contenuti (un divario di circa il 10%).  Senza compiere nuove stime, ma «in maniera deduttiva», i due autori ipotizzino che il divario al 1861 non dovesse essere maggiore di così. Questa stima, diventata il fondamento storico-economico di ricostruzioni più generali(ste) come quelle di Pino Aprile, che tanta fortuna di pubblico hanno riscontrato, costituivano il bersaglio polemico del libro di Felice. Non sorprende dunque come la Rivista di Storia Economica abbia ospitato un lungo ‘commento’ di Daniele e Malanima, seguito da un ancor più lungo ‘contro commento’ di Felice – e come la stessa dialettica, piuttosto accesa, abbia avuto ampio risalto su numerosi siti e pagine Facebook.

Alla base delle critiche di Daniele e Malanima vi sono, in primo luogo, diverse ‘tecnicalità’ nelle procedure di stima. Avendo fornito i link ad uso del lettore interessato, proviamo a riassumere qui quella che ci semrba più pertinente questo articolo. In primo luogo, Daniele e Malanima sembrano non condividere la metodologia sottostante le stime di Felice per il 1871. In sostanza, in presenza di una stima nazionale consolidata, Felice la ‘divide’ tra le regioni ricorrendo a una metodologia piuttosto diffusa in ambito internazionale. In assenza di stime dirette della produttività dei diversi settori, si ricorre come alternativa alle stime disponibili sui salari nelle diverse regioni italiane. Questo richiede diverse assunzioni – in primo luogo, che i salari riflettano la produttività. Tuttavia, è utile evidenziare come questo – pur in presenza di fonti necessariamente più incerte – sia lo stesso metodo con cui Felice ha ottenuto le stime per il periodo 1891-1951, pubblicate sulla Economic History Review e usate da Daniele e Malanima. Nell’articolo originale, Felice sottolinea come queste siano «not entirely satisfactory», ma semplicemente il massimo ottenibile con le fonti disponibili, comparabili con quanto si ottiene per altri Paesi europei. Se l’evidenza per il 1871 non può essere considerata definitiva (il lettore interessato può approfondirla qui), risulta difficilmente preferibile un ragionamento meramente “deduttivo”. Altri elementi di discordia risiedono nella scelta di ricostruire stime a confini dell’epoca (Felice), cioè le regioni come definite dalle fonti ufficiali d’età liberale, o piuttosto a confini di oggi, come fanno Daniele e Malanima, e nelle tecniche adoperate da questi due autori per interpolare i loro dati. Entrambi questi punti nascondono insidie e possono motivare stime assai differenti: tuttavia, quella che sembra essere la maggiore differenza sta nel tipo di interpretazione che a questo divario si vuol dare.

Pur riconoscendo la rilevanza di fattori di contesto come la ‘geografia’ – la povertà di risorse del Mezzogiorno, su cui si soffermava già la prima generazione di meridionalisti, e la posizione strategica del Nord rispetto alle regioni chiave dell’industrializzazione europea -, Felice insiste  su spiegazioni di tipo ‘socio-istituzionale’ (di cui ci aveva già parlato nella sua intervista). Alla luce delle moderne teorie istituzionaliste portate alla ribalta dai lavori di Acemoglu e Robinson, l’accusa di Felice alle classi dirigenti del Sud risulta per molti versi una versione aggiornata dell’interpretazione di Luciano Cafagna, che parlò per il Sud di una ‘modernizzazione passiva’. Proprio la mancanza di classi dirigenti che incarnassero una cultura di modernizzazione ha impedito al Sud una modernizzazione ‘attiva’, come quella sperimentata dal Settentrione. Quella che Daniele e Malanima chiamano “storia in negativo” – «ciò che non è avvenuto [dando], dunque, giudizi soltanto in negativo, come conseguenza di un confronto fra aspetti o momenti del passato con uno schema ideale di sviluppo, con un modello teorico, assunto come un dover essere» – è secondo Felice la concezione della disciplina storica come studio «non (…) solo  [di] quello  che  è  successo», ma di «quello  che  è  successo  nel contesto di quello che sarebbe potuto succedere». Interrogarsi su controfattuali plausibili – perché, in determinati momenti cruciali, il Sud abbia spesso ‘mancato l’appuntamento’ – costituisce, secondo Felice, non polemica politica o ideologia, ma strumento necessario a illuminare il presente.

In questo senso, ci sembra interessante approfondire una delle ‘novità’ dell’argomentazione di Felice, che Daniele e Malanima rilevano (in modo piuttosto critico), e cioè il ruolo delle disuguaglianze. L’idea non è, ancora una volta così aliena a quel lungo filone che ha voluto vedere nella Questione meridionale una questione sociale – o più specificamente demaniale. Tuttavia, la maggiore attenzione prestata negli ultimi trent’anni dagli economisti alle disuguaglianze personali consente a Felice di dettagliare questo elemento di ‘arretratezza’ del Meridione. Eppure, osservano Daniele e Malanima, le pionieristiche stime di Vecchi sulla disuguaglianza dei redditi mostrano un Sud meno ineguale del Nord al momento dell’Unità. Mettendo insieme quel (poco) che sappiamo della situazione del Sud all’Unità, è possibile apprezzare la pertinenza dell’osservazione di Felice. Lo stesso volume di Vecchi stima elevati tassi di povertà al Sud: in un’economia povera, la disuguaglianza di reddito (misurata dall’indice di Gini) risulta necessariamente bassa – non c’è reddito a sufficienza perché i ricchi siano molto più ricchi degli altri! Allo stesso tempo, in simili società, la ricchezza risulta fondamentale, tanto per sopravvivere a periodi di magra, quanto per iniziare attività imprenditoriali. E quel poco che sappiamo della ricchezza ci racconta la sua estrema concentrazione in pochissime mani – probabilmente accentuata dalle vendite di terre demaniali o in mano alla Chiesa avvenute dopo l’Unità. Senza una classe media in grado di produrre innovazione e attività imprenditoriale, né una forte domanda (data l’estrema povertà della maggioranza della popolazione), e con la ricchezza rimaneva in mano di ricchi e disinteressati baroni, il Sud sembrava un ambiente assai sfavorevole allo sviluppo economico. La ricchezza, anche dove era abbondante, rimaneva accumulata in forme classiche (terre e immobili), e non veniva investita – non diventando capitale. Come detto, l’evidenza in questo campo è frammentaria e spesso aneddotica, ma sembra fortunatamente destinata ad aumentare, grazie a progetti su vasta scala condotti sugli archivi catastali degli stati preunitari.

In ogni caso, la posizione che ci sentiamo di considerare prevalente tra gli storici economici è quella di considerare il reddito al 1871 una spia di ben più ampi divari nelle capacità di ulteriore sviluppo. Con l’unificazione, l’Italia prova ad integrarsi maggiormente nella crescente economia europea dell’epoca, e le regioni settentrionali sapranno trarre maggiori benefici dalla fase finale della cosiddetta ‘prima globalizzazione’, che si interromperà con la Grande Guerra. Questa interpretazione è supportata dalle differenze rilevate in una serie ben più ampia di indicatori. Come riassunto da Felice nel suo libro, più o meno tutti quelli che si è soliti denominare ‘indicatori sociali’ – istruzione, soprattutto in termini di alfabetizzazione; tassi di povertà e di malnutrizione; stature – interpretate più nelle variazioni, che tendono a rispecchiare variazioni nelle condizioni di vita soprattutto in età infantile, che nei livelli, ovviamente dipendenti da una componente genetica -; salute; … – confermano l’impressione data dal reddito. E anche includendo diverse delle variabili considerate ‘fonti di crescita’ – lo sviluppo finanziario, i già citati trasporti,  quella stessa ‘geografia’ già citata, soprattutto in termini di fonti d’acqua e vicinanza con i mercati settentrionali – sembravano essere con ogni probabilità più abbondanti al Nord.

Pur non indicando nessuna spaccatura colossale, né alcun destino di sottosviluppo per il Meridione, queste stime sembrano certificare l’esistenza di un ‘vantaggio’ del Nord, preesistente il momento dell’unificazione. Il rigoroso lavoro di Fenoaltea indicato in precedenza esclude che le politiche economiche unitarie abbiano intenzionalmente avvantaggiato il Nord rispetto alle altre regioni. Un argomento tradizionale di chi individua nell’unificazione l’origine dei mali del Sud sono i presunti effetti della improvvisa abolizione delle tariffe esistenti al 1861 tra i diversi stati italiani, che avrebbe esposto alla concorrenza le nascenti industrie meridionali e soprattutto napoletane. Chi si è occupato di misurare la effettiva integrazione dei mercati italiani ha tuttavia rilevato come la convergenza dei prezzi, già in atto prima dell’Unità, sia stata invece momentaneamente arrestata dall’annessione del meridione. La stessa unificazione monetaria sarebbe divenuta effettiva solo diversi decenni dopo quella legale: quella integrazione necessaria perché l’abolizione delle barriere producesse un effettivo danno ai produttori meridionali, dunque, non sembra esserci stata almeno fino alla fine del secolo, quando i divari erano già consolidati. Certo, qualche effetto l’aumentata pressione fiscale deve averlo avuto: è cosa nota come, all’unità, l’ex Regno di Sardegna detenesse un debito pubblico per abitante assai maggiore del resto d’Italia. Tuttavia, ciò che nella vulgata neoborbonica non si coglie è che quel debito era frutto, oltre che di spese militari, di quegli investimenti in infrastrutture che Borboni e Papi avevano preferito non fare, in virtù di una politica sintetizzata dal lavoro classico di Gianni Toniolo come volta a garantire zero tasse in cambio di zero investimenti – non esattamente garanzia di sviluppo economico. Recentemente, un articolo di Pierluigi Ciocca sulla Rivista di Storia Economica ha avuto il merito di sottolineare come ancora manchi una stima dell’impatto che, proprio in quel primo decennio unitario, ebbero il fenomeno del brigantaggio e della sua repressione, soprattutto sull’agricoltura. In ogni caso, allo stato attuale la ricerca storiografica sembra verosimile escludere che il divario sia stato creato, o enormemente amplificato, dall’unificazione stessa.

Ciò che sia Fenoaltea che Felice confermano è invece la grande eterogeneità su cui già Eckaus richiamava l’attenzione. All’interno del Sud, in particolare, esistevano differenze ampie quasi quanto quelle nazionali, con la Campania che si attestava su livelli superiori a quelli del Piemonte. Focalizzandosi sull’attività più propriamente industriale, ciò che Fenoaltea conclude è che l’Italia – con l’unica eccezione della Lombardia – era ancora una “traditional ancient regime economy”, nella quale le attività manifatturiere tendevano ad essere naturalmente concentrate nei pressi delle Corti. Tuttavia, più interessante sembra essere guardare alla vicenda con uno sguardo più ampio. Come sottolineato in un recente contributo di Iuzzolino, Pellegrini e Viesti, una volta messe a confronto con gli standard delle nazioni europee dell’epoca, tutte le regioni d’Italia, da Nord a Sud, non possono che essere «uniformemente più povere, tutte sostanzialmente economie agricole, ma con differenti gradi di arretratezza». E anche allora, la disuguaglianza regionale del neonato Regno sarebbe stata inferiore non solo al ben più vasto ed eterogeneo Impero Asburgico, ma di uno stato nazionale tra quelli di più antica formazione come la Spagna.

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Fonte: Emanuele Felice e Giovanni Vecchi, “Italy’s Growth and Decline, 1861-2011“, The Journal of Interdisciplinary History (Spring 2015)

I divari riassunti in precedenza sembrano più che sufficienti a spiegare la divergenza registrata fino alla prima guerra mondiale. La crescita del triangolo industriale viene ulteriormente accentuata dalle tendenze monopolistiche stimolate dallo sforzo bellico e, in un secondo momento, dalle necessità dell’economia autarchica: è proprio nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, difatti, che i divari regionali italiani esplodono oltre ogni livello di guardia. Nella serie di Felice e Vecchi, riportata in figura, si può osservare come il primo dato per l’immediato secondo dopoguerra – il 1951 – mostri un divario apparentemente incolmabile tra il nord-ovest e le aree meridionali ed insulare del paese (mentre il Centro Italia ‘galleggia’ sempre su valori in linea con la media nazionale e il Nord-Est sembra aver iniziato la sua marcia di riavvicinamento). Tuttavia, con la fine della guerra finisce anche l’attitudine passiva dei governi nazionali. L’Italia democratica fa del miglioramento delle condizioni di vita nel Meridione una questione…d’onore, e dà avvio alle prime serie politiche di sviluppo regionale. Proprio negli anni ‘miracolosi’ dei decenni ‘50 e ‘60 – in cui l’Italia tutta marcia a ritmi largamente unici nella storia economica d’occidente – il Sud ricuce molta della distanza persa negli anni di crisi e stagnazione. La convergenza registrata in quegli anni è impressionante, tenuto conto che avviene nei confronti di un Nord Ovest tornato con ogni diritto nel novero delle regioni economicamente più dinamiche del mondo. Per molti versi, dunque, il Miracolo Italiano è composto di un ancor più sconvolgente Miracolo Meridionale. Con gli anni ’70, la fine del sistema economico mondiale definito dagli accordi di Bretton Woods, le crisi petrolifere degli anni 1973-1974 (cui aveva accennato Niccolò Serri qui) e l’avvio di una fase altamente incerta dei mercati internazionali fermano la corsa non solo del Sud, ma anche delle regioni settentrionali. Pur continuando a crescere al di sopra della media dei Paesi occidentali, l’Italia sembra essere entrata nella sua fase di declino relativo, almeno secondo il recente volume di Felice. Almeno fino a parte degli anni ‘80, sarà la ‘terza Italia’ dei distretti e delle piccole imprese a dare agli italiani l’illusione di avere in casa una nuova ‘variante del capitalismo’, in grado di trascinarli oltre la risacca. Ma nonostante la fascinazione straniera – in questa fase le principali organizzazioni internazionali ‘vedono’ nelle loro previsioni il sorpasso dell’Italia ai danni della affannata Germania e della Francia, mentre un giovane Bill Clinton, governatore dell’Arkansas, si reca in visita nelle provincie di Modena e Reggio Emilia, per apprenderne i segreti – sarà un fuoco di paglia. Il 1992 inizia con i primi arresti – a Milano, non certo nel ‘Sud criminale’ – che daranno il via a Mani Pulite, e si chiude con una crisi valutaria, che inaugura una lunga fase di stagnazione economica. Proprio di recente, Carlo Clericetti su Repubblica ha provato a riportare l’attenzione su i primi, cruciali anni cruciali ’90, e sul loro ruolo nel declino del Paese. Declino che si materializza appieno nel decennio 2000-2010, quando, sempre secondo Felice e Vecchi, il tasso di crescita italiano è «il peggiore del mondo» (escludendo i Paesi colpiti da calamità naturali o guerre). E se da allora il Meridione d’Italia è cresciuto – come denunciato recentemente dallo Svimez – la metà della disastrata Grecia, ancora nel 2013 Iuzzolino, Pellegrini e Viesti potevano notare come il divario tra le regioni meridionali e il resto del Paese fosse rimasto a livelli sostanzialmente invariati da quelli raggiunti nel 1970, al termine della breve ma intensa fase di catching up. Purtroppo, da allora, tutto lascia credere che la lunga coda della più aspra crisi della storia unitaria abbia infine avuto effetti anche riguardo ai differenziali regionali.

Alla luce di questo tentativo di sintesi, la ‘Questione’ può essere meglio inquadrata. Al tempo dell’unificazione, il divario tra le regioni meridionali e settentrionali – considerate come due blocchi, ed omettendo dunque grosse variabilità regionali – era rilevante ma non irrecuperabile. I diversi vantaggi riscontrati dal Nord potrebbero spiegare l’aumento delle disuguaglianze anche in assenza di specifiche politiche ‘coloniali’ ed estrattive da parte dei ‘Piemontesi’; i divari esplodono anche grazie all’intervento statale in occasione delle due guerre mondiali, ma – come nel 1870 – guardare alle macro-regioni oscura molta della variazione regionale (e talvolta anche intra-regionale); in seguito, con il pieno sviluppo del Miracolo e l’avvio delle prime concrete politiche regionali fa seguito l’andamento a “U rovesciata” che ci si aspetta in simili casi. Come illustrato ad esempio nella classica proposizione di Williamson, è dinamica piuttosto comune e teoricamente comprensibile che, nel processo di crescita e convergenza di aree relativamente arretrate – come abbiamo visto essere l’Italia all’inizio della storia unitaria –l’avvio dell’industrializzazione avvenga in maniera diseguale, concentrandosi in una area per poi diffondersi solo in un secondo momento al resto del Paese. Il sovrapporsi di tempistiche diverse genera, per l’appunto, un aumento seguito da una riduzione dei divari. L’idea dietro un simile schema è per molti versi analoga a quella teoria delle disuguaglianze personali nota come ‘curva di Kuznets’, secondo cui anche le differenze tra i cittadini di una data economia aumentano nella fase di industrializzazione per essere ricucite a stadi più avanzati di sviluppo.  Non si vuole così negare che l’intervento – e il non intervento – prima degli anni ’50 abbiano avuto un impatto su questi andamenti. Queste ‘curve’ son, del resto, formalizzazione di relazioni prevalentemente empiriche, osservate nel passato, e non ‘leggi’ ineluttabili: lo stesso percorso della disuguaglianza nel nostro Paese, ritratto da Vecchi nel volume citato in precedenza, sembra smentire l’ipotesi di Kuznets; mentre l’emergere di una nuova ondata di disuguaglianza nei Paesi industrializzati ha spinto economisti come Branko Milanovic ad aggiornare le predizioni di Kuznets, proponendo una teoria di ‘cicli’ di disuguaglianza. Ciò che interessa affermare è che, di per sé, l’esistenza e l’andamento di questi divari non richiederebbero spiegazioni particolari, risultando in linea con molta della teoria e gran parte dell’evidenza storica comparabile. L’analisi, magari arida, degli indicatori economici non sembrerebbe giustificare l’esistenza di una ‘Questione’, o perlomeno non della rilevanza di quella Meridionale.

Ci sono, certo, alcune cose che è bene considerare. Intanto, nei quasi cento anni precedenti la fase di convergenza, l’andamento economico del Meridione d’Italia (sempre considerato nel suo complesso) è probabilmente da considerarsi piuttosto modesto in termini assoluti. Negli anni 1871-1951, il tasso annuale di crescita del Sud sarebbe, secondo le stime attuali, appena lo 0.5% – metà e un terzo di Centro e Nord-Ovest rispettivamente. Questo, in un’epoca di lenta ma non irrilevante crescita per l’Italia, e soprattutto di investimenti maggiori in infrastrutture, istruzione e beni pubblici (in raffronto a quanto avvenisse ai tempi dei Borbone), può essere considerato un fallimento, anche se forse è un giudizio che tiene conto più dell’esperienza storica successiva che delle reali possibilità. In secondo luogo, in un lavoro citato in precedenza, A’Hearn e Venables sottolineano come lungo le diverse fasi della storia d’Italia, tutte e tre le determinanti classiche della collocazione geografica delle attività economiche – vantaggi naturali, accesso al mercato domestico e a quelli internazionali – abbiano spinto in favore delle stesse regioni. Questa è in effetti una peculiarità tutta italiana, e fa sì che disuguaglianze di entità non anomala nei raffronti internazionali, costituiscano tuttavia ‘un caso’, in quanto registrate sempre tra gli stessi ‘primi’ e ‘ultimi’. Se in altri Paesi europei, nell’arco un secolo e mezzo, l’evolversi delle fasi politiche e dello sviluppo economico ha visto aree un tempo ‘leader’ lasciare il passo, in Italia il Nord-Ovest ha sempre guidato, e il Sud ha sempre inseguito. Come sottolineato dagli stessi Daniele e Malanima nel loro ‘commento’,

Mentre  un  secolo  e mezzo  fa  l’ineguaglianza  era  “dispersa”  sia  nel  Nord  che  nel  Sud,  in  seguito  si  è concentrata  nelle  due  sezioni  del  paese.  In altre  parole c’è  stata  convergenza  tra  le regioni che compongono  il Nord e quelle che compongono il Sud, ma c’è stata divergenza fra Nord e Sud.

La dinamica di questi centocinquant’anni, dunque, aiuta a rendersi conto che dentro la Questione ci sono tante domande e fenomeni differenti – l’ascesa e il declino dell’Italia tutta; l’andare e venire dell’intervento pubblico (oltre alla sua diversa ‘qualità’ nelle diverse fasi storiche); le diverse storie regionali, da Nord a Sud. In questo senso, se la storia economica è di qualche utilità, questa sembra risiedere nel rifiutare narrazioni forzatamente dualistiche e semplificatorie.



Giacomo Gabbuti, romano, vive a Oxford, dove studia Economic and Social History, cercando di far dimenticare un passato a economia. Collabora al progetto HHB, e si occupa di benessere e disuguaglianze in prospettiva storica, con occhio soprattutto all’Italia Fascista. È redattore di 404: file not found, per cui coordina il focus TraDueMondi sulla storia economica italiana.

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