Un congedo dal passato. Intervista a Edoardo Zambelli

– Nicolas Gruarin –

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Foto di Simona Ghizzoni

«Se tu fossi costretto a prendere la strada più lunga per uscire da un problema, probabilmente ti perderesti. Non ne saresti capace. Finiresti per non sapere più chi sei». L’antagonista di Edoardo Zambelli (Laurana, 2016) racconta la storia di un trentatreenne senza nome che si è lasciato vivere dagli eventi. Tradito e abbandonato dalla moglie, l’uomo conduce una vita sedentaria scandita da numerose sigarette e un lavoro insoddisfacente. Per ritrovare se stesso, decide di trasferirsi fuori stagione a Torre dell’Orso, località balneare pugliese dove, in attesa di iniziare a scrivere un romanzo, viene a conoscenza del suicidio di Erika, una ragazza «sempre pronta a mettersi in gioco» con cui era fidanzato ai tempi dell’università. Tra misteri e coincidenze, il protagonista comincia un’indagine fatta di incontri, viaggi e rivelazioni attraverso cui affronterà finalmente il suo passato. Un esordio importante che conduce il lettore in una «propensione allo smarrimento» dove, come sostiene Giulio Mozzi, ogni passo «può produrre l’irreparabile». Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

Tra morti misteriose, investigazioni improvvisate, osservatori che si sentono osservati e vite governate dal caso emerge la costruzione di un mondo dove l’arbitrario e l’imprevedibile rivestono un ruolo centrale. Un mondo che, come il romanzo, lascia abilmente spazio a mancanze, vuoti, percezioni. Il paesaggio è spesso ostile sia dal punto di vista climatico – con piogge incessanti e raffiche di vento – che relazionale, dove luoghi e persone sono mutate, imbruttite. Alla perdita di significato dei luoghi – concepiti «per una fuga eterna» – corrisponde la «sofferenza autentica» del protagonista che ricompone la sua giovinezza per sancirne la conclusione.

Il romanzo è in effetti stato scritto con l’intento di essere, in qualche modo, una specie di saluto, o di congedo, dal passato. Quello del protagonista, non il mio, ovviamente. Uno dei libri che ho tenuto presente nel corso della stesura è stato La linea d’ombra di Conrad, non a caso citato anche all’interno del testo. In questo senso credo sia stato funzionale costruire un mondo fatto di luoghi (e persone) in disfacimento. Uno sguardo rivolto al passato quasi sempre ritrova le cose imbruttite, invecchiate, come immagino sia giusto che sia. La stessa Erika, in fondo, altro non è che un’immagine rovinata di un qualcosa ricordato come bello.

Giovanni, don Diego, il cugino di Erika, Eugenio, Grazia. Ogni incontro fornisce al protagonista un’informazione che lo spinge a proseguire nella sua indagine. Sono comparse a cui la scrittura riserva un momento di luce in grado di farle vivere oltre il puro intreccio narrativo, registrando comportamenti, toni di voce o, in certi casi, sensi di colpa nei confronti di Erika. Si pensi al rapporto tra il protagonista e Grazia, dove la «condivisione di un dolore» viene mascherata da atti d’amore. L’uomo osserva e ascolta gli altri ricorrendo a un linguaggio fatto di dettagli meticolosi, frammenti, piccole sequenze. Il rigore della scrittura sembra voler contenere la realtà. È così?

Sì, credo sia così. Anche qui, per quanto mi riguarda, ritorna il concetto di funzionalità. Mi spiego. Trattandosi di un testo che rappresenta (o tenta di rappresentare) un mondo abbastanza strano – fatto anche di presenze più o meno inspiegabili, di piani narrativi che si confondono, di misteri e via così – una scrittura densa di dettagli, di descrizioni il più esatte possibile, diventa funzionale al momento in cui queste “storture della realtà” si rivelano, rendendole (si spera) più vere e credibili. Per dirla in breve, più il mondo rappresentato sarà somigliante alla realtà – attraverso dettagli precisi, descrizioni ecc. – più l’irruzione di presenze e elementi “altri” sarà efficace e percepita come credibile.

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«La cercavo in ogni donna e puntualmente la perdevo» scrive il protagonista. La morte di Erika lo porta a riflettere sulle donne della sua vita, così simili e insieme così diverse da lei. Spesso si affida al suo immaginario cinematografico e le paragona a celebri ruoli femminili, altre volte si limita a scorgerle in un quadro. La stessa città di Roma, rispetto alle altre, sembra quasi un’altra donna della storia. A ben pensarci, Identificazione di una donna – come il film di Michelangelo Antonioni del 1982 – potrebbe essere un buon titolo alternativo. Dall’interesse per la figura femminile alla descrizione dei luoghi, fino all’isolamento sociale e privato – dove il corpo dell’altra «non è più un invito, ma un divieto» –, si direbbe che lei conosca bene il lavoro cinematografico di Antonioni, oltre che di Ingmar Bergman e David Lynch. Nei ringraziamenti del romanzo, inoltre, viene citato Alberto Ongaro, scrittore verso cui nutre grande stima.

Ammetto di non essere un grande conoscitore del cinema di Antonioni e Bergman, del primo ho visto solo Blow Up e del secondo Il posto delle fragole e Il settimo sigillo, trovandoli comunque molto belli. Per David Lynch vale un discorso diverso: lo conosco bene, i suoi film li ho visti, rivisti e continuo a riguardarli. Riprendendo parte della sua riflessione, nei film di Lynch è spesso centrale la figura femminile – Laura Palmer di Twin Peaks, le protagoniste di Mulholland Drive, la martoriata Isabella Rossellini in Velluto blu ecc. – ed essendo Lynch un pezzo importante del mio immaginario è facile che la voglia di raccontare una storia che contenesse anche quell’elemento si sia trasmessa a me.
Alberto Ongaro è uno scrittore per cui nutro una stima enorme. Ho fatto su di lui la mia tesi di laurea, l’ho incontrato, i suoi libri sono anche qualcosa di cui mi è un po’ difficile parlare tanta è l’ammirazione che provo per il suo lavoro. Un suo libro in particolare, L’ombra abitata, è stato centrale nella scrittura del mio romanzo. È, tra tanti, il libro che avrei voluto scrivere io. Per fortuna, però, lo ha scritto lui. Meglio così.

«Quando si decide di scavare in un passato doloroso non tutto può essere tenuto sotto controllo, qualcosa sfuggirà di sicuro. Non è mai semplice come sembra» dice l’antagonista del titolo. Più che a un prevedibile avversario, l’uomo misterioso sembra corrispondere alla definizione di antagonista che si trova in meccanica, ovvero la «molla che provvede a riportare l’organo mobile nelle condizioni di riposo al cessare della causa che ne ha provocato lo spostamento». È d’accordo?

Questa domanda mi crea qualche difficoltà. Ho notato che l’individuazione dell’antagonista del titolo cambia a seconda del lettore. E questa è una cosa che mi fa piacere. Perché il mio intento, quando ho scritto il libro, era di raccontare una storia che andasse più interpretata – direi sentita – che capita. Ho ovviamente una mia interpretazione e una mia certezza su chi sia l’antagonista, ma non è più corretta di quella degli altri lettori.

L’antagonista contiene in sé altri libri che dialogano tra di loro. Si ha l’impressione che il protagonista stia scoprendo la storia assieme al lettore – sebbene riguardi il suo passato – entrando in un sogno dove le rivelazioni si susseguono, ma il cuore più profondo resta oscuro. Il protagonista sente di «far parte di una recita» e, al termine, sembra quasi evaporare tra le pagine, porgendo al lettore l’illusione di aver sognato un mondo e una vicenda ormai dissolti.

Non saprei, non ho mai nutrito una particolare simpatia per quei libri o quei film che alla fine ti dicono “è stato tutto un sogno, quello che hai visto o letto non era reale, non è mai successo”. Mi sembra uno stratagemma molto comodo e anche un pochino scorretto. So che non era questo il senso della domanda, almeno credo, ma ci tengo a dissipare un eventuale equivoco. Direi piuttosto che la vicenda si svolge in un mondo reale, come lo è quello che abitiamo noi, in cui però certi dolori, certe vicende, producono qualcosa che è, magari, difficilmente comprensibile ma non per questo meno vero.


Nicolas Gruarin è nato nel 1987. Collabora con le riviste 404: file not found, Lavoro culturale e Flanerí.

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