Silenziare il futuro: appunti su Zero K di Don DeLillo

– Giovanni Bitetto –

Tempo. Lo sento in me, dappertutto. Ma non so cos’è.

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Zero K è il sedicesimo romanzo di Don DeLillo, il maestro della narrativa americana che, più di altri, ha dato corpo a visioni e personaggi tali da fungere come utili metafore del presente che viviamo ogni giorno. La forza della sua scrittura risiede in un duplice movimento: da una parte astrae il dato e lo riconnette all’orizzonte culturale della contemporaneità, dall’altro materializza i rapporti di forza – culturali, sociali, economici, linguistici – che si celano nei nostri processi cognitivi (ne parlo più diffusamente su Ultima Pagina). Zero K rappresenta il punto di rottura con una certa idea di canone umanistico e pone le basi per una seria riflessione sul rapporto fra l’uomo e la tecnologia.

Per indagare il mutamento del reale l’autore si è sempre avvalso di un duplice strumento: l’immagine e il linguaggio. L’immagine è trattata nell’ambivalenza di simulacro e generatore simbolico, il linguaggio invece è percepito come materia prima con cui fabbrichiamo le nostre categorie. Nella produzione degli anni ’70 (Americana, End Zone, La stella di Ratner, Giocatori) la componente linguistica dava conto dell’entropia del sistema, e dunque abdicava dalla sua funzione ordinatrice, ancor prima che da quella comunicativa. Nella produzione successiva (quella che viene indicata come “realismo postmoderno” e che coincide con Rumore Bianco, Mao II, Underworld) il linguaggio produce una realtà tangibile, è un sedimento capace di incidere nella complessa realtà cognitiva degli esseri umani. In Zero K DeLillo riprende le fila di questa riflessione: Ross Lockhart è un magnate della finanza, il suo nome è uno pseudonimo,  crede così di poter risultare inafferrabile, la sua identità è occultata da un avatar, l’immagine della sua funzione nella società che annichilisce la soggettività. Questa è una delle poche argomentazioni che DeLillo riprende dalla sua produzione passata. Se cambia la società cambiano anche le tesi dell’autore: in questo momento storico a essere cambiata è la componente tecnologica, che ha subito un’accelerazione come mai nella storia umana, a allo stesso modo è mutata la coscienza con cui ci rapportiamo a essa.

L’intreccio di Zero K è esile come tutti i romanzi di DeLillo: nel prologo Jeffrey Lockhart – figlio del miliardario Ross – raggiunge Converge, un centro di sospensione criogenica ubicato nel sottosuolo del deserto uzbeko. All’interno la seconda moglie di suo padre, Artis, si prepara a essere ibernata per ingannare gli esiti di una malattia degenerativa e mortale. Suo marito la assiste e, affascinato dall’idea dell’immortalità, medita di seguirla a breve, l’incontro con il figlio Jeffrey sarà l’occasione per comunicargli la scelta. I personaggi di DeLillo funzionano come catalizzatori delle paranoie contemporanee, sono degli “idioti” che si rendono conto a fatica delle proprie deformazioni, la dialettica fra soggetto e mondo origina una riflessione che coinvolge anche il lettore, il ritmo narrativo inscena un movimento di progressiva rivelazione. Rispetto ai suoi predecessori Jeffrey Lockhart sembra possedere un maggior grado di autocoscienza: ragiona per categorie romantiche, ancorate alla morale e all’umanesimo, crede che le idee del padre siano folli utopie, minacce da estirpare. Nella sua visione si percepisce l’ansia di un mondo moderno che sente approssimarsi la fine: la società dominata dalla tecnica ha superato di gran lunga l’immaginario e il desiderio dell’uomo, l’interpretazione non riesce a negoziare un paradigma sostenibile, Ross ha preso coscienza della propria inadeguatezza, Jeffrey fatica ad accettarlo.

Ross crede nella rivoluzione tecnologica, ha fede nella tecnica che trascende i limiti dell’umano e che si presenta come una nuova fede pagana. Gli scienziati di Converge agiscono come una setta, frammenti dei loro sermoni ci aiutano a capire le nuove coordinate tracciate da DeLillo: «La tecnologia è diventata una forza della natura. Non siamo più in grado di controllarla», o più diffusamente:

E voi che tornerete in superficie: non ci avete fatto caso? Alla perdita di autonomia. Alla sensazione di essere ridotti a uno stato virtuale. I dispositivi che usate, quelli che portate ovunque, di stanza in stanza, di minuto in minuto, inesorabilmente. Vi sentite mai scarnificati? Tutti gli impulsi decodificati ai quali affidate il compito di guidarvi. Tutti i sensori presenti in una stanza che vi guardano, vi ascoltano, tengono traccia delle vostre abitudini, misurano le vostre capacità. Tutti i dati interconnessi che hanno lo scopo di incorporarvi all’interno di megadati. C’è qualcosa che vi rende inquieti? Pensate a un virus tecnologico, a un crollo di tutti i sistemi, all’implosione globale? Oppure è qualcosa di più personale? Vi sentite immersi in una specie di orribile panico digitale che è allo stesso tempo ovunque e da nessuna parte?

Il sorgere di questa fede mistico-positivista fa il verso all’ideologia della Silicon Valley, ovvero l’illusione reale che la tecnologia possa porsi come nuova corrente te(le)ologica. In realtà lo sviluppo della tecnica si radica nell’immanenza, non compete la metafisica ma riguarda l’ontologia. Nel 1985 DeLillo scriveva Rumore bianco: Jack Gladney, padre di famiglia e prototipo del maschio bianco americano, è ossessionato dall’idea della morte, l’unico modo per tacere le sue paure e procurarsi un potente psicofarmaco, il Dylar, capace di propiziare l’oblio. Si supera il concetto di morte ma non la sua realtà fisica, e per di più ci si avvale di un’invenzione romanzesca. Nel 2016 la situazione cambia radicalmente: l’ambizione della sospensione criogenica è ingannare la morte del corpo, introdurre a una vera vita eterna, e questa non è una fantasia, ma ciò che si ricerca in vari parti del mondo, con centinaia di persone che hanno deciso di sottoporsi ai trattamenti di tale tecnologia (allo stesso modo sono reali le ambizioni di Elon Musk di colonizzare Marte, “salvare” la razza umana attraverso la fuga interplanetaria). L’eternità è a portata di mano – o almeno la volontà di raggiungerla – siamo sicuri di riuscire a sopportarne l’idea?

Un altro elemento su cui si fonda Zero K è il rapporto padre-figlio. Nella letteratura contemporanea la tematica della morte del padre è di primaria importanza: nel regime di edonismo terminale in cui versa la nostra società il Padre abdica dalla sua funzione repressiva, aprendo la strada alla coazione del piacere a tutti i costi, un’ansia performativa che ci pervade con la trasformazione della nostra soggettività in progettualità perenne (sul tema consiglio l’esplicativo Psicopolitica di Byung-Chul Han, edito da poco per Nottetempo). In Zero K è la figura della Madre a venire meno, la funzione generatrice della Natura, il legame fra umano e biologico, che è soppiantato dall’ubiquo paesaggio culturale, dall’artificialità totalizzante dello sviluppo tecnologico.

Al contrario il Padre non muore, il Padre vuole vivere, eternarsi nel limbo criogenico. Nella contemporaneità dominata dalla tecnica naturalizzata saltano le genealogie e l’avvicendamento generazionale, la trasmissione di sapere si polverizza nella nebulosa di informazioni che fanno a meno della nozione del tempo (lo vediamo già con il fenomeno dell’information overload). Il simbolico non riesce più a porsi come sintesi dell’immaginario: in Converge si proiettano a ciclo continuo notiziari di guerra, filmati di torture, omicidi, catastrofi; il simulacro si volge nella reificazione più totale, non vi è trasmissione culturale se non quella del dato nudo e crudo, dello scenario apocalittico che rappresenta il momento negativo di una dialettica in cui la tecnologia può presentarsi illusoriamente come tentazione e via di salvezza. Se il biologico si appiattisce in un eterno senza tempo, il metafisico non è più categoria pensabile, giacché è tutto fisico, tutto reificato prima nel feticismo della merce e poi nella progressione amorale della tecnica. Se è vero che «la catastrofe è incorporata nel nostro cervello primordiale», il mondo a venire – che getta le basi nella distruzione di un futuro pensabile che stiamo vivendo oggi – sarà «una fuga dalla nostra personale mortalità. Dalla catastrofe. Qualcosa che sconvolge tutte le debolezze e le paure del nostro corpo e della nostra mente. Fronteggiamo la fine, ma non siamo soli. Ci perdiamo nell’occhio del ciclone». Per adesso non possiamo guardare il domani, e il presente ha la pupilla vuota di un volto conservato nell’assenza (o nella saturazione) del tempo.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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