«Oh povero me!». Romanzo postmoderno e individualismo vittoriano in “Eccomi” di J.S. Foer

– Martina Moramarco –

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Una coppia di ebrei americani, dopo sedici anni di matrimonio e tre figli, in crisi a causa di un ipotetico tradimento e di mille altre parole non dette, decide di lasciarsi. Il matrimonio finisce. Marito e moglie sopravvivono al disastro. Di un volume di oltre 600 pagine, questa, in quaranta parole, è la trama. Here I am, tradotto in italiano per Guanda da Irene Abigail Piccinini, è l’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Eccomi, che torna alla narrativa dopo più di dieci anni da Molto forte, incredibilmente vicino, edito nel 2005.

Le prime pagine del romanzo si aprono su una dimensione interrogativa e misteriosa. La voce narrante illumina i pensieri di Isaac Bloch, progenitore del ramo paterno della famiglia protagonista, il quale, nel giorno in cui – nella finzione romanzesca – Israele viene distrutto, si chiede se suicidarsi o finire i suoi giorni in una casa ebraica. Ma di quale distruzione di Israele si parla? E perché Isaac Bloch vuole togliersi la vita? Perché un vecchio ebreo sopravvissuto alla Shoah, il male del secolo, e alla ricostruzione nella terra dell’opportunità e dell’accoglienza, gli Stati Uniti, un uomo arrivato ormai ad assistere all’imminente Bar Mitzvah del suo primo bisnipote, vuole accelerare la sua fine?

Vanità delle vanità, sentenzia Qoèlet, re d’Israele, tutto è vanità e un inseguire il vento. Una generazione va, una generazione viene, continua l’Ecclesiaste, ma la terra resta sempre la stessa. E quattro sono le generazioni della famiglia Bloch sulla terra nel momento in cui si svolge il romanzo, ambientato in un immaginario 2016: da Isaac Bloch, anziano padre di Irv Bloch, e nonno di Jacob Bloch ai suoi tre bisnipoti, Sam, Max e Benjie. In questo racconto che ha l’ambizione di essere un’opera figurale, ogni persona sembra essere trasportata dal vento della vanità: una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa.
Allora, a che serve continuare a vivere, quando si è ormai alla fine della vita? A che serve continuare a fingere l’amore, quando si scopre che non è su quello che si fonda il matrimonio? A che serve dirsi ebrei, fare cose da ebrei, quando Israele non esiste più?Questi gli interrogativi cruciali dell’opera di Foer. La sua scrittura procede per accumulazione, di episodi, di punti di vista, di dettagli, di cose, di parole e conduce il lettore in un labirinto che ha il gusto dell’emulazione delle scritture sacre. È una scrittura che predilige il punto interrogativo, la domanda retorica, la litote molto spesso, la ripetizione dell’uguale. Foer è ambizioso in questo suo progetto narrativo. Oserei dire presuntuoso e sconsiderato. Contradditorio e coerente, al tempo stesso; post-moderno e antichissimo.

Per ricostruire il complesso mosaico di questa narrazione, ripartiamo dalle tessere che compongono la storia. Jacob Bloch, scrittore di serie televisive di discreto successo, vive a Washington D.C. con la moglie Julia, architetto più per passione che per professione, con tre figli, Sam, il maggiore ormai prossimo a entrare nell’età adulta, Max, geniale e sognatore, e Benje, il minore, adorabile e fuori luogo con le sue continue osservazioni sulla morte. All’inizio della vicenda Julia e Jacob sono convocati dal rabbino della scuola ebraica perché Sam è accusato di aver scritto un foglio di brutte parole e insulti. L’atto rischia di far saltare la cerimonia del Bar Mitzvah e mette in crisi l’integrità della coppia. Dal punto di vista simbolico, marito e moglie si scoprono, ancora una volta, diversi e divisi nel decidere le strategie da adottare nei confronti del figlio reo, che rigetta le accuse. Mentre si consuma la crisi dell’identità genitoriale, Julia trova prove di un tradimento virtuale di Jacob in uno scambio di messaggi su un telefono trovato da Sam.

Mentre la vicenda assume i contorni di un romanzo borghese contemporaneo, facendo pensare a un certo Franzen o a Richard Yates, il mondo intorno ai personaggi crolla e la vita resta sospesa nell’attesa. Nel capitolo Vey iz mir («Oh, povero me!», in yiddish) gli uomini della famiglia Bloch, Irv, il padre, Jacob, il figlio e Max, il secondogenito, accolgono i ‘loro’ cugini israeliani, appena sbarcati a Washington per festeggiare il Bar Mitzvah di Sam. In quel momento la radio annuncia che la situazione è drammatica: un violento terremoto ha scosso la regione mentre il fronte arabo riunificato attacca il paese; la sopravvivenza di Israele in medio-oriente è in pericolo; ogni cosa sta per crollare.
Come in un controcanto, a una Julia impegnata ad accompagnare Sam alla simulazione di una riunione di crisi internazionale organizzata dal Congresso degli Stati Uniti per i giovani americani e a consumare la sua vendetta nei confronti del marito con Mark, neodivorziato padre di un amico di Sam, arriva la telefonata della suocera Deborah. Ad essere annunciata però non è la tragedia collettiva, ma quella privata, seppur non meno devastante per gli equilibri familiari, della morte di Isaac, padre di Irv, nonno di Jacob e bisnonno di Sam, Max e Benjie. Quella morte annunciata, ma soltanto al lettore, all’inizio del romanzo, pare accidentalmente coincidere con la fine di Israele, ed è in realtà la risposta all’interrogativo liminare del romanzo. Togliersi la vita, o vivere nel mondo quando ormai la vita è finita?

La centralità di questo evento, nella struttura complessiva del romanzo, funziona da cartina di tornasole degli intenti dello scrittore. La microstoria familiare di una famiglia di ebrei americani, o di americani ebrei, si interseca al dramma universale della comunità ebraica mondiale. Anzi, meglio, della comunità ebraica che ha trovato la sua nazione in Israele. È Israele come Stato che rischia di essere annientato, dalla Storia e non dall’uomo. L’operazione, complessa e ambiziosa, di Foer è di immaginare una realtà non più distopica ma, direi piuttosto, ‘disresica’. Se mi è concesso un neologismo, è la res del mondo contemporaneo a essere inventata. Nel momentum della storia attuale, si apre uno squarcio finzionale ma funzionale alla vicenda. Sembrerebbe quasi che Foer non possa immaginare il dramma individuale se non con un controcampo di tragedia collettivo. Del resto in Molto forte, incredibilmente vicino, la Storia non lasciava grande spazio all’immaginazione. Il quadro dell’11 settembre dava avvio alla storia del figlio orfano di padre. La Storia forniva nemici e aguzzini. La vis drammatica del mondo permetteva la narrazione romanzesca. A dieci anni di distanza sembrerebbe che per l’America che ha saldato col ferro i suoi confini e delineato i volti di nemici e amici, spostando i conflitti nell’altro da sé, l’individuale non trova una tragedia collettiva in cui esistere. E diventa necessaria la disresia, una finta storia nella storia. Il richiamo a The plot against America di Philip Roth sembrerebbe evidente: ma nel romanzo del 2004, Philip Roth inventa un finale alternativo nel passato; qui Foer invece sembra pronunciare una profezia disattesa e improbabile.

Quel che rende contradditoria e irritante l’impalcatura romanzesca è la funzione narrativa di tale evento. Il terremoto che colpisce Israele assume tutti i contorni di un pretesto per affrontare il senso di colpa dell’ebraismo americano nei confronti di Israele come Stato sovrano. Ma non aggiunge né toglie nulla alla vicenda romanzesca, anzi, consente l’implosione del protagonista in infinite riflessioni sull’identità giudaica nel ventunesimo secolo. Persino la vicenda familiare – condita di tradimento, di dialoghi talvolta brillanti sull’amore e di riflessioni pungenti sulla vita – si appiattisce in una dimensione di banalità. Foer propone una struttura romanzesca fortemente complessa, in un’opera in otto sezioni, ciascuno con una forma e uno stile in continua tensione. Passa nella stessa pagina dalla prima alla terza persona, dal punto di vista di un adulto a quello di un bambino, dal mondo reale a quello virtuale di Other Life, al quale gioca Sam, dalla mimesi alla diegesi, dalla teologia alla filosofia agnostica, dal passato al presente, al futuro. Questa tensione postmoderna e febbricitante si risolve in una conclusione rassicurante. Cambia tutto per non cambiare nulla.
Nell’ultima sezione, l’ottava, che s’intitola Casa, nell’unico, lungo capitolo senza paragrafi, Jacob è ormai solo. Il matrimonio è finito senza troppi scossoni, Julia si è risposata, Sam, Max e persino Benje sono cresciuti. E la Storia ha continuato ad andare avanti senza stravolgere le vite individuali.

Vanità delle vanità, tutto è vanità, recitava l’Ecclesiaste. Ma in questo mondo vano, l’individuo sopravvive anche senza dio, padrone della sua vita e della morte. L’atto conclusivo è dedicato al fido cane Argo, di omerica memoria, e in particolare alla dolce morte a cui è condannato sin dall’inizio della vicenda. È Jacob l’unico responsabile del fatto che il cane possa continuare a vivere, nonostante la vecchiaia e i disagi che essa comporta, sarà lui a dargli la morte. Ipertrofica forza dell’individuo che vive sopra ogni altra cosa: la distruzione voluta dalla natura niente può contro questo superuomo del nuovo millennio che nel suo disperato egoismo trova il modo per vivere, pur solo.
Unica salvezza del romanzo è nelle parole di Sam, il ragazzo che diventa uomo. In lui Foer impersona un novello Amleto che discute il dubbio shakespeariano dell’essere o non essere. Sam trova la risposta nel mutare la domanda. Non si interroga l’uomo del futuro. Egli è e non è allo stesso tempo. La salvezza dell’individuo è proprio nel suo essere duttile, nel suo adeguarsi alle occasioni della vita. Nel suo risorgere. Essere una cosa e il suo opposto. Agire e non intervenire. Essere uomo e donna. Il gioco virtuale di Sam in Other Life è di essere anche il suo avatar, Samantha. E, alla morte di Samantha per mano accidentale di Jacob, di risorgere come Occhioguasto, un vecchio ideale alter-ego virtuale del suicida Isaac.

Ma al romanzo, questo monumentale strumento nelle mani dell’uomo, può non essere affidato il dubbio? Può l’uomo contemporaneo rinunciare al duplice interrogativo morale e anzi, rispondersi con una bivalenza assoluta? Va tutto bene anche se non va tutto bene.
Questa sembra la morale, l’etica, l’utile proposto dal romanzo disresico di Foer. Un tentativo, forse fallito e quasi d’altri tempi, di non mettere in discussione il nostro posto nel mondo.


Martina Moramarco è nata e ha cominciato a leggere libri a Castellaneta – Taranto. Ha continuato a leggere e a studiare Lettere all’Università di Bari. Ha fatto ricerca in letteratura inglese e ora insegna italiano e storia nel variopinto mondo della scuola.

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