Solo andata

39. Suonatori di Jazz – Parte 3/3

– Fred Cavermed –

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Giancarlo Cazzaniga, Jazzman, 2001

Leggi la seconda parte.

Scrivendo questa serie di tre articoli, di cui questo è l’ultimo, mi sono chiesto quali fossero le specificità di Solo Andata e in che modo i miei articoli potessero contribuire alla riflessione di questo focus. Mi sono reso conto che, scrivendo, stavo già provando a rispondere a questa domanda. Ho provato, cioè, a dare a questi articoli il doppio respiro che nutre Solo Andata sin dai suoi inizi, nella primavera del 2015.

Un respiro è quello dei fatti, delle cose che succedono nella realtà raccontate al lettore così come io le ho conosciute, per esempio attraverso gli avvenimenti vissuti, la testimonianza o le interviste realizzate. È un registro referenziale e l’uso di nomi e cognomi reali è il segno più evidente di questo respiro. Certo, si tratta già di rappresentazione, ma di un livello zero della rappresentazione, privo di un lavoro di invenzione narrativa che modifichi i fatti per renderli rappresentazione letteraria. Poi c’è l’altro respiro che è appunto quello della narrazione della nuova emigrazione italiana: una narrazione nel senso letterario del termine, un’invenzione, e la costruzione di un discorso sul fenomeno, un discorso critico, complesso, ricco di sfaccettature; una rappresentazione in cui la finzione ha l’importante ruolo di mostrare delle verità complesse che la nuda realtà non ci permette di vedere né la prosa argomentativa di spiegare.

I due respiri, in realtà, non sono indipendenti né separati, né tantomeno l’uno precede l’altro. Sono simultanei, agiscono insieme, come due valvole che pompano ossigeno in perfetta sincronia. Sono le due facce della stessa medaglia. Solo Andata si situa esattamente nel vortice di questa tensione tra scrittura e realtà.

I miei articoli dedicati a dei jazzisti che vivono a New York si basano sulle interviste che Chiara Izzi, Nicola Corso, Luca Tozzi e Luca Santaniello mi hanno gentilmente concesso. In qualche modo, i veri autori di questi articoli sono loro quattro. Le loro parole hanno dato vita ad una realtà narrativa che poi ho messo in scena. La difficoltà, per me, è stata quella di rispettare la loro realtà, la loro vita, le parole che hanno accettato di confidarmi: in una scrittura che voleva distorcere costantemente la realtà per farne una finzione, stavo trattando di persone reali, in carne ed ossa, con un nome ed un cognome pubblicamente riconoscibili. Non potevo reinventare di sana pianta tutte le loro storie personali.

Il mio lavoro è stato quindi di riprendere le parole delle interviste per trasformarle nei discorsi diretti, e meno fedelmente indiretti ed indiretti liberi, di questi tre articoli, inseriti in un contesto narrativo newyorchese immaginato da me, che non ho mai messo i piedi negli Stati Uniti. È un piccolo esperimento. Riuscito o no, non sta a me dirlo.

Per quanto riguarda il personaggio del Micione, è l’unico personaggio rimasto senza persona: certo, il Micione esiste davvero, è davvero un mio amico, nella realtà si chiama Massimo Di Cristofaro, suona la batteria ed ha vissuto per qualche mese a New York. Ma il Micione dei miei racconti non ha più niente a che vedere con lui. Si tratta più di un principio narrativo di cui avevo bisogno per potere inserire nella finzione le parole vere delle interviste: i quattro musicisti intervistati potevano essere al tempo stesso persone e personaggi soltanto se accettavo di farle interloquire con un elemento fittivo. Altrimenti il dispositivo non poteva funzionare.

È così che ho provato a far respirare allo stesso ritmo realtà e finzione, fino ad arrivare al terzo ed ultimo articolo: quello dedicato a Luca Santaniello, il primo dei jazzisti campobassani a New York, quello che ha poi raccontato la sua New York agli altri musicisti durante i suoi ritorni in Italia, a volte convincendoli a partire e aiutandoli e ospitandoli all’arrivo.

Ascoltatelo leggendo.

Via Skype Luca Santaniello mi ha raccontato che è arrivato a New York nell’agosto del 2001, appena tre settimane prima dell’11 settembre. È da ormai oltre 15 anni che vive lì, ha avuto dapprima un visto per studenti, poi uno per artisti, poi la green card e dal 2016 è cittadino statunitense. Suona la batteria, fa jazz ma non solo, ha studiato ed oggi insegna alla Julliard School, viaggia spesso in Europa per delle tournée. Prima di intervistarlo avevo sentito parlare molto di lui. Anche il mio amico Micione me ne aveva parlato diverse volte, perché era il suo contatto principale a New York, ma io non l’ho mai visto e purtroppo non sono riuscito a vederlo neanche su Skype: quando l’ho intervistato lui era in Italia per dei seminari promossi dalla Julliard al Conservatorio di Torino e la sua connessione era precaria. Ci siamo accontentati dell’audio. Per questo ultimo articolo di Solo Andata devo quindi immaginare un uomo di trentotto anni, abbastanza alto e magro, molto posato, calmo ma con una forza d’animo e una curiosità leggibili nei suoi occhi grandi e tondi. Piuttosto mattiniero, ormai regolare nei suoi ritmi di vita – per quanto lo permetta la vita del musicista, ma comunque non più sregolato come quindici anni fa.

Me lo immagino così, una mattina di qualche anno fa, nel suo appartamento di Harlem, con il suo yoghurt, i cereali, la spremuta e il caffè, mentre il Micione, suo ospite, si alzava dal divano letto raggiungendolo per la prima colazione. C’era del caffè caldo, gli diceva Luca Santaniello, ed era un modo per dargli il buongiorno. La casa era in ordine, un vinile girava nell’impianto stereo vintage comprato pochi mesi prima, mentre lo schermo spento ricordava ancora al Micione il film visto la sera prima, una delle rare serate passate in una tranquilla domesticità, lontano dal furore dei locali e della musica newyorchese.

Appena tornato da una tournée in Francia, Inghilterra e Germania, Luca Santaniello aveva deciso di non seguire, per un giorno, il ritmo di vita abituale, che prevedeva, dopo la colazione, tre ore di organizzazione del lavoro futuro e conferma del lavoro presente, attraverso mail, messaggi, telefonate, contatti di vario genere, altre due o tre ore di sbacchettamento quotidiano, perché l’arte della batteria va studiata ogni giorno anche quando si è un musicista affermato, nonché un po’ di attività fisica, che, diceva, diventava indispensabile avvicinandosi ai quaranta, quando la panza fa una prima minacciosa capatina sopra la cinta. Per quel giorno, prima di andare ad ascoltare un concerto e a partecipare ad una jam session, loro due potevano, se il Micione ne aveva voglia, andare a visitare una vecchia fabbrica di pianoforti, la Steinway. Cosa c’era da vedere?

Le migrazioni ripetono sempre gli stessi meccanismi: parte il primo, scopre, racconta, consiglia, gli altri poi s’interessano, s’incuriosiscono, si chiedono se vale la pena partire, finché si decidono e seguono. La Steinway era ed è una fabbrica newyorchese in cui, nei tempi andati, lavoravano tutti gli uomini di un intero paese delle Marche. Il primo operaio era andato e poi aveva chiamato i paesani, parenti, amici, conoscenti. Visitare la fabbrica poteva essere un’esperienza interessante per Luca Santaniello e il Micione, a metà tra la musica e la migrazione.

Quei marchigiani non erano stati i primi né gli ultimi ad emigrare. Nella famiglia di Luca Santaniello, in parte molisana in parte campana, la generazione dei nonni aveva conosciuto la grande emigrazione di inizio Novecento. Zio Antonio: fratello del nonno materno, originari di Agnone (Isernia), famiglia Sabelli, che è scappato dai fascisti perché era comunista e combatteva contro di loro, sbarcò a Ellis Island, dove si conservano tuttora le sue tracce, rimase negli States per trent’anni prima di tornarsene in Italia. Sua figlia: nata a Philadelphia, dove vive tuttora e dove Luca Santaniello ha avuto l’occasione di vederla con tutta la sua famiglia. Zio Luigi: fratello del nonno paterno, originari di Castellammare di Stabia, emigrato negli Stati Uniti, gli promisero la cittadinanza se si fosse arruolato nell’esercito, morì in uniforme durante la seconda guerra mondiale. Il nonno materno: nato in Argentina nel 1911, è tornato ad Agnone tra gli anni Trenta e Quaranta. Migrazione temporanea, quindi di ritorno, se non ci lasciavano le penne prima. Anni ed anni di lavoro vissuti nell’attesa nostalgica di tornare a vivere al paese, lasciando a volte anche i figli nel Nuovo Continente.

Mentre il Micione versava per la seconda volta il caffè nella sua tazza, gli venne in mente un motivo sentito due giorni prima, un pezzo di Sinnerman di Nina Simone, un classico del jazz americano, uno dei brani che aveva ritmato le lotte per i diritti civici dei neri. Lui, il Micione, della nostalgia per l’Italia proprio non ne provava. Intanto pensava che sarebbe stato interessante visitare quella fabbrica, quel pezzo di storia italiana oltreoceano. E anche che sarebbe stato importante, per lui, capire un’altra cosa: ma lui, Luca, cosa ne pensava allora dell’Italia, mentre si era stabilito definitivamente negli Stati Uniti, a tal punto da chiederne nella cittadinanza?

«Guarda, Micione, andare in Italia è sempre bello… quando ci stai poco, quando ci vai per andartene. Se dovessi pensare di restarci mi sparerei in testa, ma tornare per andare, due tre settimane, mi sta bene, me la vivo bene. Non devo avere a che fare con gli italiani che ci vivono sempre, quando vado a lavorarci lo faccio in condizioni migliori perché comunque vengo da fuori, insomma vengo trattato come esterno. Ma ormai in Italia prendo solo dei lavori che vale la pena prendere, dove pagano come dico io, quando ci sono le condizioni che dico io. Però mi rendo conto che se vivessi in Italia sarei un po’ condizionato dal pigliare lavoro alle condizioni dei miei colleghi italiani.»

Il Micione lo sapeva bene quali erano queste condizioni. Di musica si poteva vivere, ma solo in parte. O comunque bisognava essere bravi a crearsi delle opportunità in Europa, perché solo con Roma, o anche Milano e Torino non ce la si faceva. Francia, paesi scandinavi: lì per il jazz c’erano un po’ di possibilità in più. Ma capiva che per Luca Santaniello non era solo questione di musica: tra lui e il suo paese d’origine si era ormai scavata una differenza che Luca non esitava a definire culturale, una differenza che rendeva insopportabile ai suoi occhi tutta una serie di cose dell’Italia, alcune cose banali, estremamente banali, Micione, eppure così esemplari: «Ero in stazione centrale a Milano, volevo andare al bagno e mi chiedono un euro per andare al bagno. Quella è una stazione pubblica, il diritto a pisciare è di tutti, ho girato aeroporti stazioni e luoghi pubblici di tutto il mondo, nessuno mi ha mai chiesto soldi per pisciare. Manco a dire 10 centesimi simbolici. Ecco, questa è una cosa che mi fa incazzare, semplice, ma che descrive quanto in alcune cose ci sia totale nonsense. Poi, certo, ci sono un sacco di cose dell’America che sono assurde, come quando entri in un negozio di estate e ci sono 13 gradi per l’aria condizionata, è assurdo che la gente muore perché si spara, è assurdo il sistema di assicurazioni per la salute, per non parlare dell’educazione, del college che è un’altra bolla americana che scoppierà perché sai quanti mutui non pagati ci sono… Il problema, Micione, è che l’Italia sta prendendo, come succede con la globalizzazione, tutte le cose negative dell’America. Non quelle positive. Tutta la monnezza che esportano la stiamo prendendo noi. Mi piacerebbe che gli italiani fossero più americani nell’intraprendenza, nel lavoro, nella positività, eh no! Arriva il Mc Donald’s, l’X Factor, arrivano la Apple, l’I-phone. Però ci hanno liberato dai fascisti insomma, Lucky Luciano lo vogliamo ringraziare? Poi a me piace vedere l’altra faccia della storia.»

Per guardare l’altra faccia della storia, Luca Santaniello e il Micione si avviarono verso la fabbrica di pianoforti. L’altra faccia della storia il Micione se l’immaginava come un conrattempo, calcato dalle mani di un musicista sul suo pianoforte, o sulla sua batteria, che batteva il levare del ritmo di una storia che, nonostante i grandi discorsi e le grandi narrazioni, non seguiva una direttrice piana e lineare, ma che era frastagliata, biforcata, spezzata e ricomposta. Una storia conflittuale. Il Micione si chiedeva anche se, diventando un personaggio di Solo Andata, lui non fosse un personaggio di questa storia contrattempistica, la storia aperta e plurale della nuova emigrazione italiana.

Ascolta una possibilità musicale di una storia contrattempistica.

Grazie ai musicisti che hanno gentilmente accettato di farsi intervistare. Questi articoli sono dedicati a loro e alla loro passione.


Fred Cavermed è uno pseudonimo nato a fine anni 2000. È un redattore di Quattrocentoquattro, dove si occupa soprattutto del focus Solo Andata. Di tanto in tanto scrive qualche appunto sul suo blog personale Kitzsch Kebab. Chi usa questo pseudonimo è nato nel 1988 in Molise, ha studiato lettere a Roma ed a Aix-en-Provence. Oggi vive a Marsiglia, dove insegna italiano nelle scuole pubbliche.

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