Ingeborg Bachmann e Cause di morte: l’impossibilità di andare oltre Malina

– Sara Vergari –

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In una clinica romana, in seguito alle scottature e alle ustioni
che deve essersi procurata mentre era nella sua vasca da bagno,
è morta la scrittrice più intelligente e più significativa
che il nostro paese abbia prodotto in questo secolo
(Thomas Bernhard, L’imitatore di voci, Adelphi, 1987).

Nella notte tra il 25 e il 26 Settembre 1973 Ingeborg Bachmann, in seguito ad un incidente nel suo appartamento, chiama l’amica Maria Teofili in soccorso; morirà il 17 Ottobre in una clinica romana. L’amico musicista Hans Werner Henze sporge denuncia per sospetto omicidio, ma se Ingeborg non ha reagito alle fiamme è per l’abbassamento della soglia del dolore dato dall’assunzione di ormai troppi psicofarmaci. Thomas Bernhard, altro amico che con lei condivide più di tutti quell’amore-odio per la patria Austria scrive: “Quelli che credono al suicidio della scrittrice continuano a dire che si è distrutta da sé mentre in realtà a distruggerla è stato logicamente solo il mondo che la circondava e, in sostanza, la volgarità del suo paese d’origine” (L’imitatore di voci).

Solo a partire da quest’ultima morte è possibile ricostruire le ‘cause di morte’ che per tutta la vita la Bachmann ha ricercato e forse giustamente non ha saputo tramutare in un ciclo di romanzi. Già Malina, uscito nel 1971 e uscito due anni dopo in Italia per Adelphi, racchiude tutta quanta la poetica bachmaniana. Non si può capire Malina né il perché non sia riuscita a replicare l’esperienza di un romanzo senza considerare quello sforzo problematico verso il linguaggio paragonabile solo a Wittgenstein. “Gli sarebbe piaciuto ritornare con un nuovo linguaggio capace di esprimere il segreto del quale era venuto a conoscenza ma sapeva che non avrebbe potuto fare a meno di usare anche lui quel linguaggio canagliesco che è l’unico linguaggio disponibile per chi non voglia rimanere completamente isolato” (Il trentesimo anno, Adelphi, 1985).

Malina è troppe cose per essere definito con le parole che abbiamo a disposizione, perché esula dal tempo e dallo spazio, dall’Io e dall’Altro, confini entro i quali generalmente l’uomo vive. Ingeborg Bachmann sgretola la possibilità di un Io consistente come già nella poesia La Boemia è sul mare (1968), dove l’Io deve naufragare e disperdersi fino a confinare con tutto.

Se sono io, lo è un altro ed è a me uguale
Più nulla per me voglio. Io voglio naufragare.
Al fondo, sì, sino al mare, lì la Boemia ritrovo
Sul fondo sospinta, sereno è il risveglio.
Ora so dal profondo e più perduta non sono.

Quello che la Bachmann sa, una volta scesa fino al culmine della disperazione, è il risultato della seconda parte di Malina che si apre così: “Il luogo questa volta non è Vienna. È un luogo che si chiama Dovunque e In-nessun-posto. Il tempo non è oggi. Il tempo non c’è più perché potrebbe essere stato ieri, può essere stato molto tempo fa, può essere ancora, essere sempre e certe cose non saranno mai state”.
Non esiste l’oggi dunque, neppure nella triste realtà politica e sociale da cui tanto è turbata. Malina, che può sembrare una critica al terrorismo fascista, si chiude nella relazione tra uomo e donna e, più attentamente, tra parti contrastanti di uno stesso Io. Non esiste un luogo fisico e questo risulta evidente alla Bachmann durante il suo soggiorno a Roma. “Concesso che io non so più perché vivo qui; visto che scrivo su Vienna, anzi, quando scrivo sono a Vienna. Concesso che la vita qui è come ovunque (…) né un Colosseo né un Campidoglio aiutano ad andare oltre (…) devo ammettere, quando la porta della stanza nella quale lavoro si chiude con forza, allora ogni dubbio scompare. Pensare è un atto salutare, stare da sola è una buona cosa” (Verrà un giorno. Conversazioni romane, Marietti, 2009).

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Malina è inoltre un libro squisitamente autobiografico che può permettersi di giocare seriamente con Max Frish. La chiusura del romanzo (“Il mio nome? Malina”), infatti, costituisce la risposta amara a Il mio nome sia Gantenbein. Ma se Malina è il lato maschile che è parte costitutiva della Bachmann, chi è Ivan? Come riferito in un’intervista a Dieter Zilligen del 1971 e riportata in In cerca di frasi vere (Laterza, 1989), Ivan è l’uomo normale, incarnazione della miseria dell’umanità.
La dimensione privata in cui Malina si muove non deve risultare in contrasto con il carattere schivo e reticente a parlare di sé della Bachmann, bensì deriva dalla consapevolezza che proprio qui si consumano i primi e più tremendi delitti della società. “Il fascismo non comincia con le prime bombe che vengono lanciate, non inizia con il terrore del quale si può scrivere su ogni giornale. Comincia dai rapporti tra le persone (…) Il fascismo è l’elemento primo tra uomo e donna” (Verrà un giorno. Conversazioni romane). E, visto che uno scrittore deve però cercarlo dove davvero si nasconde, questo fascismo è per la Bachmann il concetto dei Todesarten, cause di morte. Malina è lo studio di tutti i possibili modi di morire in vita, più volte associato ai molti modi di uccidere brechtiani nel Libro delle svolte. L’Io nel corso del romanzo muore continuamente perché si viene uccisi soprattutto in tempo di pace, quando la guerra è combattuta nella propria interiorità. Non si muore mai una sola volta dunque, ma perché perpetuare allora “quell’atroce offesa che è la vita”? La Bachmann sa e Malina costituisce la trasposizione linguistica del suo sapere, ma l’impresa di un altro romanzo appartiene soltanto a chi ha ancora speranza. In Malina la volontà dell’Io di scrivere un libro lo getta in quell’utopia del Verrà un giorno presto abbandonata. “Non verrà un giorno” sono le ultime parole che la Bachmann sa di poter scrivere.
Il silenzio che chiude Malina e impedisce la realizzazione del ciclo Todesarten è il medesimo dei suoi più vicini riferimenti filosofici; quello con cui Wittgenstein conclude il Tractatus (“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”) e quello a cui si avvicina Heidegger nelle conferenze su l’Essenza del linguaggio. Allo stesso modo l’Hofmansthal della Lettera di Lord Chandos si sente costretto a congedarsi dall’attività letteraria perché non riesce più a comprendere il linguaggio. È il silenzio dalle parole vuote, dalle frasi fatte, da quell’oscurità che mai potrà dire l’indicibile.


Sara Vergari è nata a Firenze il 25 Maggio 1995. Attualmente studia Lettere Moderne presso l’Università di Firenze e collabora con Lungarno. È irrimediabilmente devota a due sole attività: leggere e viaggiare. La letteratura per interpretare la vita e il viaggio per sentirla scorrere in sé.

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