Solo andata

38. Suonatori di jazz – Parte 2/3

– Fred Cavermed –

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Giancarlo Cazzaniga, Jazzman, 2003

Leggi la prima parte.

Il Micione se li ricordava leggermente diversi, Chiara Izzi e Nicola Corso. Non è che non li vedesse da molto tempo. Noi molisani torniamo (ecco, “torniamo”, come se il Molise fosse ancora casa nostra, mentre siamo fuori da anni e sappiamo benissimo che non torneremo più), torniamo almeno due volte l’anno, a Natale e d’estate. E spesso i musicisti italo-newyorchesi come Luca Tozzi, Luca Santaniello, Chiara Izzi e Nicola Corso coniugano la venuta in Molise con una tournée o un festival da qualche parte in Italia o in Europa, unendo così l’utile al familiare. E, una volta in famiglia, non se ne stanno mica a casa, ad affondare in vecchi divani appesantiti da pranzi festivi in saloni roboanti, anzi: approfittano di quei momenti per ritrovarsi tutti insieme, tutti loro che hanno imparato la musica a Campobasso e che ora vivono a Roma, al Nord, a New York, in Belgio, in Spagna, a Parigi, in Germania, a Londra…

È stato proprio durante le vacanze natalizie del 2015 che ho incontrato a Campobasso Chiara Izzi e che mi sono reso conto che c’era un piccolo gruppo di musicisti jazz che vengono dalla mia città e che vivono a New York. Il programma del Blow Up, durante le feste, era ricco di concerti e, tra questi, Chiara Izzi e la sua band, nella quale suonava anche il mio caro amico, il Micione. Più che un concerto, era stata una vera e propria festa: per un’ora i musicisti hanno suonato il loro repertorio per un pubblico costituito in buona parte da amici, conoscenti, colleghi che, finita la scaletta, si sono alternati agli strumenti in una jam session durata altre tre ore. Io, che ascoltavo, assistevo ad un evento straordinario: all’unione musicale di artisti cresciuti nello stesso ambiente e adesso sparsi ovunque tra l’Europa e gli Stati Uniti. È stato quel giorno che mi sono reso conto che dovevo scrivere di loro per Solo Andata, come ho cominciato a fare con questo racconto domenica scorsa e continuerò la prossima.

Luca Tozzi lasciò New York mentre il Micione vi passava il suo secondo giorno. Ritrovatosi momentaneamente solo nella Grande Mela, il Micione fu preso da una febbrile eccitazione, che lo portò a pianificare la sua lunga serata tra i vari jazz club di New York: Smalls, Mezzrow, Fat Cat, Smoke…. Era già fuori casa quando gli tornò in mente che aveva preso appuntamento con Chiara Izzi e Nicola Corso, prima del concerto di lei. E si morse le mani: doveva ricalcolare tutto il percorso metro, i cambi, i tempi, gli indirizzi. Decise di chiedere informazioni e lo fece in un inglese maccheronico in via di miglioramento.

Quando arrivò al Cleopatra’s Needle in leggero ritardo, si rese conto che se li ricordava leggermente diversi, Chiara Izzi e Nicola Corso. Sentiva che il legame che lo univa a loro adesso era diverso: i due non facevano più parte della galassia musicale campobassana, al pari di tanti altri. Il Micione stava ormai cominciando a condividere con loro una nuova esperienza altrove. La loro condizione di jazzisti, originari di una piccola realtà italiana e che ora si facevano strada, sgomitando tenacemente, nella grande New York, tesseva tra loro un legame di complicità e di solidarietà.

In questa narrazione come nella realtà, Chiara Izzi e Nicola Corso sono in coppia da qualche anno. Lei cantante e lui contrabbassista e compositore, hanno deciso di andare a New York per fare delle nuove esperienze musicali, per formarsi nel centro nevralgico della musica e del jazz, per incontrare musicisti di alto livello.

Dell’intervista che ho fatto a Chiara Izzi, mi sono rimaste impresse la sua pragmaticità e la sua determinazione: sa perché è a New York, ha dei progetti artistici importanti e li costruisce con tenacia.

Per il resto, immagino che, a New York, l’incontro con Chiara Izzi sia stato fondamentale per il Micione per capire cosa fare, come muoversi nella metropoli, da quali palcoscenici cominciare. Era di tutto il sapere di chi era arrivato prima che il Micione aveva bisogno ora.

Immagino anche che, ritrovatisi al Cleopatra’s Needle prima del concerto di lei, dopo i convenevoli e altre frasi di cortesia (com’era andato il viaggio, quando era arrivato di preciso, quali erano state le sue prime impressioni…), e dopo aver fatto rapidamente il punto sugli amici e i conoscenti che il Micione aveva visto di recente, i tre cominciarono a parlare della comunità musicale di New York. Il Micione fu colpito dall’insistenza con la quale sia Chiara che Nicola, come aveva già fatto Luca Tozzi il giorno prima, parlavano della comunità musicale newyorchese come di un insieme, di un gruppo a parte nella società, che viveva secondo le sue regole e seguiva le proprie traiettorie. Essere musicisti a New York significava entrare a far parte di questa comunità, di questa esperienza collettiva.

Ma ora la cosa importante, per il Micione, era capire come funzionava questa comunità e, soprattutto, come cominciare a lavorare. L’obiettivo principale era ottenere delle gigs, cioè degli ingaggi per delle serate. Ma per ottenere delle gigs, bisognava prima conoscere qualcuno, altri musicisti in grado di procurarne, e per conoscere altri musicisti bisognava frequentare le jam session, tutti i giorni, anche più di una al giorno; lì si suonava tanto, e bisognava suonare con chiunque, musicisti importanti e non.

E quindi si imparava tanto, Micione. E non bisognava avere paura di suonare, perché in fin dei conti lo scopo non era mettersi in mostra, ma condividere della musica, progredire insieme, scoprire nuove cose, capire se l’incontro musicale di una serata poteva diventare una collaborazione duratura. Insomma, le jam session permettevano di cominciare a tirare il filo dell’avventura newyorchese, riuscendo prima o poi ad ottenere degli ingaggi pagati. E com’era la paga? Un musicista a New York non diventa ricco. Di musicisti ce n’è tanti, bravi, e la competizione è alta. Ma se si vuole sopravvivere solo di musica, lo si può fare abbastanza rapidamente.

Il locale in cui Chiara Izzi avrebbe iniziato a cantare di lì a poco odorava di chiuso, di locale frequentato da molte persone, ma per ora vuoto, odorava di prodotto per lavastoviglie industriali, di bicchieri caldi e appannati, della tristezza amara dei locali senza i clienti, prima e dopo una serata. Era un odore che il Micione conosceva bene, e che anche io conosco bene. Io e il Micione ci siamo incontrati la prima volta parecchi anni fa, in camicia bianca e pantaloni neri mentre servivamo in un ristorante-pizzeria della nostra città. Io dovevo avere quindici o sedici anni, lui un anno in più. Era la mia prima esperienza professionale estiva, che ero orgoglioso di fare: lavorare sotto padrone, guadagnare un salario, gestire i propri soldi, poterli spendere, sentirsi un po’ adulto. All’epoca era come un gioco, ma dopo tre mesi di estate diventò pesante. Per fortuna la scuola ricominciò. Con gli anni mi resi conto che quella non era stata tanto la mia prima esperienza professionale, quanto piuttosto la mia prima esperienza di sfruttamento. Ma quando servivamo insieme, il Micione mi metteva di buon umore, con i suoi occhiali che si appannavano regolarmente quando apriva la lavastoviglie, allora si alzava e si voltava verso di me, provando a guardarmi con una smorfia di rassegnato malcontento. Chissà se, in quel locale newyorchese, sentendo quell’odore di bicchieri caldi, il Micione stava ripensando all’epoca in cui era stato cameriere.

Mentre la sua ragazza spiegava al Micione il funzionamento dell’ambiente musicale newyorchese, Nicola Corso restava riflessivo, pensava all’ultimo anno e mezzo della sua vita trascorso a New York. Il Micione gli faceva ripensare alle sue prime settimane negli Stati Uniti, quando sentiva l’eccitazione e al tempo stesso il peso di quel salto nel buio che aveva fatto trasferendosi lì. Quando il Micione glielo chiese, Nicola Corso disse che sì, era soddisfatto. Lì a New York le dinamiche erano rapide, i movimenti imprevedibili, i confronti e gli scambi di idee erano continui. Certo, era anche dura: la città, la corsa continua, tutto il resto… Eppure, come diceva Chiara, paradossalmente New York finiva per essere più vivibile di Roma, dove aveva vissuto: a Roma, andare a vedere un concerto diventava spesso un’impresa impossibile, non si riusciva a tornare a casa di notte, i mezzi non funzionavano… Musicalmente anche Roma è molto interessante, ma la città si rivela presto un ostacolo ai proprio progetti. E questo il Micione lo sapeva bene, proprio lui che viveva a Roma da ormai quattro anni, cioè da quando si era liberato del Conservatorio, durato ben otto anni.

Oltre a suonare, il Micione lavorava come insegnante precario di strumento nelle scuole medie, facendo parte di una delle innumerevoli e intricate graduatorie e fasce del sistema di reclutamento della scuola italiana, di cui non ho mai capito il funzionamento e il cui solo scopo pare essere quello di tenere i lavoratori in balia della precarietà per anni. No, Roma era invivibile, confermava il Micione, bisognava partire.

Nicola Corso lo diceva apertamente: nessuna voglia di tornarci a vivere, in Italia. La situazione è quella che sappiamo, cioè difficile, e i suoi progetti artistici a New York erano in dinamica progressione: non li avrebbe mai abbandonati a quel punto. E poi a New York si potevano incontrare musicisti di tutti i paesi del mondo, incrociando così diverse tradizioni musicali: quella sera Chiara Izzi, al Cleopatra’s Needle, avrebbe cantato con una band che univa un repertorio statunitense, italiano e anche brasiliano, e il fatto di essere stranieri poteva diventare rapidamente una risorsa: perché l’italiano piace al pubblico statunitense, perché i musicisti sono interessati a conoscere delle tradizioni musicali che non conoscono.

Gli strumenti erano pronti, era il tempo del sound check. Chiara Izzi doveva prendere il microfono, Nicola Corso riprendeva in mano il suo contrabbasso per andare a suonare a tre quarti d’ora da lì. Il Micione restava solo al tavolo, aspettando che il concerto iniziasse e riflettendo.

Quando si parte, si ha l’impressione di conoscere cose nuove, di pensare ogni istante a quel che si scopre, che si conosce. In realtà, la nostra mente fa esattamente il movimento contrario: torna indietro, va verso il nostro luogo di origine, ripensa alle esperienze passate, agli incontri che ci hanno formato, alla strada percorsa più che alla strada da percorrere. Il concerto stava ormai cominciando.

Mentre al Cleopatra’s Needle il Micione guardava e godeva a sentire suonare quei musicisti, pensava alle prime volte in cui aveva preso tra le mani delle bacchette, sbattendole con forza sempre più misurata sulle pelli di tamburo, e questi pensieri rifacevano sorgere in lui quella forza, quella cazzimma che lo animava, che lo sospingeva. Se non ci fosse stata Barbara, in fin dei conti, la sua professoressa di musica delle medie, e l’orchestra della scuola, non sarebbe mai entrato al conservatorio e non avrebbe mai avuto la passione per la musica, si diceva. Se non ci fossero stati Cristoforo, Giampiero e gli altri maestri di musica, se non ci fossero stati Gianclaudio e Nicola a battersi per mantenere attiva la scuola di jazz della sua città, la Thelonious Monk, a dare vita a degli eventi jazz, ad animare la scena musicale che gli aveva permesso di imparare, di suonare; se non ci fossero state tutte quelle persone che in una piccola città di provincia si battono spesso contro l’inettitudine delle classi dirigenti italiane per mantenere in vita la musica e la cultura, se non ci fossero stati tutti loro probabilmente il Micione sarebbe rimasto giù al paese, come tutti gli altri, arrangiando la propria quotidianità. E provava un piacere immenso a percepirsi lì oggi, in un locale newyorkese, pronto a salire sul palco durante la jam session successiva, suonare con musicisti più bravi di lui, e tanto più provava piacere a vedersi lì quanto più pensava da dove era partito, quanto più misurava la distanza tra sé oggi e gli altri rimasti al paese. E ne traeva una sorta di orgoglio, di fierezza, come se oggi lì a New York, facendo quel che gli riusciva meglio fare, e cioè suonare, agisse in qualche modo non solo in nome suo, ma anche in nome dei suoi genitori e di tutti gli abitanti del paese d’origine, che lo accompagnavo in quella nuova avventura.

Chiara Izzi cantava, ora cantava in italiano una versione jazz del Pescatore. Il Micione ripensava a quello che lei gli aveva detto. Nell’ambiente musicale, il fatto di parlare italiano può diventare una carta in più da giocare. È una situazione ben diversa da quella dei vecchi immigrati italiani, che partivano come lavoratori non qualificati e che l’italiano neanche lo conoscevano. Il Micione lo sapeva bene, lui che per venire a New York non aveva preso un volo per gli Stati Uniti, bensì per il Canada, Ottawa, dove era andato a trovare i suoi parenti: degli zii e cugini discendenti di vecchi emigrati, ormai deceduti, del suo paese. Certo, il suo viaggio non somigliava in niente a quello dei vecchi emigrati. Eppure, si diceva il Micione, il cerchio si rinnovava, ricominciava a girare.

La sola volta che il Micione aveva conosciuto i parenti canadesi era stata molti anni prima, quando loro vennero in Molise per incontrare la famiglia. Da allora, al di là della abituale corrispondeza epistolare di cui sentiva parlare in casa, il Micione non sapeva un granché di quella parte di famiglia. L’occasione era propizia per vederli: il viaggio a New York fu preceduto da quella tappa.

A Ottawa, il Micione si lasciò stupire dalla grande casa di Jack, dal buon salario di Michael, e da tutto ciò che quella storia aveva di stereotipato, di zio d’America che aveva fatto fortuna oltreoceano. Qualche giorno dopo il suo arrivo, la famiglia canadese organizzò un barbecue per rendere omaggio alla presenza del cugino del paese. Sotto un sole caldo, il grande giardino di Jack lo stupiva per il vigore del verde del prato, che di tanto in tanto si macchiava di ketchup, maionese o altre salse deputate a condire la carne grigliata. All’ennesimo bicchiere di vino, il Micione non sapeva più dire quale dei parenti, se il papà, il nonno o lo zio di Michael, o piuttosto una delle donne, la zia Mary forse, con quel naso affilato e un po’ storto sulla destra proprio uguale a quello di zia Carmela di Santo Stefano – eppure no, non era possibile, Mary non faceva parte del lato italiano della famiglia – ma forse proprio per questa ragione poteva essere stata lei a intonarlo per prima, quel canto, l’inno di Mameli, un gesto di gentilezza per l’invitato, che fu invitato, rispettando le sue competenze di batterista, a battere il ritmo della marcia militare con una cucchiaia di legno su una delle pentole di casa; e sì che il Micione ne aveva suonati di inni di Mameli, quando ancora non aveva finito il conservatorio e si lasciava ingaggiare dalla banda del paese vicino, Montagano, per andare a suonare a ritmi spesso sfasati in processioni, feste, eventi di vario ordine e grado, in giro per il Molise, guadagnando poche decine di euro in cambio di quella camminata cadenzata. Ma allora, perché, si chiedeva, perché stavano tutti lì a cantare quell’inno e, soprattutto, quali erano le parole, oltre «l’elmo di Scipio» cos’è che c’era, e poi perché Scipio aveva questo elmo, e cosa aveva a che fare tutto questo con lui, con il Micione. Per non offendere i suoi ospiti, instillando in loro il dubbio che quel canto non provocasse in lui nessun sentimento di piacere né di familiarità, il Micione si stampò sulle labbra il suo bel sorriso allegro leggermente tinto del viola del vino, proprio quel sorriso che ricordava a tutti quello di suo padre, Michele detto alla francese Miscèl, un po’ quello stesso sorriso che spesso il Micione si stampava in viso quando tornava al paese, d’estate, e si trovava a parlare con degli amici e ad ascoltare dei discorsi che gli permettevano di misurare tutta la distanza che si era ormai scavata tra sé e il mondo dal quale veniva. Quando i parenti canadesi finirono di cantare l’inno, Jack lo abbracciò forte, rischiando di far cascare il contenuto del suo bicchiere sull’invitato. Dopo quell’evento tutto sommato insignificante, i canadesi non fecero più nessun riferimento all’Italia o ad altri dei suoi simboli, accontentandosi di chiedere informazioni sullo stato di salute della nonna del Micione.

Intanto Chiara Izzi cantava, continuava a cantare al Cleopatra’s Needle, Nicola Corso suonava in un altro locale dell’alveare newyorchese, Luca Tozzi era ormai in volo verso l’Italia e Luca Santaniello in rotta verso Harlem per l’articolo di Solo Andata di domenica prossima.

Ascolta Chiara Izzi in concerto a Montreux.

Grazie ai musicisti che hanno gentilmente accettato di farsi intervistare. Questi articoli sono dedicati a loro e alla loro passione.


Fred Cavermed è uno pseudonimo nato a fine anni 2000. È un redattore di Quattrocentoquattro, dove si occupa soprattutto del focus Solo Andata. Di tanto in tanto scrive qualche appunto sul suo blog personale Kitzsch Kebab. Chi usa questo pseudonimo è nato nel 1988 in Molise, ha studiato lettere a Roma ed a Aix-en-Provence. Oggi vive a Marsiglia, dove insegna italiano nelle scuole pubbliche.

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